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Consegna prevista Marzo 2023
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Nei primi anni del Novecento, a Castello sullo Ionio, Vincenzo Cilento è un tipo dai molti talenti, che mette a frutto con successo:é tipografo, dirige un giornale e la banda del paese, è impresario teatrale e del cinema. Quando in paese compare Giulia perde la testa e la sposa.
La storia inizia con i preparativi per la proiezione di una nuova pellicola, ed è proprio quella sera che la vita di Vincenzo prende una piega imprevista.
Lo ritroveremo in carcere, in un’antica fortezza sospesa sul mare, dove un tipo iperattivo come lui deve però trovare qualcosa da fare.
Sarà il direttore della prigione a coinvolgerlo in un progetto visionario, prima che il processo, in un’aula di Assise gremita, decida la sorte di Vincenzo. Le parole dei testimoni, l’arringa del suo difensore, i giudici popolari, una carrellata di volti e di emozioni concentrate in pochi giorni.
Tornato a casa, tutto sarà visto con occhi diversi e l’invito inatteso di una nobildonna lo porterà a rivedere alcune convinzioni.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo scrivere una storia che fosse ambientata agli inizi del secolo scorso, che avesse a che fare con il cinema muto ed inoltre che si svolgesse in Calabria, dalle mie parti. Ricercando del materiale, mi sono imbattuto in un personaggio realmente vissuto a cavallo tra l’ottocento e il novecento e che è stato straordinaria fonte di ispirazione per il protagonista della mia storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO SECONDO

– Allora, Peppino, che ha detto il barbiere? Quanti sono i clienti che portano gli occhiali?

– Lui se ne ricorda cinque, però potrebbero essere di più, perché quelli che non vedono da vicino non sempre portano gli occhiali sul naso. Dice che anzi li mettono solo per leggere.

– Quelli che sanno leggere! Capirai.

– Eh.

– Ma questi cinque chi sono? li conosciamo?

– Il segretario comunale, il ragioniere Caruso, il notaio Lo Vito e poi ..

– Te li sei segnati, si?

– Si, li ho scritti con un lapis su un pezzetto di carta, l’avevo messo in tasca…

– Cercalo, e ti conviene trovarlo, che oggi non è giornata. Comunque il segretario comunale è amico mio e un buon uomo, potrei anche chiedergli questa cortesia.

– E se poi le lenti non hanno la stessa gradazione ?

– E se poi e se poi! Sempre a pensare al peggio. Ottimismo ci vuole!

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Intanto, facciamo una lista delle cose da fare. La sala va pulita. Bisogna passare la ramazza col sapone. Si deve sentire profumo di pulito. Poi mettiamo qualche festone colorato sulle pareti.

Poi il blocchetto dei biglietti e la cassetta per l’incasso e poi mi raccomando la corrente. Controlliamo il gruppo elettrogeno per far partire il proiettore.

Alle sei il segretario lo trovo al circolo e, a proposito, quanti gradi mancano al Maestro Liguori?

– Non lo so Don Vincenzo. Glielo devo chiedere?

– E certo! Peppino noi dobbiamo essere informati. Non siamo più contadini o allevatori di bestiame. Ora siamo imprenditori. E cos’é più importante per un imprenditore?

– I soldi?

– No! sbagliato, i soldi si fanno con le idee e le idee vengono dalle informazioni. Capisci Peppino?

– No, Don Vincenzo, mi sa che non ho capito.

– Allora ti faccio un esempio. Tu stesso, quando stamane mi hai riferito della rottura degli occhiali del Maestro Liguori, mi hai detto che per farli nuovi ci vuole tempo, perché le lenti non le fanno in paese ma in città.

– E’ vero.

– Questo, che a te appare un fatto senza importanza, può essere una informazione su cui ragionare. Vengo e mi spiego. Mettiamo che si scopre che la popolazione di Castello sullo Ionio ha molto più bisogno di occhiali di quanto non si renda conto.

– E come si scopre questa cosa?

– E’ semplice: se ne parla col sindaco, col medico condotto e si stabilisce che una volta al mese, ma facciamo pure ogni due mesi, viene in paese un ottico a misurare la vista, gratis. Il sindaco sarà d’accordo e il consiglio comunale pure perché é una cosa di progresso per il paese e il sindaco poi se ne fa bello con il prefetto.

– Si, ma all’imprenditore che gliene importa?

– Aspetta. Dalle visite viene fuori che il venti per cento della popolazione non ci vede bene e gli si consiglia di mettere gli occhiali.

– Va bene, ma dov’è l’affare secondo voi?

– Ma é chiaro Peppino, a questo punto se la clientela non é più di 10 persone, ma di trecento, allora vale la pena di aprire un negozio di occhiali.

– Un’ occhialeria?

– Quello, si. Hai capito adesso? Allora d’ora in avanti se vuoi pensare come un uomo d’affari devi far caso alle cose, alle notizie, anche a quelle che sembrano inutili e senza peso.

– Don Vincenzo, dite bene voi, ma io di certo l’uomo d’affari non lo posso fare, non tengo una lira, con quali capitali mi dovrei avventurare e dove poi. Io non tengo la vostra intelligenza, il vostro coraggio.

– Va bene, va’, per il momento limitati a fare quello che ti ho chiesto e stai all’erta.

Dalla sala percorsi il breve tragitto per arrivare ai locali della tipografia, che avevo impiantato già diversi anni prima. In quell’occasione, in effetti, i capitali per acquistare i macchinari li aveva messi la mia famiglia, anche se io ebbi a firmare pure cambiali a pacchi. Ma l’idea era stata mia ed era la prima tipografia di Castello sullo Ionio.

In quel caso ci avevo visto lungo ed essere l’unico tipografo di un paese, che piano piano stava crescendo, mi aveva portato dei vantaggi. Tra l’altro, mi aveva consentito di fondare un giornale e di stamparlo da me solo.

Ma adesso il cinematografo sarebbe stata un’idea dieci, cento volte meglio della tipografia. Una cosa straordinaria ed io volevo esserci dentro.

Dopo aver controllato se il lavoro per la stampa dei manifesti commissionatomi dal Comune stesse procedendo, mi diressi verso il circolo, tappa abituale della giornata.

Il circolo, composto da tre ampie sale comunicanti, arredate con mobilio di un’ eleganza discreta, si affacciava sulla piazza dell’orologio e in orari diversi nel corso della giornata era frequentato da poco più di una trentina di uomini del ceto borghese e benestante. In queste sale si faceva un po’ di tutto, si leggeva il giornale, si prendeva il caffè, si faceva conversazione e si giocava a carte. Tra gli argomenti di conversazione preferiti, insieme alla politica, le donne e la caccia, venivano anche gli affari.

Era opinione corrente tra i soci del circolo che essi, pur non disponendo delle ingenti proprietà terriere dei nobili, costituivano tuttavia la vera spina dorsale di Castello sullo Ionio e che se una corrente di energia poteva passare da qualche parte sarebbe passata per i loro corpi, non certo per i ventri gonfi e molli dei pochi rappresentanti della nobiltà locale .

CAPITOLO QUARTO

…dopo poco più di un ora mi svegliai di miglior umore e con la testa più leggera, anche se dopo poco ripresi a pensare alla serata imminente. Non si poteva fallire.

Mi diedi una rinfrescata, feci una carezza ad Annetta che giocava sul ballatoio e mi diressi verso la sala. L’orologio segnava le quattro.

Feci una prima ispezione del locale, verificando che avessero pulito bene i pavimenti e che non si sentisse troppo l’odore di varechina. Poi controllai l’effetto dei festoni sui muri, per essere sicuro che non ci fossero spazi vuoti, infine verificai, sedendomi qua e là, se le sedie fossero in ordine e se si vedesse bene lo schermo da ogni posizione.

Uscito più tranquillo da questa prima verifica, in tipografia consegnai ai due giovanissimi strilloni le locandine in formato ridotto del film, perché le portassero in giro per il paese a richiamare l’attenzione dei passanti. Ma prima di lasciarlo andare, volli parlare con Cintuzzo, quello più sveglio. Oltre ai polmoni e alla voce, infatti Giacinto, detto Cintuzzo, in quel lavoro ci metteva anche la sua fantasia; questo ragazzino riusciva ad aggiungere particolari inventati di sana pianta o costruiti su immagini di film visti in precedenza. Si perché di proiezioni non se ne perdeva una, ed io dopo aver capito le sue qualità, il biglietto gratuito lo ricompresi subito nel nostro accordo. E come ci prendeva gusto! Alla fine della proiezione lo vedevo uscire con gli occhi pieni, felice come una Pasqua. Aveva ancora undici anni, ma io stavo già aspettando che crescesse per prenderlo a lavorare con me in maniera stabile. Me lo immaginavo come il futuro direttore del cinema, oppure l’inventore di slogan per la pubblicità in tipografia.   

– Cintù, mi raccomando, questa sera dobbiamo riempire la sala. Piena piena deve essere. Si deve sapere pure a San Nilo domani che la sala era piena, e ricordati di dire che c’è la musica col pianoforte.

– certo Don Vincenzo, state tranquillo,però non ho capito una cosa: é una storia di sentimento e c’è qualcuno che muore, oppure non muore? Dal titolo non si capisce.

La domanda mi prese un po’ alla sprovvista, ma visto che la curiosità del ragazzo non era fine a se stessa, gli dissi:

– aspetta un poco, che mò controlliamo.

E quindi presi il foglietto che accompagnava la pellicola, nel quale era riportata in maniera succinta la trama del film.

-Allora senti bene:

Nel Granducato di Wallenstein vive la bellissima Elsa Holbein, figlia del capo di Stato Maggiore, il colonnello Julius Holbein, che si uccide perché accusato ingiustamente di tradimento, mentre i piani militari scomparsi gli sono stati rubati da Moise Stahr. Elsa, per quanto innocente, viene esiliata e trova rifugio in Riviera… Massimiliano, contravvenendo agli ordini di suo padre il Granduca, torna a cercare Elsa, ma ormai lei si è avvelenata.

– Don Vincè é complicata assai la storia e poi tutti stì nomi stranieri.

– E’ vero, ma tu mica la devi raccontare per intero, precisa precisa. Vediamo: intanto c’è il colonnello, che non é italiano – bada – che é accusato di essere una spia e si uccide per salvare l’onore, poi, c’è sua figlia Elsa, bellissima donna, che deve scappare dal suo paese e se ne va in Riviera a fare la cantante, ma con un falso nome.

– Ma la riviera dove sta?

– la riviera? La riviera sta al mare, Cintù, non ti impuntare.

La cosa importante é che lei conosce il Principe Massimiliano, che é figlio del Granduca, ma questo lo puoi saltare.

– del padre devo saltare?

– si. Allora, i due s’innamorano, però, quando tutto fila liscio a un certo punto salta fuori il carognone, che é lo stesso traditore che aveva rovinato il padre di lei e la riconosce. Siccome lei non ne vuole sapere di starci con questo qui, si vendica e fa la spia e rovina la vita pure al Principe, che viene richiamato in patria.

– grandissimo infame! – fa Cintuzzo

-Poi, però, siccome non può vivere senza la sua amata, il Principe torna in Italia a cercarla, ma lei nel frattempo, disperata, si é uccisa avvelenata.

– ma a quel grandissimo infame e cornuto  poi lo fucilano, o almeno lo mettono nel carcere?

– non lo so Cintù, poi domani il film te lo vedi con calma. Intanto tu hai già capito: ci sono gli ufficiali, le spie e la storia d’amore.

– va bene Don Vincenzo, però deve essere bello questo film, peccato che devo aspettare fino a domani per vederlo.

– vai va e …Cintù, mi fido di te.

– e fate bene, dovrete aggiungere le sedie stasera.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

– Oh, ecco. Adesso è stato chiaro. Lei vuole lavorare, così per tenersi occupato. Giusto?

– Esattamente.

– Vede, Cilento, anche secondo il Ministero si dovrebbe evitare l’ozio ai detenuti. Nella recente riforma carceraria hanno dettato pure delle norme piuttosto minuziose a riguardo.

– Ebbene, cosa dicono codeste norme? Cosa può fare qui dentro una persona come me?

– Secondo le nuove norme, si dovrebbe far esercitare al recluso lo stesso mestiere che questi svolgeva in libertà o, in alternativa, un mestiere affine.

Ma comunque, le attività devono in linea di massima essere utili alla

collettività.

– Ah bene! Mi sembra un’idea ragionevole.

– E già, ma, vede, le attività che lei svolgeva prima, non sono proprio quelle che si possano fare in carcere, e neppure assomigliano a quelle che noi siamo abituati ad assegnare.

– Ah!

– D’altra parte, le previsioni delle leggi sono una cosa, quello che poi si riesce a mettere in pratica, con le nostre scarse dotazioni, è ben altro. Per essere più chiari, tenga conto che normalmente si tratta di lavoro manuale che squadre di detenuti svolgono all’esterno per la bonifica di terreni in aree paludose o per la manutenzione di edifici di proprietà demaniale.

– Capisco.

– Francamente non ce la vedo molto a zappare la terra in mezzo alle paludi e alla zanzare.

– In effetti, sig. Direttore, faccio fatica anche io a immaginarmi in questa veste.

– Bene Cilento, vedo che ha compreso, se non c’è altro, io ho molto da fare.

– Tuttavia, direttore, scusi l’insistenza, vorrei che tenesse a mente che io in alcuni campi ho delle competenze, oltre che dell’ esperienza, e non mi dispiacerebbe oggi riuscire a trasmetterle a qualcuno dei miei compagni. Per essere chiaro allo stesso modo, io sono uno che le cose le crea e le organizza, di solito riuscendoci.

– Non ho dubbi in proposito; visto che si trova qui, mi sembra che sia riuscito anche nella sua ultima impresa, ma tornando a noi, a cosa stava pensando?

Il direttore continuava a darmi addosso con le sue battute sarcastiche, ma io non volevo perdermi d’animo.

– Beh, tra le varie cose, pensavo che quella più facile sarebbe la musica, per esempio, ho formato tanti di quei musici al mio paese. Basterebbe avere qualche strumento. Non molti, e un pò di spartiti. Al resto penserei io.

– Lezioni di musica? Nel carcere? Lei mi vuole prendere in giro?

– Ma per carità, direttore, non ci penso proprio.

– No, no! la musica in carcere, non solo non è contemplata, ma anzi fa parte di quelle attività di svago che sono vietate dal regolamento. E lo dico anche con un po’ di dispiacere, perché in fondo a me la musica, certa musica, piace.

– Capisco, direttore, ma, chiedo: questo benedetto regolamento bisogna applicarlo proprio alla lettera? Non si potrebbe, come dire, interpretarlo ? In fondo noi qui siamo isolati due volte, nel carcere e pure su un’ isola. Chi lo verrebbe a sapere?

– Cilento, suvvia, dicendo interpretare lei intende ignorare, ma guardi che io sono sotto il diretto controllo del direttore generale delle carceri e dei riformatori a Roma. Capisco il suo problema, ma non ho nessuna intenzione di giocarmi la carriera per far suonare la romanza a quattro lazzaroni e manigoldi.

– Direttore mi rendo conto dei suoi vincoli, ma…

– Cilento, la prego, ho impegni urgenti. vada

Venne la sera, e la notte e le parole scambiate con il direttore continuavano a risuonarmi nella testa, così ci rimuginavo sopra, come ero solito fare quando una cosa mi sembrava ancora oscura. In fondo, mi domandavo, cosa potrei insegnare io a questi qui? Che sanno fare questi? Ecco, per esempio Micu è falegname, Giosuè è stagnino e fabbro, quell’altro, Rosario è sarto.

Dice un lavoro uguale o affine a quello che svolgeva in libertà. Affine… che viene a dire affine? Allora io ti rispondo che alcuni strumenti musicali sono fatti di metallo, come gli strumenti a fiato, oppure di legno, come chitarre e mandolini, oppure contengono parti in tela o pelli, come tamburelli e fisarmoniche. E gli strumenti talvolta si rompono, lo so bene io, perbacco. E una volta che lo strumento si è rotto bisogna ripararlo, se è possibile, ed è possibile quasi sempre, se è vero che anche quando abbiamo comprato per la banda degli strumenti nuovi il rappresentante della casa ci ha scontato gli strumenti vecchi riprendendoseli.

Allora, se il falegname ripara il piano di un tavolo, può rifare anche il manico di una chitarra o il fondo della cassa armonica. Il fabbro potrà riparare un’ammaccatura sulla campana di una tromba, un sarto saprà riparare un tamburello strappato o il mantice bucato di un organetto. Non è una attività affine forse questa? Allora se qui si riparassero strumenti musicali, in fondo chi potrebbe questionare quanto lo strumento è danneggiato.

Ecco, allora forse, potremmo cercare di farci inviare degli strumenti fuori uso e con il pretesto di ripararli… D’altra parte per riparare una cosa devi sapere come è fatta, come si usa. E perciò per poterlo riparare bisogna conoscere lo strumento. Questo va da se’.

Ma per far questo il direttore deve essere d’accordo. E questo direttore, che tipo è? Dice che gli piace la musica, “un certo tipo di musica” ha detto, ma quale? Mi devo informare. Se fosse un appassionato d’opera? Magari!

2022-06-23

Aggiornamento

Questo sono io. :-)

Commenti

  1. Cesare Gigli

    (proprietario verificato)

    Fausto scrive in maniera coinvolgente trame mai banali, e in grado di far riflettere. Così come i suoi racconti, questo romanzo catturerà il lettore sia con la trama, sia con lo sfondo, sia con i significati che emergeranno potentemente dalle pagine di questa opera. Ciò che Fausto ci narra è un’Italia meravigliosamente aspra, e pragmaticamente visionaria. Ossimori sono in apparenza.

  2. Katja Bes

    (proprietario verificato)

    Fausto è un intellettuale e un indagatore di vite vissute, scrive meravigliosamente e questo romando ne sarà conferma. Chi lo conosce già lo sa, molti hanno già letto i suoi racconti, sempre in bilico tra accuratezza verista e visione del cuore e riconoscono i suoi personaggi, realistici e umanissimi da apparire vivi e tridimensionali. Non esiste un vero motivo per rinunciare a prenotarne (almeno) una copia e condividere il piacere con molti altri lettori.

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Fausto Tarsitano
E' nato in Calabria, ma lo si incontra dalle parti di Montesacro, a Roma
non ha il porto d’armi e non va più a pesca
non s’identifica nel modello dell’avvocato americano
é sposato e ha due figli intorno ai vent'anni
va in moto
sa stirare
si interroga spesso sul potere taumaturgico del pilates
possiede alcuni strumenti musicali ma ne desidera molti altri
ha scritto sinora alcuni racconti
questo é il suo primo romanzo
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