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Anatomia di una fragilità

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Consegna prevista Marzo 2027
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Anatomia di una fragilità è un romanzo intenso, autentico e profondamente umano, che racconta senza filtri ciò che spesso viene nascosto: il caos interiore, il senso di colpa, la paura di ferire chi si ama e il coraggio necessario per guardarsi davvero dentro. Una storia che parla di fragilità, identità e rinascita. Ma soprattutto di tutte quelle donne che, almeno una volta nella vita, si sono sentite sbagliate, troppo sensibili o terribilmente sole. Zoe ha una famiglia, un marito, una figlia che ama sopra ogni cosa e una vita che, vista da fuori, sembra quella giusta. Eppure dentro di lei qualcosa si è spento da tempo. Le giornate scorrono tutte uguali, il senso di vuoto cresce silenziosamente e il peso dei pensieri diventa sempre più difficile da ignorare.
Tra fragilità emotive, paure, desiderio di libertà e il bisogno disperato di sentirsi ancora viva, Zoe inizierà a mettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere su sé stessa, sull’amore e sulla felicità.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché per troppo tempo ho creduto che alcune emozioni dovessero essere nascoste: la fragilità, il senso di inadeguatezza, la paura di non essere abbastanza. Attraverso Zoe ho dato voce a pensieri, ferite e domande che tante donne vivono in silenzio. Volevo raccontare la parte più umana e scomoda delle relazioni, della salute mentale e della ricerca di sé, senza filtri e senza perfezione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

Ci sono momenti nella vita destinati a cambiare ogni cosa.

Attimi che irrompono all’improvviso. Violenti. Travolgenti. Capaci di stravolgere il presente e riscrivere il futuro. Istanti impossibili da cancellare o dimenticare, perché ti trasformano nel profondo. Sono frangenti così potenti da costringerti a sferzare bruscamente, come in una curva improvvisa!

Non so bene come sia successo. Non riesco a mettere a fuoco l’esatto momento in cui tutto è cambiato. L’attimo in cui quel sassolino ha colpito il  mio mondo scatenando un’onda d’urto capace di travolgermi! 

Forse non importa risalire all’esatto istante in cui tutto è cominciato.

Ciò che conta davvero è ciò che è seguito. La confusione che avvolge la mente come una nebbia densa. La paura, sottile e paralizzante, che ti serra il petto. La sensazione di perdere il controllo, come se la terra sotto i piedi cedesse lentamente. 

Prima di quel frangente, vivevo con il pilota automatico inserito, scivolando lungo un percorso che credevo segnato, sicuro. Ero prigioniera di abitudini e aspettative altrui, una pedina nella partita di qualcun altro.

Poi è arrivato quel sassolino, piccolo e apparentemente insignificante, ma capace di far franare l’equilibrio su cui avevo costruito la mia vita.

La verità è che la mia vita era perfetta. O almeno, così sembrava. Avevo tutto ciò che avevo sempre sognato: una famiglia, un marito che appariva perfetto, una bambina meravigliosa, una casa accogliente, un buon lavoro… tutto era perfetto.  Le mie giornate erano fatte di abitudini ripetute, di scelte che sembravano sicure ma che, giorno dopo giorno, mi svuotavano dentro. Ero l’ombra di me stessa, nascosta dietro un sorriso che non raccontava tutta la verità. Quel senso di inadeguatezza, però, non nasceva lì. Affondava le sue radici molto più indietro, in una fragilità che mi aveva sempre accompagnata. 

Da bambina ero già profondamente sensibile. Una sensibilità sottile e invasiva, di quelle che non concedono tregua. Sentivo tutto: le emozioni degli altri, le tensioni non dette, le parole pronunciate a metà.Le assorbivo come se mi appartenessero., Anche quando non c’era un motivo concreto, il mio sentire era amplificato, vivo, spesso doloroso. Era una sensibilità difficile da spiegare, impossibile da razionalizzare. Troppo intensa per essere compresa. Troppo scomoda per essere accolta. Così veniva etichettata: esagerazione, debolezza, fragilità da correggere. Esistono persone impermeabili alla vita. Persone che sanno lasciar scivolare tutto, che davanti ai crolli si spostano appena di lato e continuano a camminare. Io non sono mai stata una di loro. Ogni crepa mi attraversava. Ogni cedimento diventava una ferita aperta. Non osservavo il dolore da lontano: lo abitavo.

Questa mia fragilità si accentuò quando, da piccola, iniziai a soffrire di alopecia areata. Una malattia autoimmune che porta alla caduta improvvisa e a chiazze dei capelli. All’inizio erano ciocche intere che rimanevano tra le dita, piccoli vuoti che cercavo di coprire in tutti i modi. Poi, piano piano, quelle macchie si allargavano e diventavano impossibili da nascondere. Guardarmi allo specchio era una prova che mi toglieva il fiato: mi fissavo a lungo sperando che l’immagine riflessa cambiasse, ma non succedeva mai. Quello specchio diventò presto un nemico silenzioso che mi ricordava quanto fossi diversa dalle altre bambine.

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Il dolore non era solo estetico, era un dolore dell’anima. Perché i bambini, si sa, sanno essere spietati. Ricordo le risate, i soprannomi, le battute dette a voce alta o bisbigliate alle spalle. Ricordo gli sguardi incuriositi e giudicanti, i compagni che mi prendevano in giro come se la mia diversità fosse una colpa. Il bullismo lasciava ferite invisibili ma profondissime: mi faceva sentire isolata, esclusa, come se non avessi il diritto di essere come gli altri. 

Crescere così significava anche imparare a guardarmi con gli occhi degli altri. A dubitare di me, del mio valore, del mio diritto a occupare spazio. La mia sensibilità, già viva, diventava una lente deformante: amplificava ogni rifiuto, ogni silenzio, ogni parola non detta. Nulla mi scivolava addosso. Tutto restava. Portavo dentro un’attenzione costante, quasi ossessiva, verso ciò che poteva ferirmi. Era come camminare nel mondo senza pelle, esposta, vulnerabile, sempre in allerta. Quella fragilità non mi rendeva più debole degli altri, ma certamente più stanca. Più sola. Più incline a credere che l’amore, l’accettazione, la normalità fossero qualcosa da meritare, non da ricevere.

Eppure, col tempo, capii una cosa: che quella fragilità non era solo il mio punto debole, ma anche la mia forza. È grazie a quel dolore che ho imparato ad ascoltare di più, a vedere oltre la superficie, a cercare la verità nelle persone.

Le cicatrici che mi hanno accompagnata non erano visibili solo fuori, ma soprattutto dentro. Eppure, proprio quelle crepe hanno permesso alla luce di entrare. Ho iniziato a guardare il mondo con occhi diversi, più attenti, più profondi. Quando soffri, impari a leggere le sfumature degli altri, i silenzi, gli sguardi bassi che nessuno nota. Impari a riconoscere chi porta un peso, anche se sorride.

All’inizio non lo sapevo, ma tutta quella sofferenza stava costruendo la donna che sarei diventata. Non la versione perfetta che avrei voluto essere, ma una versione autentica, capace di sentire tutto in maniera amplificata.
E forse era proprio questa la mia forza: non essermi mai anestetizzata.

Perché una cosa l’avevo imparata: si può cadere mille volte, e mille volte ricominciare.

CAPITOLO 1

Nella vita esistono due tipi di persone: Quelli a cui tutto sembra scivolare addosso, che lasciano correre, che non si fanno sfiorare troppo. E poi ci siamo noi. Quelli con i nodi in testa impossibili da sciogliere. Siamo quelli che rimuginano, che assorbono ogni cosa, anche quando non vorrebbero. Siamo le spugne emotive: tutto ci entra dentro e si fa spazio. Ogni parola, ogni sguardo, ogni gesto. Siamo quelli che lottano ogni giorno contro la propria voce interiore, che spesso sussurra frasi che fanno male: “Non vali abbastanza, non sei normale, stai esagerando.” E intanto fuori, il mondo ci guarda storto e ci etichetta. Ansiosi. Esagerati. Troppo sensibili. Pesanti. Malati.

Ma nessuno vede la fatica. La fatica che si fa a rimanere in piedi quando dentro hai il caos. La fatica di alzarti dal letto mentre senti il vuoto che ti tira giù. La fatica di convivere con una mente che a volte ti sabota, ti mente, ti fa credere che non ce la farai mai. La sensibilità non è un difetto. È un superpotere, ma uno di quelli che brucia, che pesa, che a volte sembra una maledizione.
Ma è anche ciò che ci rende profondi, empatici, veri.

Avrete capito a quale gruppo appartengo. E potrete immaginare quanto il periodo del Covid fosse stato duro per me: ansiosa, ipocondriaca e segnata da due malattie autoimmuni, l’alopecia e il lupus, che già di per sé rendevano ogni giorno una piccola sfida. Mentre il mondo si spaccava in due, tra chi minimizzava e chi si chiudeva in casa col terrore, io mi sentivo semplicemente vulnerabile. Persa. Sola. Ma con chi potevo parlarne davvero? Come si spiega a chi non ha mai conosciuto la fragilità vera, a chi nella vita ha avuto al massimo un’influenza, che ci si sente debole, difettosi, costantemente in pericolo… e che il corpo e la mente sembrano cedere sotto lo stesso peso?

Erano giorni complicati. Lenti. Faticosi. Giorni in cui la voglia di evadere era così forte da farmi tremare dentro, in cui la mia famiglia, quella che avevo tanto desiderato, mi sembrava una gabbia.
Mi sentivo solo una mamma.
Non una donna. Non più. Non ricordavo nemmeno cosa significasse sentirmi viva, libera.
Le giornate scorrevano lente, tutte uguali.
E le volte in cui io e Simone eravamo amanti, oltre che genitori, diminuivano sempre di più.
Stavamo diventando coinquilini. Genitori efficienti, certo. Ma sempre più lontani.

«Ehi amò, mi ha contattato una struttura in Toscana per una sponsorizzata. Dovremmo avere una notte con colazione, che ne dici, organizziamo?» Ero entusiasta mentre attendevo il sì scontato di Simone.
Avevo lavorato sodo per arrivare a quel piccolo traguardo su Instagram anche se sapevo bene a quali chiacchiere e pregiudizi andavo incontro, mostrandomi così sui social. Eppure… non potevo fare a meno di amarli, quei social, e in fondo di ringraziarli. Mostrarmi senza parrucche, dopo anni di frustrazione e schiavitù, mi aveva permesso di mettermi a nudo.

Avevo ricevuto tanto affetto virtuale, ma soprattutto avevo scoperto qualcosa di molto più profondo: condividere la mia vulnerabilità stava aiutando tante persone che, come me, affrontavano momenti difficili. Per questo avevo deciso di raccontare il mio passato, di parlare dei miei problemi di salute e della mia sensibilità.
Lo facevo con uno scopo: ispirare altre donne a non vergognarsi di essere vere.

« Dai, organizza! »
Avrei potuto scommettere la mia stessa vita su quella risposta. Forse era fin troppo scontata. Forse ero io, quella sempre insoddisfatta.
Era chiaro che desiderasse venire, che volesse accompagnarmi, sostenermi, come aveva sempre fatto. Eppure… mi sentivo infastidita. Amareggiata. Ma cosa avrei potuto volere di più? Un compagno presente, disponibile, pronto a sostenermi in ogni nuova sfida. Eppure, qualcosa dentro di me non stava più al suo posto. 

Persa tra quei pensieri che non avevano risposte, non dissi nulla. 

Era una sera qualunque, una di quelle che sembrano uguali a mille altre e che, proprio per questo, ti restano addosso come una seconda pelle. La cucina era illuminata da una luce calda, un po’ troppo gialla, che faceva sembrare il tavolo più vissuto di quanto fosse. Sopra, il profumo del sugo aleggiava ancora, mescolato al pane caldo appena scaldato nel forno.

Io e Simone ci muovevamo in silenzio, con la naturalezza di due persone abituate a condividere gli stessi spazi e gli stessi gesti. Non c’era entusiasmo, ma nemmeno conflitto: solo una routine che scivolava via senza intoppi. Ogni sera più o meno uguale, ogni gesto ripetuto come se fosse stato scritto in un copione.

Hilary correva avanti e indietro tra la cucina e il salotto, trascinando il suo peluche dalle orecchie consumate. Rideva per cose che solo lei capiva, e quella risata riempiva la stanza meglio di qualsiasi musica. Ogni tanto si fermava e mi tirava la maglia:

«Mamma, guarda cosa sa fare!»  E alzava il pupazzo in aria, come se stesse volando.

La guardavo e sorridevo, anche quando in realtà la mia mente era altrove. Quella leggerezza mi inteneriva, ma allo stesso tempo mi ricordava quanto poco di quella spontaneità fosse rimasto in me.

Intanto, sullo sfondo, il televisore era acceso sulle notizie della sera. Numeri, grafici, voci monotone che annunciavano l’ennesimo bollettino. Ormai il Covid era entrato nelle nostre case come un ospite indesiderato: sempre presente, mai sorprendente. La voce del giornalista era così familiare che sembrava parte dell’arredamento.

«Vuoi che abbassi il volume?» Chiese Simone, sedendosi al tavolo con lo sguardo stanco.
« No, lascia pure. Tanto non ascolto davvero.» 

E infatti era vero: le mie orecchie percepivano i numeri, ma la mia testa era piena di altri pensieri. Di domande a cui non sapevo dare risposta, di un senso di inquietudine che non riuscivo a spiegare.

La cena proseguì senza fretta, tra un bicchiere d’acqua e qualche parola di circostanza. Parlammo di cosa serviva comprare al supermercato, di una bolletta arrivata quella mattina, di un collega di Simone che si era preso una settimana di malattia. Niente che accendesse una scintilla, niente che lasciasse davvero un segno.

Io annuivo, aggiungevo qualche commento, sorridevo. Per chi ci avesse guardati da fuori saremmo stati l’immagine perfetta della normalità. Ma dentro di me, quel silenzio che riempiva gli spazi tra una frase e l’altra era come un muro invisibile, sempre più alto.

E fu lì, in quell’apparente tranquillità, che iniziai a rendermi conto che le nostre serate erano tutte uguali. Che la mia vita, in fondo, stava scorrendo via così: in un susseguirsi di gesti prevedibili, in una calma che mi soffocava più che rassicurarmi.

Simone si alzò per sparecchiare, come faceva quasi sempre. Era un gesto che per molti uomini sarebbe stato straordinario, ma per lui era naturale.

« Vuoi un po’ di tè?» mi chiese, aprendo la dispensa.
« No, grazie. Ho già la pancia piena» risposi, mentre raccoglievo dal tavolo il bicchiere di Hilary, colmo di briciole. 

Il televisore era ancora acceso. 

« Non ti sembra assurdo? » mormorai fissando lo schermo.
« Cosa? » Rispose lui senza guardare, mentre sciacquava i piatti sotto l’acqua calda.
« Che sia diventato normale sentire certi numeri ogni sera. Come se la morte fosse entrata a far parte della routine.» 

Simone sospirò e si voltò verso di me. « È meglio non pensarci troppo. L’importante è che noi stiamo bene. »
Lo diceva sempre. Quella era la sua filosofia: non complicarsi la vita, non farsi domande. Ma io ero fatta di domande. Sempre.

Hilary intanto si era trascinata in salotto con il suo peluche sotto il braccio. 

« Mamma, posso guardare i cartoni cinque minuti? Solo cinque! » Implorò, saltellando.

« Cinque minuti e poi a letto » Concessi, sapendo già che quei cinque sarebbero diventati venti.

L’aria di casa era calda, troppo calda, e sentivo un velo di sonnolenza appiccicarmi addosso. Guardai l’orologio: le 20:45. La sera era appena iniziata e io già sognavo il letto. Non per fare l’amore, ma per spegnermi.

Quando Simone finì di sistemare la cucina, si passò una mano tra i capelli corti e mi sorrise. « Una puntata?! »
« Ok, va bene. » 

Sul divano, con il plaid sulle gambe e il telecomando tra le mani, eravamo l’immagine perfetta della famiglia normale. Lui scelse Suits, io mi lasciai cadere accanto a lui. La nostra bambina rideva da sola guardando i cartoni, la sua risata limpida riempiva la stanza meglio di qualunque musica. E per un attimo, davvero, mi sembrò che non ci mancasse niente.

Poi il tempo passò veloce, e quella magia si spense come succede sempre: Hilary protestò quando la mandammo a letto, e solo dopo una lunga trattativa fatta di carezze e promesse di una favola il giorno dopo si decise a chiudere gli occhi. La casa cadde nel silenzio, quel silenzio familiare che non aveva nulla di drammatico ma che a me sembrava pesare addosso come un macigno.

Sul divano rimanevamo io e lui, fianco a fianco, i nostri corpi vicini ma le menti distanti. A volte parlavamo del più e del meno, dei conti da pagare, del lavoro, di cosa fare nel weekend. Niente che scuotesse, niente che accendesse davvero. Io annuivo, sorridevo, ma dentro di me sentivo un vuoto che non sapevo più colmare.

Quando finalmente ci alzammo per andare in camera, la stanchezza mi crollò addosso. Mi lavai i denti, mi infilai la maglia larga e i pantaloncini del pigiama. Simone mi guardò, e nel suo sguardo riconobbi quel desiderio che tante volte mi aveva fatto sentire amata… e altrettante inadeguata.

Tutto fu riconducibile a un gesto veloce e meccanico. E anche lì, anche in quel momento, mi sentii in colpa, ancora una volta, per non essere coinvolta quanto lui, per non desiderare quel momento come avrei dovuto.

Ogni volta mi chiedevo se fossi io a essere sbagliata, o se fosse quella vita, quella routine, a non bastarmi più. Ma non lo dicevo a nessuno. Perché come puoi raccontare di sentirti così sola mentre hai accanto un uomo che ti ama, una bambina che ti adora, una vita che per tutti sarebbe perfetta?

E così, nel buio della stanza, mi ripetevo che un giorno avrei trovato il coraggio di capire chi fossi davvero e cosa desiderassi. Un giorno. Ma quella notte, ancora una volta, mi addormentai sperando solo che il mattino portasse un po’ di pace.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ilaria Siciliano
Mi chiamo Hilary Siciliano, sono nata nel 1992 a Spoleto, una piccola città dell’Umbria dove probabilmente ho iniziato ad assorbire emozioni come una spugna già da bambina. Sempre troppo sensibile, troppo emotiva, troppo “tutto”. Col tempo ho capito che quel modo così intenso di vivere la vita mi avrebbe lasciato addosso qualche segno: tra questi l’alopecia, arrivata presto e diventata prima una ferita e poi, incredibilmente, una parte della mia identità.
Oggi molte persone mi conoscono come “La ragazza a testa scalza”: simbolo del mio modo di stare al mondo: senza filtri, senza nascondermi troppo.
Lavoro come educatrice, scrivo da sempre e credo profondamente nel potere delle parole di far sentire meno sole le persone. Attraverso i social e la scrittura cerco di trasformare fragilità, ansia e domande scomode in qualcosa di autentico, umano e condivisibile.
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