ANTEPRIMA NON EDITATA
Introduzione:
Ci sono libri che nascono da un’idea precisa, e altri che nascono dal bisogno di fermarsi un attimo e guardare dentro. Questo è uno di quelli.
Non è un manuale, non è un romanzo, non è nemmeno un diario in senso stretto. È una raccolta di passi: alcuni leggeri, altri incerti, altri ancora che hanno lasciato il segno.
Ho sempre pensato che per raccontare valesse la pena avere una vita straordinaria: avventure, colpi di scena, esperienze fuori dal comune. Poi ho capito che il vero filo che ci unisce non sta nelle cose eccezionali, ma in quelle ordinarie.
Nei dettagli che sembrano piccoli ma ci appartengono.
Nelle giornate che a prima vista non lasciano traccia, ma che, a ben guardare, custodiscono le nostre verità più profonde.
Ed è proprio da qui che è nato questo libro.
Forse avrei dovuto chiedermi: ma cosa ha di speciale la mia storia?
La mia vita fatta di treni presi al volo, divani senza aste, coinquiline nuove, biscotti da portare a Bologna e lavatrici sbagliate.
Eppure, poi ho capito una cosa: raccontare l’ordinario è il modo più vero che abbiamo per sentirci meno soli.
Questo libro nasce da piccoli momenti: una panchina, una camomilla, una frase detta a mezza voce, un messaggio ricevuto mentre fuori piove.
Non ha colpi di scena, ma ha battiti.
Parla di partenze, ritorni, silenzi, prime volte.
E di tutto quello che si nasconde tra una sveglia e un pasto riscaldato.
Scriverlo è stato come mettere ordine nei pensieri.
Rileggendolo, ho capito che in tanti — parlando, ascoltando, scrivendo — mi hanno detto: “anch’io”.
E ogni “anch’io” è stato un piccolo abbraccio.
È un libro per chi si è sentito spaesato, per chi vive tutto profondamente anche quando non lo mostra.
È per chi si perde nei dettagli e, proprio lì, finisce per ritrovarsi.
Scrivo perché parlo poco.
Scrivo perché per me la scrittura è sempre stata una forma di terapia, una compagna silenziosa che non fa domande ma ascolta.
Scrivo per fare ordine, perché le parole su carta mi sembrano più sincere di quelle dette a voce.
Scrivo perché da quando sono piccola osservo tutto. Ogni dettaglio in cui spesso mi perdo. Ogni persona che incontro mi lascia qualcosa, anche se non lo sa.
È il libro di chi ha vissuto quel momento sospeso tra partire e restare, tra crescere e sentirsi piccoli, tra un plaid blu e le mezze stagioni che non esistono più.
È per chi si è sentito spaesato in una città nuova, per chi ha riso da solo su una panchina mangiando focaccia integrale.
Per chi ha avuto paura, non del buio, ma di sentirsi solo anche con la luce accesa.
È per chi vive tutto profondamente, anche quando non sembra.
Questo non è un libro da guardare da lontano. È un libro da vivere da dentro.
E se, leggendo, ti verrà da dire anche solo una volta “anch’io”, allora ci saremo trovati.
Dove comincia tutto
Il porto di Mazara non dorme mai.
Corde ruvide graffiano le mani dei pescatori, ferri sbattono, i gabbiani urlano come bambini impazienti.
Cammino tra reti bagnate che gocciolano sul cemento. L’odore è forte: pesce, gasolio, pane caldo che arriva da una panetteria poco distante.
Una barca arrugginita si piega su un lato, sembra cedere, ma resiste.
Accanto, un peschereccio nuovo brilla di bianco.
Una radio gracchia una canzone vecchia.
Un gatto scompare dentro una cassetta vuota impregnata di gambero.
Un bambino corre con il gelato che gli cola sul polso, ride anche se la madre lo rimprovera.
Un ragazzo con la maglia del Mazara Calcio fuma e si passa la sigaretta con l’amico.
Piccoli dettagli che, se non li guardi, passano via.
Io invece li raccolgo: sono la mia materia prima.
E mentre li raccolgo penso a tutte le volte che sono stata lontana.
Alle stanze con divani senza aste, ai traslochi improvvisati, alle lavatrici sbagliate, ai giorni in cui mi sentivo invisibile e a quelli in cui la luce accesa mi faceva compagnia.
Penso a Pantelleria, al vento che non dà tregua.
Alle startup che ti promettono futuro e ti lasciano ferite.
All’amore che arriva sempre quando non te lo aspetti.
Ai quasi, agli appunti sparsi, ai dopo che non sanno cominciare.
Il porto mi ricorda che non c’è niente di definitivo.
Che l’acqua cambia livello in pochi minuti — qui lo chiamano marrobbio — e la vita fa lo stesso: un attimo prima calma, un attimo dopo sconvolta.
E che non serve una vita straordinaria per raccontare: basta osservare.
Il telefono vibra: «Dove sei?».
Vorrei rispondere qui.
Qui, dove le finestre si accendono una dopo l’altra e mi sussurrano resisti.
Qui, dove tutto sembra ordinario e invece custodisce già ogni mia storia.
Cammino ancora, il vento mi spettina i capelli.
E penso che forse non ci sia punto di partenza migliore di questo
Mazara
Tutti, quando dico che vengo da Mazara del Vallo, sorridono.
“Beati voi che avete il mare!”, mi dicono.
E io, ogni volta, sorrido. Ma dentro penso che non sia tutto così semplice.
Per anni il mare non l’ho neanche guardato.
Quando ero piccola ci andavo vestita, perché in verità non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo. Il sole splendeva, la gente rideva, ma io sentivo solo gli occhi addosso, le insicurezze come sabbia nelle scarpe.
Crescere a Mazara è stato come vivere in una casa piena di stanze chiuse.
Le porte c’erano, ma non trovavo le chiavi.
Il mondo fuori sembrava vicino e lontano allo stesso tempo.
Ricordo le domeniche pomeriggio, quando le strade del centro erano quasi deserte. Io guardavo dalla finestra, con la sensazione che tutto fosse immobile, e che l’unica cosa viva fosse il rintocco delle campane. Oppure i pomeriggi d’estate, quando il caldo era così forte da costringere tutti in casa: i vicoli vuoti, le persiane abbassate, e io che leggevo sul divano, sognando di essere altrove.
Mio padre, a quindici anni, mi dava i soldi per uscire a mangiare la pizza con gli amici.
Io li prendevo, ma poi dicevo ai miei amici che avevo già mangiato.
Alla fine dell’anno mi sono ritrovata con una scatola piena di banconote risparmiate.
Erano tutte le pizze non mangiate. Tutti i “no” non detti. Tutti i momenti in cui non mi ero sentita abbastanza. Mazara è la città dove ho imparato ad osservare di più e a parlare di meno. Dove ho capito che i luoghi belli non sempre coincidono con i momenti felici. Che puoi avere il mare, eppure sentirti lontana da te stessa. Tornarci, dopo essere stata via, è stato diverso.
Ora vedo Mazara con occhi nuovi.
Sento l’odore del pane caldo la mattina, il rumore delle biciclette sulle strade antiche.
Mi accorgo di quanta vita c’è nei gesti più semplici:
i saluti veloci in piazza, le sedie fuori dai portoni, le voci che si rincorrono tra i vicoli.
Mazara non è perfetta. È il posto dove ho dovuto imparare a volermi bene. E ancora adesso, quando torno, è come se ripassassi da dove sono partita. Come se ogni volta dovessi ricordarmi chi ero —e scegliere, ancora, chi voglio essere.
Oggi, voglio provare a restare. Non per rassegnazione. Per scelta.
Mazara è cambiata. O forse sono cambiata io.
Le sue strade sono sempre le stesse, ma adesso mi sembrano possibilità, non limiti.
Voglio trovare un mio posto qui.
Fare qualcosa per questa città che mi ha vista crescere, inciampare, cambiare.
Non sarà facile. Non è mai facile scegliere di fermarsi proprio dove tutti pensano che dovresti solo andartene.
Ma ogni città è viva solo se qualcuno decide di viverla davvero.
Con pazienza.
Con idee.
Con cura.
Vorrei portare qui quello che ho imparato altrove: l’amore per le piccole cose, la voglia di raccontare storie, la fiducia che anche nei luoghi più lenti possono nascere cose meravigliose. Vorrei aprire spazi, inventare iniziative, far fiorire idee dove oggi sembra esserci solo abitudine. Vedere Mazara con gli occhi di chi la scopre per la prima volta, e aiutare altri a vederla così.
Me lo immagino: una porta colorata, verde salvia o giallo sole. Una vetrina semplice, senza troppe pretese. Tavolini di legno, sedie spaiate, pareti piene di fotografie della città. Un angolo per scrivere pensieri su foglietti colorati e appenderli a un muro. Qualcuno che suona la chitarra la sera. Un posto dove il tempo rallenta, dove nessuno ti chiede “che lavoro fai?” come fosse una gara.
Vorrei organizzare laboratori di scrittura, piccole mostre, serate di lettura ad alta voce. Invitare le persone a raccontarsi, a sentirsi meno sole. A credere che anche da qui si può costruire qualcosa di bello.
Non so se succederà mai. Ma so che oggi, mentre passeggio sul lungomare e il vento mi spettina i capelli, non sento più il bisogno di scappare. Oggi, qui, a Mazara, sento di essere esattamente dove devo essere.
E forse, è proprio da qui che si comincia davvero.
Appunti sparsi
Il mare è sempre lì. Sono io che sto imparando a guardarlo.
Ho pensato che per costruire qualcosa qui servano pazienza, idee e una sedia da mettere fuori la porta.
La felicità, forse, è un pomeriggio normale in una città che non ti fa più male.
La ragazza che si nascondeva sotto una maglietta larga ora si mette la crema solare e sorride al sole (ma senza esagerare).
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Come una lumaca
Ho sempre invidiato le lumache.
Portano la casa sulla schiena, non hanno paura di mostrarsi lente, non chiedono il permesso a nessuno per occupare spazio.
Io invece, per anni, ho cercato di rimpicciolirmi: magliette larghe, spalle curve, passi silenziosi.
Alle elementari mi chiamavano giraffa perché ero la più alta della classe.
All’inizio lo vivevo come un dono: vedevo sopra le teste degli altri, prendevo il pallone al volo, arrivavo alla mensola più alta.
Poi, all’improvviso, ho smesso di crescere. Mi sono fermata a un’altezza “normale”, se così si può dire.
Ma quel soprannome mi era già rimasto addosso, e con lui la sensazione di essere sempre “fuori misura”, anche quando non lo ero più.
È strano come certe etichette ti restino incollate più a lungo dei centimetri.
Il corpo, il mio, è sempre stato più ingombrante nei miei occhi che negli occhi degli altri.
Allo specchio vedevo solo quello che mancava: meno pancia, meno cosce, meno brufoli, meno tutto.
Mai che mi fermassi a notare quello che c’era già: la forza nelle gambe che mi hanno portata lontano, le mani che hanno scritto pagine intere, la pelle che ha retto ogni cambiamento.
Le lumache lasciano una scia ovunque passino.
Anch’io ho lasciato segni: non lucidi e argentati, calli, piccole ferite.
Sono promemoria che il corpo non dimentica: lui conserva tutto, anche quando io faccio finta di no.
Ho sempre avuto fretta di cambiare, di crescere, di partire.
Il corpo, invece, mi ha sempre riportata alla lentezza: i giorni di febbre, la stanchezza che non puoi ignorare, le emozioni che si piazzano nello stomaco.
Mi diceva: “Fermati, respira, ascolta.”
Come una lumaca che non accelera mai, ma arriva comunque.
Oggi provo a ringraziarlo.
Quando regge le mie corse improvvise e i miei improvvisi crolli.
Quando mi porta al mare e, invece di nascondersi, si lascia baciare dal sole.
Non è un corpo perfetto.
Ma è il mio guscio, la mia casa.
E per restare, per ricominciare, non potevo chiedere protezione migliore.
Appunti sparsi
Mi sono nascosta in magliette larghe pensando che la stoffa potesse proteggermi.
“Giraffa”: una parola piccola che per anni mi è sembrata enorme.
Ogni etichetta lasciata dagli altri pesa più dei centimetri cresciuti o persi.
Ho imparato che il corpo non è un nemico: è solo la parte di me che non sa mentire.
Forse la vera forza è accettare la mia lentezza, come fanno le lumache.
Vita fuori sede
Avevo diciannove anni e ne dimostravo sedici, forse a causa dell’apparecchio ai denti.
Era la prima volta che prendevo un autobus. La prima volta che prendevo un treno da sola. La prima volta che dormivo in un letto che non sapeva di casa.
Ero piccola, inesperta, piena di domande e con la sensazione che avessi tutto da imparare.
Ho trovato un monolocale con S., la mia amica delle superiori.
Ci conoscevamo già, ma abitare insieme era un’altra storia. Un solo letto, le cene con riso col tonno e il phon che faceva saltare la corrente ogni volta che lo accendevamo insieme al forno.
All’inizio Bologna era un labirinto, tanto che mi perdevo perfino con Google Maps.
Scambiavo le fermate degli autobus, scendevo troppo tardi o troppo presto.
Una volta sono arrivata a lezione con mezz’ora di ritardo e i capelli bagnati perché avevo deciso di andare a piedi e avevo pure dimenticato l’ombrello.
Piene di entusiasmo, senza orari precisi.
Ci bastavano due piatti sbeccati, un pollo in offerta, una coperta e una serie TV vista su un portatile appoggiato su due scatole di cartone.
Poi è arrivato il Covid. E con lui, la seconda casa.
Un appartamento in un residence per studenti: bello sulla carta, freddo nella realtà.
All’inizio sembrava promettente. Una stanza tutta mia, palestra, lavanderia, spazi comuni.
Peccato che abbiano chiuso tutto.
Non c’erano persone nei corridoi, non c’erano feste, non c’era niente. Solo silenzi lunghi, interrotti dalle notifiche delle lezioni online.
Accendevo e spegnevo io le luci della palestra. Nessuno entrava.
Mi allenavo da sola, con la musica nelle cuffie e il rumore dei miei passi sulle mattonelle.
Ogni tanto facevo videochiamate con mia madre mentre cucinavo la pasta, o guardavo la finestra aspettando che cambiasse la luce.
Lì ho capito cosa vuol dire sentirsi soli anche in mezzo a tanti.
Anche quando il palazzo è pieno, ma nessuno incrocia il tuo sguardo.
Anche quando hai mille voci online ma nessun abbraccio a portata.
Quel periodo mi ha insegnato a fare i conti con me stessa.
A cucinarmi il pranzo in silenzio. A dormire senza nessun rumore di fondo. A diventare adulta, anche se non lo volevo ancora.
La terza casa era vecchiotta, fuori le mura, ma dentro ci ho trovato una persona che mi ha fatta sentire a casa.
Non ci conoscevamo, ma abbiamo legato subito.
Camminavamo per ore, anche senza meta. Con lei parlare era facile, e ridevamo tantissimo, anche senza bisogno di dire troppo.
A volte cucinavamo insieme, altre volte uscivamo solo per prendere una boccata d’aria e finivamo a parlare della vita per due ore appoggiate a un muretto.
Una casa che, anche se non perfetta, era piena di parole, musica bassa dalla sua stanza, profumo di biscotti la domenica pomeriggio.
Con Lei mi sono sentita di nuovo me.
Senza filtri, senza ansia da prestazione.
Solo io, con le mie routine semplici e il mio spirito d’osservazione sempre acceso.
La vita da fuorisede è fatta di mille piccole cose che ti segnano e ti cambiano, spesso senza che tu te ne accorga. E poi ci sono le cose che non dimenticherai mai, quelle che ti fanno sorridere ogni volta che ci pensi.
A Bologna, per esempio, mi sono trovata a fare la spesa per la prima volta da sola. Non sapevo bene cosa comprare, così ho preso un po’ di tutto. Pasta, riso, tonno, qualche verdura, e.… troppo cioccolato. Una volta tornata a casa, ho realizzato che avevo speso metà del mio budget settimanale in cibo che sarebbe scaduto dopo tre giorni. La sensazione di essere adulta, responsabile, si è sciolta rapidamente in un sacchetto di pasta scaduto che ho trovato nel mio mobile. Eppure, c’era qualcosa di divertente nell’apprendere che “vivere da sola” significa anche dimenticare di comprare la carta igienica o non avere mai abbastanza detersivo per i piatti.
A Parma, invece, ho imparato a fare la spesa come una pro. Una volta capito come sopravvivere con pochi soldi, sono diventata una maestra nel fare la spesa a saldo, nell’approfittare delle offerte dell’ultimo minuto. Poi, c’erano i pomeriggi passati a cucinare insieme a qualche compagna di corso: la risata che nasce quando ti accorgi di non sapere come preparare una torta senza sbattitore, ma alla fine funziona, e ti sembra la conquista del secolo.
Non mancavano i momenti di smarrimento. Giorni interi sui libri, fino a dimenticare di socializzare. Quel senso di isolamento, che ti fa chiedere: Cosa sto facendo qui? Ti capita di parlare con una pianta, o di fare battute stupide con il tuo computer mentre scrivi una tesi, perché in quel momento sarebbe bello avere qualcuno con cui condividere le piccole vittorie, come trovare finalmente il refuso nel capitolo tre che ti ha bloccato per settimane.
E poi le serate improvvisate, nate all’ultimo minuto. Una birra economica e discussioni infinite su come “prendere in mano la vita”, che in quel momento sembrava l’urgenza più grande. Oppure le uscite veloci dopo ore di studio, solo per non restare soli con i libri. La città diventava un labirinto di opportunità e confusione: pizzerie, locali di passaggio, posti che sembravano una seconda casa, ma senza il calore della vera.
Parma aveva un ritmo diverso. Bologna correva, piena di energia e rumore. Parma, invece, mi insegnava i silenzi: passeggiate lente, chiacchiere sul divano, pomeriggi in biblioteca in cui il tempo sembrava sospeso. Ma anche lì, dietro l’angolo, c’era sempre una risata. Non dover correre per tutto mi regalava una pace nuova, che non avevo mai conosciuto. Forse era quel silenzio che, piano piano, si faceva strada anche nei momenti più affollati.
Il mio corpo, intanto, si era abituato a una routine: sveglia presto, caffè, corse per arrivare a lezione, spuntini veloci, ore sui libri, e poi a casa. A volte un pianto liberatorio per un esame difficile, altre volte una risata per un messaggio ricevuto. La vita da fuorisede era questo: imparare a riconoscere le piccole vittorie, i momenti di leggerezza che spuntano quando meno te lo aspetti. Non sono le grandi avventure a definire un percorso, ma le esperienze quotidiane che ti fanno capire che stai andando nella direzione giusta.
A volte mi sentivo il personaggio di un film, in attesa che qualcosa cambiasse. Intanto mi perdevo nei parchi, passeggiavo tra i viali alberati, ascoltavo conversazioni rubate, osservavo i gesti dei passanti. La città diventava una tela, e io ci disegnavo sopra il mio posto. Le giornate sembravano sempre uguali, ma in realtà mi stavano trasformando.
E poi arrivarono le chiamate con Lui. Voci a distanza che diventavano il filo conduttore delle mie giornate. Dalle dieci di sera fino alle quattro del mattino, ci raccontavamo tutto. Ogni telefonata era un diario condiviso: i suoi pensieri, i miei piccoli drammi, le difficoltà di trovare un posto tranquillo per studiare, la frustrazione delle giornate infinite.
Quelle chiamate, con le loro risate e i loro silenzi, mi facevano sentire più connessa a me stessa. Forse era la lontananza a renderle così preziose, o forse il fatto che, in quelle ore, riuscivamo davvero a guardarci negli occhi, anche senza esserci di fronte. Mi fecero capire che a volte sono proprio i legami più distanti a tenerci più saldi nel presente.
Le sue parole erano il mio rifugio serale, un posto sicuro in cui lasciare le ansie e concentrarmi su di noi. Le notti passavano più veloci, tra un ricordo condiviso e un progetto per il futuro che sembrava improvvisamente più vicino. Ogni parola era una promessa silenziosa che il domani sarebbe stato migliore.
Non era solo un sostegno emotivo. Era un compagno di viaggio che, pur lontano, mi faceva sentire meno sola. La sua voce, nelle notti di Parma, mi ha dato il coraggio di crescere, di affrontare ogni giorno con più consapevolezza. Mi ha insegnato che anche nelle ore più vuote ci sono parole capaci di riempire il silenzio. E lì, nel cuore di Parma, ho capito che le persone che scegli di avere accanto sono quelle che costruiscono davvero il tuo mondo.
Appunti sparsi
Avevo diciannove anni e ne dimostravo sedici – forse a causa dell’apparecchio ai denti.
La prima volta che prendevo un autobus, e mi sembrava una conquista.
La prima volta che mi perdevo con Google Maps, e pensavo che l’università mi avrebbe insegnato a orientarmi meglio.
Dormire in un letto che non sapeva di casa.
La solitudine che può arrivare quando ti senti circondato da gente. Una solitudine che non è tristezza, ma un vuoto che ti insegna a riconoscere e a superare.
La risata che nasceva tra noi, anche senza dire nulla di troppo. Quella complicità che solo un fuorisede può capire: quella di qualcuno che diventa parte del tuo cammino senza mai davvero essere vicino.
La routine che diventa il rifugio. Sveglia presto, caffè, studio. Quello che pensavi sarebbe stato noioso diventa la base della tua crescita.
Passare giorni interi a fare solo una cosa: crescere. Forse senza accorgersene, ma facendo passi che ti portano da un punto A a un punto B che prima non sapevi nemmeno di voler raggiungere.
L’amicizia che nasce da un giorno all’altro, senza previsioni, eppure la più sincera.
Le serate improvvisate che partono sempre da un’idea banale: “Andiamo a prendere un drink?”. E in quei momenti, tutto sembra essere esattamente come dovrebbe.
Ogni chiamata a Lui, un piccolo diario che scrivevamo insieme, a distanza. Ogni parola, una pagina che si aggiungeva alla nostra storia. Ogni volta che la chiamata finiva, mi sentivo più forte, come se avessi davvero qualcosa di importante su cui costruire il mio domani.
Sul treno
Sul treno mi sento sospesa.
Non sono ancora arrivata, non sono già partita. Sono in mezzo.
I sedili consumati hanno l’odore di chi è passato prima di me.
C’è chi parla al telefono troppo forte, confidando a un intero vagone cose che forse non direbbe nemmeno a un amico.
C’è chi addenta un panino alla mortadella che profuma di casa e allo stesso tempo invade tutto lo spazio.
C’è chi si addormenta e lascia cadere la testa a scatti, rischiando di appoggiarsi sulla spalla di un estraneo.
Io, di solito, guardo fuori.
Dal finestrino i campi scorrono veloci.
Un casolare isolato, un campanile, una macchina ferma in una strada secondaria.
Penso che se guardassi anche i miei pensieri da questa distanza li vedrei più semplici: sagome che passano, non montagne insormontabili.
Sul treno per Bologna ho portato più valigie di quanto potessi sollevare.
La prima volta ho infilato troppi libri, troppi vestiti, troppi “non si sa mai”.
Salire i gradini del vagone con quel peso mi è sembrata la metafora perfetta: la paura di non lasciare niente indietro e, nello stesso tempo, la consapevolezza che niente sarebbe bastato.
Ho scritto appunti su biglietti accartocciati, ho cancellato messaggi prima di inviarli.
Una volta ho riso da sola leggendo una chat, e mi sono sentita osservata.
Il treno è quel posto in cui puoi permetterti di essere fragile senza giustificazioni.
Una volta, d’inverno, ho disegnato un cuore con il dito sul finestrino appannato.
La condensa lo ha inghiottito in pochi secondi, ma per un attimo c’era stato.
Un po’ come certi legami che nascono e svaniscono senza lasciare prove
Ogni stazione è una possibilità.
Scendere, restare, aspettare.
Quante volte ho sognato di fermarmi in una città sconosciuta solo per vedere che effetto fa cambiare strada.
Non l’ho mai fatto, ma il pensiero mi ha sempre consolata: la libertà esiste anche solo nell’immaginazione.
Mi piace osservare le valigie degli altri.
C’è chi viaggia leggero, con uno zaino piccolo e l’aria di chi non ha bisogno di molto.
C’è chi ha trolley enormi, come se la vita intera fosse compressa lì dentro.
Una volta mi sono addormentata accanto a una ragazza che leggeva un libro in francese.
Mi sono svegliata e lei mi aveva coperto con la sua sciarpa.
Non ci siamo mai più viste, ma ogni volta che salgo su un treno penso alla gentilezza che arriva senza preavviso.
Sul treno ho imparato la pazienza dell’attesa.
Aspettare il controllore.
Aspettare che arrivi la fermata.
Aspettare che il telefono riprenda campo.
La vita, in fondo, è una serie di attese e di ripartenze, come i binari che si incrociano senza toccarsi mai.
Ci sono treni presi al volo con il cuore in gola, e treni persi per pochi secondi.
Ogni volta, davanti al tabellone delle partenze, ho sentito la stessa vertigine: la possibilità di andare altrove.
Anche i ritardi, a modo loro, mi hanno insegnato qualcosa: non sempre arriviamo quando vorremmo, ma forse nel momento in cui possiamo.
Quando arrivo a destinazione, a volte mi sembra di non aver viaggiato affatto.
Come se il treno fosse rimasto fermo e fossi cambiata solo io.
Forse il viaggio è proprio questo: non la meta, ma gli occhi che si trasformano mentre scorrono i paesaggi.
Appunti sparsi
Ho sempre avuto più pensieri che fermate.
Dal finestrino tutto sembra più semplice: anche me stessa.
La stazione è un posto dove nessuno resta, eppure tutti si incontrano.
Ho imparato che la pazienza ha il rumore delle rotaie.
Un biglietto spiegazzato sa raccontare meglio di una foto.
Sul treno ho imparato che l’attesa non è vuoto, è spazio.
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