Dopo il liceo ci sembra che la vita possa solo migliorare. E se invece lo smarrimento fosse dietro l’angolo?
Prima la decisione di lasciare Mazara per frequentare l’università in città come Parma e Bologna. Poi, quasi per caso, l’occasione di guidare una start-up e confrontarsi con responsabilità che sembrano troppo grandi. Nel mezzo, una pandemia vissuta lontano da casa, in solitudine, tra incertezze, paure e la necessità di mettersi in gioco ogni giorno.
Quella di Sofia è una vita ordinaria, come tante, che diventa straordinaria a modo suo: una storia di crescita, cambiamenti, cadute e ripartenze, alla ricerca del proprio posto nel mondo.
Dove comincia tutto
Il porto di Mazara non dorme mai.
Corde ruvide graffiano le mani dei pescatori, ferri sbattono, i gabbiani urlano come bambini impazienti.
Cammino tra reti bagnate che gocciolano sul cemento. L’odore è forte: pesce, gasolio, pane caldo che arriva da una panetteria poco distante.
Una barca arrugginita si piega su un lato, sembra cedere, ma resiste.
Accanto, un peschereccio nuovo brilla di bianco.
Una radio gracchia una canzone vecchia.
Un gatto scompare dentro una cassetta vuota impregnata di gambero.
Un bambino corre con il gelato che gli cola sul polso, ride anche se la madre lo rimprovera.
Un ragazzo con la maglia del Mazara Calcio fuma e si passa la sigaretta con l’amico.
Piccoli dettagli che, se non li guardi, passano via.
Io invece li raccolgo: sono la mia materia prima.
E mentre li raccolgo penso a tutte le volte che sono stata lontana. Alle stanze con divani senza aste, ai traslochi improvvisati, alle lavatrici sbagliate, ai giorni in cui mi sentivo invisibile e a quelli in cui la luce accesa mi faceva compagnia.
Penso a Pantelleria, al vento che non dà tregua.
Alle startup che ti promettono futuro e ti lasciano ferite.
All’amore che arriva sempre quando non te lo aspetti.
Ai quasi, agli appunti sparsi, ai dopo che non sanno cominciare.
Il porto mi ricorda che non c’è niente di definitivo.
Che l’acqua cambia livello in pochi minuti – qui lo chiamano marrobbio – e che la vita fa lo stesso: un attimo prima calma, un attimo dopo sconvolta.
E che non serve una vita straordinaria per raccontare: basta osservare.
Il telefono vibra: Dove sei?
Vorrei rispondere qui.
Qui, dove le finestre si accendono una dopo l’altra e mi sussurrano resisti.
Qui, dove tutto sembra ordinario e invece custodisce già ogni mia storia.
Cammino ancora, il vento mi spettina i capelli.
E penso che forse non esiste punto di partenza migliore di questo.
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Mazara
Tutti, quando dico che vengo da Mazara del Vallo, sorridono.
«Beati voi che avete il mare!» dicono. E anche io, ogni volta, sorrido. Anche se dentro penso che non sia tutto così semplice.
Per anni il mare non l’ho neanche guardato.
Quando ero piccola ci andavo vestita, perché io e il mio corpo non abbiamo mai avuto un buon rapporto. Il sole splendeva, la gente rideva, ma io sentivo solo gli occhi addosso, le insicurezze come sabbia nelle scarpe.
Crescere a Mazara è stato come vivere in una casa piena di stanze chiuse.
Le porte c’erano, ma non trovavo le chiavi.
Il mondo fuori sembrava vicino e lontano allo stesso tempo.
Ricordo le domeniche, quando le strade del centro erano quasi deserte. Io guardavo dalla finestra, con la sensazione che tutto fosse immobile e che l’unica cosa viva fosse il rintocco delle campane.
Oppure i pomeriggi d’estate, quando il caldo era così forte da costringere tutti in casa: i vicoli vuoti, le persiane abbassate, e io che leggevo sul divano, sognando di essere altrove.
Mio padre, a quindici anni, mi dava i soldi per uscire a mangiare la pizza con gli amici.
Io li prendevo, ma poi dicevo ai miei amici che avevo già mangiato.
Alla fine dell’anno mi sono ritrovata con una scatola piena di banconote risparmiate.
Erano tutte le pizze non mangiate. Tutti i “no” non detti. Tutti i momenti in cui non mi ero sentita abbastanza.
Mazara è la città dove ho imparato a osservare di più e a parlare di meno. Dove ho capito che i luoghi belli non sempre coincidono con i momenti felici. Che puoi avere il mare, eppure sentirti lontana da te stessa. Tornarci, dopo essere stata via, è stato diverso.
Ora vedo Mazara con occhi nuovi.
Sento l’odore del pane caldo la mattina, il rumore delle biciclette sulle strade antiche.
Mi accorgo di quanta vita c’è nei gesti più semplici: i saluti veloci in piazza, le sedie fuori dai portoni, le voci che si rincorrono tra i vicoli.
Mazara non è perfetta. È il posto dove ho dovuto imparare a volermi bene. E ancora adesso, quando torno, è come se ripassassi da dove sono partita. Come se ogni volta dovessi ricordarmi chi ero e scegliere, ancora, chi voglio essere.
Oggi, voglio provare a restare. Non per rassegnazione. Per scelta.
Mazara è cambiata. O forse sono cambiata io.
Le sue strade sono sempre le stesse, ma adesso mi sembrano possibilità, non limiti.
Voglio trovare un mio posto qui.
Fare qualcosa per questa città che mi ha vista crescere, inciampare, cambiare.
Non sarà facile. Non è mai facile scegliere di fermarsi proprio dove tutti pensano che dovresti solo andartene.
Ma ogni città è viva solo se qualcuno decide di viverla davvero.
Con pazienza.
Con idee.
Con cura.
Vorrei portare qui quello che ho imparato altrove: l’amore per le piccole cose, la voglia di raccontare storie, la fiducia che anche nei luoghi più lenti possono nascere cose meravigliose. Vorrei aprire spazi, creare iniziative, far fiorire idee dove oggi sembra esserci solo abitudine. Vedere Mazara con gli occhi di chi la scopre per la prima volta e aiutare chi già la conosce a vederla così.
Me lo immagino: una porta colorata, verde salvia o giallo sole. Una vetrina semplice, senza troppe pretese. Tavolini di legno, sedie spaiate, pareti piene di fotografie della città. Un angolo per scrivere pensieri su foglietti colorati e appenderli a un muro. Qualcuno che suona la chitarra la sera. Un posto dove il tempo rallenta, dove nessuno ti chiede che lavoro fai come fosse una gara.
Vorrei organizzare laboratori di scrittura, piccole mostre, serate di lettura ad alta voce. Invitare le persone a raccontarsi, a sentirsi meno sole. A credere che anche da qui si può costruire qualcosa di bello.
Non so se succederà mai. Ma so che oggi, mentre passeggio sul lungomare e il vento mi spettina i capelli, non sento più il bisogno di scappare. Oggi, qui, a Mazara, sento di essere esattamente dove devo essere.
E forse, è proprio da qui che si comincia davvero.
Appunti sparsi
Il mare è sempre lì. Sono io che sto imparando a guardarlo.
Ho pensato che per costruire qualcosa qui servono pazienza, idee e una sedia da mettere fuori dalla porta.
La felicità, forse, è un pomeriggio normale in una città che non ti fa più male.
La ragazza che si nascondeva sotto una maglietta larga ora si mette la crema solare e sorride al sole (ma senza esagerare).
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