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Anno Zero - La Redenzione del Rinnegato

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Dopo l’Anno Zero, la natura ha trasformato gli animali in esseri rabbiosi e gli umani in esseri geneticamente mutati. Si sono formate due fazioni: i Rinnegati e i Ricognitori. Red, un giovane Ricognitore dagli occhi rosso fuoco, trova un ragazzo di appena dodici anni in mezzo alla foresta. Il giovane si chiama Nico e non conosce nulla del mondo prima dell’Anno Zero. Così Red lo conduce a Myrin, dove il giovane conoscerà il mondo di prima e imparerà a combattere e a fare i conti con le nuove particolarità dovute alle mutazioni. Nell’eterna lotta tra bene e male, Rinnegati e Ricognitori combatteranno senza esclusione di colpi per ottenere il premio più ambito: la libertà.

Capitolo I

Era notte. La pioggia batteva forte sul terreno ghiaioso di un vecchio laghetto di pesca sportiva. Le nuvole coprivano parzialmente lo spicchio di luna che illuminava l’abisso nero del cielo. Un bambino correva, scappando da qualcosa che tra non molto, inevitabilmente, lo avrebbe raggiunto. Inciampò.

Erano ormai due giorni che vagava da solo in cerca di cibo, non aveva trovato nulla di commestibile da troppo tempo, i crampi della fame gli attanagliavano lo stomaco, perciò aveva deciso di avventurarsi tra i boschi, sperando di trovare qualcosa da mettere sotto i denti.

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Meglio morire velocemente ucciso da queste bestie, che morire di fame in una lenta agonia, pensò, prima di mettersi in cammino nella boscaglia. Nessuno si avventurava mai nella natura selvaggia da quando ebbe inizio l’Anno Zero. Il bambino era nato sei mesi dopo gli eventi che causarono la più grossa estinzione di massa dai tempi dei dinosauri. E lui sapeva poco o niente dei motivi di tale catastrofe, se non quello che gli avevano raccontato i suoi genitori: erano rimasti in pochi a sopravvivere, il cibo iniziava a finire e dovevano stare attenti a non farsi divorare dai demoni. Ma le origini di tutto questo, la nascita di questi mostri, gli erano sconosciute.

Erano trascorsi diciassette giorni da quando quelle bestie avevano ucciso la sua famiglia. Il bimbo aveva resistito da solo come poteva, ma ora non ce la faceva più, doveva mangiare o tanto valeva farsi mangiare a sua volta da quel demone che lo stava inseguendo, almeno questi interminabili giorni avrebbero trovato la parola fine. Che sembrò arrivare, quando una pietra troppo grande su un terreno troppo instabile si frappose tra la scarpa del ragazzino e la sua fuga disperata. La torcia che portava nella mano destra cadde a due metri da lui, oscurandogli l’ambiente circostante. Nella caduta il ginocchio strusciò sulla ghiaia, che in quel momento gli sembrò una quantità smisurata di lamette che gli tranciavano la pelle. Il pantalone si strappò, in modo tale da permettergli di scorgere lo squarcio sul ginocchio che, inevitabilmente, sanguinava.

Alzò gli occhi alla ricerca della sua mietitrice, la bestia che avrebbe posto fine a questo supplizio. Non trovò risposta. Il rumore del galoppo tra i sassi che sentiva fino a un minuto prima era cessato, calò un silenzio profondo, interrotto solo dal rumore della pioggia che batteva sul lago e dal fruscio delle foglie degli alberi che lo circondavano. L’atmosfera gli ricordò molto i racconti di suo padre, che gli descriveva le sue prime battute di caccia. Ricordare la sua voce, calda e fiera, lo rassicurò, ma solo per un istante.

Il silenzio venne interrotto bruscamente da un movimento fulmineo e dal rumore della ghiaia che si alzava da terra. E fu allora che si palesò di fronte a lui. Aveva le sembianze di un comune cervo dalle grandi corna ramificate, quegli stessi cervi che un tempo si nutrivano di erbe fresche, germogli e ramoscelli. Non erano cambiati questi animali dall’Anno Zero, se non per tre cose: gli occhi, pupilla minuscola e una grande iride del colore del fuoco, un rosso vivo acceso dalle sfumature arancioni che nemmeno il buio pesto di quella notte poteva spegnere. I denti, una dentatura da squalo che avrebbe sradicato con un solo morso perfino il salice piangente o l’ontano che si trovavano accanto a loro. E la fame, una fame di carne umana e sangue, che gli avevano fatto dimenticare completamente l’avena, le carote e il grano duro.

Il bambino si pietrificò. La vista di quell’orrenda creatura era agghiacciante. Avrebbe voluto alzarsi, provare ancora una volta a scappare, oppure raccogliere quei sassi taglienti e tirarglieli su quel maledetto muso da mostro. Ma non ce la fece, rimase fermo e inerme in mezzo al fango e alla ghiaia, immobilizzato dal terrore.

Dunque era arrivata l’ora, il demone avanzava a piccoli passi verso di lui. Gli avrebbe dato la stessa fine che avevano avuto i suoi genitori. Aveva paura e in quel momento desiderava essere nel suo bunker sotterraneo, nel posto dove aveva vissuto tutti i suoi dodici anni di vita, a pochi chilometri da lì. Avrebbe preferito restare a guardare i barattoli di pesche sciroppate vuoti sul tavolo, le cartacce di merendine sul letto, un vecchio libro di storie di fantasmi che il padre gli leggeva la sera, poco prima di lasciarlo da solo, per sempre. Avrebbe preferito restare ad aspettare che la morte sopraggiungesse piano, senza quello sguardo demoniaco che lo fissava, con quella schifosa bava che scendeva a grosse gocce dai denti aguzzi di quell’orrenda creatura.

Il grosso cappuccio del mantello verde che portava sulla testa impediva alla pioggia di bagnargli il viso. Il bambino chiuse lo stesso gli occhi, forte, sperando di morire il più velocemente possibile senza provare troppo dolore. Ne aveva provato abbastanza nella sua breve vita, sarebbe stato un sollievo farla finita.

Mentre aspettava di sentire il bramito della bestia e il rumore delle zampe che balzavano verso di lui, all’improvviso sentì un sibilo, poi un tonfo.

Aspettò qualche secondo prima di riaprire gli occhi, forse aveva immaginato tutto, quel rumore lo aveva creato il suo cervello per sconfiggere la paura. La bestia non poteva essere caduta a terra, stava per divorarlo.

Aprì gli occhi. Il demone era lì sulla ghiaia, inerme. Una freccia nera dall’impennaggio rosso aveva centrato l’occhio del cervo: quell’occhio demoniaco, che poco prima ardeva di fuoco vivo, ora era nero, vitreo, morto.

Il bimbo strusciando tra i sassi taglienti raggiunse la torcia e la puntò verso la carcassa ormai innocua. Quello che illuminò fu tanto macabro quanto meraviglioso e rassicurante. La freccia era passata da parte a parte, il cuspide si era conficcato nel terreno, l’asta grigio antracite trapassava la testa del demone, una cocca bianca faceva spiccare l’impennaggio rosso. Per il bambino non ci fu oggetto più bello di quella freccia, che gli aveva salvato la vita. Alzò di nuovo lo sguardo tra i salici e i pioppi che lo circondavano, alla ricerca del suo salvatore, colui che aveva scoccato quella freccia donandogli un barlume di speranza. Un’emozione che non provava da tanto e che forse non aveva mai provato veramente fino a quel momento.

La pioggia continuava a battere senza sosta sul suo cappuccio. Il fruscio delle foglie era cessato, così come il vento.

Sentì un rumore leggero, quasi impercettibile. Vide una sagoma nera che era appena saltata giù dal grosso salice bianco che si trovava a una ventina di metri da lui. Puntò la torcia verso la figura, che si avvicinava con passo deciso. Aveva una giacca a vento nera lunga fino alle ginocchia, le maniche strappate all’altezza delle spalle e un cappuccio che gli copriva la testa dalla pioggia. Nella mano sinistra un arco compound nero con inserti arancioni e sulle spalle uno zaino scuro con all’interno una decina di frecce dalle penne rosse che si intravedevano.

«Ehi, ragazzino! Cosa diavolo ci fai qui da solo? Volevi forse farti ammazzare?! E smettila di puntarmi addosso quella merda di luce, mi stai accecando!» esordì il ragazzo misterioso.

Il bambino abbassò immediatamente la torcia che aveva inavvertitamente puntato sul suo viso. Poi disse: «S-scusami, non volevo accecarti… E-ero qui in cerca di cibo… Non mangio da non so più quanti giorni, ho fame».

La sagoma nera si avvicinò sempre di più al bambino, abbastanza vicino da fargli scorgere sotto al cappuccio lo sguardo del suo salvatore. E fu lì che il terrore riuscì fuori e invase nuovamente ogni fibra del suo piccolo corpo. Aveva gli occhi rossi, dalle sfumature arancioni, luminosi come un fuoco acceso su una pila nell’oscurità. Sembrava come se il demone, che adesso giaceva inerme a pochi passi da loro, si fosse impossessato di quel ragazzo.

Il bambino assomigliava a un fantasma per il pallore. La vista di quelle iridi incandescenti che fino a poco prima aveva associato alla morte lo avevano pietrificato.

«Sei salvo ora, ragazzino, ce la fai a camminare?» fece il giovane dagli occhi rossi mentre gli tendeva una mano per aiutarlo ad alzarsi. Aveva dei guanti neri a mezze dita.

Superata la paura lacerante che gli era esplosa nelle viscere alla vista di quegli occhi, il ragazzino ragionò e capì che non poteva aver timore della persona che gli aveva appena salvato la vita. Quindi afferrò quella mano e si alzò con fatica.

Continuava a fissarlo, senza riuscire a dire una parola, ma voleva assolutamente sapere da dove spuntava fuori quello sguardo demoniaco e perché lo possedeva un comune ragazzo.

L’uomo misterioso non si fece attendere: «Cos’hai da fissarmi? Ah, giusto, i miei occhi, eh? Fanno tutti la stessa identica faccia quando li vedono per la prima volta… non preoccuparti, non ti sbranerò. Come ti chiami, ragazzino?».

«M-mi chiamo Nico.»

Il ragazzo dagli occhi scarlatti mise una mano sulla sua spalla. «Molto piacere Nico, io proporrei di andarcene di qui, che ne dici? Prima che arrivi l’alba o prima che spunti fuori qualche altro animaletto affamato. Ti darò io qualcosa da mangiare appena arriviamo a Myrin. Vuoi venire con me?» chiese, mentre strappava via la freccia dalla carcassa ai suoi piedi. Un rivolo di sangue schizzò sulla sua giacca scura.

Nico non si impressionò, aveva visto di peggio. E la speranza che aveva sentito pochi attimi prima crebbe ancora di più in lui, a tal punto che credette si trasformasse in felicità.

«Ok, verrò… G-grazie per avermi salvato» disse con un accenno di sorriso sulle labbra.

L’arciere abbozzò un sorriso di risposta: «Non c’è bisogno di ringraziarmi, sei al sicuro adesso, penserò io a te d’ora in poi… Comunque il mio nome è Tom, ma puoi chiamarmi Red».

Avanzarono tra i salici nell’oscurità di quella notte. Nico, attraverso la luce della sua torcia, scorse delle primule viola e gialle che il suo salvatore calpestava camminando davanti a lui. Sembravano come spennellate di colore su una tela nera.

«Tu non hai una torcia? Come fai a vedere in questo buio pesto! Sotto questa boscaglia non si vede niente!» chiese Nico mentre zoppicava vistosamente.

«Non preoccuparti di questo. Riesco a vedere perfettamente al buio. Tu stammi vicino.»

«Ok.»

Nico decise di non fargli altre domande, almeno in quel momento. Si sarebbe tenuto la curiosità ancora per un po’.

Non percorsero nemmeno duecento metri che il ragazzino inciampò di nuovo e si accasciò a terra in preda al dolore. «Non riesco più a camminare, fa troppo male…»

Red si voltò e gli si inginocchiò accanto.

«Non ti preoccupare, non mi sembra che tu sia così pesante, ti porterò in spalla, ce la faremo.»

Spostò l’arco e lo zaino dalla schiena al torace e fece salire Nico sulle sue spalle. «Poco più avanti c’è la nostra via d’uscita, la strada di casa. Tieni duro, ragazzino, ci siamo quasi» incalzò.

Arrivarono al confine tra il territorio del laghetto di pesca sportiva e una strada cementata dove una volta sfrecciavano auto, camion e moto.

Nico, comodo sulle spalle di Red, illuminò con la torcia un cartello con su scritto: “Benvenuti al Lago delle Meraviglie, dove il pesce si prende con l’amo e l’uomo con la parola”.

Attraversarono la strada e si ritrovarono in una radura. La totale oscurità e la poca illuminazione della torcia non facevano vedere quasi nulla a Nico, se non le ginestre e i biancospini, che gli fecero supporre di trovarsi vicino a un altro bosco.

Verso il centro della prateria, Red lasciò Nico a terra e iniziò a sgominare tra le sterpaglie e i ramoscelli accatastati in mezzo all’erba alta. Nico illuminò con la torcia una botola di legno con tanto di maniglia che il ragazzo dagli occhi rossi aveva scoperto tra quelle foglie secche e piante che la ricoprivano.

«Ce la fai a scendere le scale?» chiese aprendo la porta della botola. Nico annuì e si alzò da terra con una smorfia di dolore. Scese prima lui, non senza fatica. Con la torcia stretta tra i denti percorse più o meno una decina di gradini.

Si ritrovò in una galleria illuminata da pile infuocate sulle pareti, sia a destra che a sinistra, a distanza di quattro metri l’una dall’altra. Red si chiuse la botola alle spalle, avendo cura di ricoprirla il più possibile con le sterpaglie e le foglie che aveva rimosso prima. Poi infilò una chiave nella serratura, girò due mandate e raggiunse Nico.

La ferita sul ginocchio del giovane continuava sanguinare. Red se ne accorse e, con un coltellaccio che tirò fuori dalla cintura, strappò un pezzo della sua maglia, poi fece una fasciatura provvisoria sulla gamba del ragazzino.

«Mi dispiace ma non so fare di meglio al momento, appena arriveremo a Myrin incontrerai Amelia, la nostra dottoressa. Lei sicuramente è più brava di me con le medicazioni.»

Nico annuì e con l’aiuto di Red si alzò. «Credo di poter camminare da solo ora. Grazie.»

Proseguirono.

Dopo circa dieci minuti di silenzio e di cammino, durante il quale zoppicava vistosamente, il ragazzino non riuscì più a trattenere la sua curiosità: «Cos’è Myrin? Dove stiamo andando?».

«Myrin è la nostra casa, come avrai già capito. Una piccola città sotterranea che abbiamo finito di costruire da poco e non senza fatica… Ci abbiamo messo quasi quattro anni. Ultimamente abbiamo perso molti uomini, ma dovremmo comunque essere più o meno trecento persone. Lì abbiamo tutto quello che ci serve. Tutto quello che abbiamo perso dodici anni fa. A proposito, quanti anni hai, ragazzino?»

Nico ci mise qualche secondo a rispondere: «Dodici, sono nato nell’Anno Zero».

Red non parve sorpreso dalla risposta. «Immaginavo avessi più o meno la stessa età del nuovo mondo… Mi dispiace tu non l’abbia vissuto quando ancora non faceva così schifo.»

Nico deglutì e colpì un sasso con il piede sinistro.

«Veramente so ben poco di com’era prima, i miei genitori per non spaventarmi più di quanto già non fossi non mi raccontarono molto… Più chiedevo informazioni e più mia madre si intristiva, perciò a un certo punto smisi di chiedere e mi abbandonai all’ignoranza. Tanto sapere non mi avrebbe aiutato a sopravvivere. Perché è questo che ho fatto per tutta la mia vita, sopravvivere. L’unica cosa che mi insegnò mio padre fu combattere i demoni. Non con grande risultato, come hai potuto vedere.»

Red si levò il cappuccio e si passò una mano tra i capelli scuri, tagliati corti e spettinati. Poi chiese: «Dove sono i tuoi genitori?».

«Morti.»

«Cazzo… Non deve essere stato facile per te… Insomma, per nessuno lo è stato.»

Continuò ad arruffarsi i capelli, poi riprese: «Il mondo così come lo conosci, siamo stati noi a crearlo… Pensa, una volta esistevano le stagioni: l’autunno, l’inverno, la primavera e l’estate. Erano quattro periodi durante un anno in cui il tempo cambiava. Durante l’autunno la temperatura era fresca, con le foglie degli alberi che cadevano e diventava man mano sempre più fredda, fino ad arrivare all’inverno. La pioggia e il freddo erano alternati da giornate di sole… sì, il sole che riscaldava, non bruciava. Prima potevamo uscire di giorno quanto volevamo. Uh… il tepore del sole in una fredda giornata d’inverno… Quanto mi manca…».

Red si fermò per un momento, sospirò.

Poi proseguì, cercando di mantenere un tono di voce positivo e allegro: «Dopo l’inverno arrivava la primavera, la mia stagione preferita. Gli alberi e i giardini rifiorivano, dando colore al mondo. Le giornate si prolungavano, il sole tramontava più tardi e noi bambini potevamo rimanere fuori a giocare con la palla qualche ora in più. Eravamo felici. Infine arrivava l’estate, che voleva dire caldo, che odiavo e odio tutt’ora, ma significava anche vacanze e spensieratezza, quella che ormai non abbiamo più».

Nico era esterrefatto da quello che sentiva. Qualcosa aveva captato da qualche vecchio giornale strappato trovato in giro, ma che esistessero addirittura quattro stagioni non ne aveva idea. Era cresciuto con la consapevolezza che il tempo nel mondo era quello che era: di giorno, quando il sole era alto nel cielo, le persone dovevano ripararsi all’ombra, l’ideale era sottoterra, per resistere a quel caldo insopportabile e asfissiante. Potevano uscire a procurarsi del cibo e dell’acqua solo nelle ore notturne, quando regnavano i demoni e l’oscurità.

«Wow!» esclamò «E poi ? Cosa successe dopo? E i demoni? Come nacquero?» chiese il ragazzino con un’estrema eccitazione nella voce.

«Merda… Quante cose vuoi sapere tu, eh, ragazzino? Per ora pensa solo a riempirti la pancia, ambientarti e riposarti. Domani risponderò a tutte le domande che vuoi. Siamo quasi arrivati…»

Nico annuì, senza insistere.

Una ventina di metri più avanti scorse la fine della galleria, un’enorme porta di acciaio gli si palesò davanti. Il cuore iniziò a battergli velocemente dentro il petto, l’emozione di trovare una nuova casa gli fece dimenticare tutta l’ansia, la disperazione e la tristezza che aveva provato nelle ultime settimane.

Arrivarono alla porta. Red si mise una mano nella tasca e tirò fuori un paio di occhiali scuri da aviatore, di quelli aderenti al viso. Li indossò e poi si girò verso Nico. «Non fare domande, ti spiegherò. Sei pronto?» gli chiese.

Nico annuì, inevitabilmente con uno sguardo interrogativo. Red non ci fece caso e bussò con vigore alla grande porta d’acciaio.

«Chi sei?!» urlò una voce dall’altra parte del portone.

«Sono io! Aprimi, Chad!»

La serratura girò, la porta si aprì, entrarono.

                                       

2021-06-18

Aggiornamento

Ce l’abbiamo fatta! Abbiamo raggiunto il primo obiettivo e il libro verrà pubblicato! Grazie a tutti voi, siete stati fantastici. Non vedo l’ora di farvelo leggere!!! A presto Edoardo

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Edoardo Baldassari
nasce a Roma nel 1994. Frequenta il liceo artistico prima di intraprendere il mestiere di barbiere, che pratica gestendo la propria attività. L’aver iniziato a lavorare presto non ferma la sua passione per la narrativa e l’amore per le storie, che lo accompagnano da sempre. Partecipa a corsi di scrittura creativa e non smette mai di leggere, sognando un giorno di scrivere qualcosa di suo. Oggi concilia il suo lavoro con la scrittura e "Anno Zero - La Redenzione del Rinnegato" è il suo romanzo d’esordio.
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