Il commesso le guarda distrattamente da dietro il bancone, mentre sta finendo di sballare gli ultimi colli arrivati. C’è solo lui in negozio. Il collega è malato e il direttore se n’è andato al bar. Il commesso è un ragazzo sui ventisette anni, alto, moro, capelli lunghi, occhi grigi cangianti, e indossa obbligatoriamente un camice bianco, sopra un abbigliamento nero e stivaletti borchiati. Al lobo sinistro gli pende un orecchino con il numero otto che sta a indicare il simbolo dell’infinito. Ha lo sguardo annoiato e procede nel suo lavoro come un automa.
Le ragazze, gridando di sorpresa, si sono ora spostate verso la parete dei televisori che sono tutti accesi, ma senza sonoro. Le immagini trasmesse all’unisono, poiché sintonizzate sullo stesso canale, sono quelle dell’ultimo video di Piggei-Stop.
Il commesso le guarda inorridito. Ha la faccia di uno che sta reprimendo, rabbia e conati di vomito.
E a un tratto ha l’illuminazione. In verità l’idea l’aveva da un po’ di tempo, e pur avendone parlato con il direttore, questi gliel’aveva bocciata, perché non consone alle normative sulla filodiffusione imposte dalla Jupiter. Però adesso ha il negozio tutto per sé e decide di compiere l’esperimento sociale. Recupera dal cassetto la pen-drive che aveva portato qualche tempo prima e, telecomando alla mano, si dirige verso il televisore.
Le ragazze, intimidite e curiose, lo vedono inserire la pen-drive nel televisore e armeggiare con il telecomando. Il ragazzo sta impostando il canale interno e il bluetooth, in modo tale da connettere e sintonizzare anche tutti gli altri schermi. Poi alza il volume e fa partire il video.
Le immagini sono sbiadite, ma eloquenti come la musica che esplode dalle casse di tutti gli altoparlanti attivati. Le ragazze osservano stordite quel video, che mostra un gruppo di ragazzi capelloni con baffi e barba, intenti a suonare e cantare sul tetto di un edificio. Quello con la barba indossa una giacca elegante nera sopra una camicia bianca e un maglioncino; altri due sono avvolti da cappotti impellicciati e il batterista si agita dentro uno sgargiante impermeabile rosso. C’è anche un musicista di colore che sta suonando un piano elettrico. E poi tanta gente che, incuriosita, affolla le strade e i balconi circostanti; un uomo elegante, con la pipa in bocca, si arrampica con nonchalance sulla scaletta per raggiungere il tetto di un edificio adiacente. Un altro ancora è seduto cavalcioni su un comignolo. E poi la polizia; tanti agenti dall’espressione austera che osservano con preoccupazione crescente l’aumentare della folla, la quale accorre da ogni angolo per osservare quegli strani ragazzi che suonano in un luogo insolito, intonando continuamente la frase Get Back.
«Guarda Greta», commenta una delle ragazze, «questi suonano con degli strumenti. C’è pure la pianola!»
«Ma che è ‘sta roba, Giorgia?» risponde l’altra. «Sono vere quelle chitarre?»
«Oddio, che attrezzi! Ma come si sono vestiti?! Questo video è troppo antico!» ridono entrambe. «Sicuramente del secolo scorso; e questa deve essere una Parigi d’altri tempi!»
Il commesso, che è rimasto per tutto il tempo ad ascoltare inorridito le bestemmie funzionali delle fanciulle, fa un profondo respiro e decide di intervenire.
«Care figliole» dice mettendosi tra loro e abbracciandole entrambe con spudorata confidenza. «Anzitutto siamo a Londra. È il trenta gennaio del 1969 e questi sono gli inarrivabili Beatles durante la loro ultima esibizione live, organizzata sul tetto della loro stessa casa discografica: la Apple. È vero, il look lascia a desiderare, ma poiché siamo in pieno inverno, i ragazzi hanno preso in prestito i soprabiti pesanti delle loro donne. La pelliccia indossata qui da John Lennon è di Yoko Ono, la sua compagna. Inoltre, per quanto riguarda gli strumenti, care ragazze, il signor Paul McCartney sta suonando lo storico basso Hofner, mentre il signor Billy Preston – invitato per l’occasione da George Harrison – non sta suonando una pianola, come qualcuna di voi ha detto, ma il mitico Fender Rhodes. Inoltre, vi sembrerà strano, ma per fare musica occorrono degli strumenti musicali veri!»
«Ma Piggei-Stop non usa nessuno strumento!» obietta Giorgia.
«Certo che no, visto che non è capace di suonare nemmeno un citofono» approva il ragazzo. «Quel coglion… ehm, Piggei-Stop utilizza moduli sonori sintetici a blocchi di software progettati e confezionati dalla Jupiter.»
«E che roba è?» vogliono sapere le verginelle, quasi risentite.
«Banali applicazioni sonore da assemblare a blocchi come il Lego… in pratica lo può fare chiunque abbia frequentato l’asilo infantile e possieda un buon software installato su cellulare» strizza l’occhio il ragazzo.
«Certo che sei strano, tu!» commenta sarcastica una delle due, raccogliendo la risata dell’altra.
«Più che strano direi unico» suggerisce il commesso baciando i capelli a entrambe. «Allora, che ne pensate di questi ragazzacci che hanno fatto la storia? Vi piacciono?»
Le ragazze si liberano dell’abbraccio e si guardano complici. «Non sappiamo… è roba troppo vecchia… ci dobbiamo pensare!» dice una.
«Pensare? Non è una domanda di filosofia, biondina, dovete lasciar coinvolgere i sensi, lasciarvi respirare da questa roba qui!» rimbecca lui, mentre le ragazze continuano a sorridere come due dementi.
«Ma chi sei tu?» replica Greta incuriosita. «Come ti chiami?»
Il ragazzo assume una posa da piacione: «Bambine!» sottolinea con lo sguardo languido. «Io non mi chiamo. Io illumino!»
Greta e Giorgia si scambiano divertite uno sguardo d’intesa come a dire: questo qui o è scemo o ci sta provando, o entrambe le cose.
«Va bene, signor lampadario!» fa la più scafata delle due. «Noi adesso dobbiamo andare… ti lasciamo ai tuoi Bitol, e ti faremo sapere. Nel frattempo ti consigliamo di rientrare nella macchina del tempo e tornare ai giorni nostri. Sai, mi sembri troppo giovane per assomigliare a mio nonno!»
Il ragazzo le vede andar via che ridono come matte. Non riesce a crederci: hanno ignorato il video dello storico Rooftop Concert, perculando lui e i Beatles. Non ha tempo per pensare cosa avrebbero meritato, a parte quello di ascoltare soggetti come Piggei-Stop.
Non ha tempo perché mentre le ragazze sono uscite, il direttore sta tornando.
Il direttore – un omuncolo mingherlino di trentasette anni che ne dimostra dieci di più, vestito di tutto punto, con occhialetti tondi da vista, una calvizie incipiente e un passato da nerd – appena entra s’immobilizza basito davanti alle immagini dei Beatles, che continuano a cantare a tutto volume Get Back. Il suo sguardo s’inferocisce. «Carena!» sbraita indicando gli schermi. «Che roba è questa?!»
«L’ora di religione?» suggerisce sarcastico il commesso.
«Dico, sei impazzito o cosa!» urla il direttore. «È pieno di ispettori in giro, vuoi che ci facciano la multa? Toglilo immediatamente!»
«Non ne ho il coraggio» dice tranquillamente il dipendente.
«Cosa hai detto, prego?!» lo fulmina il direttore.
«Oggi i Beatles sono già stati offesi una volta e credo possa bastare» spiega il ragazzo. «Non mi rendo complice di altri torti verso i nostri padri fondatori!»
Il direttore è interdetto. Fa per replicare, ma poi gli strappa il telecomando di mano e inizia a smanettare rabbioso per scollegare il bluetooth e ripristinare il canale originario. Spegne tutti gli schermi tranne uno: quello in cui torna a campeggiare la faccia spudorata e arrogante di Piggei-Stop che canta il tormentone “Ehi sfigata, bevi la mia spuma, stasera offro io!”.
Poi va verso il bancone e controlla con saccente occhio clinico le scatole. Alcune sono ancora chiuse con la merce ancora da classificare.
«Signor Carena!» esclama irritato. «Questi colli sono arrivati un’ora fa e ancora non sono stati sballati tutti; si può sapere cosa hai fatto finora, a parte mettere a repentaglio l’economia della ditta, mostrando video inopportuni?»
«Ho servito clienti, direttore!»
«Hai servito i clienti o hai tentato di plagiarli con discorsi non pertinenti all’attività lavorativa?»
«Una cosa non esclude l’altra» sorride il ragazzo. «Tutto è connesso in quest’universo!»
Il direttore lo guarda con superiorità e gli dedica un sorrisetto canzonatorio. «Tutto è connesso» ripete facendogli il verso. «Signor Ivan Carena, ti ricordo che sei pagato per limitarti a svolgere ciò che serve all’azienda, non per portare avanti la tua rivoluzione privata da filosofo fallito di borgata; sei qui per sgobbare sodo e fare quello che io ti dico, non per creare proseliti, Chiaro?!»
Il ragazzo lo guarda inespressivo mettendosi le mani in tasca.
«E togli le mani dalla tasca!» sbotta il direttore con voce stridula. «Non stai aspettando l’autobus, perdio! Carena… tu non mi piaci, tu marchi male, molto male! Lavori qui da appena tre settimane e già alzi la cresta e voli alto, troppo in alto!»
«Beh, allora sono una persona da tenere stretta: tu, direttore, lavori qui da quindici anni, alzi la cresta ma voli ancora basso… anzi credo che tu non abbia mai imparato a volare!»
Il dirigente lo guarda allibito, la sua bocca si spalanca in una O di sbalordimento, non crede alle sue orecchie. «Ma… ma come osi? Come ti permetti?!» urla furioso andandogli incontro minaccioso e piazzandosi a un metro di distanza. «Come osi rivolgerti a me con quel tono?! E soprattutto come osi darmi del tu?! Io ti distruggo, Carena, il tuo mese di prova finisce qui! Pensavo di assegnarti soltanto una nota di demerito, ma con i fannulloni saccenti come te tanto vale scrivere subito un rapporto all’ufficio del personale e suggerire la ricerca di un altro impiegato… uno che ha davvero voglia di lavorare, e non un ripugnante scansafatiche!»
Ivan inizia a togliersi il camice. Lo fa cadere a terra guardando il direttore con sfacciata ironia. «Hai finito?» aggiunge poi con tono canzonatorio e mettendogli una mano fraterna sulla spalla. «Allora, adesso stai a sentire me, coglione! Il grigiore della tua misera vita è stato colorato da un raggio di sole, nel momento stesso in cui sono venuto a lavorare in questo luogo di perdizione. Una fortuna, questa, che purtroppo la tua mediocrità non ha saputo riconoscere. Io ho fatto delle proposte di miglioria che puntualmente tu, per partito preso – e perché fondamentalmente sei una testa di cazzo – hai rifiutato. Io avrei potuto non solo rinnovare l’immagine di questo punto vendita, renderlo unico elevandolo dal conformismo di questo triste centro commerciale; ma anche migliorare la tua visione della vita, liberarti dalla schiavitù del sistema e insegnarti a guardare le cose sotto un altro punto di vista. E invece tu, per innata codardia e supponenza, hai preferito rimanere rintanato nel tuo fragile guscio che i padroni – ai quali lecchi il culo – ti hanno cucito addosso, consapevoli di poterlo rompere in qualsiasi momento. Ricorda, direttore, noi siamo solo di passaggio su questa terra, ma ci è stata data una scelta che è quella di coltivarla o ammorbarla: tu cosa scegli? No, lascia stare, tu hai già scelto; la faccia allucinata con cui mi guardi è più che eloquente!»
«Ma… ma chi ti credi di essere?» balbetta l’omuncolo gonfio di rabbia.
«Io?» risponde sicuro Ivan. «Io, a differenza di te, non credo: io sono!»
«Sì, un mentecatto di periferia che usa la propria boria per nascondere evidenti fallimenti umani!» sibila tronfio il direttore.
«Direi fallimenti che mi hanno condotto all’illuminazione, alla conoscenza del mio talento innato» precisa il ragazzo.
«Talento innato?» ringhia sarcastico l’altro, liberandosi della mano sulla spalla. «Tu non troveresti l’acqua al mare!»
«Guarda che io non mi elogio per sbrodolarmi, rendo solamente noto un dato di fatto» ribatte sorridente Ivan. «Io sono un supereroe; ho il potere di leggere le persone, l’ho sempre avuto, sin da piccolo. È una cosa che mi riesce bene e non ci posso fare niente!»
«Tu cosa…?»
«Prendi te, per esempio» prosegue Ivan. «Sei il classico impotente cui piace comandare e umiliare i più deboli per ripicca. Hai un matrimonio fallito alle spalle, tua moglie ti ha tradito e ti ha lasciato perché non ti tirava se non le spegnevi le cicche sul culo. Adesso filmi di nascosto le ragazzine con il cellulare per poi masturbarti in bagno; insomma hai una vita di merda e la vuoi far pesare al prossimo. Cos’è? Vedi che ho ragione? Da rosso che eri sei sbiancato all’improvviso; inoltre ti è partito il tic nervoso all’occhio che strizzi sempre quando vieni smascherato… come quella volta che mi hai fatto rifilare il tablet difettoso a quella signora, che quando se n’è accorta ha piantato una scenata da far girare tutti i clienti. Comunque a tua discolpa, caro vecchio sodomita del sistema, puoi sempre mostrarmi il tuo cellulare per comprovare che i tuoi video sono del tutto innocenti!»
L’uomo che Ivan ha di fronte è ora un essere che trema di rabbia e furia omicida.
«Non ti permetto sai!» sibila. «E non azzardarti mai più a toccarmi. Vattene via di qui, subito!»
«Oh sì, certo, vado. Non è più mia intenzione profumarti. Hai perso la tua occasione, fratello!»
«Non finisce qui, Carena!» minaccia il direttore strillando come una checca isterica. «Farò in modo che tu non trova lavoro neanche come lava cessi. Sei soltanto uno spiantato e tornerai qui in ginocchio a implorarmi di farti riassumere. Uno come te non può andare da nessuna parte, delinquente che non sei altro!»
Per tutta risposta, Ivan va nel retro a recuperare il suo lungo giaccone di pelle nera. Quando torna, gli si presenta con il suo look di sempre; ossia in perfetto stile Matrix, indossando sull’abbigliamento scuro, affilati occhiali da sole.
«Io sono più di un delinquente, direttore!» precisa Ivan andando a recuperare la pen-drive lasciata nel televisore. «Io sono una rockstar. Io sono l’Ayatollah del rock and roll, mica cazzi, e ora te ne darò una dimostrazione pratica, piccolo borghese dei miei stivali!»
Detto fatto afferra il televisore le cui immagini stanno trasmettendo il fenomeno Piggei-Stop, lo solleva strappandolo da tutti i cavi di connessione e lo scaraventa violentemente contro il registratore di cassa, mandandolo in frantumi.
«Ecco!» sottolinea. «Fanculo voi, la musica crack, Piggei-Stop e tutti i pagliacci affini che avete creato con la vostra mafia pseudo culturale in nome dei soldi, dell’ignoranza e della paura!»
Il direttore spaventato e incredulo starnazza come un’oca, rifugiandosi dietro il bancone. «Aiuto, è impazzito! Sicurezza! Sicurezza!» urla attivando un allarme silenzioso.
Ivan Carena lo raggiunge, lo afferra per il colletto e gli sibila minaccioso: «Bravo, hai premuto il pulsante antirapina. Ma sappi che se mi denunci, entro stasera riceverai la visita di mio zio che è un ispettore della polizia postale, e che potrebbe trovare molto interessante il materiale pedopornografico nel tuo computer. Pensaci bene allegro segaiolo!»
Gli assesta uno schiaffetto bonario sul viso e lo allontana con una spinta; l’omuncolo incespica, cade a terra e non ha più il coraggio di rialzarsi.
«Bravo, rimani a cuccia!» gli intima Ivan mentre apre la cassa e contempla i soldi ben ordinati all’interno del cassetto.
«Allora, quanto mi spetterebbe secondo te, per aver perso tre settimane della mia vita qua dentro?» chiede a un direttore ormai ammutolito. «Ok facciamo così, vi lascio un ultimo impegno di rappresentanza e siamo pari, va bene?»
Senza attendere risposta si slaccia la patta, tira fuori l’arnese e ci orina dentro, affogando le banconote in un discreto laghetto giallognolo e schiumoso. «Pecunia non olet!» commenta poi soddisfatto.
Quando Ivan esce dal negozio, un gruppo di curiosi si è affollato sull’uscio, mentre i due agenti di sorveglianza allertati cercano di passare.
«Permesso, permesso, signori! Fate largo prego!»
«Che succede?» chiede uno di loro incrociando Ivan all’uscita.
«Ah, non lo so… credo che abbiano chiuso per inventario di coscienza» risponde tranquillo lui, per poi allontanarsi indisturbato e sorridente verso il garage, dove lo attende il suo motorino.
Nella testa gli risuona, potente e incisiva, Locomotive Breath degli Jethro Tull.
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