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Aspettando l’eclissi

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Giulia ha vent’anni e convive con un dolore che le ha insegnato a nascondersi dietro il silenzio e il controllo. Le sue giornate scorrono tutte uguali, finché uno sguardo dall’altra parte della strada non incrina l’equilibrio precario che si è costruita.

Lui, Leonardo, è distante dal suo mondo e dalla sua età, eppure tra loro nasce qualcosa che sfugge a ogni logica: un legame fatto di desiderio, riconoscimento e bisogno reciproco.

Mentre il confine tra ciò che è giusto e ciò che è inevitabile si fa sempre più sottile, Giulia dovrà affrontare la perdita, la dipendenza affettiva e il dolore di lasciar andare per tornare a essere se stessa.

Introduzione

Sono di nuovo qui.

In questa stanza senza pareti, né soffitto, dove il buio non ci fa paura e il tempo non esiste. Finalmente sono qui. E ci sei anche tu, sento che ci sei…

Non distinguo il contorno delle tue labbra, sento solo il calore che mi attraversa da dentro, lento e inevitabile. È così che so che sei reale, almeno quanto lo sono io in questo spazio sospeso, in questo luogo che ci appartiene.

Mi sfiori il collo e ogni parte di me si tende verso di te, come un fiore che si apre senza bisogno di luce.

Mi baci come se avessi sete. Non d’acqua, ma di me. Della mia bocca che trema, del mio silenzio che implora.

Dimentica la delicatezza. Toccami, come se mi stessi aspettando da tutta la vita.

Voglio credere in quelle mani che scivolano sui miei fianchi, trovano la mia schiena, le mie cosce, come se conoscessero il percorso a memoria.

La mia voce si dissolve, diventa vento. La tua lingua sfiora le mie labbra e un formicolio mi attraversa il corpo, si raccoglie tra le gambe. Apro la bocca per dire qualcosa, forse per fermarti, ma tu entri senza chiedere permesso. Le nostre labbra si incastrano, perfette, e io rispondo al tuo bacio.

Ti allontani solo per baciarmi il mento, il collo… Riprendo fiato. Poi torni alla mia bocca e il formicolio si espande, invade la mente.

Non esiste nulla oltre noi. Ogni tuo gesto è un comando che il mio corpo riconosce e obbedisce.

Tu sei il sole, io la luna. Ti rincorro segretamente, ma avvicinarmi a te significherebbe oscurarti, così fuggo. Ma tu torni. Dio, se torni. Perché nei sogni non servono permessi.

Sussurri il mio nome tra i denti mentre le tue dita sfiorano la mia vita, come se fosse un peccato e tu avessi voglia di commetterlo fino in fondo.

Ma il sogno si sgretola troppo presto. Il mio nome evapora dalle tue labbra immaginate. Tu svanisci, il tuo calore si dissolve e io resto a metà: tra il tuo bacio e un orgasmo mancato, tra il tuo fiato caldo e il risveglio freddo. Scivolo lentamente verso la realtà.

Sei il mio sogno erotico ogni fottuta notte!

La certezza che tu, in sogno, mi ami più di quanto chiunque abbia mai osato da sveglia.

Apro gli occhi con il cuore impazzito nel petto. La pelle conserva il ricordo di un tocco che non è mai esistito. O forse sì. Perché, anche se solo di notte, anche se solo in un sogno, ero stata tua. E tu, per un istante che sembrava eterno, eri stato mio.

1

Ci metto un attimo a ricordare dove sono; la mia stanza, il mio letto… Le tende sono chiuse, ma un filo di luce si infila tra le fessure, tracciando strisce sul pavimento impolverato. Sul comodino l’orologio segna sempre la stessa ora, immobile come me da giorni. Il telefono vibra piano sul letto, la sveglia che non smette di ricordarmi che dovrei alzarmi, mentre resto sospesa tra il desiderio di zittire il telefono e la voglia di sparire sotto le lenzuola.

Il soffitto bianco sopra di me sembra più lontano del solito.

Eppure c’è qualcosa che mi trattiene dal crollare del tutto: quel sogno… Lo stesso, tutte le notti!

Quella sensazione improvvisa, viva, carnale, brutale… Un momento rubato a un altrove che non esiste, ma che mi fa credere, anche solo per un istante, che potrei essere ancora capace di sentire qualcosa. È fragile, irreale, eppure è l’unica cosa che la mattina mi tiene in piedi.

Mi alzo, trascinandomi in bagno. Apro l’acqua fredda e la lascio scorrere sui polsi. La pelle pizzica.

Respiro a fondo, come se potesse bastare a spegnere il fuoco che mi porto dentro.

Non faccio colazione. Non la faccio mai. La cucina è silenziosa, come ogni angolo di questa casa che ormai mi somiglia troppo. Rovisto tra il caos della stanza: vestiti accatastati sul pavimento, maglie stropicciate sulle sedie… Perfino l’armadio sembra essersi arreso all’ordine.

Indosso jeans larghi e una felpa morbida, qualcosa che mi copra abbastanza da farmi sentire invisibile.

Raccolgo i capelli in una coda veloce. Evito lo specchio. Non voglio incontrare il mio sguardo. Oggi voglio ignorare chi sono!

Fuori di primo mattino l’aria è pungente, l’autunno sta arrivando piano, insinuandosi nelle strade, nei pensieri…

Mi stringo nel cappuccio della felpa e infilo le cuffie, un rifugio invisibile del mondo.

Salgo sull’autobus e tutto intorno a me sembra sospeso, ovattato. Le persone sono immobili, incollate ai loro telefoni, le dita che scivolano rapide sugli schermi come se fosse l’unico modo rimasto per esistere. Nessuno alza lo sguardo, nessuno incrocia gli occhi di nessun altro. È come se ognuno viaggiasse chiuso nel proprio mondo; i corpi sono vicini ma le anime sembrano orbitare altrove. Attraversiamo via Nazionale, il Colosseo si intravede sul fondo come un miraggio che nessuno sembra notare. L’autobus è diventato una navetta che trasporta vite scollegate, mentre fuori Roma si stiracchia nel suo risveglio. L’unico rumore è quello della strada: il ronzio monotono delle ruote sui sampietrini, qualche clacson, il respiro stanco della città che comincia a muoversi.

Scendo una fermata prima. In questa stagione, non più così calda, camminare mi fa sentire più leggera. Attraverso la strada deserta con lo sguardo basso, come se volessi evitare la vita ancora per un po’.

La pasticceria è già aperta, la luce calda filtra dalla vetrina. Spingo la porta con la spalla. L’odore mi investe subito, come ogni mattina: burro, zucchero, vaniglia… Dolce e violento allo stesso tempo. Una carezza ruvida, una lama affilata. Un campo minato sotto i miei piedi.

Agli alcolisti anonimi dicono di evitare le persone, i posti, le cose che scatenano il desiderio. Ma quando la tua causa scatenante è qualcosa che ti serve, letteralmente, per vivere… non puoi semplicemente evitarla.

«Oh, meno male che sei arrivata. Pensavo t’avessero rapita gli alieni!» La voce di Anna mi arriva alle spalle, tagliente come sempre, ma stranamente rassicurante.

Alzo lo sguardo, mi sforzo di sorridere.

«Buongiorno anche a te, Anna.»

«’Giorno un corno. Mo sbrigati, che c’ho due torte nude che mi fissano» risponde e mi lancia un grembiule senza troppi convenevoli.

Lei è un tipo che non ti lascia spazio per i pensieri cupi. Sessantotto anni, fianchi morbidi, capelli sempre in disordine e mani forti, da donna che ha impastato più torte che carezze.

Quando apre bocca si capisce subito che è una che non le manda a dire. Si lamenta di tutto: del caldo, del freddo, dei prezzi dei prodotti che non sono più quelli di una volta e dei troppi giorni di festa da calendario che, a suo dire, andrebbero aboliti. Ma tiene in piedi questa pasticceria da sola, come ha fatto per anni con la sua famiglia. Dicono che abbia cresciuto due figli senza nessuno accanto e non mi sorprende. Burbera fuori e tenera dentro, anche se sa nasconderlo bene.

Ma guai a chi le tocca la sua pasticceria o le sue ragazze!

Annodo il grembiule dietro la schiena e mi avvicino al bancone.

Non guardo i cornetti. Non guardo le ciambelle ripiene. Respiro. Mi concentro sulle mani. Sulle cose da fare.

Una tazza rossa sullo scaffale.

Il barattolo del caffè con l’etichetta storta.

Il grembiule di Lucia appeso dietro la porta.

La vecchia bilancia color avorio.

Il cartello con scritto chiuso poggiato accanto alla cassa.

Li conto, uno a uno. Cinque. Come mi hanno insegnato in terapia. Ancorarmi al presente, alle cose che posso vedere, toccare, nominare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Francesca Marturano
(1992) È nata e cresciuta a Roma. Da sempre affascinata dall’universo delle emozioni, dà voce alla sua urgenza narrativa attraverso storie che uniscono romance e introspezione. “Aspettando l’eclissi”, il suo romanzo d’esordio, esplora la forza di guarire dalle ferite del passato e racconta l’amore come un’occasione di rinascita.
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