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Aurorha

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Consegna prevista Agosto 2027

Per gli Scotley doveva essere una tranquilla vacanza in famiglia. Invece nella Foresta di Luce, dove la Natura separa il nostro mondo da quello delle creature magiche, l’incontro con Aurorha, dell’antica stirpe degli elfi Randir, cambia ogni cosa. Soprattutto per Gabriel, il figlio maggiore, che si innamora perdutamente di lei.
Aurorha ha perso la memoria, eppure visioni inquietanti continuano a tormentarla. Tornare nella sua terra e affrontare il proprio destino sarà inevitabile. Ma Gabriel riuscirà a lasciarla andare per sempre?
Tra due mondi paralleli, una terribile maledizione minaccia di cancellare l’ultima stirpe elfica esistente. La speranza è custodita in una profezia, ma un nemico nell’ombra ha già mosso le sue pedine per impedirne il compimento. In una corsa contro il tempo, antiche alleanze con fate e creature misteriose, si intrecciano ad amori impossibili e al segreto nascosto dietro alla nascita di Aurorha.

Perché ho scritto questo libro?

Fin da piccola ho sempre amato le storie. Trovo che le parole, come sostiene Albus Silente, siano la nostra vera fonte di magia. Mentirei se dicessi di aver scritto questo libro per un motivo preciso. Aurorha e Gabriel mi sono entrati in testa in modo confuso, poi hanno preso vita, diventando un rifugio dalla quotidianità. Ad un certo punto, non so spiegare il perché, hanno chiesto di uscire allo scoperto e poter vivere sulla carta. Cos’altro avrei potuto fare, allora, se non scrivere di loro?

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

All’improvviso si svegliò di soprassalto: aveva sentito un rumore, come un leggero fruscioe, alzando la testa, gli era sembrato di scorgere un’ombra nascondersi dietro un albero poco distante.

«Cosa diavolo?»

Ancora una frazione di secondo e l’ombra, rapidissima, si spostò dietro ad un alto abete. Gabriel si avvicinò piano, appostandosi come se dovesse braccare un animale. Il resto della famiglia era troppo assorto per accorgersi dei suoi movimenti, così il ragazzo si allontanò dal gruppetto seguendo l’ombra, che si faceva sempre più lontana e furtiva. Era ormai chiaro che non si trattava di un animale, perché la sagoma era quella di una persona. Ma come riusciva a muoversi così velocemente? E cosa ci faceva lì, nel bosco? Perché si stava nascondendo? Voleva assolutamente capire.

Non aveva quasi più fiato quando si ritrovò ai margini opposti della Foresta di Luce, ma non era ancora riuscito a distinguere nitidamente la figura, che si spostava di continuo da un albero all’altro.

«Il prossimo anno dovrò impegnarmi di più durante la preparazione atletica», si ripromise. «Almeno non mi ritroverei qui ansimante per rincorrere chissà chi.»

Proprio nel momento in cui, esausto, si lasciò cadere a terra, sudato, con la maglietta bagnata e le gambe dolenti, la “cosa” sfuggente gli si materializzò davanti.

Era la ragazza più bella che Gabriel avesse mai visto in vita sua, incluse le modelle delle pubblicità di suo padre. Dopo qualche secondo, però, lo stupore si trasformò in timore. Quella non era una ragazza qualsiasi: c’era qualcosa in lei — nell’immediato Gabriel non seppe distinguere cosa fosse — che non apparteneva alla razza umana. Era alta quasi quanto Gabriel, dalla corporatura esile ma non fragile, almeno a giudicare dai muscoli delle braccia e delle gambe che si intravedevano dalla strana calzamaglia verde muschio che portava. I lunghi capelli biondo miele le incorniciavano il volto affusolato, dai lineamenti quasi felini,gli occhi erano di un verde smeraldo e il naso armonioso e sottile.

E le labbra, le sue labbra… Gabriel, in quel momento, pensò istintivamente a quanto sarebbe stato bello baciarle. La pelle aveva un’abbronzatura dorata, tipica di chi trascorre le proprie giornate all’aria aperta e non ad ammuffire in una stanza al chiuso. Sul viso e sulle braccia si notavano graffi ed escoriazioni, probabilmente provocati dai rovi e dai cespugli. Il suo sguardo era fiero ma, al tempo stesso, smarrito: non vi era terrore, ma confusione e incertezza.

Gabriel aveva ereditato dal padre la passione per la letteratura fantasy e, nonostante l’incredulità, capì che non poteva che trattarsi di un elfo. Le orecchie a punta confermavano i suoi pensieri.

«Sono certo di non stare sognando, eppure non riesco a crederci», pensò.

Si accorse che era passato almeno un minuto dal momento in cui i due avevano iniziato a fissarsi e, per quanto fosse sconvolto, riuscì ad aprire la bocca, rimanendo quasi stupito quando udì la propria voce.

«Ciao, io mi chiamo Gabriel. Tu chi sei?»

Lei lo guardò perplessa e, per un attimo, il ragazzo pensò che non potesse capirlo. Invece, subito dopo, si tolse la catenina che portava al collo, prese in mano il pesante medaglione dorato che vi era appeso e lo mostrò a Gabriel: adornato da foglie stilizzate, vi era incisoquello che probabilmente era il nome dell’elfa: Aurorha.

«Aurorha… che nome splendido.»

Gabriel si sentì uno stupido: non era in discoteca e non stava cercando di flirtare con una ragazza qualunque. Che diavolo di commento era «che nome splendido»? Avrebbe voluto darsi una zappata sui piedi. Lei continuava a osservarlo e taceva. A Gabriel piaceva essere fissato da lei, ma sentiva di dover fare qualcosa.

«Stai bene? Hai bisogno di aiuto?»

Finalmente la sua splendida bocca si aprì.

«Io… credo di aver perso la memoria. Ricordo solo che correvo a perdifiato nel bosco. Poi vi ho visto. Siete umani, vero?»

Gabriel sorrise.

«Sì, siamo umani. E tu, invece, appartieni alla razza elfica, non è così?»

«E’ così. E non so proprio cosa ci faccio qui, in questo bosco frequentato dagli uomini.»

«Ma parli la nostra lingua. Credevo che voi elfi usaste l’antica lingua.»

«Noi elfi abbiamo la capacità di adattarci a qualunque creatura vivente. Se parliamo con gli umani, possiamo colloquiare nella loro lingua, così come possiamo farlo se incontriamo un cervo o un uccello.»

Rimase immobile, quasi a riascoltare il suono melodioso della sua stessa voce.

«È strano: ricordo perfettamente quello che ti ho detto e saprei dirti anche moltissime altre cose del mio mondo, ma non riesco a ricordarmi chi sono e da dove vengo.»

«Sei ferita, vedo. Forse sei caduta o qualcosa del genere e nell’incidente hai perso la memoria.»

«Queste sono soltanto piccole escoriazioni. Sto bene. Se fossi caduta, avvertirei dolore da qualche parte, probabilmente alla testa, visto che il mio è un problema di memoria.»

Gabriel non riusciva a capire cosa intendesse dire, lei evidentemente se ne accorse, perché gli spiegò pazientemente:

«Se io avessi perso la memoria a causa di un incidente, non avrei saputo darti quelle informazioni sulla nostra capacità di parlare tutte le lingue, come invece mi è venuto spontaneo fare. Vedi, è come se qualcuno avesse appositamente cancellato solo una parte della mia memoria, quella riguardante la mia vita. Non so da dove vengo né da quale paese: è come se fossi nata in questo momento, mentre invece avrò chissà quanti anni sulle spalle.»

«Beh, tanti non devi averne: dimostri poco più della mia età e io ne ho venti.»

Gabriel pensò di essere stato d’aiuto; in realtà si rese solo buffo agli occhi di lei.

«Devi sapere che noi abbiamo una vita straordinariamente lunga: i più longevi arrivano quasi al millennio. Quindi è assolutamente improbabile che io ne abbia solo venti: per la nostra razza, a vent’anni si è soltanto dei bambini.»

Il ragazzo arrossì di vergogna. Aveva sempre saputo queste cose sugli elfi, ma gli sembrava impossibile che quella meravigliosa creatura potesse essere centenaria. Lei forse si accorse del suo imbarazzo, perché disse:

«Non c’è nulla di strano se hai pensato questo: la tua razza ha una vita molto breve e non puoi utilizzare i parametri che conosci per valutare la mia età.»

Forse rincuorato dal suo sorriso, Gabriel osò chiederle se avesse fame e se volesse seguirlo verso la cascina dove soggiornava con la sua famiglia.

«Non trovo prudente farmi vedere da altri umani. Forse è già stata una follia intrattenermi a parlare con te.»

«La mia famiglia è pacifica, non abbiamo cattive intenzioni. Vorrei solo aiutarti finché non riacquisterai la memoria.»

«Gabriel, ascolta: se fosse come penso, potrei non riavere mai più i miei ricordi. Io credo di essere stata stregata. Non potrebbero esserci altre spiegazioni. Qualcuno deve avermi voluto allontanare da dove vivo, o forse voleva uccidermi e questo è il risultato di una maledizione non riuscita completamente.»

Il ragazzo ascoltava esterrefatto: chi mai avrebbe desiderato far del male ad una creatura così splendida?

«Ma io pensavo… credevo che voi elfi foste creature pacifiche, senza nemici.»

«Siamo creature che amano vivere in pace, questo sì, ma non significa che il male non ci tocchi. Non riesco assolutamente a ricordare la nostra situazione attuale: se siamo in pace o in guerra e se stiamo combattendo un nemico in particolare. So solo che non è un caso che io non ricordi quello che mi riguarda da vicino.»

«Capisco, ma non puoi startene qui da sola a girovagare nel bosco. Tra l’altro, questi posti sono frequentati dagli uomini e ti imbatterai facilmente in qualcun altro.»

Aurorha lo guardò negli occhi e Gabriel ebbe la sensazione che lei gli stesse leggendo nel pensiero.

«Tu hai il cuore puro, Gabriel. Mi voglio fidare di te. Sì, al momento mi trovo nelle condizioni di dover chiedere aiuto, perlomeno finché non troverò un modo per tornare nel mio mondo.»

I due si incamminarono lungo il sentiero fitto di vegetazione per tornare nel punto in cui Gabriel aveva lasciato la famiglia distesa a oziare. Il ragazzo, benché fosse ben allenato, faticava a tenere il passo svelto dell’elfa. Lei non aprì bocca per tutto il tragitto e, quando arrivarono alla radura, Albert, Carol e Greta erano più o meno nella stessa posizione in cui li aveva lasciati circa un’ora prima.

«Dov’eri finito?» chiese il padre, senza distogliere lo sguardo dai suoi appunti.

«Io… ehm, vi presento Aurorha. Aurorha, questi sono i miei genitori, Albert e Carol, e mia sorella Greta.»

Furono i secondi più lunghi che Gabriel ricordasse. Aurorha aveva il viso fiero e non abbassò lo sguardo neppure per un momento di fronte all’incredulità dei tre. Albert fu il primo a riprendersi dallo shock.

«Lo sapevo, lo sapevo che esistevate… dentro di me ci ho sempre sperato. Gli elfi, buon Dio, ho incontrato gli elfi!»

La reazione di Carol non fu altrettanto entusiasta.

«Albert, ti prego, non vedi che è uno scherzo? Figuriamoci se questa è… su, che scemenze!»

«Non offendere Aurorha, credo proprio che ne abbia già passate abbastanza. Le ho promesso un aiuto e non voglio che nessuno di voi la infastidisca. Verrà con noi alla cascina e si fermerà per qualche giorno» controbatté irritato Gabriel.

«Signorino, ti ricordo che sono tua madre, quindi non ti permetto di rivolgerti a me in questo modo, come non ti permetto di mettermi in casa una sconosciuta travestita da folletto.»

«È un’elfa, mamma, lo vuoi capire? Fidati, per una volta! Ha bisogno del nostro aiuto. Sono esseri straordinari, sarebbe un sacrilegio non aiutarli!»

«Come puoi pensare veramente che sia…?»

La madre continuò a discutere, ma nella sua voce si insinuò una nota di incertezza. Aurorhasi era allontanata di pochi passi per accarezzare un piccolo passerotto ferito ad un’ala, che stranamente non sembrava intimorito da lei né tentava di fuggire: lo tenne in mano per qualche istante, mormorando parole in una lingua per loro incomprensibile. Dopo qualche istante, il passerotto riprese il volo.

«Come… come hai fatto?»

Greta finora era rimasta in disparte, combattuta tra l’istinto, che le diceva di fidarsi di Aurorha, e la logica.

«Attraverso le mie mani gli ho trasmesso l’energia che gli serviva per sanare la ferita.»

«È magia?»

La ragazza era incredula.

«No», rispose Aurorha, e una velata tristezza le offuscò per un attimo lo sguardo. «Questa non è magia. Potreste farlo anche voi umani, se solo foste più attenti a ciò che vi circonda.»

Poi la sua attenzione si rivolse a Gabriel.

«Non voglio crearvi problemi, anche perché continuo a credere che non sia una buona soluzione soggiornare presso di voi.»

Gabriel non poteva permettere che lei se ne andasse così e tentò di dissuaderla.

«Ma certo che è una soluzione! Cos’altro potresti fare finché non ti sarà tornata la memoria? Potresti essere in pericolo, forse chi ti ha scagliato la stregoneria ti sta ancora cercando.».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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