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Autunno Americano

Autunno Americano

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Ottobre 2022

È il 1997: Sofia ha appena iniziato la terza media. La scelta del liceo la preoccupa, così come tutto ciò che alla sua età bolle in pentola: il ragazzo che le piace, le amicizie, la ricerca della sua personalità, la passione per la musica pop.

La casa di Sofia è in ristrutturazione, e così la sua famiglia si trasferisce temporaneamente in un appartamento i cui proprietari sono emigrati in USA. La nuova casa è tutta da scoprire: una stanza proibita, delle fotografie misteriose, un diario segreto… Sofia e la sua migliore amica la esplorano, e questo risveglia in loro tante domande sulla grandezza del mondo e dei loro desideri.

Autunno Americano è un libro per ragazze preadolescenti che desiderano sentirsi comprese, per tutti quei genitori che vorrebbero capire meglio le loro figlie di 11-14 anni. È infine un tuffo nel passato per chi nel 1997 si affacciava all’adolescenza con un lettore CD nello zaino e una felpa della Onyx legata in vita.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Autunno Americano perché è il romanzo che avrei desiderato leggere alle medie. Perché credo che le ragazze di questa età abbiano bisogno di vedersi raccontate per capire che la loro vita apparentemente banale è invece ricca di bellezza e significato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

IN CASA MIA, IN CASA D’ALTRI

– Muovetevi, o farete tardi!

– Mamma, mi bastano quindici minuti a piedi per andare a scuola, lo sai. Io ci metto un attimo, lui invece… – rispose Sofia, indicando con l’indice teso e un po’ insolente il fratello Riccardo. Erano le 7.50 e la tavola della colazione era piena di tazze, cucchiai, cartoni di latte, confezioni di cereali, vasetti di marmellata e di Nutella, fette biscottate e pane fresco.

La luce filtrava flebile dalle tende leggere e regalava a quel mattino di settembre una magia sospesa.

– Fatti i fatti tuoi! – rispose Riccardo, che dall’alto dei suoi otto anni non sapeva resistere al sottile gusto di provocare la sorella, infischiandosene delle conseguenze. Infatti finiva sempre col beccarsi degli scapaccioni immediati; proprio come quella mattina, visto che la mamma si trovava giusto giusto dietro di lui. SBAM!

– Non azzardarti a parlare così. Poi lo dico al papà e vedi. Adesso muovetevi a vestirvi che è ora di andare. Forza! Camminare!

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Fratello e sorella si alzarono da tavola e corsero in camera, quella camera in cui avevano appena dormito per la prima volta. Una stanza che non era la loro, e che prima era stata dei figli dei Campi, la cui presenza, misteriosamente, permeava l’aria e le pareti. In casa mia, in casa d’altri, si ripeteva nella mente Sofia, che era incuriosita, turbata e al contempo attratta dalla nuova situazione della sua famiglia.

La mamma, rimasta in cucina, armeggiava sul pianale di marmo, sistemando ogni cosa e lavando tazze e stoviglie. C’è un nervosismo insopportabile, pensò. Speriamo che si abituino, che pian piano tutto vada a posto. Certo, ci vuole un po’ di tempo.

MEP MEP!

I pensieri della mamma furono interrotti dal suono del clacson: il papà, che era appena uscito per andare a prendere la macchina parcheggiata in fondo al viale, aspettava fuori Riccardo per portarlo a scuola.

– Riccardo! Esci!

– Arrivo!

– Muoviti!

– Lasciami stare!

– Basta!

– Ciao eh!

– Ci vediamo a pranzo!

– Forse…

– Fate i bravi!

– Un fico secco!

– Riccardo!!!

– Beh ciao!

Il portone si chiuse, i due ragazzi erano usciti. Silenzio, finalmente.

Nervosismo insopportabile, la mamma si ripeté queste parole, come – paradossalmente – per rassicurarsi: in fondo era una situazione temporanea, e alla sua famiglia sarebbe bastato qualche giorno, o forse qualche settimana, per abituarsi alla nuova sistemazione e smettere – tutti – di trattarsi a pesci in faccia.

– Ciao papà, mi incammino…

– Ciao Sofia! Buona giornata! Dai Riccardo, sali in macchina!

Il bambino aprì la portiera, lanciò lo zaino sul sedile e vi si sedette accanto, mentre Sofia mosse i suoi passi nella la direzione opposta, per andare alle scuole medie. Il borbottare del motore dell’auto si allontanò sempre di più, fino in fondo alla via, anzi al viale alberato, viale Alghero, il loro nuovo indirizzo.

Questo è un “viale” perché ha gli alberi; mentre via Rizzoli, la via di casa nostra, è una “via”, perché non li ha, si ripeté Sofia, come una lezione: era la spiegazione che le aveva dato il papà.

Prese dalla tasca esterna il lettore CD che le era stato regalato per il compleanno, e che teneva in un astuccio morbido come un tesoro prezioso. Lo accese, cuffie alle orecchie. Finalmente poteva ascoltare la playlist che le aveva masterizzato Chiara. Si risistemò lo zaino sulle spalle e prese a camminare, i suoi passi al ritmo della prima canzone che il CD le propose: The Sea. La sua amica Laura diceva che il lettore CD era un sistema intelligente: capiva la tua situazione, le tue emozioni, e ti proponeva una canzone a tema. Inutile cercare di farle capire che i brani non venivano messi in play a caso, ma che seguivano l’ordine impostato da chi masterizzava la playlist. Laura andava dritta per la sua strada con le sue convinzioni, forte del fatto di avere sempre ragione su tutti gli altri argomenti, o almeno così dicevano tutti, in classe. E a tredici anni chi sei tu per contraddire una che ha sempre ragione?

Comunque in quel caso avrebbe anche potuto essere vero: il nuovo tragitto casa-scuola era proprio una passeggiata di circa un chilometro e mezzo sul lungomare – the sea – della cittadina di provincia in cui Sofia era nata e cresciuta. In fondo a viale Alghero si svoltava poi in viale D’Annunzio, che affiancava la linea della spiaggia: bellissima e misteriosa, anche se già deserta a metà settembre. Vi risuonavano soltanto i versi dei gabbiani lontani, sugli scogli. Seagulls scavenge/(…) Worries vanish/within my dreams

In fondo a viale D’Annunzio c’era la scuola media. La ragazza cominciò a camminare sotto i pini marittimi profumati, con i loro tronchi vecchi e rugosi. L’aria cominciava a scaldarsi un poco, anche se, appena girato l’angolo, una folata di vento impetuoso che proveniva dal mare sconvolse i capelli di Sofia, color biondo cenere e lunghi fino alle spalle, rovesciandoli con foga sul suo viso pulito, sui suoi tratti dolci e ancora acerbi, sui suoi occhi verdi e profondi come un bosco. I left my soul there/down by the sea/I lost control here/living free

La linea della spiaggia si perdeva a vista d’occhio, fino al porto. A destra di Sofia, il mare. Agitato, maestoso, impetuoso, grigio. Proprio come i suoi pensieri di quel mattino. Magari avesse potuto dire davvero living free. Davanti a lei, il punto di fuga del marciapiede, scandito ritmicamente dalle tamerici basse e dal loro aspetto anziano e dimesso. A sinistra invece si affacciavano sulla strada gli alberghetti e le pensioni, aperti ancora per poco, anch’essi infreddoliti e scompigliati dal vento.

Non era affatto in ritardo, la mamma faceva confusione con le distanze, così l’aveva svegliata fin troppo in anticipo. Sofia era quasi arrivata, ma mancavano ancora dei buoni quaranta minuti al suono della campanella. Ovvero al suo primo giorno di terza media.

– Una classe importante – aveva detto il papà. – Devi stare con gli occhi aperti per capire cosa vuoi fare dopo.

Tutti… tutti parlavano soltanto di cosa-fare-dopo. Sempre. Insomma, non era ancora iniziata la terza media, e già tutti pensavano a quando sarebbe finita.

E l’esame? Faceva paura a tutti l’esame, o solo a lei? E l’anno successivo, cosa avrebbe fatto? Che liceo? Di certo sapeva che un istituto tecnico non le interessava. Non le dispiaceva studiare, anzi. Chissà a distanza di un anno dove sarebbe stata. Un nuovo primo giorno di scuola, ma stavolta di liceo. Classico? Scientifico? Linguistico? Socio-psico-pedagogico? Artistico?

Nella sua classe, i rapporti oscillavano tra due estremi che a pensarci bene non avevano molto senso. Spesso qualcuno veniva preso in giro davanti a tutti, a tradimento. Maschi e femmine, senza distinzione. Poi – soprattutto le femmine – facevano promesse di amicizia eterna, si confidavano ogni minimo dettaglio privato, per poi spifferare tutto con la terza amica che capitava sulla scena. Si festeggiava un compleanno, e si invitava tutta la classe tranne una persona, e il malcapitato per forza di cose lo veniva a scoprire il giorno dopo. C’era chi ti faceva i complimenti per la nuova felpa della Benetton, e poi due ore dopo a ricreazione diceva che era da sfigata. Insomma un groviglio di sentimenti, piccole vendette, gelosie, invidie, incomprensioni, che rendevano ogni piccolo avvenimento una tragedia greca. E poi c’era Alex…

Fai che i compagni di classe del liceo siano più intelligenti e non mi prendano in giro, pensò in un soffio Sofia, con un groppo in gola, a ripensare a certi fatti degli anni passati. When you are close to tears remember/someday it’ll all be over le stava dicendo la canzone che la playlist ora le proponeva, una delle sue preferite.

Un’altra folata di vento le portò di nuovo i capelli sul volto quasi senza trucco. Quasi, perché le era stato permesso dalla mamma di mettersi il rimmel, per il primo giorno di scuola. Così aveva aperto e usato la trousse che le avevano regalato gli zii. In effetti tante cose le erano state consentite quell’estate: oltre al mascara e il gloss (ma solo per le occasioni speciali), i genitori le avevano concesso il permesso di andare in bicicletta da sola per incontrarsi con le amiche in centro o in spiaggia, o per andare in biblioteca a studiare con Chiara. E poi il papà aveva promesso che se l’esame fosse andato bene, forse l’anno seguente avrebbero comprato un motorino, e anche Sofia avrebbe potuto usarlo! Ad alcune compagne di classe era già stato promesso come regalo di compleanno per i quattordici anni. Anche Sofia lo desiderava. Però non le piaceva l’idea di essere come tutti o, ancor peggio, come tutte, di averne gli stessi desideri, le medesime aspirazioni.

Lo vedeva come si comportavano le compagne di classe: vestivano uguali, si comportavano uguali, parlavano uguali. Non è che volesse essere diversa a tutti i costi, ma sentiva di non essere omologabile alle altre, e non voleva perdere tempo ad adeguarsi. Ecco, sì, tutti perdevano tempo, invece lei aveva uno scopo molto chiaro: quello di fare della sua vita una grande avventura. One day we’re gonna get so high… C’era qualcosa che la portava a pensare di non essere come le altre. Non migliore, non peggiore, solo… se stessa.

Glielo aveva detto Marie, a Parigi. Quell’estate, infatti, avevano fatto un viaggio nella capitale francese: il papà, la mamma, Sofia e Riccardo. Dormivano in un appartamento poco fuori città. La padrona del bilocale si chiamava Marie ed era una signora sulla sessantina, francese, che si dilettava un pochino nel parlare italiano. Un giorno Sofia non si sentiva bene, così era rimasta a casa, mentre il resto della famiglia era andata a visitare la reggia di Versailles. Era stata dunque affidata alla signora, che quel giorno sarebbe stata chiusa in casa a cucinare per i suoi figli e nipoti: li aspettava a pranzo per il giorno successivo. Dopo qualche ora Sofia si riprese, e iniziò ad aiutare Marie in cucina. Passarono insieme tutto il pomeriggio, tra terrine, uova e farina, e fecero una torta per gustarsela a merenda; parlarono a lungo riuscendosi a capire con quel poco di italiano che Marie conosceva e quel poco di francese che Sofia riusciva ad intuire. Quando i genitori e Riccardo tornarono a prenderla, Marie disse loro, davanti a Sofia, che la ragazzina era davvero speciale, non comune, e che per lei nella vita ci sarebbe stato certamente qualcosa di meraviglioso.

Certo la situazione, in quel momento, sembrava tutt’altro che meravigliosa. Ripensava alla loro casa di via Rizzoli: era stato messo in vendita l’appartamento accanto, e i genitori avevano deciso di comprarlo per ampliare tutta la casa: stavano decisamente stretti in quattro, nelle poche stanze in cui vivevano. I lavori di ristrutturazione sarebbero durati tre mesi, tre mesi in cui sarebbe stato impossibile vivere lì. Come fare? Il papà una sera li aveva presi sul divano, in salotto e, mentre la mamma ascoltava in piedi, aveva comunicato loro che sarebbero andati a vivere per tre mesi a casa di Franco Campi.

– Di chi?! – avevano chiesto Sofia e Riccardo.

2022-02-17

Aggiornamento

Cari tutti, stamattina mi sono alzata e ho controllato la nostra pagina: mancano solo 3 copie all'obiettivo! Sono davvero contenta e in questo rush finale vorrei ringraziare tutte le persone che l'hanno prenotato basando il loro click solamente sull'anteprima e sulla fiducia che hanno in me. Questo è un pensiero che mi spiazza e mi lascia senza parole (strano, vero?). Vorrei ricordarvi che ogni persona può acquistare fino a 5 copie (oppure 4 copie+1 e-book, oppure un solo e-book), mentre le aziende, le scuole, le associazioni, possono ordinarne fino a 30 copie (in questo caso devono scrivermi e compilare un form che invierò loro). Un GRAZIE gigante a tutti quanti e ci vediamo sulle pagine social: FB: https://bit.ly/3rYRlAL IG: https://bit.ly/3r5QOhr ( @autunnoamericano )
2022-01-26

Aggiornamento

In soli 6 giorni abbiamo già raggiunto l'80%! Non ho altro da dire se non GRAZIE a tutti coloro che hanno prenotato la loro copia e mi hanno scritto di persona per saperne di più. Non avrei mai immaginato di arrivare a questi numeri in così poco tempo. Il mio desiderio è quello di arrivare alle persone per cui questo libro è stato pensato, per questo se desiderate proporlo presso scuole, centri per lo studio, biblioteche, gruppi vari (anche online/Zoom), oratori e simili non esitate a contattarmi e a diffondere la voce. Come si dice da queste parti: Spread the voice!

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Lucia Ceccolini
Lucia vive a Londra da 7 anni con un marito milanese e un figlio di 3 anni che le corregge la pronuncia British. Originaria di Pesaro, dopo essersi diplomata in pianoforte e laureata in lettere a Bologna, ha mollato tasti e dizionari di latino per buttarsi nel mondo della pubblicità. Ha vissuto a Milano e Torino, lavorando come copywriter in agenzie di advertising internazionali, prima di prendere un volo di sola andata per la terra della Brexit dove ora lavora come copywriter, content manager e traduttrice freelance.

Ha sempre scritto storie, poesie, pensieri e riflessioni in qualità di mamma, expat, introversa, copy, musicista non praticante. L’ambiente internazionale, il confronto continuo con il Belpaese, i rapporti a distanza e il clima albionico le danno sempre argomenti di cui parlare quando è in imbarazzo con la gente. Cioè abbastanza spesso.
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