ANTEPRIMA NON EDITATA
1. Basilico
Il freddo proveniente dal frigorifero spalancato, all’interno della piccola cucina anni ’70, rende l’aria afosa e umida di giugno leggermente più sopportabile. Le tre sorelle si muovono nello spazio, per loro così familiare, in una sorta di danza rituale. Stessi movimenti, stessi gesti, declinati con maggiore o minore intensità, forza, talento. La memoria le fa sentire completamente a loro agio in quegli spazi, sebbene non ci tornassero da oltre un anno.
Beatrice, Benedetta e Bianca cucinano insieme in un insolito silenzio. Si passano gli ingredienti, aprono con estrema sicurezza armadietti e cassetti ed estraggono quanto necessario.
Beatrice prende con una forchetta le patate dalla pentola di acqua bollente, poggiandole direttamente nello schiacciapatate posto all’interno del lavandino.
Il suo sguardo si posa per un attimo sulla forchetta che ha tra le mani, quella con il manico rosa che usava da bambina, comprata da suo padre durante una spesa domenicale in cui, loro due da soli, avevano deciso che avrebbero acquistato qualcosa di speciale. La accarezza delicatamente con il polpastrello del pollice, riconoscendola prima al tatto che alla vista.
Inserisce due o tre patate per volta, a seconda della dimensione, nella piccola ciotolina cilindrica di ferro, chiude i manici e lascia che la parte metallica schiacci le patate. Fa cadere i piccoli pezzi direttamente sul bancone accanto al lavandino, dove Benedetta stava già creando un vulcano con la farina. Toglie poi velocemente la buccia, rimasta nel cestello e, con il piede, apre l’armadietto sotto il lavandino, buttando gli scarti direttamente nel cestino dell’umido.
“Mi passi un uovo? Poi…non lasciare per così tanto aperto il frigo, con questo caldo, oltretutto…” dice Benedetta a Bianca.
Bianca prende l’uovo e glielo porge. Poi afferra velocemente la passata di pomodoro, uno spicchio d’aglio e rinuncia alla ricerca del concentrato di pomodoro che le aveva fatto lasciare il frigo aperto per qualche secondo più del necessario. Tempo sufficiente a garantire il commento della sorella, fatto con il suo solito tono acido e altezzoso.
“Grazie, Banana.” dice Benedetta sorridendole, aprendo l’uovo direttamente sopra la farina.
Banana. Bianca se lo ripete nella testa. Banana. Chissà quanto tempo era passato dall’ultima volta che si era sentita chiamare di persona così. L’aveva sentito qualche volta distrattamente in chiamate fatte di fretta o in note audio ascoltate mentre faceva altro. L’aveva persino letto un paio di volte direttamente dallo schermo del cellulare, senza aprire del tutto WhatsApp, in modo che le sorelle non vedessero che aveva letto quanto scrivevano. Quando si accorgevano che leggeva i messaggi e non rispondeva la chiamavano immediatamente. Bianca lo trovava opprimente e faceva di tutto per evitare quelle telefonate.
Sapeva dirlo esattamente, in realtà, quanto era passato dall’ultima volta che lo aveva sentito di persona: sei mesi. Era il giorno di Natale, il più brutto della loro vita. Si erano viste poi in un paio di occasioni formali in cui non era opportuno usare quel soprannome: il preliminare della casa dei genitori e una conferenza di Beatrice. I ricordi dell’ultimo anno scorrono vividi nella mente di Bianca, mentre sbuccia lo spicchio d’aglio con le dita.
Banana. Bianca sente una sensazione di calore al centro del petto e il fastidio verso la sorella sembra momentaneamente scomparire. Banana. Famiglia, affetto, ricordi, passato, traumi condivisi.
Gli occhi di Bianca si velano di lacrime, la fronte le si aggrotta dallo sforzo di trattenerle. Con questa espressione, le leggere rughe del viso che stanno iniziando a essere più visibili, ora che ha compiuto trentadue anni, sembrano estremamente marcate. Gli occhi azzurri umidi, il volto accigliato, i cappelli arruffati in una mezza coda cortissima, il vestito nero di cotone pesante, lungo fino ai piedi: tutto conferisce a Bianca almeno cinque anni in più di quelli indicati nella sua carta d’identità. È stato un anno difficile.
Benedetta ha quarantadue anni, esattamente dieci in più di Bianca, anche se ne dimostra molti meno. L’abbronzatura costantemente presente, in qualsiasi periodo dell’anno, gli abiti sempre perfetti, senza pieghe e calzanti alla perfezione sul suo fisico asciutto, i capelli impeccabili, i numerosi anelli dorati che tintinnano toccandosi qualsiasi cosa faccia, il viso tirato dal Botox appena fatto: è difficile non sembrare sciatti accanto a lei.
Beatrice ha trentotto anni. Gli abiti che indossa sono assolutamente austeri: una larga camicia bianca a maniche corte abbottonata fino al collo, pantaloni a palazzo neri di popeline, friulane verdi scamosciate. Beatrice non va in spiaggia, non cammina a piedi nudi, non indossa vestitini corti. Beatrice legge libri di filosofia, che porta sempre con sé – ce n’è giusto uno sul tavolo da pranzo – ascolta musica classica, insegna all’università. Secondo Benedetta, non si è mai divertita un giorno nella sua vita.
Benedetta e Beatrice hanno iniziato a chiamare Bianca “Banana” ancora prima della sua nascita. Quando la loro madre aveva scoperto di essere incita, all’età di 39 anni, aveva affidato il compito di decidere il nome della nascitura alle bambine, entusiaste. L’aveva fatto in parte per includerle, in parte perché non era un buon periodo per lei: la depressione era tornata con la scoperta della gravidanza e voleva pensare il meno possibile a questa bambina, almeno finché non sarebbe stata tra le sue braccia.
Benedetta e Beatrice decisero subito che il nome sarebbe dovuto iniziare con la B, come i loro. Benedetta aveva iniziato a scrivere, sull’ultima pagina del suo diario scolastico, tutti i nomi con la B che le venivano in mente. Berenice, Brigitte, Barbara, Bella, Bruna: la lista si ampliava di settimana in settimana. Beatrice ascoltava la sorella elencarle i nomi appuntati più volte al giorno, ma non contribuiva, vittima della sua estrema insicurezza e timidezza, affidandosi totalmente, come sempre, a Benedetta, che avrebbe di certo scelto meglio di lei. Quando ormai mancavano poche settimane al parto, prese coraggio e disse alla sorella, nel buio della loro stanza, appena spenta la luce prima di dormire, il nome a cui stava pensando da mesi.
“Io la chiamerei Banana.” disse con un’insolita voce ferma, senza balbettare come spesso le capitava.
Arrossì immediatamente, appena pronunciata la frase, ma il buio la difese e la fece sentire al sicuro.
“Banana? Come il frutto?” “Sì. Per prima cosa, ecco sì per prima cosa, a tutti, qui, piacciono le banane. A noi piacciono, al papà piacciono e soprattutto alla mamma piacciono. E sappiamo già che questa bambina ci piace, giusto?” disse con voce flebile, incespicandosi su qualche parola.
“Sì, giusto.” “Poi, non mi sembra bello darle un nome comune, mi sento che sarà speciale. Vero?” “Sì, vero.” “E sarà la sorellina più dolce del mondo. Dolce come una banana giallo scuro.”.
La mattina successiva si alzarono con un entusiasmo secondo forse solo a quello della mattina di Natale e corsero in cucina ad annunciare al papà la loro scelta. Giuseppe, intento a preparare la moka con il caffè, nella stessa cucina in cui oggi si trovano le tre sorelle, ascoltò divertito il discorso delle bambine. Piace a tutti ed è speciale.
“Stella, vieni a sentire!” disse chiamando la moglie ancora sdraiata in camera. “Fidati, vale lo sforzo di alzarsi dal letto.”
Giuseppe sapeva che questa azione le richiedeva un impegno maggiore rispetto a quello che richiederebbe alla maggior parte delle persone, non solo perché era incinta di otto mesi e il suo corpo esile sembrava reggere a malapena il peso del pancione, ma anche perché la tristezza di Stella, così la chiamava lui, era peggiorata nell’ultimo periodo. Stella arrivò con calma in cucina e ascoltò le bambine. “Mi sembra un’ottima idea!” rispose sorridendo con tenerezza. “Pensa, mamma, l’ha detto Beatrice!” disse Benedetta, incoraggiando come sempre la sorella, facendola sentire per un secondo intelligente e speciale. Solo lei lo sapeva fare così bene.
“Brava, Beatrice. Allora è deciso.” disse Giuseppe abbracciandole. Le bambine corsero in camera saltellando dalla felicità.
“Non la chiameremo mai così, vero?” chiese Stella incuriosita “Non credo nemmeno sia legale.”
“Ovvio, mi dispiaceva smorzare il loro entusiasmo. Sarà il suo soprannome, magari.” disse sfiorando la pancia della moglie, la quale si abbassò repentinamente la maglietta che si era leggermente alzata scoprendole l’ombelico.
“Ho pensato che Bianca potrebbe essere un bel nome per lei.” disse Stella guardando negli occhi azzurri il marito. “Direi perfetto.” rispose abbracciandola.
Giuseppe si sentì incredibilmente sollevato: era da mesi che la moglie non parlava della bambina con lui.
Lo sfrigolio proveniente dalla padella con olio e aglio si fa sempre più intenso. Bianca ci versa l’intera bottiglia di passata di pomodoro che ribolle e schizza sulle piastrelle beige con fiori marroni alle pareti. Si allunga verso il lavandino e aggiunge un goccio d’acqua nella bottiglia vuota, rimette il tappo e la sbatte con forza. Riapre la bottiglia e versa il liquido nella padella. La bottiglia è completamente pulita adesso.
“A che ora arrivano Manuel e i bambini?” chiede Bianca interrompendo il silenzio che durava da troppo tempo. “Per l’una, avevano il corso di nuoto stamattina. Tempo di cambiarli e per le undicipartivano da casa.” risponde Benedetta senza voltarsi.
Le sue braccia toniche stanno impastando; ad ogni movimento i muscoli cambiano forma, si tirano e si rilassano ritmicamente.
“Cazzo, sono troppo calde queste patate. Mi sto ustionando le mani e non posso aggiungere l’uovo, altrimenti si cuoce.” dice sventolando le mani per aria nel tentativo di raffreddarle.
“Siamo in anticipo, Benni. Possiamo anche sederci un attimo, sono solo le 11, lo gnoccone cuoce in quaranta minuti e per farlo ci vuole mezz’oretta.” dice Beatrice mentre grattugia il formaggio.
Lo gnoccone è un piatto che cucinava sempre Giuseppe nelle occasioni speciali. Come quella di oggi: il primo degli ultimi pranzi tutti insieme nella casa di famiglia, prima che venga venduta.
Alla firma del preliminare, un mese fa, quando si erano trovate dal notaio, le tre sorelle avevano deciso che avrebbero fatto una vacanza nella casa dei genitori, per salutare quel luogo di gioie e di dolori e per passare del tempo insieme, cosa non ancora avvenuta dopo la morte del padre, se non appunto per quell’orrendo Natale.
Benedetta avrebbe portato anche il marito e i figli, Beatrice ovviamente – avverbio presente nei pensieri delle sorelle – sarebbe venuta da sola, Bianca con il fidanzato Claudio, con cui stava da quasi dieci anni. Si sarebbero trattenute due settimane nella grande casa di campagna nellabergamasca, in cui avevano vissuto per tutta la loro vita fino circa ai rispettivi vent’anni, quando tutte e tre si erano trasferite: Benedetta a Torino, diventando dirigente di banca; Beatrice a Trento, dove insegna filosofia all’università; Bianca a Milano, dove lavora in una galleria d’arte.
“Tra l’altro, ieri Filippo mi ha chiesto cosa fosse la cosa che mangiavamo oggi a pranzo.” dice Benedetta divertita.
“Ma l’ha già mangiato, mi ricordo che due anni fa il papà l’aveva cucinato a Natale. Era piccolino, però. Avrà avuto cinque anni…Mamma mia, quanto era stupendo Fil da piccolo? Con quei ricciolini biondi, vi ricordate?” dice Bianca.
“Sì, sembrava Gesù bambino! Comunque gli ho detto che è come uno gnocco gigante appiattito e riempito con il formaggio, arrotolato e tagliato a fette, condito con pomodoro. Sapete cosa mi ha risposto? Che lui le cose appiattite non le mangia. È in quella fase, qualsiasi cosa gli preparo non la mangia. Luca invece mangia tutto, ma anche Filippo a quattro anni era così, poi è diventato uno schizzinoso incredibile. Tranne per quello che gli prepara quella stronza di Lara, ovviamente!” dicendo l’ultima frase Benedetta alza la voce e le sorelle interrompono le loro attività guardandola contemporaneamente. “Chi è Lara?” chiede Bianca mestamente.
“Quella troia della mia babysitter.” risponde Benedetta, dirigendosi a prendere la bottiglia di vino dal frigorifero e tre calici dalla dispensa. “Come mai dici così?” “Come mai dico così? Intendi perché dico che è una stronza schifosa? Vediamo…forse perché slecchina tutto il tempo i miei figli in modo che la amino alla follia? Si inventa ogni giorno un’attività, un nuovo gioco, una nuova ricetta da fare. Riesce pure a far fare i compiti a Luca senza che lui urli come un’aquila come quando ci provo io. O forse perché viene al lavoro, a casa nostra, tutti i pomeriggi, con vestitini sempre più striminziti? Non mette nemmeno mai il reggiseno, cazzo! Ho beccato Manuel più volte guardare di soppiatto.” “Cioè dici che è una troia stronza perché è brava con i bambini e mette quello che le pare?” chiede Beatrice in tono estremamente serio. Lei non parlerebbe mai così di un’altra donna.
Bianca sorride sentendo Beatrice dire le parolacce: non le dice mai e sembra quasi stia parlando un’altra lingua mentre lo fa. Un lessico che le è sconosciuto e che dice con incertezza; dà l’impressione di imitare i suoni ascoltati dalla sorella che le risultano però totalmente estranei.
“Sì, esatto, cazzo! Sono in quella banca a lavorare tutti i giorni, gestendo una marea di incompetenti e di clienti impossibili, arrivo al fine settimana stravolta e faccio con i bambini come posso. È ovvio che non posso competere con una che fa questo di lavoro, che ha sempre mille idee, che è sempre creativa ed eccitante.”
“Ho capito, Benni, ma dovresti essere felice se i bambini si trovano bene, devono passare molto tempo con lei.” dice Beatrice dolcemente.
“Ah certo, molto tempo con lei. Pure tu ora mi tiri le frecciatine come mia suocera? Lavoro, ok? Pure Manuel lavora, ma nessuno lo incolpa di abbandonare i suoi figli. Lara dovrebbe per lo meno avere l’intelligenza di capire che non può essere così grandiosa, altrimenti per me è impossibile essere al suo livello.”
“Ma cosa vuol dire? Licenziala se non ti va bene allora, invece di trattarla male.”
“Chi te lo dice che la tratto male?”
“Non la tratti male?”
Cala il silenzio tra le tre sorelle. Bianca, che fino a quel momento non aveva proferito parola, si avvicina alla sorella, come per sentire meglio la sua risposta.
“Certo che la tratto male, e che cazzo! Almeno questo permettetemelo con quello che la pago!” Benedetta urla e la sua voce rimbomba nella piccola cucina. Cala il silenzio. Beatrice non ha più il coraggio di parlare. Bianca attende qualche secondo, poi scoppia a ridere, finché la sua risata contagia tutte. “Tu sei veramente fuori, Benni. Da un lato credo di capirti, però.”
“Grazie, Banana.” Beatrice alza gli occhi al cielo. Benedetta versa il vino nei calici e lo passa prima a Bianca e poi a Beatrice. “Non bevo, lo sai.” risponde quest’ultima infastidita. “Ma dai è un goccino di Lambrusco, mica eroina. Ti scogli un po’ almeno.” Beatrice manda un’occhiata carica di odio alla sorella e allunga la mano verso il bicchiere.
E poi sarebbe Lara la stronza, sei tu la stronza. E forse i tuoi figli preferiscono la tata perché tu sei orribile. “Ti scogli un po’”, ma cosa vuoi? Possibile che se qualcuno non è come lei, allora non va bene? – Beatrice dice tutto nella sua testa e lì è forte, decisa, offensiva, fiera.
Le tre sorelle interrompono le loro occupazioni e si spostano con i bicchieri di vino in terrazza. Bianca prende dei taralli che erano ancora nella borsa della spesa, apre il sacchetto e lo mette al centro del grande tavolo in legno intorno al quale Benedetta e Beatrice si sono già sedute. Poi torna in cucina e prende anche un sacchetto di patatine, lo apre e lo posiziona accanto ai taralli.
La terrazza, per fortuna, al mattino è all’ombra. Non c’è più nemmeno una pianta da quando il padre è morto. Nessun ficus, nessun geranio, nessuna pianta aromatica.
Fino all’anno scorso, la casa era una meraviglia: una vecchia cascina bergamasca, con una grande terrazza al primo piano, sempre viva, verde, fiorita. Così come il giardino che circondava la casa.
“Chi ha buttato le piante del papà?” chiede Bianca appena seduta. “Io. O meglio, non le ho buttate, ne ho a casa alcune, altre le ho regalate a dei miei amici. L’avevo chiesto a Benni e mi ha detto che per lei andava bene. Avevo provato a chiamarti per chiedertelo ma non rispondevi.” dice Beatrice sulla difensiva. “No ma figurati, Bea. Non era una critica o che, volevo solo sapere dove fossero. Sono contenta che non sono state buttate. Per caso hai tu l’agave? Quella nel vaso di ceramica con gli angioletti.”
“No, non ce l’ho io.” Beatrice si interrompe, apre la bocca come per parlare e subito la richiude, poi la riapre e questa volta esce la voce. “Ce l’ha Marco. Il mio ragazzo.”
Benedetta e Bianca si guardano, sgranano gli occhi e sorridono. Il motivo per cui Bianca avesse chiesto dell’agave passa totalmente in secondo piano e nessuno oggi ci penserà più.
“Chiedetemi dai, vi vedo che non state nella pelle.” afferma Beatrice con un sorriso rassegnato.
Da quanto state insieme? – Quanti anni ha? – Dove l’hai conosciuto? – Quindi non vivete insieme se lui ha la pianta a casa sua, giusto? – Insegna anche lui a Trento? – Vive a Trento con te? – È figo? – È alto? – È ricco? – Che progetti avete per il futuro? – Volete avere figli? – Ce lo fai conoscere?
Le domande arrivavano a raffica da entrambe le sorelle, senza lasciare a Beatrice il tempo per pensare. “Ragazze, basta. Come faccio a rispondervi se continuate a parlare? Per farla breve, stiamo insieme da un anno, stiamo per andare a convivere, siamo felici. Lui è semplicemente quello che cercavo. Lo conoscerete e sarete della mia stessa opinione” Beatrice si interrompe a pensare e continua dopo qualche secondo. “E se invece non la penserete così, vi prego di non dirmi nulla, di tenervi per voi dubbi, perplessità, critiche. Sono abbastanza grande da decidere per me e, sinceramente, ogni tanto sono stufa dei vostri giudizi.” dice abbassando lo sguardo.
Tutte sapevano che Beatrice si riferiva a Benedetta, sempre pronta a dire la propria, anche quando nessuno voleva sentirla.
“Va bene. Non ti chiederemo altro, se nei prossimi giorni vuoi invitarlo per pranzo, fai pure. Saremo buone, silenziose e mansuete.” dice Bianca, sbattendo gli occhi con teatrale innocenza.
“Mansuete? Non lo siete state un giorno nella vostra vita.” risponde Beatrice ridendo.
Le sorelle ridono e si guardano, capendosi e accettandosi.
“E invece Claudio quando arriva, Banana?” chiede Benedetta. I resti delle risate sui loro volti svaniscono pian piano.
“Claudio parte tra poco per il Giappone.”
“Eh va bè che vuoi che sia, viene qui una giornata, da Milano ci vuole un’oretta. Può venire anche solo per cena e dormire qui, parte poi la mattina successiva. Quando parte?” chiede subito Beatrice, pianificando l’arrivo del cognato.
“Non sono stata chiara: parte per il Giappone, dove andrà a vivere. Non andrò con lui. Ci siamo lasciati un paio di mesi fa, tra qualche giorno vado a salutarlo e mi restituisce le chiavi di casa nostra.” “Cosa stai dicendo? Perché non ci hai detto nulla?” chiede Benedetta.
“Non vi preoccupate, è andata così. Semplicemente gli hanno offerto il lavoro che aspettava da sempre e non mi ha chiesto di partire con lui. Mi è sembrato di intuire subito che voleva fare questa esperienza da solo e questo è il problema: se non vuoi condividere una cosa così bella e avventurosa con la tua compagna da dieci anni, forse qualcosa che non va c’è. Abbiamo affrontato questa conversazione nel modo peggiore possibile, urlando e dicendoci le più infime cattiverie. E poi…”
Bianca si ferma, alza gli occhi che fino a quel momento fissavano una macchia sul pavimento della terrazza. Perfettamente circolare, sicuramente il segno lasciato da uno dei vasi del padre: una sacra sindone.
Le lacrime le scendono ai lati del viso. Il solito bianco brillante che circonda le sue iridi azzurre diventa rossastro.
“Ho avuto un attacco di panico.”
“Ti sono tornati?” chiede Beatrice immediatamente. “No, giusto quello e un altro la scorsa settimana. Ma sto bene, non vi preoccupate.” “E lui? Lo sa che deve abbracciarti finché non gli dici basta?” domanda Benedetta, ricordando la regola di quando era ragazzina e trovava la sorella ansimare seduta nell’angolo della stanza.
Bianca sorride dal profondo della sua anima: il fatto che la sorella si ricordi della corretta modalità per farla calmare la fa commuovere e le lacrime che ora scendono sono morbide e dolci, come il loro papà, che le sembra di sentire in quella domanda affettuosa.
“Sì, lo sa ma quando mi ha visto così se n’è andato, dicendomi che sono la solita esagerata, che piange per uscire dalle situazioni scomode e non affrontare le difficoltà.” Le sorelle la guardano senza proferire parola. “Non vi preoccupate, sto bene, sapete che non mollo. È complicato, dopo così tanti anni insieme, essere sola. Mangiare da sola, dormire da sola, lavarmi i denti da sola, guardare i film da sola. Con il tempo andrà meglio.”
“Sì, certo…ma il punto è un altro…glielo diciamo, Bea?” Benedetta guarda la sorella facendo un sorriso. Bianca le guarda dubbiosa e incuriosita. “Claudio è un coglione!” dice Benedetta.
Ridono tutte e tre.
“Ma no ragazze, in queste situazioni ci sta comportarsi male, era ferito dal fatto che io volessichiudere la storia e che l’avessi messo alle strette. Io in Giappone non ci sarei andata neanche se me l’avesse chiesto subito. La mia vita è qui.” risponde Bianca.
“No, non hai capito. Noi è dal giorno in cui l’abbiamo incontrato che pensiamo questo di lui. Ho anche cercato di dirtelo qualche volta, tra le righe, ma Bea mi ha sempre detto di farmi i cazzi miei e di non comportarmi come le zie, che i cazzi loro non se li fanno mai.” “Veramente? Perché lo pensate?” Beatrice prende parola, con la sua solita pacatezza e con un tono da prete durante la predica, tranquillo ma ammonitore: “Perché è uno fissato con i soldi, sempre a parlare di quanto era povero e di come ora non sta ancora bene come vorrebbe. Poi non l’abbiamo mai sentito farti un complimento come si deve. E sminuiva pure il tuo lavoro e le tue passioni, mi ricordo perfettamente che una volta ti ha pure detto di non perdere tempo con la ceramica, che tanto non eri sicuramente portata.”
Bianca ricorda perfettamente quel momento. Ristorante romano a Milano, Bianca era venuta in giornata per una conferenza alla Statale. Vino rosso nei calici, Claudio con una camicia azzurra di lino, Bianca con un completo grigio. Imbarazzo e umiliazione alle parole del suo compagno. Non ne aveva mai parlato con lui perché sapeva che avrebbe detto che è la solita esagerata, che se l’era presa per nulla. Aveva frequentato le ultime due lezioni del corso di ceramica che le aveva regalato la sua amica Amelia al compleanno e poi aveva interrotto ogni rapporto con la materia. Come le mancava la sensazione dell’argilla sotto le mani, la pressione che doveva fare per modellarla sul tornio, le posizioni insolite che le dita assumevano per dare determinate forme. Ma non avrebbe mai prodotto nulla di bello, quindi va bene così.
“E poi non dimentichiamoci che in dieci anni non ti ha chiesto di sposarti!” dice Benedetta indignata. “Ma per quello chisseneimporta, Benni! Fosse questo l’importante, quello è solo una formalità, una convenzione sociale che personalmente ritengono pure idiota.” dice Beatrice.
Benedetta osserva la sorella che prima d’ora mai aveva espresso con tale sicurezza una sua idea. Non che si fossero parlate molto negli ultimi dieci anni. Si erano viste spesso, soprattutto da quando c’erano i bambini. Beatrice è un’ottima zia. Avevano però perso quella confidenza primordiale con cui erano nate e cresciute. Sicuramente non avrebbe parlato così quando erano adolescenti, non è proprio da lei, si dice Benedetta nella mente.
“Ah, quindi io sarei idiota che sono sposata?” “Non ho detto questo.” risponde seria Beatrice, spostando di nuovo lo sguardo su Bianca, “In ogni caso, lui non era alla tua altezza e, anche se è difficile ora da credere, questo trasferimento in Cina è stato una benedizione. Più per te che per lui.” “Giappone.” dice Benedetta “Cosa?” “Va in Giappone, non in Cina.” “Va bè, è uguale, Benedetta.” dice roteando gli occhi verso il cielo. Bianca si alza all’improvviso ed esclama: “Il sugo, merda!”
Le sorelle corrono in cucina, dove è tutto nella norma, il sugo sobbolle sotto il coperchio inumidito dal vapore. Bianca apre il cassetto con la mano destra e prende un cucchiaio senza nemmeno guardare. Chiude il cassetto con il fianco mentre con le mani solleva il coperchio della pentola e prende un po’ di sugo con il cucchiaio. “Ah ragazze, tra due settimane, appena andiamo via, viene un’azienda che impacchetta tutto, dobbiamo solo dividerci le cose e decidere cosa buttare. Fanno tutto loro per i mobili e le cose ingombranti.” Bianca e Beatrice si guardano: sembra troppo comodo e facile per essere adatto alle loro finanze. “Tranquille ragazze, pago io. Non provate neanche a protestare.”
Con la vendita della casa e la distribuzione della modesta eredità del padre, Beatrice e Bianca hanno finalmente qualche soldo da parte. Entrambe hanno uno stipendio normale e risparmiare è praticamente impossibile. Ringraziano all’unisono.
Bianca assaggia il sugo e aggrotta la fronte. “Manca qualcosa, sentite.” Le sorelle assaggiano a loro volta. “Sì, è vero.” dice Benedetta.
“Il basilico del papà.” risponde Beatrice, intendendo più il papà, che il basilico.
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