ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo XXX
L’attesa
Pierfrancesco aprì gli scuri delle finestre. Gli occhi erano ancora appesantiti dal sonno, un sonno irrequieto, popolato dai fantasmi del passato: il nonno, Anna, il vecchio fattore.
Il nonno, con le spalle ricurve sulla scrivania, scriveva con foga lettere che restavano bianche, sparse e disperate, condanna di sentimenti inespressi.
Anna lo fissava con l’occhio ferito, chiuso per sempre al mondo, imprigionato nei ricordi più dolci di una sedicenne. Lacrime le rigavano il volto pallido, spento. Un’ombra dimentica della sua luce.
Su una vecchia sedia impagliata, il fattore era l’unico spettatore di un amore reciso, l’unico testimone di un amore sospeso…
Pierfrancesco si stropicciò gli occhi. L’aria era plumbea; le nuvole, bianche e pesanti, si diramavano nel cielo e il vento le spingeva veloci. A guardarle veniva un leggero capogiro.
Era nervoso, come in attesa di un primo appuntamento. Non gli andava di attardarsi con la colazione: sapeva che non sarebbe riuscito a deglutire nemmeno un sorso di latte.
Giuseppe, invece, era sveglio da tempo, ben prima dell’alba. Come ogni mattina, aveva indossato gli abiti da lavoro e si era recato dalle caprette. Lì, tra il fruscio delle foglie e il soffio del vento, intratteneva un segreto e intimo colloquio con il nonno.
Avvertiva ovunque la sua presenza, anche nelle piante che continuavano a dare frutti, indifferenti all’assenza di chi le aveva piantate.
Attorno a lui regnava il silenzio. I genitori, la nonna, la sorellina dormivano ancora. La campagna era il suo rifugio.
I luoghi, lo sapeva, restano per sempre: dispetto per i transeunti, dolcezza amara di memorie indelebili.
Aveva fame. Trangugiò, come ogni mattina, il suo latte di capra con la soffice ciambella preparata dalla nonna, con farina di riso e marmellata di ciliegie.
Di rado faceva colazione nel piccolo bar davanti alla scuola, con un cornetto unto, avvolto nei tovagliolini di carta velina: impermeabili all’unto e inutili da usare. Preferiva giocarci, quando accompagnava gli amici al bar: tirarli fuori uno a uno dal loro guscio, guardarne la trasparenza, testarne la scivolosità, sfregarli tra loro e produrre un suono sconosciuto ai tovagliolini in cellulosa.
Erano ormai diventati oggetti di esperimento nelle sue mani, un metodico e lento rito quotidiano. Pierfrancesco, un giorno, era stato costretto a intervenire e a fermare quellospreco. Gli aveva raccontato di quei fazzoletti e della loro nobile origine, del loro legame con il genio di Leonardo da Vinci, con il Palazzo Sforzesco, con Milano, del vano e iniziale tentativo di soppiantare le pelli di coniglio utilizzate dai nobili per pulirsi. Gli aveva spiegato l’importanza alimentare dei tovagliolini e perché fossero diversi da tutti gli altri.
Giuseppe lo aveva fissato attonito: lo sguardo acuminato aveva pietrificato l’amico.
— Stai scherzando, vero? — aveva chiesto, lasciando cadere l’ultimo velo dalle mani.
— Non puoi avere curiosità storiche anche sui tovagliolini da bar e rompere il mio incanto a quest’ora del mattino! Cavolo, sei proprio da ricovero! — era sbottato.
Perché non provava a distrarsi qualche volta, magari uscendo con una bella ragazza o chiacchierando di stupidaggini con gli amici?
Tutti avevano riso e Pierfrancesco era diventato oggetto di scherno bonario.
Capitolo XXXI
L’incontro
La lascerò parlare, cercherò di non interrompere… No, farò domande guida…
Pierfrancesco era agitato.
— Perché sono così nervoso? È solo una chiacchierata con una persona anziana… Uffi… Devo stare calmo e non bruciarmi la possibilità di sapere — disse ad alta voce.
Il suono del campanello lo ridestò. Era Giuseppe.
— Sbrigati! Siamo già in ritardo. Quel giorno avevano deciso di non prendere il pulmino, nonostante l’aria minacciasse pioggia. Portavano gli ombrelli.
La casa della signora Anna era su un’altura, raggiungibile attraverso stradine incorniciate dal verde e da muri di pietre poste semplicemente l’una sull’altra, senza malta.
Giuseppe, sin da piccolo, passeggiando lungo quei muri, si fermava a spiare nelle intercapedini naturali. Giocava al piccolo esploratore: a volte scorgeva gli abitanti termofili che vi si annidavano, altre volte scopriva paesaggi nascosti.
Anche quel giorno rallentò, finché Pierfrancesco non lo richiamò all’ordine, con la stessa voce frettolosa che un tempo era stata del nonno.
La casetta era graziosa, umile e ben tenuta. Erano in perfetto orario.
Una pioggia sottile iniziava a cadere, annuncio di un temporale che avrebbe accompagnato quella conversazione.
Pierfrancesco era nervoso; Giuseppe solo curioso e desideroso di ascoltare la storia di quella povera donna scampata alla furia della guerra.
— Busso io. Riprenditi! Sembri rimbecillito stamattina! E che ghè? Jamm, jamm! — gridò Giuseppe nel suo dialetto. — Chist m fa ngazzà!
Intanto una voce femminile li richiamò:
— Scendo ad aprire il cancello!
I due si prepararono all’incontro in modo buffo, spintonandosi e agitandosi.
— Pierfrancesco, Giuseppe, che ci fate qui? — disse Marisa, basita, mentre apriva il cancelletto di ferro.
— Marisa? — esclamarono in coro i due ragazzi.
— Questa è casa della mia bisnonna Anna. Mia madre mi aveva parlato di due ragazzi che volevano intervistarla per delle ricerche… Non pensavo che foste voi. Di solito ci siamo noi nipoti ad aiutare, anche a tradurre il suo stretto dialetto. Giuseppe, comunque, avresti potuto sostituirmi benissimo! La nonna, purtroppo, sa esprimersi soltanto in dialetto, nonostante i suoi studi giovanili. La guerra le ha portato via tutto…
Marisa, compagna di classe dei ragazzi, era carina e riservata. Non aveva mai parlato della storia della nonna: non ce n’era mai stata occasione.
Entrarono in una stanza che aveva l’odore della naftalina misto a quello del legno antico.
— Allora? Volete entrare? — disse Marisa, sorridendo.
Le pareti candide erano adornate da fotografie ingiallite: ritratti di famiglie, visi sorridenti che fissavano dal passato.
Giuseppe intercettò lo sguardo dell’amico. Cercava, in quei ritratti, l’immagine della fanciulla che custodiva a casa.
Una lampada fioca provava a illuminare la stanza. Il temporale rendeva tutto più buio e cupo; la pioggia rigava i vetri delle finestre, cantilenando la sua monotona nenia.
In fondo, su una poltrona, sedeva la signora Anna.
— Le piace guardare fuori anche quando piove — sottolineò Marisa.
Il picchiettare della pioggia sulle finestre era diventato per lei un racconto della natura.
C’era intimità in quella stanza. Si percepiva un senso di tranquillità.
— Nonna, ci sono due miei amici che vorrebbero farti delle domande — disse la ragazza.
— Falli venì, trasit, trasit! — disse con voce tremula e flebile la nonna.
— Dice che vi potete accomodare — spiegò Marisa, rivolgendosi a Pierfrancesco.
Giuseppe lo spinse, come per incoraggiarlo.
— Giuvinò, allora? Comme jamm? Che vulit sapè? Marisa mi dicj ca avit bisogn e na mano. Che poccj fa’ per vuje?
Si ritrovarono davanti alla finestra e sedettero sul divano accanto.
Era una donna minuta, curva ma composta, vestita di nero, in segno di lutto dalla morte del marito. I suoi capelli argentei erano raccolti ordinatamente da una pettinessa, residuale vezzo estetico di una nonnina di campagna.
Gli occhiali non celavano il disagio che provava ogni volta nell’osservare il mondo con un solo occhio. Una benda bianca nascondeva lo scempio di quel bombardamento…
Nonostante la presbifonia, sembrava molto vigile e presente e risultò subito ospitale.
Pierfrancesco sentì una morsa al cuore. Quella donna aveva convissuto con il suo handicap per una vita intera, dopo essere stata abbandonata dall’uomo che amava. Quella lingua naturale, che non chiedeva sforzi né sacrifici, aveva condannato per sempre la melodia amorosa di parole giovanili, senza lasciare traccia.
Giuseppe gli diede una gomitata per ridestarlo e allontanarlo dai suoi pensieri.
— Signora, salve! Siamo venuti a farle qualche domanda per la nostra ricerca di storia. Quest’anno la nostra insegnante è molto esigente e vogliamo farci aiutare da chi ha vissuto il periodo storico che stiamo studiando.
— A guerr, a guerr!
— Sì, signora. Sappiamo che lei ha vissuto i tragici momenti del bombardamento del 17 settembre del ’43 che colpì la nostra città.
— Sì — rispose con mestizia.
Il cuore di Pierfrancesco ebbe un sussulto.
Davvero si stavano incamminando verso la verità.
Anna iniziò a raccontare nel suo dialetto stretto, ricco di arcaismi ormai in disuso che mettevano a dura prova anche Giuseppe. Pierfrancesco riusciva ad ascoltare solo la musicalità di quella vecchia voce, incrinata a tratti da parole di dolore.
Quanta sofferenza in quel racconto!
Marisa ritesseva la tela del ricordo, rendendola leggibile agli amici. Lasciò nel suo racconto la prima persona; sentiva propria quella storia. Avrebbe potuto raccontarla anche da sola, tante erano le volte che l’aveva ascoltata.
Tutt’intorno era silenzio.
La storia riempì quella stanza.
Sentivano quasi i rombi degli aerei alleati, le deflagrazioni distruttive, le urla strazianti strozzate in rivoli di sangue che insozzavano la piazza. Videro il sole calare sotto il manto della morte.
— Ero una bella ragazza sedicenne con tanti sogni per il futuro… — traduceva Marisa.
Il cuore di Pierfrancesco sobbalzò alla gola.
— Avevo discusso molto con i miei genitori per recarmi in piazza a prendere un pezzo di pane. Davvero non erano d’accordo. Dicevano che era molto pericoloso, ma io, come tutti i ragazzi di quell’età, ero pronta a sfidare il mondo e la vita. Pensavo che mai nulla mi sarebbe successo. Volevo aiutare i miei fratellini, ero la più grande. C’erano quel giorno centinaia di persone per lo stesso motivo.
— A fame è cumpagna stretta ra guerr, figli miei! — disse l’anziana donna.
.
Avevano bisogno di quel pane razionato.
— Quanno amaro fu chello pan!
— Vicino a noi c’era un camion tedesco, carico di munizioni, e noi eravamo in fila. Eravamo in tanti davvero. Disperati e affamati.
Raccontò di un boato, di un fragore nell’alta montagna, di un’eco terrificante…Pioggia di bombe.
Morti.
Feriti.
— Ero viva, sentivo il puzzo della morte invadermi — continuava Marisa. — Sentivo il battito del cuore nelle orecchie, cercavo di accarezzare le mie paure e di placarne il tremore… Avevo gli occhi aperti, eppure non riuscivo a scorgere la luce del sole… Tutto era buio. Il braccio sinistro aveva qualcosa di strano…
Un dolore penetrante all’occhio sinistro, come una lama che avrebbe tagliato via la sua vita, condannandola al desiderio della fine.
— Aspettavo soltanto di morire. Le forze mi stavano abbandonando.
La fredda morte le formicolava dentro.
— Sentivo voci concitate, spaventate, terrorizzate, come ovattate, farsi sempre più sorde: “Questo è vivo, questo è ferito, questo è morto”. Erano angeli giunti a salvarci! Ricordo gli ultimi pensieri per la mia famiglia, il mio fidanzato…Pierfrancesco avrebbe dovuto parlare, chiedere, ma rimase come pietrificato.
Quelle parole erano come una Gorgone.
Giuseppe lo guardava, sperava in un intervento che non arrivò.
— Era fidanzata, signora Anna? — chiese, sostituendosi all’amico ancora frastornato.
— Sì, cu ’nu bello giovanotto…
— Eravamo innamorati — riprese Marisa, traducendo il dialetto della nonna — e, come tutti i giovani, pensavamo a un futuro meraviglioso da condividere. Lui era tutto per me!
Anna si voltò verso Pierfrancesco.— Giuvinò, quanno l’ammore è giovane nun penza a nient, è aller, è mbriac e sentimiento, è pur ’nu poc illuso, se penz e vencere tutt.
Un sorriso sarcastico le piegò il viso in tante rughe disilluse.
— Ci eravamo promessi amore eterno! Ma quell’uomo mi lasciò subito dopo — continuò Marisa.
Il nonno, invece, era un uomo d’animo nobile, dolce, altruista, amorevole.
La voce le si spezzò dinanzi a quel confronto. Un velo di commozione le attraversò il viso al ricordo del nonno.
Pierfrancesco sentì una morsa al cuore.
Il nonno aveva ceduto il proprio posto a un altro, aveva accettato di essere sostituito… Ma perché?
Anche lui sapeva essere nobile, dolce, altruista, amorevole…
— Per… perché? — chiese Pierfrancesco con un filo di voce.
— Non l’ho mai capito! — proseguì Marisa. — Mai una risposta, mai una spiegazione… solo silenzio.
La voce della nonna tacque.
Un respiro profondo, quasi un sospiro, all’idea di qualcosa che avrebbe potuto essere e che non ci fu.
La nonnina sembrava ancora più piccola, raggomitolata nel dolore dei ricordi, mutilata nel corpo e nei sentimenti.
Marisa sussurrò, quasi per sé:
— I guai fanno paura.
Giuseppe deglutì, imbarazzato. Pierfrancesco rimase muto. Provava un senso di colpa per peccati non commessi, quasi un miasma generazionale.
Marisa, ignara, pensava che si stessero allontanando dal tema della ricerca e chiese alla nonna di continuare il suo racconto. Quella storia era intima e poteva non interessare.
Il cuore di Pierfrancesco batteva finalmente in modo più regolare, sebbene non fosse andato oltre le conoscenze già possedute.
Una rapsodia incompleta.
Anna parlò dei Palatucci, del campo di internamento, degli ebrei, della loro fuga, di come fossero stati aiutati dagli abitanti del luogo.
Anche la sua famiglia aveva strappato degli ebrei alla furia omicida dei tedeschi.
In una lettera Anna aveva parlato di questo al suo innamorato e i ragazzi se ne ricordarono. Ormai conoscevano a memoria ogni riga di quelle pagine.
— Io aspettavo solo di morire, ma non me lo permisero. Fui portata in un piccolo ambulatorio dove mi ridiedero una vita che non volevo, che non mi apparteneva. Una vita a metà… Solo dopo molti anni ho capito che grande dono mi avevano fatto i dottori Max Tanzer e Chaim Pajes, medici ebrei, grandi eroi di questa storia. Non mi hanno ascoltato. Non mi avrebbero mai permesso di perdere la vita per la quale essi stavano combattendo da anni, scappando da un luogo all’altro. Un dono che non va buttato… Mi amputarono il braccio sinistro, mi chiusero definitivamente l’occhio sinistro e mi curarono le tante ferite che avevo sul corpo, ma non quelle dell’anima.
Quelle le avrebbe leccate per anni, come un cane bastonato. Giuseppe esitò prima di parlare.
— Signora Anna, non prova rabbia, ripensando a tutto questo?
Lei sorrise amaramente.
Fuori, la pioggia batteva più forte.
— ’A rabbia? Eh… ’a rabbia è pe’ chi tene ’o tiemp. Io aveva faticà e aveva campà.
La rabbia è per chi ha il tempo. Io dovevo lavorare e dovevo sopravvivere. Le parole divennero macigni.
Il cuore dei ragazzi si appesantì.
Un tuono fece vibrare le finestre.
Pierfrancesco restò seduto, lo sguardo fisso sull’occhio spento di Anna, che sembrava guardare lontano.
Oltre quella stanza.
Oltre quel tempo.
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