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Bianco Fiore

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La vita di Michele D’Amore sta per cambiare per sempre. E non perché sta per sposarsi, ma perché scopre che sui documenti di nascita e battesimo compare un nome diverso dal suo e che non ha mai sentito nominare: Carmelo Biancofiore. Così Michele, alla ricerca della verità, si ritrova catapultato indietro nel tempo, all’inizio della storia della famiglia Biancofiore nella Bari degli anni Dieci. Nicola Biancofiore è l’uomo di casa, cresciuto con un’educazione patriarcale e a tratti violenta, che cerca di procurare alle sue tre figlie un futuro rispettoso. Nonostante la sua presenza autoritaria, però, il destino non sembra venire incontro a nessuna delle tre, che si ritrovano in situazioni che mai avrebbero immaginato. Eleonora, Clelia e Anita saranno costrette a scendere a patti con una società governata da uomini, dove sembra impossibile far sentire la propria voce e i propri diritti.

La storia della famiglia Biancofiore si dipana così tra le dita di Michele, permettendogli di ritrovare l’identità e la famiglia che non sapeva nemmeno di aver perso.

RIVELAZIONI

CAPITOLO UNO

San Vito dei Normanni, 1944

In un assolato pomeriggio d’estate una figura si aggira smarrita per la piccola cittadina dalla bianca luce accecante, tipica dei paesini agricoli dell’Italia meridionale. Le case intonacate di giallo sono rese abbaglianti dal taglio feroce della luce del primo dopo pranzo; la strada bianca, polverosa, abbagliante anch’essa, inzacchera come candida farina i piedi di chi la calpesta e pare entrare nella gola e nelle narici rendendole aride, affaticando il respiro.

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In giro non c’è quasi nessuno. Gli scuri delle finestre e le tende sono tutti tirati per procurare un poco d’ombra o l’illusione di frescura all’interno delle case, dove la maggior parte delle persone cerca il silenzio e il riposo pomeridiano prima del ritorno alle proprie faccende, scacciando nel dormiveglia le numerose mosche che si infilano nelle stanze dagli spiragli aperti.

Qualcuno, però, non si riposa.

Una donna cerca riparo e ombra fra le fronde degli alberi della villa comunale, ha un incedere risoluto nel suo abito dalla gonna beige piegata a portafoglio e uno sguardo fiducioso. Porta con sé un fagotto, un grosso fazzoletto di tela rossa gonfio per gli oggetti che contiene e una valigia marrone di cuoio con due cinghie che la tengono saldamente chiusa.

È molto stanca, è partita in treno il giorno prima intraprendendo un viaggio lungo e scomodo, con il bagaglio ingombrante; ha dovuto aspettare alla stazione di Brindisi la coincidenza del treno locale molte ore e, quando è finalmente giunta a destinazione, si è guardata intorno smarrita, non avendo la benché minima idea della direzione in cui dovesse dirigersi. Ha dovuto girare non poco per il paese, attirando l’attenzione dei paesani che non si lasciavano sfuggire l’occasione di guardare una bella carusa ben vestita e straniera, che portava senz’altro novità. La donna, dal canto suo, li guardava tutti con attenzione, soprattutto i più giovani, nella speranza di individuare con un colpo di fortuna chi era venuta a cercare.

 

Finalmente la donna trova una panchina a mezzombra che non è stata arroventata dai raggi implacabili del sole estivo e al di sotto di un albero dalle poderose fronde finalmente si siede, stanca e accaldata. Nonostante l’albero di quercia le offra ombra e protezione, la donna non lo guarda affatto; il suo sguardo è rivolto verso il terreno, la testa china, i capelli in disordine e impolverati. È giovane e molto bella, ha gli occhi verdi e capelli scuri portati lunghi sotto le orecchie, pettinati con una riga al lato e un’onda morbida alla moda di sbieco sulla fronte; la figura piacente, il seno generoso, la vita sottile e sottili sono le mani delicate.

Gli occhi, dal bel taglio, si aggirano guardando con una certa ansia tutto intorno, quasi fossero in cerca di qualcuno che dovrebbe arrivare, in stanca e nervosa attesa.

Per tutto il pomeriggio la donna aspetta seduta su quella panchina senza che nessuno si faccia vivo, nessuno che la avvicini sollevandola dall’angoscia dell’attesa.

Qualcuno, però, l’ha notata.

Nella luce diventata flebile del crepuscolo estivo, attraverso la finestra di una casa vicina, donna Flora ha visto colei che per tanto tempo è rimasta lì seduta ad aspettare. Dopo averla guardata una prima, poi una seconda e una terza volta a distanza di diverse ore, all’ennesima occhiata la curiosità di una donna di paese che conosce tutti, ma non questa ragazza, diventa incontenibile.

Flora esce di casa dirigendosi verso di lei.
«Buonasera, signuri’!»
La ragazza volge verso la donna uno sguardo interrogativo, disturbata nella sua attesa da questa persona che non conosce. «Buonasera.»
«Signuri’, è tanto che siete seduta su questa panchina, ma aspettate qualcuno?»
«Sì. Aspetto il mio fidanzato.»
«Ah! E chi è?»
Conosce solo il nome del suo fidanzato. Quando si separarono a Bari, lui non le diede un indirizzo, non ci fu la promessa di un vero appuntamento; le disse che si sarebbero visti alla villa un giorno, che lui ci sarebbe andato quotidianamente a pensare a lei, almeno una volta al giorno, aveva ribadito; più la concessione di un pensiero romantico da lasciare in ricordo che un impegno.

Quasi speranzosa che la sconosciuta possa darle qualche informazione in più, risponde: «Francesco. Francesco Galeone».

«Ah! Ma… siete fidanzata cu ’llu Francesco?»
Sospira e china il capo. «Sì. Mi devo sposare.»
Spiazzata da questa risposta, donna Flora si porta una mano a coprire la bocca e l’altra sul petto chiusa a pugno, gli occhi le si volgono al cielo e comincia a gemere. «Oh, Madonna del Carmine! Oh, Madonna mi’! Signuri’, ma da dove venite voi, che parlate forestiero?»

«Da Bari. Ma perché? Lo conoscete a Francesco mio?»

«Signuri’, che guaio, che guaio grosso! Lo conosco sì Francesco Galeone, non abita lontano, ma quello è già sposato e tiene pure due bei figli maschi!»

La donna si sente mancare, si porta una mano alla fronte e comincia ad agitarsi.

«Ma come!? Ma non è possibile! Io sono rovinata! Ho lasciato tutto… Io lo devo vedere!»

Tutto quello che lei aveva immaginato, sperato, crolla improvvisamente come un castello di carte. Non ha più un padre da cui tornare, una casa che possa accoglierla, un tetto sopra la testa o anche solo un tozzo di pane da mettere nello stomaco.

«Povera signurina mi’! Madonna, mo’ è tardi, non si può andare a casa sua…»

«E come faccio io adesso? Dove vado?»

«Signuri’, se ha bisogno, io la posso ospitare per stasera a casa mia. Abito qui di fronte, vede quella casa gialla col portone tondo e i tre scalini davanti? E quella di fianco è la casa di mio fratello! Venga con me per stanotte, domani vedremo che fare!»

Messa alle strette, senza altra possibilità di scelta e con un segreto che si portava in grembo, la donna acconsente ad andare a trascorrere la notte a casa di Flora.

2023-03-16

Evento

Circolo Arena Astra, Livorno Seconda occasione nella città di Livorno per assistere alla presentazione del libro. Nel mese della donna ancora un appuntamento per raccontare vite di donne e fare un omaggio alla loro r/esistenza. Al termine della presentazione sarà mio piacere offrire un piccolo aperitivo.
2023-03-09

Aggiornamento

Cari amici e sostenitori, La festa della Donna si avvicina! 🌿🌷🌹🌸🌼🌿 è un piacere per me e un onore avere la possibilità di raccontare questa storia di donne di ieri ma attualissima anche ai giorni nostri. Ancora un appuntamento questa volta nell'incantevole borghetto di Riparbella. Non mancate!🤓 📚📖 Serena.

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Serena Tria
è nata a Conversano (BA) e mostra interesse per l’arte in diverse forme: figurative, marziali, grafiche e narrative. Praticante di Kung Fu Shaolin e Taijiquan, si avvicina alla filosofia e all’arte cinese e giapponese. Negli ultimi anni ha aggiunto ai suoi interessi la pratica dell’arte dello Shodo, che ha fatto da filo conduttore fra arte figurativa, arte del movimento e narrazione. “Bianco Fiore” è il suo primo romanzo.
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