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Bianco Fiore

Biancofiore
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Consegna prevista Novembre 2023

Nicola Biancofiore ha tre figlie che cresce da solo in una Bari colorata, rumorosa e viva di prima della guerra, seguendo quelli che ritiene essere i suoi sani principi di padre. Per mantenerle vende il pesce pescato la notte alle migliori famiglie baresi restando fuori di casa per molte ore al giorno.
Ma tutte e tre le sue figlie, nonostante la sua presenza autoritaria sono destinate ad una vita che né loro né il padre avrebbero desiderato per se stesse. Tutte tranne Anita.
Anita si ritiene diversa da loro; vuole essere fautrice del proprio destino. A lei non succederà come alle sue sorelle, la sua vita sarà diversa e piena di amore. Per questo è disposta a qualsiasi cosa; a scappare, a farsi disconoscere, a nascondere le sue gravidanze. Vuole una famiglia felice e la vuole a tutti i costi, fosse anche a prezzo della propria felicità.
E Michele D’amore non immagina nemmeno che il suo matrimonio sarà solo un pretesto della vita per collegarlo al suo passato.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché non ho potuto farne a meno.
Perché è stato un tutt’uno con il rimettere in ordine le facce e le presenze di un passato mai conosciuto che mi ha aperto molte porte. E’ stata un’esigenza che avevo dentro da moltissimi anni e finalmente è scattata una manopola che ha rimesso insieme tutti i pezzi del puzzle che mi ha permesso di vedere la storia da lontano, con chiarezza, e di capire che ne faccio parte più di quanto non sapessi o sentissi prima.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1944

San Vito dei Normanni.

In un assolato pomeriggio d’estate una figura si aggira smarrita per la piccola cittadina dalla bianca luce accecante, tipica dei paesini agricoli dell’Italia meridionale. Le case intonacate di giallo sono rese abbaglianti dal taglio feroce della luce del primo dopo pranzo; la strada bianca, polverosa, abbagliante anch’essa, inzacchera come candida farina i piedi di chi la calpesta, e pare entrare nella gola e nelle narici rendendole aride, affaticando il respiro.

In giro non c’è quasi nessuno, gli scuri delle finestre e le tende sono tutti tirati per procurare un poco d’ombra o l’illusione di frescura all’interno delle case, dove la maggior parte delle persone cercano il silenzio ed il riposo pomeridiano prima del ritorno alle proprie faccende, scacciando nel dormiveglia, le numerose mosche che si infilano nelle stanze dagli spiragli aperti.

Qualcuno però non si riposa.

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Una donna cerca riparo ed ombra fra le fronde degli alberi della villa comunale, ha un incedere risoluto nel suo abito dalla gonna beige piegata a portafoglio ed uno sguardo fiducioso. Porta con sé un fagotto, un grosso fazzoletto di tela rossa gonfio dagli oggetti che contiene, ed una valigia marrone di cuoio con due cinghie che la tengono saldamente chiusa.

È molto stanca, è partita in treno il giorno prima intraprendendo un viaggio lungo e scomodo, con il bagaglio ingombrante; ha dovuto aspettare alla stazione di Brindisi la coincidenza del treno locale molte ore, e quando è finalmente

giunta a destinazione si è guardata intorno smarrita, non avendo la benché minima idea della direzione in cui dovesse dirigersi. Ha dovuto girare non poco per il paese, attirando l’attenzione dei paesani che non si lasciavano passare l’occasione di guardare una bella carusa ben vestita e straniera, che portava senz’altro novità. La donna dal canto suo li guardava tutti con attenzione, soprattutto i più giovani, nella speranza di individuare con un colpo di fortuna chi era venuta a cercare.

Finalmente la donna trova una panchina a mezz’ombra che non è stata arroventata dai raggi implacabili del sole estivo, ed al di sotto di un albero dalle poderose fronde finalmente si siede, stanca e accaldata. Nonostante l’albero di quercia sopra di sé le offra ombra e protezione, la donna non lo guarda affatto; il suo sguardo è rivolto verso il terreno, la testa china, i capelli in disordine ed impolverati. È giovane e molto bella, ha gli occhi verdi e capelli scuri portati lunghi sotto le orecchie, pettinati con una riga al lato e un’onda morbida alla moda di sbieco sulla fronte; la figura piacente, il seno generoso, la vita sottile e sottili sono le mani delicate.

Gli occhi, dal bel taglio, si aggirano guardando con una certa ansia tutto intorno, quasi fosse in cerca di qualcuno che dovrebbe arrivare, in stanca e nervosa attesa.

Per tutto il pomeriggio la donna aspetta seduta su quella panchina senza che nessuno si faccia vivo, nessuno che la avvicini sollevandola dall’ angoscia dell’attesa.

Ma qualcuno l’ha notata.

Nella luce diventata flebile del crepuscolo estivo, attraverso la finestra di una casa vicina donna Flora ha visto colei che per tanto tempo è rimasta lì seduta ad aspettare, e dopo averla guardata una prima, poi una seconda, ed una terza volta a

distanza di diverse ore, all’ennesima occhiata la curiosità di una donna di paese che conosce tutti, ma non questa ragazza, diventa incontenibile.

Flora esce di casa dirigendosi verso di lei.

“Buonasera signurì!”

La ragazza volte verso la donna uno sguardo interrogativo, disturbata nella sua attesa da questa persona che non conosce.

“Buonasera.”

“Signurì è tanto che siete seduta su questa panchina, ma aspettate qualcuno?”

“Si. Aspetto il mio fidanzato.”

“Ah! E chi è?”

Conosce solo il nome, del suo fidanzato. Quando si separarono, a Bari, lui non le diede un indirizzo, non ci fu la promessa di un vero appuntamento; le disse che si sarebbero visti alla villa un giorno, che lui ci sarebbe andato quotidianamente a pensare a lei, almeno una volta al giorno, aveva ribadito; più la concessione di un pensiero romantico da lasciare in ricordo che un impegno.

Quasi speranzosa che la sconosciuta possa darle qualche informazione in più, ella risponde:

“Francesco. Francesco Galeone.”

“Ah! Ma… siete fidanzata fidanzata cu ‘llu Francesco?”

Sospira e china il capo. “Si. Mi devo sposare.”

Spiazzata da questa risposta donna Flora comincia a torcersi le mani, gli occhi le si volgono al cielo e comincia a gemere: “Oh Madonna del Carmine! Oh Madonna mì! Signurì ma da dove venite voi, che parlate forestiero?”

“Da Bari. Ma perché? Lo conoscete a Francesco mio?”

“Signurì, che guaio, che guaio grosso! Lo conosco sì Francesco Galeone, non abita lontano ma quello è già sposato e tiene pure due bei figli maschi!”

La donna si sente mancare, si porta una mano alla fronte e comincia ad agitarsi.

“Ma come!? Ma non è possibile! Io sono rovinata! Ho lasciato tutto, tutto…Io lo devo vedere!!”

Tutto quello che lei aveva immaginato, sperato, crolla improvvisamente come un castello di carte. Non ha più un padre da cui tornare, una casa che possa accoglierla, un tetto sopra la testa o anche solo un tozzo di pane da mettere nello stomaco.

“Povera signurina mì, Madonna mò è tardi, non si può andare a casa sua…”

“E come faccio io adesso? Dove vado?”

“Signurì, se ha bisogno, io la posso ospitare per stasera a casa mia, abito qui di fronte, la vede quella casa gialla col portone tondo e i tre scalini davanti? E quella di fianco è la casa di mio fratello, venga con me per stanotte, domani vedremo che fare!”

Messa alle strette, senza altra possibilità di scelta e con un segreto che si portava in grembo, la donna acconsente ad andare a trascorrere la notte a casa di Flora.

1983

La mia è per definizione una famiglia numerosa, eppure all’ epoca dei fatti non eravamo ancora tutti.

Mio padre lavorava a Taranto presso le officine delle Ferrovie dello Stato come operaio, mentre mia madre nonostante un diploma alla scuola magistrale, una volta sposata aveva preferito restare in casa a badare alla figliolanza che ben presto si è presentata al mondo, cominciando da me che sono la maggiore. Altre due sorelle si sono aggiunte nel corso di pochi anni, e quando si pensava che ormai l’opera fosse completa, è scappata fuori l’ultima, sempre femmina, con definitiva rassegnazione di mio padre.

Con noi abitava anche mio nonno Mimì, il padre di mia madre da quando era rimasto vedovo della moglie, molto amata, un anno dopo la mia nascita. Il nonno Mimì aveva sempre vissuto a Bari dove era anche cresciuta mia madre; la famiglia aveva alcuni appartamenti in affitto in città e la loro era una condizione piuttosto benestante, in casa sua si era vissuti sempre agiatamente. Quando mia madre sposò mio padre era abituata bene; la vita nella grande città era caratterizzata da distrazioni e divertimenti di diverso genere, gli spazi erano grandi e c’erano teatri, cinema e belle vetrine di negozi da guardare fra le passeggiate, nel voler passare del tempo fuori casa. Ma dopo il matrimonio lei dovette trasferirsi in un paese nell’entroterra di stampo agricolo, e con una tradizione culturale emergente ancora acerba. Molti paesani avevano la casa in città e quella di campagna per la villeggiatura e per mantenere la terra anche come sostentamento, benché molti

avessero già un lavoro in altri settori che fosse non esclusivamente quello agrario.

Anche noi avevamo la casa di campagna che non era altro che un doppio trullo con uno stanzone adiacente dove dormivamo e mangiavamo, e pochi ettari di terra circostante, palcoscenico per noi bambine di infiniti giochi e scorribande in bicicletta, sull’aia davanti alla casa e nelle stradine limitrofe, e avventure vissute nella terra e arrampicate sugli alberi condivise con i cugini che abitavano ad un muretto di distanza. Si alternava la vacanza al lavoro di raccolta dei frutti; ciliegie, albicocche e susine, e le olive quando noi ormai ci eravamo già trasferiti tutti in paese, e spesso si univano a noi anche i nonni che aiutavano nei lavori.

Durante quelle ultime settimane estive il nonno Mimì non era stato molto bene, e si trovava ricoverato in ospedale per tenere sotto controllo dei valori. Andavamo a trovarlo tutti insieme circa una volta al giorno, partendo in carovana dalla campagna dove alloggiavamo per il lungo periodo delle vacanze.

Erano mesi spensierati per noi bambine che non ci rendevamo conto quasi di niente di ciò che di importante accadeva intorno a noi, e vivevamo libere di occupare il tempo come più preferivamo perse nelle nostre fantasie, immaginando di vivere avventure straordinarie in luoghi fantastici e di essere eroine ispirandoci a quello che guardavamo in televisione quando stavamo in città.

Qualche settimana prima c’era stata la tradizionale raccolta delle mandorle. Di alberi ne avevamo diversi, e il compito della raccolta spettava a tutti, ai genitori, ai nonni e a noi bambine – seppur con compiti diversi.

Gli adulti avevano il privilegio ed il divertimento di arrampicarsi sugli alberi o usare la lunga scala di legno appoggiandola all’albero, e utilizzare il lungo bastone uncinato che permetteva di afferrare i rami più in alto e sbatacchiarli fino a che tutti i duri frutti non si fossero staccati e non fossero precipitati nella terra rossa, sotto l’albero stesso, ai piedi del quale venivano depositati dei grandi teli di robusto tessuto grezzo sovrapposti per raccogliere ciò che cadeva dall’alto.

Noi bambine invece avevamo il compito di vedere e cercare le mandorle che non finivano sul telo, ma che, cadendo come tanti piccoli proiettili, si sparpagliavano nelle vicinanze dei teli; dovevamo cercarle, raccoglierle e lanciarle diligentemente sui teloni. Non era un lavoro particolarmente faticoso per noi anche se dovevamo stare chine tutto il tempo, era piuttosto il caldo a sfiancare; dovevamo stare attente al pericolo reale che una qualche mandorla sparata dallo scuotimento dei rami ci raggiungesse a gran velocità, finendoci dritta sulla testa e procurandoci delle piccole stilettate che per fortuna non avevano nessuna conseguenza, e arrivavamo a fine giornata con lo stancarsi della vista che per tutto il tempo doveva scrutare nella terra rossa e calda e cercare i piccoli gusci delle mandorle che spesso si confondevano con i sassolini, o si nascondevano sotto le foglie anch’esse cadute. Non una mandorla doveva sfuggirci!

Ogni volta che si cambiava albero, si tiravano su gli angoli dei teli per raggruppare tutte le mandorle al centro facendole rotolare, si riversavano poi nei grossi sacchi, e si passava subito al prossimo albero.

Quella in particolare era stata un’altra delle movimentate giornate di fine estate in campagna nell’entroterra della Murgia barese; le vacanze si erano tirate per le lunghe quell’anno, tanto che eravamo al cinque di ottobre, ed il tempo della villeggiatura era ormai finito. Quel giorno, con l’approssimarsi della stagione autunnale e con l’imminente inizio della scuola materna per me e mia sorella, ci sarebbe stata la chiusura della casa e la sistemazione di tutti gli attrezzi agricoli che per diversi mesi, adesso, sarebbero stati riposti fino al nuovo periodo di aratura.

Era stata una giornata di sole e di fatica, ma era l’ultimo giorno di vacanza e per noi quelle ore rappresentavano gli sgoccioli di un tempo che avevamo potuto trascorrere in totale libertà all’aria aperta; la nostra piccola vita era in balìa degli eventi governati e decisi dai nostri genitori, e spesso le loro decisioni ci erano completamente incomprensibili, senza che per altro avessimo diritto a ricevere una spiegazione nel caso in cui ci venisse in mente di chiedere il perché o il percome si dovesse fare in un determinato modo. Perché era tanto difficile per gli adulti capire che sarebbe stato molto meglio e più divertente, se tutti avessero lavorato di meno e avessero giocato di più? Era così seccante dover lasciare i giochi solo per doversi lavare dopo il pranzo, quando loro avevano finito il loro riposo pomeridiano! Ma mia madre aveva già riempito con l’acqua del pozzo un grosso catino di lamiera, e fra un urlo e un dispetto vi ci aveva infilate tutte e due noi figlie maggiori contemporaneamente, con solo la mutandina del costume da bagno indosso, per lavarci via la terra dalle pieghe più recondite della nostra pelle e darci quanto meno una prima insaponata, seguita dal risciacquo una alla volta fuori dal catino, versandoci addosso delle

secchiate di acqua fredda di pozzo che ti rimettevano al mondo! La più piccola di noi tre, avendo ancora solo un anno e mezzo, era per il momento dispensata da quel rito che le sarebbe diventato abituale negli anni a venire.

Una volta lavate e vestite, la macchina ci aspettava già pronta e caricata di masserizie fino all’inverosimile da mio padre che aveva anche chiuso tutto, e ci accingevamo a rientrare in paese, vestiti a festa per andare dopo cena, a passeggiare sul corso a vedere le luminarie, incontrare amici e (soprattutto) parenti. E nel nostro caso, sperare di impietosire abbastanza in nostri genitori per farci comprare qualche giocattolo nuovo dagli ambulanti come ricompensa della giornata lavorativa, o quantomeno, il leggendario gelato al forno che ci veniva sempre promesso e che mai, misteriosamente, avevamo ricevuto.

Ma quella sera non facemmo in tempo ad uscire, il destino aveva in serbo per noi una grande, inaspettata sorpresa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Serena Tria
Nata a Conversano (Ba) ha da sempre mostrato interesse per l'Arte nelle sue diverse forme, che fossero figurative, marziali, grafiche, fumettistiche o narrative che le permettono di creare immagini e sensazioni evocative.
Dopo gli studi si trasferisce a Torino per lavoro e successivamente in Toscana, a Livorno come scelta di vita.
Praticante di Kung fu Shaolin e TaijiQuan si è avvicinata alla filosofia e all'arte cinese e giapponese intesa anche come movimento artistico e consapevole.
Negli ultimi anni ha aggiunto ai suoi interessi la pratica dell'arte della calligrafia giapponese (Shodo), che ha fatto da filo conduttore fra arte figurativa, arte del movimento, narrazione e poesia chiudendo un cerchio che trova così un continuum.
Recentemente alcune rivelazioni hanno fatto chiarezza sul passato misterioso della sua famiglia, rendendo indispensabile la scrittura di questo libro.
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