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Bloody Christmas

Bloody Christmas
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Consegna prevista Gennaio 2023
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“Caro Babbo Natale, quest’anno sono stato buono” scrivono tutti i bambini nella loro letterina di Natale, anche se ne hanno combinate di tutti i colori. Forse pensano di poter prendere in giro Babbo Natale, non sanno che lui sa sempre tutto, è una mancanza di rispetto nei suoi confronti, il più dolce uomo sulla Terra può tramutarsi in carbone se malamente trattato. Egli sa ogni cosa, dal peccato più grave alla marachella più insignificante. Magari, mangiare un biscotto senza il permesso della mamma poteva sembrare cosa di poco conto, eppure è proprio su queste sottigliezze che si basa la lista dei bambini buoni e di quelli cattivi.
Sembrerebbero gli innocenti giochi di Natale che si è soliti fare con la famiglia riunita al completo, eppure, i bambini si sfideranno in una vera e propria lotta alla sopravvivenza, vedendo e provando sulla loro pelle dolore e sangue sotto la supervisione dell’assassino per eccellenza: Babbo Natale.
Chi sarà il prossimo carnefice?

Perché ho scritto questo libro?

Erano le vacanze natalizie e decisi di partecipare ad un piccolo concorso di scrittura che prevedeva la stesura di un testo a tema natalizio. Mi sono imposta di scrivere un testo di 100 pagine che non fosse la tipica storia felice natalizia: dovevo metterci un tocco tutto mio. Avevo sempre pensato di scrivere una storia natalizia ma non mi si era mai presentata l’occasione. Basandomi quindi sui tipici giochi svolti in famiglia durante le feste ho creato una lotta alla sopravvivenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Natale: festività amata da tutti, così accogliente e moralmente significativa. Il verde e il bianco sono i colori principali, ma come dimenticarsi del rosso? È uno dei più bei colori di tutta la tavolozza, il colore dell’amore, certo, delle rose, della carta regalo e della famosissima e amatissima giacca di Babbo Natale, il famigerato uomo dalla barba bianca e dal dolce odore di cannella che vive al Polo Nord e passa l’anno a costruire ed impacchettare i regali per i bambini il giorno di Natale, rendendoli felici. Ma, nonostante la sua fama, nessuno l’ha mai visto, eppure, tutti si fidano di lui. Ogni anno, bambini da tutte le parti del mondo gli mandano delle letterine, con tanta fatica e piacere scritte, ben decorate e stracolme di desideri, solitamente giocattoli o comunque oggetti concreti, materiali e tangibili… chi ha mai chiesto la pace? Chi ha mai chiesto la fine delle ostilità? Chi ha mai chiesto la felicità o un miracolo? Nessuno ha mai pensato che forse Babbo Natale potrebbe essere stufo della sua vita? Lavorare come un matto ogni giorno per anni, per ricevere cosa in cambio per il suo lavoro? Niente, talvolta neanche i sorrisi dei bambini, magari delusi dal regalo ricevuto, forse non della qualità desiderata. Neanche gli elfi riuscivano a sorridere in fabbrica e, non essendo eterni, scarseggiavano: la magia del Natale si stava lentamente spegnendo. Gli unici momenti di gioia arrivavano insieme alle lettere dei bambini, l’unico momento in cui qualcuno pensava al Babbo, specialmente se il desiderio in cima alla lista era “incontrare Babbo Natale”. Ma con il passare degli anni, il cuore dell’amato portatore di regali era diventato di pietra, intossicato dalla vita monotona, era ormai carbone piuttosto che zucchero. Chi intraprendeva il magico viaggio verso la terra dei regali non tornava più indietro. Il rosso è il colore del Natale, dell’amore, delle rose, della carta regalo, della giacca di Babbo Natale… e del fluido che scorre nelle vene: del sangue.

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1

Una disobbedienza

Era l’ultimo giorno di scuola, concluse quelle sei estenuanti ore, i poveri bambini sarebbero finalmente tornati nelle loro case e si sarebbero goduti le tanto attese vacanze natalizie. La strada sottostante era colma di persone, ognuno era avvolto nei propri cappotti e stringeva forte intorno al proprio collo le calde sciarpe di lana, magari regali dei precedenti anni, all’inizio odiati ma poi trovati più che utili e pronti all’uso nelle giornate più fredde come quella. Era tutto un via vai, la gente correva ed entrava e usciva dai negozi per assicurarsi di comprare, anche se all’ultimo minuto, il regalo più bello o il pigiama più costoso e pregiato da sfoggiare nell’annuale festa natalizia della città, un modo per riunire gli abitanti e per intrattenere sia i grandi che i più piccoli attraverso divertenti giochi, tanto cibo, l’amata caccia al tesoro e, l’evento più importante, il “Babbo Natale segreto”. Al centro della piazza, illuminata dalle colorate luci natalizie, sorgeva il più grande albero di Natale che il mondo avesse mai visto, affiancato da un grande pupazzo di neve e da renne fatte di luci e alte più di due metri: i cittadini amavano e volevano sempre fare le cose in grande. Il clima natalizio di sicuro non mancava a Hamville e nessuno avrebbe mai permesso di spegnere quelle fiamme di gioia che solo una volta all’anno si accendevano nei cuori della popolazione ed illuminavano lo stancante buio che caratterizzava la vita.

Possente, al centro della città, si ergeva un istituto, la più prestigiosa scuola primaria di primo grado della regione. La sua fama era tale da ricevere ogni anno centinaia di nuovi iscritti, dopotutto era una scuola privata e le famiglie si aspettavano di conseguenza la migliore istruzione per i propri bambini. L’edificio sembrava più una prigione che una scuola dell’infanzia: le mura erano costruite in scuro mattone, le finestre, dai vetri opachi e poco propensi alla loro funzione di filtri per la luce solare, erano bloccate da ferree grate arrugginite, molti bambini avevano contratto il tetano a causa di esse; l’ingresso in legno ricordava il ponte levatoio degli antichi castelli medievali e gli acuti archi con le slanciate guglie decorate da intimidatori gargoyle rendevano la struttura ancora più tetra di quanto già non fosse.

«A cosa servono le grate?» chiedevano i genitori indicando le finestre prima di procedere con l’iscrizione dei propri figli.

Ad evitare che i bambini si gettino o che scappino da noi avrebbe voluto rispondere la preside, ma si limitava a dire “per precauzione, la prudenza non è mai troppa” come se quell’istituto fosse uno come tanti altri. Soprese il fatto che nonostante l’alto strato di neve che ricopriva le strade, la scuola di Hamville fosse rimasta aperta. Non stupisce che fosse la scuola più consigliata: offriva un’istruzione come poche. Sui davanzali leggermente sporgenti delle finestre, si erano accumulati una quantità quasi infinita di candidi fiocchi di neve e tra le grate si era formato un abbastanza spesso strato di ghiaccio: il Natale era alle porte.

Carl Hasting era un vivace ma al tempo stesso timido bambino di appena dieci anni, era un veterano lì dentro e frequentava la tanto attesa quanto spaventosa quinta elementare.

Dovrebbe essere illegale interrogare l’ultimo giorno di scuola pensò il piccolo, che nel frattempo non smetteva di fissare le lancette della torre dell’orologio che si vedeva dalla finestra. Ancora qualche secondo, ancora qualche secondo.

«Chi sa dirmi che cosa rappresenta il Natale? Hasting?» lo chiamò l’insegnate, venendo colpita da un ciuffo ribelle di capelli a scodella che faceva capolino dall’ultimo banco.

Ormai, però, era tardi; la campanella, per la prima volta nella storia dell’istruzione, era il suono più amato dagli studenti: le vacanze erano ufficialmente iniziate.

Carl si sistemò gli occhiali e tirò su con il naso congelato dal freddo, poi prese delicatamente la sua cartella da terra, quasi più grande di lui a causa dell’esorbitante peso dei libri, e la posizionò in spalla per poi, come un siluro, sfrecciare verso la porta ed uscire: come si suol dire, “salvato dal suono della campanella”. Il bambino corse giù per le scale, veloce come mai prima, e con un dolcissimo sorriso stampato sul viso, uscì da scuola tenendo in mano un foglietto arrotolato su se stesso. Camminò a passo svelto verso una rossa cassetta delle lettere in fondo alla strada e, non appena vi fu davanti, prese il suo foglio, gli diede un’ultima occhiata compiaciuta e lo infilò in una busta da lettere, si accasciò così a terra e, spostando dal viso i capelli scombinati con la piccola manina, posizionò la letterina sul marciapiede e prese una penna.

«Da spedire al Polo Nord, a Babbo Natale» disse a voce alta mentre scriveva cercando di utilizzare la migliore grafia per poi imbucarla nella cassetta delle lettere sotto la dicitura “altre destinazioni”.

Speriamo Babbo Natale la accetti pensava, preoccupato del fatto che mancassero solo due giorni a Natale e che fosse in ritardo. Imbucata la lettera, corse di nuovo, questa volta verso casa dove la sua famiglia lo stava aspettando. Le sue gambette da bambino si muovevano frenetiche e a grandi passi mentre, a causa dell’elevato peso, lo zaino sobbalzava in modo irregolare a destra e a sinistra in base ai movimenti del piccolo Carl. Lui non poteva saperlo, ma qualcuno, con un maligno ghigno, lo stava osservando, i suoi spostamenti, perfettamente studiati per arrivare a casa il prima possibile, erano scrutati in modo più che attento da un uomo, dagli alti stivali e dal cappotto rosso acceso perfettamente abbinato alla candida barba. Chi era? Mistero.

Mary, la madre di Carl, una donna alta e snella sulla quarantina, non lo accompagnava né riprendeva da scuola da ormai un paio d’anni: non si preoccupava più di tanto per lui. Con questo non si voglia intendere non gli volesse bene, ma l’esatto opposto! Semplicemente, si fidava molto di suo figlio e lo riteneva sufficientemente responsabile per attraversare la strada senza tenere la mano della mamma come un poppante. La donna si recò al mercato per comprare gli ingredienti necessari per preparare una delle sue ricette preferite: i biscotti di pan di zenzero. Come non darle ragione? Il profumo e il gusto delicato e squisito di quei biscotti erano ciò che di più caratterizzava il Natale.

«Questa è in offerta!» esclamò afferrando una busta di farina, l’unica di quella specifica marca.

È arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo pensò mettendola nel carrello. Non aveva mai fatto caso a quel tipo di farina, eppure cucinava spesso, forse era una nuova tipologia di grano pressato e ne avevano messi pochi campioni come prova. Al risparmio non si può di certo rinunciare, specialmente se sulla confezione vi è scritto “Viaggio nel Natale”, un ottimo invito a passare felicemente le feste.

«Ottima scelta, signora!» tuonò una voce ovattata ed anziana alle spalle di Mary.

Ella si voltò e davanti ai suoi occhi si palesò un volto rugoso ed incorniciato da una candida barba ben curata, avvolto in un cappotto rosso acceso: sembrava proprio essere Babbo Natale.

«Questo tipo di farina è il migliore per il pan di zenzero, preparerà dei biscotti deliziosi!»

«Se lo dice lei! Sarà il Babbo Natale alla festa della città questa sera?» chiese Mary.

«Oh oh oh, signora, io sono Babbo Natale tutto l’anno!» rispose baciandole il dorso della mano «Posso solo dirle che quella farina è come la lista dei bambini di tutto il mondo, darà dei regali ai buoni ma carbone ai cattivi…» concluse prima di inchinarsi ed andarsene.

La signora rise di quell’uomo, ma la sua non era una risata di scherno, era divertita dalla sua professionalità: è proprio vero che un attore non riesce mai a uscire dalla parte! Le ricordava molto gli attori di teatro di altre epoche, non solo dialogavano tra di loro, ma, per quanto la vicenda potesse essere banale, loro la rendevano estremamente coinvolgente grazie al loro talento, ai dialoghi che creavano e alla frequente rottura della quarta parete, interagendo con il pubblico facendolo diventare non un lontano osservatore, ma a tutti gli effetti un personaggio della vicenda… forse si sarebbe comportata diversamente se avesse notato il ghigno dell’anziano.

«Mamma sono a casa!» esclamò il bambino spingendo la porta ed entrando nella dimora.

La coda di cavallo della signora fece capolino da dietro un grande abete ed ella salutò con un cenno del capo Carl dato che le mancava il fiato per proferire parola e aveva le mani impegnate a tenere l’abete.

«Ti avevo chiesto di aspettare me per l’albero!» urlò piantando un piede a terra.

«Lo so tesoro» rispose la donna adagiando l’abete a terra «l’ho solo portato in casa, le decorazioni spettano a te!» concluse dando un bacio sulla fronte al figlio.

Il pomeriggio passò così, la signora Hasting sfornava dei deliziosi ed invitanti biscotti di pan di zenzero, mentre il piccolo appendeva, arrampicandosi su una sedia, le decorazioni all’albero creando così la parte più divertente delle decorazioni natalizie: la parte visibile dell’abete era totalmente addobbata, mentre quella nascosta veniva lasciata spoglia.

Il profumo inebriante del pan di zenzero aveva riempito la stanza, ma era diverso da quello degli anni passati, era molto più invitante, catturava non solo l’attenzione e il gusto, ma tutti i sensi, creava un alone fatato intorno al fortunato che non poteva aspettare ancora per affondare i denti in quella pasta.

«È un esperimento» spiegò Mary, la madre «oggi ho trovato questa farina specifica per i biscotti e l’ho voluta provare. Come ti sembrano?» chiese uscendo la leccarda stracolma di biscotti dal forno.

Carl fece per prenderne uno ma la madre lo fermò: erano ancora troppo caldi, inoltre doveva portarli alla cena di Natale, non poteva mangiarli.

«Non mangiarli adesso. Vai a prepararti, non appena arriverà papà scenderemo in piazza per la festa. E indossa il maglione che ti ha regalato la nonna, ne sarà felice!» urlò Mary, ma Carl era già freneticamente diretto verso la sua stanza, a cercare l’orrido maglione che il passato Natale aveva nascosto, sperando di non doverlo mai utilizzare.

I peggiori incubi del piccolo bambino si avverarono non appena, in mezzo alla folla, la madre gli chiese di togliere la giacca per sfoggiare il suo, a suo parere, magnifico maglione: si trattava di un capo d’abbigliamento fatto ai ferri, aveva il collo troppo alto e per infilarlo gli si elettrizzarono i capelli, le maniche erano troppo larghe e lunghe mentre le decorazioni, se così potevano essere definite, stavano in delle palline colorate stagliate su uno sfondo verdognolo… tutto fuorché fantastico. Anche se non dava loro peso, Carl aveva perfettamente notato le risate compiaciute di alcuni stupidi ragazzini. Idioti. Lui sapeva che sotto quei pesanti cappotti anche loro indossavano i maglioni fatti a mano dalla nonna, per questo non diede peso alle loro parole. Erano nella sua stessa situazione, ma nessuno sapeva di quale situazione si trattasse: avevano mangiato i biscotti senza il permesso della madre, anche Carl l’aveva fatto in un momento di distrazione. Esatto, aveva disobbedito, ma un solo biscotto non avrebbe cambiato il mondo. Quante volte si dice ai bambini di stare alla larga dai dolci perché fanno male? Si parla solitamente delle carie ai denti, ma qualcuno ha mai pensato ad una fine più temibile? Ebbene no. Per questo ogni bambino, ipnotizzato dal profumo di quei biscotti, li mangiò, anzi, li divorò avidamente senza lasciare nemmeno la più piccola delle briciole: una dolcezza tale non poteva essere lasciata ai topi o alle formiche, andava gustata fino all’ultimo. E dunque quelle anime, vittime di chissà quale sortilegio, vagavano ignare guardandosi negli occhi ed accusandosi l’un l’altro in una guerra fredda, in una sfida in cui vinceva chi aveva il maglione più brutto. Magari fossero stati quelli i problemi veri, magari le competizioni fossero così facili, magari le guerre fossero solo uno scambio di sguardi. Le sfide alle quali dovevano essere sottoposti erano molto più crudeli e di certo non adatte a tutti. I deboli di cuore dovevano starne alla larga.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Ciò che stupisce è che questo libro sia stato scritto da una ragazza di appena 16 anni. Il modo in cui è espresso, i pensieri trattati e i segreti nascosti dietro i dettagli sono scritti con una padronanza impeccabile e sfociano in una visione pedagogica. Mi auguro vivamente venga pubblicato.

  2. Il genere horror di Bloody Christmas ti prende già dalle prime pagine per la sua particolare trama e per l’eleganza ed appropriatezza della narrazione. Ogni pagina ti spinge a leggere la successiva alla ricerca della chiave del mistero. Spero di poter arricchire presto la mia collezione con il libro di questa giovanissima scrittrice!

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Elisabetta Giacalone
Elisabetta Giacalone è nata a Siracusa, in Sicilia nel 2006. Studentessa del liceo, da sempre è stata attratta dalla letteratura (locale, straniera, classica e moderna), dalla psicologia e dal giornalismo. La sua passione per la lettura risale ai suoi primissimi passi, mentre la scrittura si è sviluppata solo alla fine delle elementari e ha avuto il suo culmine negli anni delle medie e ovviamente al liceo. Adolescente, sognatrice, lettrice e scrittrice accanita, ha scoperto la sua passione per lo scrivere realizzando inizialmente storie brevi ispirate ai suoi film mentali fantascientifici e fantastici e i suoi sogni che hanno avuto la loro massima espressione nel macabro.
La sua aspirazione è quella di diventare una giovane autrice partendo dal suo libro d’esordio Bloody Christmas.
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