Tuttavia riesce ad amarmi dalle diciotto e trenta alle ventuno, dal lunedì al venerdì. Quella è la finestra temporale che mi è concessa, e che inconsciamente ho accettato da sempre. Nel restante del tempo, salvo rarissime eccezioni, lui lavora e lavora e lavora. Punto.
Non che io non mi occupi di niente, ma il mio, di lavoro, richiede meno sforzo, meno accanimento. Sarà che forse io sono fatto per lavorare nel campo della comunicazione e che la direzione artistica mi viene così, naturale. Ricordo che a sei anni, costringevo i miei poveri nonni a pose improbabili per servizi fotografici imbarazzanti ed io mi occupavo di tutto: ero il direttore artistico, costumista, truccatore, fotografo, e gallerista dell’esposizione che allestivo in sala da pranzo ogni natale. Magari non è lo stesso per Diego, che tutti quei numeri e quella burocrazia alla fine non gli vanno a genio. Probabilmente lavora instancabilmente per non deludere le aspettative della famiglia, e di sé stesso; ma io per lui, esisto solamente dopo il lavoro. È sempre stato così, solo che io non me ne sono mai accorto, accecato dai suoi cambi di sguardi, dalle prese al collo improvvise e dal vetro satinato. Ciò che mi è sempre importato è che, dopo le diciotto e trenta, il suo mondo ero io.
Quando non lavora, invece, nei fine settimana, di solito torna a casa dei suoi a Tortona, dove io non posso essere invitato. Il dott. Diego Maria Visconti, figliol prodigo del famoso banchiere, non può essere gay. O almeno non a Tortona. Hai tutto il resto del nord Italia figliolo, ma non qua!, gli aveva ordinato il padre il giorno della sua promozione a responsabile di filiale.
Diego così torna dagli amici del calcetto, dai compagni del liceo, dalla sua famiglia al completo, per la messa e le tagliatelle della domenica. Gli piace infinitamente passare il tempo con gli amici di sempre, giocare a paddle e mantenersi in forma. Spesso mi videochiama dopo le sue partite, raccontandomi chi ha vinto, chi ha perso, le dinamiche di gioco che si sono instaurate. Niente mi interessa meno, ma quando mi parla noto la passione e la voglia di rendermi partecipe di quella parte della sua vita. È sicuramente amore: un amore di facciata, mascherato, che è più che sufficiente per lui, ma pur sempre amore.
Le vacanze estive, poi, le passa nella casa in Riviera della famiglia, con le colazioni in terrazza, i pomeriggi sotto lo stesso ombrellone bianco e blu. Io, di quel frangente, di quel lato della vita di Diego non riesco a farne parte. La mia presenza non è contemplata.
Mi dispiace che lui non ti permetta di venire qua, mi ha ripetuto spesso. E il più delle volte, per il riguardo con il quale lo dice, mi viene da pensare che sia davvero onesto nel dispiacersi, forte però del fatto che non possa cambiare la situazione, e quindi, allo stesso tempo, che neppure gli importi così tanto.
Detto ciò, posso ritenermi infelice? Posso davvero guardarmi allo specchio, quello di dentro, e dirmi sincero, schiettamente “tu, Timo, meriti altro, non sei felice”?
Non so rispondere. Forse sì, mi dico, anche perché per soffrire si deve essere in grado di immaginare, ed io, da sempre, sono un gran sognatore.
(Ragazzo triste come me, ah ah. Che sogni sempre come me, ah ah, mi viene in mente Patty Pravo).
Ciò nonostante, ancora non sono riuscito a capire se l’escludermi da quella parte della sua esistenza mi faccia soffrire, oppure se proprio tutto quel tempo in cui stiamo l’uno lontano dall’altro è ciò che mi piace di più della nostra relazione. Una nuova forma di dualità da parte di Diego, spalmata però nel lungo periodo?
Una volta, ero al telefono con la mia sorellastra, che vive lontano. Le dissi che mi sentivo solo, e che Diego mi mancava davvero tanto, era una di quelle domeniche di pioggia fina, e Milano in giornate così diventa cupa e scomoda e triste. Per consolarmi mi disse di aver trovato, chissà quanti anni prima, in un bacio Perugina una citazione che faceva al caso mio. Ancora la conservava nel portafoglio, così me la lesse. Amare è dare ciò che non si ha, diceva il biglietto.
Mi persi in quelle parole e continuo a farlo. Diego mi dà la sua assenza, e per questo mi ama? Mi manca davvero, e per questo lo amo? O lo amo perché mi manca? L’essere così spesso separati è ciò che mi tiene attaccato a lui?
Chi può dirlo? A una risposta non ci sono ancora arrivato: sicuramente tutto quel tempo libero mi ha portato a concentrarmi sul mio lavoro e le mie passioni, a dedicarmi a una possibile costruzione di me stesso e a coltivare i miei affetti, o almeno a provarci. Stare da solo, osservarmi, guardarmi nel riflesso delle vetrine illuminate per cercare di sciogliere la matassa della mia psiche, che ha assunto la forma di una qualsiasi cuffietta lasciata nella tasca davanti dello zaino. Ma soprattutto, tutto quel tempo da solo, quella mancanza, mi ha portato a farmi un sacco di altre persone, tradimenti su tradimenti, ragazzi su ragazzi, boys boys boys. Questo è certo.
Ed eccomi qua: disteso sul letto, in attesa, pronto a dirgli tutto. No, non sono pronto, devo esserlo. Devo raccontare, sento di dovergli confessare ciò che gli ho nascosto da quando stiamo insieme: non so se la mia vera essenza, o solo il modo in cui, stanotte, riesco a pensarla. Si merita di sapere con chi ha condiviso il letto in tutto questo tempo, ascoltare questo mio tentativo. Chissà se avrà voglia di scoprire chi sta dietro a questo numero primo, di capire chi sono, o forse solo come mi perdo nell’esserlo. E chissà se, una volta che avrà ascoltato, potrà spiegarlo anche a me. Ne ho bisogno.
Me lo merito. Punto.
La porta della camera si apre e me lo ritrovo finalmente davanti. Aspetto che si avvicini per darmi un bacio, come fa sempre. «Diego ciao, come è andato il lavoro? Senti…»
«Tutto uguale, mi butto in doccia!» e lo vedo scomparire in bagno, di fretta. Non mi bacia.
E quindi aspetto ancora, con una pazienza che raramente mi appartiene, che si nasconde, viene da lontano: dal rapporto con mia madre, dal non rapporto con mio padre, dalle lezioni di scacchi alle medie, dalle scoperte infantili.
Appena lo vedo uscire dal bagno, ancora umido e con gli asciugamani intorno al corpo, non indugio più. «Diego, vieni qua! Devo parlarti!» dico a voce alta.
Lui mi interrompe, mi dice qualcosa come Fammi vestire, ho fame, sono stanco, ma io faccio finta di nulla, faccio finta di non ascoltarlo.
«Diego, è importante. Devo dirti una cosa davvero importante… ti ho tradito!»
Inizialmente mi ignora, proseguendo per inerzia nei suoi gesti. Poi all’improvviso si irrigidisce di spalle e si volta con la lentezza solenne di un duello, come in un western: la schiena gli si allarga, massiccia, come una montagna che prende forma. Si gira e si avvicina al letto. Sulla fronte gli si addensa un groviglio di pensieri, trattenuti a fatica sotto quella foresta nera, lucida e pettinata. Una volta che si siede accanto a me – non troppo vicino da toccarmi, ma nemmeno troppo lontano da non sentire l’odore del suo stesso deodorante di sempre, acre e pungente e maschile come quello dei nuotatori del turno serale – si asciuga il volto con le mani, dopo le passa sopra le ginocchia coperte dall’asciugamano, prende coraggio, schiarendosi la voce.
«Come? Con chi? Dimmi con chi!» Non mi guarda in faccia.
E glielo dico. Gli dico tutto stavolta, dettagliatamente. Uno ad uno, dettaglio per dettaglio. Non come sono accadute le cose realmente – non c’è una realtà, non esiste –, ma come hanno preso forma dentro di me, attraverso il ricordo del mio desiderio, perché è solo così che oggi posso raccontarle. Ogni volto è una variazione, anche di sé stesso, non un’origine. Sarà una confessione parziale? Questo è certo… Meglio di niente, no? Sono emozionato. È arrivato il momento giusto.
Se lo merita, ed io pure.
[illustrazioni originali di Lorenzo Testacroce]
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