Quando iniziai a capire meglio le dinamiche del conflitto israelo-palestinese, ma soprattutto quando mi avvicinai alla causa, iniziai a guardare con più attenzione ogni canale televisivo che ne parlasse. Leggevo gli articoli di giornale con dovizia e guardavo le foto con curiosità. Carta stampata, come si usava nel secolo scorso, che frusciava ogni volta che giravi una pagina. Mi ricordo anche come certi inviati di guerra sapessero raccontare ciò che succedeva in Medio Oriente con notevole sagacia. Non si limitavano solo alla cronaca: il taglio che riuscivano a dare ai loro servizi apriva in me lunghe e profonde riflessioni.
Arafat venne spesso in Italia, a conferma di come il nostro Paese, per molti anni, fosse stato al centro delle politiche diplomatiche dell’area del Mediterraneo. Ad accompagnarlo nelle sue visite c’era quasi sempre il capo delegazione palestinese in Italia, Alì Rashid. Un giovane alto, elegante, magro, dai modi educati.
Arafat, nel 1982 fu invitato a Montecitorio, parlò in aula scortato dalle sue guardie del corpo, i giannizzeri: fu un momento di grande spessore politico internazionale e di diplomazia.
Conobbi Alì quando ricorreva l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Era il 2024, quarant’anni dopo quel tragico e funesto momento della storia italiana che portò via da questa terra colui che era riuscito a dare una prospettiva di futuro a chi per vivere doveva lavorare. Ho vaghi ricordi della sua morte: avevo nove anni e pensavo ovviamente ad altro, ma ricordo che in casa se ne parlò per diverso tempo.
Segretario del più importante Partito Comunista dell’Occidente, si ricordi che alle elezioni del 1976 Berlinguer raggiunse il 34,4% dei voti. Era entrato nelle case degli italiani come un padre o uno zio importante, di cui si ha stima. Nella mia lasciò un ricordo indelebile, che oggi è appeso nel mio studio: si tratta di una pergamena in cui il Compagno Segretario ringrazia il mio babbo per il suo tesseramento nel sessantesimo anniversario della nascita del PCI in Italia. Ovviamente, riporta la sua firma.
Simbologia e iconografia sono elementi importanti nella nostra vita, ci danno un orizzonte, ci indicano una via da seguire, ci danno la dimensione del ricordo nella prospettiva del futuro. Chi crede negli ideali non può prescindere dai riferimenti simbolici, strumenti talvolta consolatori e al tempo stesso rivelatori.
Ero andato a Torrita di Siena, un paese della provincia, per un evento culturale molto interessante, accompagnato da una bellissima mostra fotografica in ricordo di Berlinguer. Arrivai leggermente in ritardo al Teatro Comunale degli Oscuri.
Qui Alì, un uomo perbene, occhi gentili e parole sagge, parlava della sua esperienza come capo delegazione palestinese in Italia ai tempi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Parole scandite con modi semplici che richiamavano una cultura diplomatica di passata memoria e che sconfinavano, a tratti, in un linguaggio dai richiami orientali.
In Oriente il rito del dialogo ha radici profonde, antiche, ha ritmi lenti, modi eleganti e gentili. Alì raccontò del suo rapporto con il Segretario e di come riuscivano a tessere relazioni internazionali in un contesto mondiale per certi versi ostile alla causa palestinese. C’erano anche altri ospiti a quell’evento nella Val di Chiana senese, ma Alì riusciva a calamitare l’attenzione del pubblico come solo i grandi sanno fare. Ascoltava e parlava, usava un linguaggio comprensibile, veloci e chiari erano i messaggi: pace e dialogo, diplomazia e pazienza.
Sosteneva, Alì, che non c’è un’altra strada o un’alternativa alla diplomazia in campo internazionale. Certo, anche lui ormai credeva poco alla soluzione dei “due Stati e due popoli” – quello palestinese e quello israeliano – a lungo inseguita, soprattutto nel secolo scorso, da una certa diplomazia. Ormai le terre sottratte agli arabi in Cisgiordania e il genocidio a Gaza lasciavano ben poche speranze a quella soluzione su cui l’OLP aveva concentrato per molti anni la sua posizione politica come punto di mediazione. Soluzione che ipotizzava Gerusalemme est come capitale dello Stato di Palestina.
Negli ultimi tempi, Alì era molto scosso per la ferocia con cui il governo di Israele sembrava aver deciso di porre fine all’esistenza del popolo di Gaza, ma non perdeva mai la voglia di partecipare alle tante occasioni di discussione e di approfondimento a cui veniva invitato. Anche sui social Alì era molto presente, con dedizione e metodo non si lasciava mai scappare un’occasione per informarci sulla situazione nella Striscia. Condivideva foto struggenti e video tragici di giornalisti e fotoreporter di Gaza. Ogni giorno un suo post ci ricordava del Genocidio in corso e di come il mondo fosse quasi indifferente di fronte a quel disastro dell’umanità.
Franco Battiato, amico di Alì, in Prospettiva Nevski cantava:
E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare
L’alba dentro l’imbrunire
La guerra è l’imbrunire dell’umanità, la deriva della ragione, l’abuso dell’altro. È l’arrivo del buio nero, il calpestio della luce. Alì era un maestro che ci insegnava la pace, il dialogo, l’apertura, ci consigliava di opporci alle tenebre della guerra, ci invitava a cercare luce e a inseguire l’alba.
Riuscii a portare Alì a una mostra fotografica che con la CGIL e l’associazione “Gaza Palestina fuori fuoco” organizzammo nella città del Palio. Quando lo contattai per comunicargli le date dell’evento, era felicissimo. Mi gratificarono le sue parole, altre mi fecero emozionare ma quelle le tengo per me e le conservo gelosamente come qualcosa di prezioso e di intimo.
Tanta gente era venuta ad ascoltarlo, un microfono difettoso provò in tutti modi a disturbare il suo racconto, ma non ci riuscì. Lui andava avanti come fosse un profeta, lento e deciso, sicuro e orgoglioso. Ci consegnò, anche in quell’occasione, un patrimonio di frasi pregne di inclusione, pace e fratellanza.
Provai a fargli ricordare i tempi degli accordi di Oslo, cercai di stimolarlo sulla figura di Yasser Arafat, tentai di capire i motivi del fallimento di quegli accordi.
Ci raccontò di come quel momento storico – correva l’anno 1993 – avesse segnato una via per la pace. Poi, con una nota profonda di rammarico, spiegò anche come, purtroppo, quell’intesa non si tradusse mai in un vero e stabile accordo di pace.
Dalle sue parole si capiva che un tempo era possibile parlarsi, anche tra nemici in guerra. Anche durante i periodi più bui, si percepiva che proprio i nemici cercavano costantemente un dialogo, come a richiamare un rito religioso consolatorio, pratica che purtroppo oggi non vediamo più. C’erano una volta dei giganti politici che sapevano dialogare e incontrarsi.
I momenti più catartici passati con lui erano sempre accompagnati dal fumo della sua sigaretta. Lo interpretavo come una sorta di rito messianico che puntualmente iniziava e si concludeva alla fine delle sue più profonde parole.
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