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Ero partita portando con me le valigie più pesanti e ingombranti di sempre, le più faticose da trasportare. Per tutto il tempo non avevo smesso di chiedermi se fossi io a trascinare loro o loro a trascinare me.
Quando il cuore senza un pezzo, il suo ritmo prenderà, quando l’aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà…
Così cantava Ligabue.
Quell’aria che finalmente rientrava prepotente nei polmoni e io che finalmente avevo l’impressione di ricominciare a respirare. Valigie piene di sogni: alcuni infranti, alcuni ancora nuovi, impacchettati e mai utilizzati.
Delusioni. Illusioni forse qualcuna o forse ormai più nessuna. Paure ma neanche troppe, molte, moltissime maglie, e ricordi, tanti.
Quando indietro non si torna, quando l’hai capito che, che la vita non è giusta come la vorresti te, quando farsi una ragione vorrà dire vivere, te l’han detto tutti quanti che per loro è facile…
Eh già perché dopotutto lo sappiamo, no?
Per “gli altri” è sempre tutto facile, è sempre tutto più facile. Certo quando non ci sei dentro, quando la merda da spalare non è la tua e allora lì son tutti bravi a trovare soluzioni veloci, immediate, facili… appunto!
Le tirano fuori dal cappello manco fossero conigli, e te le lanciano addosso con un’insolenza disarmante. Poi però la merda diventa la loro e improvvisamente tutte quelle meravigliose soluzioni, come per magia scompaiono e i conigli tornano in silenzio dentro il cilindro, e di magico ahimè non resta nulla.
Siamo tutti bravi, ma anche meno.
Ricordi…
Quelli che per certo pesano di più. Quelli che incollano le ruote delle mie valigie a terra e mi impediscono di farle scorrere leggere sulla strada.
«Merda!»
Non mi rendo nemmeno conto di averlo urlato ad alta voce.
Degna figlia di mia madre, faceva monologhi contro di me sola in giardino, convinta che non potessi sentirla, e io che mi portavo quel mugugnare logorroico in testa come un loop infernale.
Io per mia madre sono sempre stata una figura mitologica alquanto bizzarra. Un un misto tra una strega da bruciare sul rogo e una perfetta bambolina da salotto.
Inutile dire che tra le due io ho sempre preferito la strega da bruciare sul rogo!
«Ho scelto queste stracazzo di valigie perché dovevano essere facili da trasportare e non lo sono manco per niente» dico mentre continuo a trascinarle a fatica sull’asfalto irregolare, quasi prendendole a calci ma mantenendo il sorriso.
Nel frattempo qualcuno arriva per fortuna in mio soccorso. Povera anima pura o forse semplicemente ha solo iniziato a spazientirsi perché da un po’ sto bloccando l’intera fila dietro di me.
«Eheheh sì, ciao a tutti, benvenuti a Beauvais, eh sì, eccomi qui. Holà!»
Che poi, in realtà ho comprato queste valigie all’ultimo minuto, come sempre.
Mia madre direbbe: “Sesi propriu trascurara”, per i non sardi: “Sei proprio trascurata”, un altro dei suoi complimenti insomma. Ma andiamo avanti.
La verità è che queste valigie le ho chiuse solo un’ora prima, al check-in, quando per la prima volta ho realizzato che il biglietto era davvero solo uno, di sola andata, e che questa volta, volente o nolente quelle cerniere maledette dovevano chiudersi e che ormai quello che era rimasto fuori, lo sarebbe rimasto davvero una volta per tutte.
«Dammi, dammi ti aiuto io.»
Ho ringraziato il cordiale compatriota accompagnato da consorte forse più spazientita di lui. La vedevo lì che sorrideva ma non mollava la mano del suo compagno.
Tranquilla ho capito che state insieme e che mi sta aiutando solo per pietà, o pena (non fa troppa differenza), lasciagli sistemare la valigia ora però.
Merda, fa caldo, molto caldo, e io ho il maglione, sicuro puzzo. Trenta gradi… a Parigi… in ottobre…
«Fatto!»
«Ah sì, grazie, grazie mille davvero!»
Lo saluto, ma senza alzare il braccio che non si sa mai.
Ed eccola lì, lei, la donna sarda, che subito riprende possesso della mano del suo uomo vigoroso che ha appena aiutato un’altra donna in difficoltà. Ah ma guarda siamo pure vicini sul bus, un’ora e trenta di bus insieme, che meraviglia. Dove cazzo sono le cuffie ora?
Semplice! Nella valigia, in stiva!
Porca…
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Vabbè, testa al finestrino, e si fa finta di girare il video di una canzone triste che ha segnato la nostra adolescenza, tipo, ah sì aspetta, Wherever You Will Go quella dei The Calling dove c’era quella coppia, lei figa come sempre che gira in short rosa e capelli al vento anche dentro la cucina di casa, manco abitassero al Colosseo, e lui che sembra la riproduzione Wish di Kurt Cobain.
Vivono questa meravigliosa storia d’amore fatta di caffè caldo e tatuaggio uguale, e poi lui, brutto inetto, ha il coraggio di tradirla, lei sta di merda ma… alla fine ritrova l’amore in quello che credeva essere il suo migliore amico, perché le cose banali non ci piacciono mai. Ma colpo di scena, si fa per dire, l’ex come d’abitudine, torna pentito quando lei si era finalmente dimenticata della sua esistenza. Mi sa che questo video non mi piace tanto.
Torniamo a Ligabue, va…
Quando tutte le parole sai che non ti servon più, quando sudi il tuo coraggio per non startene laggiù…
Ecco… “laggiù” non ci posso più stare, laggiù non c’è più altro da dare, da prendere, o da provare a cambiare. “Laggiù” in fondo non ci sono mai nemmeno voluta stare, è sempre stato un posto troppo stretto, per i miei sogni, per la mia testa, per il mio cuore. Eppure “laggiù” il mio cuore si è riempito, riempito, riempito per poi svuotarsi improvvisamente, senza preavviso, senza scrupoli, senza. Via, aperto, dilaniato, prosciugato, svuotato e lasciato lì.
In genere è la paura che fa sudare? Però io non sento di avere paura.
No, sono stata coraggiosa, me lo ripeto più volte perché ho bisogno di sentirlo. Quel coraggio che mi ha fatto prendere un aereo da sola per la prima volta meno di un anno fa, senza nemmeno sapere bene perché e per cosa. O forse sì, per me, solo per me. Solo perché mi andava di farlo. Quello stesso coraggio che mi ha asciugato le lacrime e mi ha permesso di rialzarmi. Lo stesso che quella sera, quella famosa sera mi aveva letteralmente raccolto da terra, mi aveva lavato la faccia e mi aveva messo davanti al PC per completare una tesi di laurea da spedire entro le ventidue ed erano le sedici.
Il coraggio che quella sera mi fece pensare per una volta a me stessa, e a quanto ciò che stavo per compiere fosse più importante di qualsiasi altra cosa. Non c’era tempo per stare male, non c’era tempo per piangere, non c’era tempo.
Me la ricordo quella sera.
Mi ricordo perfettamente tutto, la sua faccia, soprattutto il mio dolore.
«Voglio la verità. La voglio adesso, perché la conosco già, ma voglio sentirla da te. Voglio che mi guardi in faccia e mi dica la verità.»
Glielo avevo chiesto quasi supplicando e con la voce che a mala pena riusciva a venire fuori. La mia stracazzo di ossessione per la verità. Volere la verità a tutti i costi, l’insana necessità di sapere ogni cosa nel dettaglio. Volevo sentirlo dalla sua bocca, a ogni costo, pur sapendo che quelle stesse parole mi avrebbero distrutto. Pensare che lo meritavo, forse.
«Cosa vuoi che ti dica? Perché mi hai chiesto di venire se dovevi consegnare la tesi?»
«Perché devi dirmelo, adesso. Perché voglio sapere.»
Volevo mi dicesse la verità, volevo che avesse il coraggio di guardarmi in faccia ed essere lui a dirmelo a levarmi il dubbio. Perché il dubbio è peggio, è sempre peggio di una verità scomoda.
Io avevo una tesi da riscrivere in meno di un giorno, e dovevo farlo, dovevo riuscirci, ma il dubbio che lo riguardava mi logorava. La mia testa si rifiutava di focalizzarsi su altro, imponendomi uno strano ricatto: Tu ora glielo fai dire, così noi ci leviamo il pensiero. Ci liberiamo, e poi, solo poi, possiamo metterci a lavoro sulla tua tesi di laurea. Giuro che dopo avremo le forze per farlo! E se non le abbiamo, fanculo, le troviamo!
Il bisogno di sapere per poter andare avanti, per poter chiudere quel libro.
Mettere una fine vera a tutto quanto.
Tutto, trascinato per troppo tempo, per paura, per noncuranza, perché poi tanto magari le cose si aggiustano. Perché una fine non era prevista. Perché le cose belle non si gettano così. Perché c’è sempre una soluzione, me lo aveva insegnato lui dopo tutto.
Quando è finita davvero, lo sai, ma hai bisogno di sentirlo, e quando sai che esiste già qualcun’altra al posto tuo, il bisogno diventa ancora più forte. Forse perché speri che pronunciando quelle parole lui stesso possa rendersi conto e capire, capire il male che ti sta facendo, capire di aver sbagliato, capire di voler tornare indietro.
«Sto vedendo un’altra persona. Non c’è nulla per ora, nulla di serio, però mi interessa, e voglio continuare a conoscerla.»
Come si può accettare una cosa del genere? Come riesci a quantificare la lentezza interminabile dello scorrere del tempo in quei momenti lì. Come riesci a chiedere la verità, ascoltarla e pensare che quella maledetta domenica mattina lui si è svegliato nel tuo letto, vicino a te, o almeno tu pensavi che lo fosse. Pensavi che finalmente stesse rinsavendo e che la tempesta che aveva annebbiato la sua testa stesse finalmente passando. Cercare di restare lucida, quando il tuo corpo non riesce nemmeno a stare in piedi, quando improvvisamente tutte le forze che fino a quel momento ti avevano permesso di essere lì, in piedi davanti a lui, ti abbandonano, e in quella frazione di secondo pensi: Sta succedendo davvero, è finita.
Quando tiri in mezzo Dio o il destino o chissà che, e nessuno te lo spiega perché sia successo a te.
Sì, è successo a me, ancora.
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