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Campo Zucchero civico 21

Campo Zucchero civico 21

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022
Bozze disponibili

In un tranquillo condominio orizzontale alla periferia di Milano, composto di venti villette uguali, i residenti sembrano condurre con regolarità e ordine la vita familiare, professionale, sociale; ma la tranquillità è solo apparente. Nel loro animo pulsano desideri e speranze, si agitano paure, rimorsi e turbamenti, si annidano inconfessabili segreti che sconvolgono l’esistenza. E un filo sottile corre dall’uno all’altro, creando le storie del nostro tempo. Il microcosmo del Campo Zucchero rappresenta quell’inferno dei viventi di calviniana memoria che può essere supinamente accettato o faticosamente contrastato per fare spazio a ciò che inferno non è. Tuttavia, nulla potrà fermare gli eventi che piegheranno la realtà, indirizzandola verso imprevedibili nuovi orizzonti.

Perché ho scritto questo libro?

Leggendo un libro, sono sempre affascinata dalla struttura su cui si regge: un “sotto percorso” che deve condurre, ma senza troppo interferire. L’idea di questo libro parte proprio da uno schema, da un insieme di simmetrie a più livelli. Incoraggiata dall’entusiasmo mostrato da un’Amica per il progetto ancora vuoto, ho creato Campo Zucchero: cercando di accontentare chi ama farsi trasportare dalla narrazione, chi ne analizza stili e struttura e chi va alla ricerca delle storie dietro le storie.b

ANTEPRIMA NON EDITATA

Interno 20

OSPITI

Ombretta contò il denaro, ne mise un terzo in una busta e infilò il resto nel portafoglio. Sarebbe passata a depositarlo in banca, prima di entrare in ufficio.

Si guardò intorno con un sospiro scoraggiato: sul tavolo del soggiorno c’erano i resti della colazione che i sei ospiti avevano consumato in fretta per arrivare puntuali all’inaugurazione di un evento di moda promosso dall’agenzia per cui lavorava.

Fortuna che era venerdì e che avrebbe avuto a disposizione tutto il weekend per dare una ripulita.

Ora doveva muoversi, se non voleva farsi richiamare per il ritardo.

Come si era ripromessa, fece una capatina in banca.

Il saldo del suo conto era lievitato, negli ultimi mesi. Ma c’era un rovescio della medaglia, un senso di inquietudine che la tormentava e che la portava a domandarsi sempre più spesso se stesse facendo la cosa giusta.

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Entrata in agenzia, incappò subito in Lucio, un collega che faceva il galletto per abitudine.

– Ciao, bella signora. Esci con me domani sera?

– No, grazie, – rispose Ombretta sorridendo e tirando dritto verso l’ufficio che divideva con Barbara.

Lucio era il classico brutto simpatico che ci provava sempre con tutte, conoscendo già la risposta alle sue avances. Un giorno lei si sarebbe tolta lo sfizio di accettare l’invito solo per il gusto di vedere la sua faccia!

Un giorno in cui avrebbe avuto un po’ più di tempo. Cioè mai.

Barbara era già al lavoro, quando lei entrò.

– Tutto bene? – le chiese.

Ombretta alzò un pollice in segno d’assenso, poi sfilò la busta dalla borsa e gliela mise sulla scrivania.

– Brava gente?

– Sì, non è quello… Ho paura che qualcuno se ne accorga e mi pianti delle grane.

– Perché, scusa? Che cosa fai di male a offrire un letto e un caffelatte a chi ne ha bisogno?

– Cerca di capire, Barbara. Può succedere una volta, due. Ma ormai sta diventando un doppio lavoro.

– Vuoi che venga ad aiutarti a pulire casa?

– Figurati! È dell’aspetto legale che mi preoccupo.

– Puoi sempre dire che sono amici.

– Già, ma gli amici non pagano il pernottamento.

– Allora? Vuoi lasciar perdere? Non ti fanno comodo un po’ di soldi in più per arrotondare i quattro centesimi che guadagniamo qui?

– Lo sai che mi fanno comodo.

– E dunque mungiamo la vacca finché ha latte. – Ombretta andò a spalancare la finestra. – Ma sei impazzita? Col freddo che fa!

– Due minuti, – disse Ombretta. – Tu smetti di fumare prima che arrivi, io non aprirò più la finestra.

Barbara si morsicò un labbro.

– Avevo già cambiato l’aria.

– Ma la puzza è rimasta. Il fumo fa male, – sillabò Ombretta con un tono da maestrina.

– Anche l’aria gelata, – borbottò Barbara, alzandosi per andare a richiudere.

S’immersero nel lavoro e solo quando Lucio fece capolino dalla porta si resero conto dell’ora che s’era fatta.

– Ehi, staca-no- viste, lo fate uno stacco per il pranzo?

– Ah. Ah. Ah. – fece Barbara senza ridere, alzandosi.

– Non ti è piaciuta?

– Da matti.

– Ma che ha oggi? – chiese Lucio a Ombretta che stava già infilando il cappotto.

– È di umore gelido perché ho aperto la finestra per cambiare l’aria che sapeva di speck.

– Posso suggerire qualcosa per riscaldare la dolce signora?

– E piantatela, stronzi. – Ma stavolta Barbara lo disse ridendo.

Il pomeriggio era volato via, saltando da un impegno all’altro. Barbara spense il computer e si preparò per uscire.

– Non vieni? – le chiese.

– Devo recuperare il quarto d’ora perso stamattina, – rispose Ombretta. Si salutarono.

Rimasta sola, non riuscì a concentrarsi sul lavoro. I pensieri tornavano insistenti al giorno in cui quella storia aveva avuto inizio.

Fu in occasione di una delle fiere di sei o sette mesi prima. In città non c’era più un buco libero per il pernottamento. Ma il tizio al telefono con Barbara sembrava non capirlo e continuava a insistere che si sarebbe accontentato di qualsiasi posto. Dopotutto si trattava solo di una notte. Ombretta seguiva la conversazione, intuendo la richiesta dalle risposte che dava Barbara, ormai sull’orlo della disperazione. Alla fine l’aveva sentita esclamare:

– Guardi, se avessi una camera in più, la inviterei a casa mia, ma… – Ombretta si era affrettata a indicare se stessa e Barbara aveva afferrato al volo. – Le va bene se in via del tutto eccezionale la sistemo da una collega?

Naturalmente, l’uomo aveva subito accettato.

Quella notte, Barbara era andata a dormire da lei per non lasciarla sola con lo sconosciuto.

Il mattino dopo, prima di andarsene, l’uomo aveva lasciato sul tavolo della colazione 100 euro non richiesti con mille ringraziamenti.

Ombretta avrebbe diviso a metà; Barbara disse che si sarebbe accontentata di un terzo, considerato il fatto che lei ci aveva messo la casa e la colazione.

Era partito tutto da un gesto di solidarietà, ma poi si era trasformato in un affare e la via del tutto eccezionale era diventata ordinaria.

Ombretta rinunciò alla sua camera per avere due posti letto in più. Alla fine si decise a dividere anche il salone, così le camere disponibili divennero quattro. Quando le prenotazioni erano al completo, lei dormiva sul divano letto sistemato in un angolo della cucina.

Non che questo capitasse spesso e neppure le pesava fare la cenerentola. Tutto quel denaro che fioccava in più era una manna, data la sua situazione.

Almeno poteva permettersi di aiutare i genitori e la sorella bisognosa di cure. Alice era affetta da una forma di leucemia che richiedeva costanti ricoveri in ospedale e se i costi delle terapie erano coperti dal Sistema Sanitario, le spese di viaggio dalla Basilicata no. Ombretta aveva scelto di abitare al Campo Zucchero anche per quel motivo. Il posto era relativamente vicino all’ospedale di riferimento per la sorella e la casa era grande abbastanza da ospitare lei e chi l’avrebbe accompagnata.

Ma adesso temeva di esagerare. Doveva convincere Barbara a tirare il freno.

Stranamente, dopo quella prima volta, le persone che avevano avuto difficoltà a trovare posto in un B&B sembravano essersi moltiplicate.

Infilò il cappotto e sbuffò, al pensiero del disordine che l’aspettava a casa.

Quando fu in strada si sentì chiamare. Era Lucio.

– Si va a prendere un aperitivo?

– Grazie, Lucio, ma non posso proprio. Ho ancora un sacco di cose da fare. Un’altra volta, va bene?

Lui si fece serio e le afferrò un polso.

– Devo parlarti, Ombretta. È importante.

– Di che si tratta?

– Meglio che andiamo a sederci in un posto tranquillo e al caldo.

Poco dopo, davanti a un aperitivo rinforzato, Lucio vuotò il sacco.

– Si tratta di Barbara. Ci ho pensato tanto se dirtelo o no. Non è da me fare queste cose, ma tu sei una brava ragazza e…

– Insomma, Lucio! Così mi agiti. Vai al punto. Barbara cosa?

– Niente. Non è affidabile.

– In che senso, scusa.

– Ho sentito qualcosa dei vostri discorsi, Ombretta, e sono convinto che si stia approfittando di te. Lei ha un bisogno continuo di soldi, non le bastano mai perché… perché le sigarette non sono l’unica cosa che si pippa. Ecco, l’ho detto.

Ombretta afferrò una manciata di arachidi e se le ficcò in bocca, masticando alla velocità delle sue rotelle cerebrali.

– Come fai a saperlo?

– Ci ha provato anche con me. Ho finto di non capire ed è finita lì. Non ne ho parlato con nessuno perché l’ultima cosa che farei è metterla nei guai. Ma non vorrei che ci finissi tu.

– Grazie, Lucio. Ci starò attenta.

Durante il viaggio in metropolitana e poi ancora sul tratto di strada che fece a piedi per arrivare a casa, Ombretta continuò a rimuginare intorno a ciò che il collega le aveva detto. Dovette riconoscere che nell’attività abusiva l’unica esposta era lei. Barbara incamerava la sua parte senza rischiare nulla. Vero che forniva ai clienti l’indirizzo, ma lei l’autorizzava a farlo.

Quella storia doveva finire al più presto.

Raggiunto il cancelletto, Ombretta vide avanzare il suo vicino.

– Buonasera, Massimo, – salutò frettolosa.

L’uomo ricambiò, ma non proseguì verso l’uscita; le si affiancò.

– Dovrei parlarle, – disse sottovoce.

“Che altro c’è ancora!” gridò Ombretta dentro di sé.

– Mi dica.

Le parole uscivano avvolte in nuvolette di vapore che si disperdevano nella sera fredda. Ma quelle che pronunciò Massimo la trafissero come spine di ghiaccio.

– Avrei bisogno di avere spiegazioni in merito alle persone che vanno e vengono da casa sua. Mi perdoni, ma è un dovere che il mio lavoro m’impone.

Ombretta sentì il cuore battere in gola. Come aveva potuto essere così sprovveduta da non considerare il fatto di avere in fianco a casa una guardia giurata?

Capì di essere arrivata al capolinea e scartò a priori l’idea di imbastire bugie nella speranza di farla franca.

Mentre lo precedeva dentro casa, dove le prove della sua colpa attendevano dal mattino sul tavolo del soggiorno, pensò che forse, se gli avesse fatto capire che aveva agito per necessità e non per avidità; se gli avesse promesso di cessare immediatamente, Massimo non l’avrebbe denunciata. Dopotutto era una brava persona e anche lui sapeva che cosa volesse dire dover provvedere ai bisogni di famiglia.

Si sedettero su due poltrone poste l’una di fronte all’altra. Come si era ripromessa, Ombretta fu sincera e cercò di essere persuasiva nell’elencare i buoni propositi che stavano alla base del suo errore.

– Riconosco di aver sbagliato. Ma l’ho fatto in buona fede, soprattutto per aiutare i miei. Se le garantisco che la cosa non si ripeterà mai più, vuole farmi la grazia di evitare una denuncia?

Massimo abbassò la testa e si premette due dita sugli occhi chiusi. Tornò a guardarla con l’espressione triste di un cane abbandonato.

– Non è che non voglio. È che non posso, perché non sono stato io ad accorgermi di quello che stava succedendo qui.

– E chi, allora? – si sorprese Ombretta.

– Non ne ho idea. Ho ricevuto una segnalazione anonima e chi l’ha fatta ora si aspetta che io vada fino in fondo. Se sorvolassi sulla questione, finirei nei pasticci.

– Capisco. Quindi adesso a che cosa vado incontro? Finirò in prigione?

– Be’, no. Il reato che ha commesso non è un delitto, credo che se la caverà pagando una multa. Ma le spiegherà tutto la Polizia Locale che sono costretto a informare. La convocheranno, o più probabilmente le piomberanno in casa. Per non aggravare la situazione, le conviene rendersi reperibile e essere collaborativa. Non parli della segnalazione che ho ricevuto. Si limiti a dire che le ho fatto visita. Mi creda, non lo faccio per tutelate me stesso; è l’unico modo che mi resta per arrivare a chi ha sollevato questa faccenda.

– Va bene. Mi domando chi ha avuto interesse a farmi tutto questo e perché ha coinvolto anche lei invece di rivolgersi direttamente alla polizia.

Massimo ridacchiò.

– Sa che cosa ne fanno alla polizia delle segnalazioni anonime? Sa le verifiche che sarebbero necessarie per accertarsi che non siano bufale? E il tempo che si perderebbe? Mancano di affidabilità, perciò non sono prese in considerazione. Se invece a farle è un collaboratore delle forze dell’ordine, il discorso cambia.

– Mi sta dicendo che lei è stato usato solo per il ruolo che riveste?

– Ne sono convinto. Come sono convinto che chi ha architettato tutto sa come tenerci sotto controllo.

– Dunque non crede sia stato uno dei miei ospiti. Pensa a qualcuno dei residenti?

– Francamente sì.

– Avrò anche agito in modo illegale, ma non mi sembra di aver mai arrecato disturbo al vicinato. In ogni caso potevano dirmelo, prima di passare alle vie di fatto, invece nessuno s’è mai lamentato. Lei stesso ha ammesso di non essersi accorto di nulla.

Massimo si alzò, pronto ad andarsene.

– È vero, Ombretta. Ma al mondo ci sono persone che godono nel far del male agli altri e purtroppo non ce l’hanno scritto in fronte, perciò diventa impossibile evitarle.

Quel che restava della notte, Ombretta lo trascorse a passare mentalmente in rassegna i condomini del Campo Zucchero per risalire al motivo che avesse scatenato in qualcuno di loro un tale astio nei suoi confronti. Ma non approdò a nulla e non poté far altro che attendere.

Campo Zucchero, civico 21

interno 19

PRESBITE

Massimo rientrò a casa con le sopracciglia aggrottate. Non era stato bello fare quella visita a Ombretta.

Chiuse a chiave e salì a controllare che suo padre dormisse.

Il vecchio respirava con la bocca spalancata emettendo un flebile fischio a intervalli regolari. Aveva compiuto novantasei anni e ogni giorno che passava sembrava portarsi via qualcosa di lui.

Andava perdendo le caratteristiche umane per assumere quelle di un fantoccio alimentato a batterie con la carica in esaurimento: sempre più lento, tardo, apatico.

Massimo si chiedeva per quanto ancora avrebbe potuto lasciarlo in casa da solo senza doversene preoccupare.

Aveva due fratelli più grandi, Massimo, ma su di loro non poteva far conto: vivevano da anni in Germania con le rispettive famiglie e tornavano in Italia per le vacanze; passavano a salutare, a vedere che tutto fosse a posto, poi se ne andavano a cercare il mare che a Milano non c’era. Ogni tanto gli mandavano un po’ di soldi per aiutarlo e lui non osava chiedere di più, sapendo che avevano figli da mantenere.

Quando la madre era mancata, i fratelli se n’erano già andati di casa e Massimo non se l’era sentita di lasciare il padre da solo.

Una compagna di vita non l’aveva neanche cercata, certo che nessuna donna avrebbe fatto salti di gioia all’idea di avere il suocero in casa e di stare con un uomo che rischiava ogni giorno di finire sparato.

Percorse al buio il corridoio e diede un’occhiata dalla vetrata: le villette a schiera di fronte a lui sembravano soldatini addormentati nella foschia che si stava alzando.

In camera, accese la lampada del comodino.

La lettera era ancora lì, dove l’aveva lasciata dopo averla esaminata centimetro per centimetro, nella speranza di trovare un segno che potesse tradire chi l’aveva scritta.(…)

2022-05-30

Aggiornamento

A TUTTI gli AMICI, PARENTI e SCONOSCIUTI che hanno fatto squadra per aiutarmi ad arrivare in rete va la mia incommensurabile GRATITUDINE! Vi abbraccio e vi auguro di realizzare tutti i vostri sogni. Marta
2022-03-28

Aggiornamento

WOW! Che bel giorno! Un Grazie Gigante a tutti voi che mi avete consentito di arrivare a metà percorso. Grazie per i commenti e per il passaparola. Ora resta l'impegnativo tratto in salita, ma sapervi al mio fianco mi aiuta ad affrontarlo con serenità. Marta

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Molto interessante l’intreccio tra le varie storie: quando arrivi al termine di una, già diventi curioso di come si svilupperà la successiva. Ti trovi ogni volta ad attraversare un ponte, dove ogni abitazione da isola che era si unisce a un’altra creando un legame tra gli abitanti dove la casualità degli eventi contribuisce a far nascere una comunità che soprattutto nelle grandi città diventa merce rara e preziosa. Apprezzabile  il modo in cui sono stati  costruiti  dialoghi e flussi di coscienza: per ogni personaggio un proprio linguaggio che lo veste come un abito fatto su misura.

  2. (proprietario verificato)

    Storie che si intrecciano,uno spaccato di vita reale, mi è piaciuto.

  3. Marta Raffinetti

    Grazie per il riscontro, Laura. I commenti, di qualsiasi natura siano, sono sempre aiuti preziosi per migliorarsi. Il tuo ha un alto potere energetico che tiene viva la voglia di fare.

  4. Laura Forti

    (proprietario verificato)

    Questo libro mi piace perché si legge come una serie tv: ogni storia è autonoma, ma ognuna è collegata a tutte le altre, cosa che rende Campo Zucchero non solo una raccolta di racconti, ma un’opera unitaria. Alla fine di ogni storia mi sono ritrovata con il desiderio di saperne di più, ma subito, cominciando la successiva, venivo ogni volta trasportata in un nuovo piccolo mondo. Alla fine, tutto si collega, e tutto converge. E ora… aspetto la seconda stagione!

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Marta Raffinetti
Marta Raffinetti, 67 anni, due figli, vive con il marito nella campagna dell’Oltrepo Pavese da quando, nel 2015, ha cessato l’attività giornalistica svolta nella redazione milanese di un settimanale femminile che concede da sempre largo spazio alla narrativa. Attualmente collabora con l’associazione di promozione sociale UNITRE di Voghera (PV) come coordinatrice del Laboratorio di scrittura creativa.
La passione per la scrittura, maturata già ai tempi dei temi in classe, non l’ha mai abbandonata e ancora oggi lei trova nel creare storie di ogni genere il compimento di se stessa.
Marta Raffinetti on Instagram
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