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carbone

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Consegna prevista Luglio 2024
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Gaia e Davide vivono vite diverse, sembrano avere molto poco in comune. Lei, alla ricerca dell’incastro giusto tra i tasselli dei propri ricordi, un modo per fare i conti con la rabbia mascherata da nostalgia nei confronti della madre morta molti anni prima. Lui, un ragazzo all’apparenza come tanti di cui Gaia si innamora piano. È un amore cieco il loro, che non sente ragioni. Inizia così un concatenarsi di eventi imprevedibili che fanno emergere le rispettive paure, il terrore che nasce nelle menti dei bambini e che si cristallizza nei cuori degli adulti. I due si specchiano l’uno nell’altra, riconoscendo e illuminando le reciproche zone d’ombra. È solo allora che Gaia scopre che Davide non è affatto un ragazzo come tanti. Ha un dono speciale, un dono maledetto e temuto così tanto in tutti quegli anni da impedirgli di vivere una vita normale. Assieme cercheranno un modo, una via d’uscita, in una vicenda misteriosa e per certi versi incredibile che racconta la meraviglia per la vita.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere per me è sempre stato un modo per vivere due, tre, dieci, vite in più. È un’avventura che vivo alla ricerca di qualcosa dentro di me che non ho ancora messo a fuoco. È una specie di indagine, un modo di guardare il mondo con occhi diversi, che mi ricorda che il mio sguardo non è che uno tra i molti. Questo è lo spirito con cui ho pensato e scritto la storia di questi ragazzi, li ho avuti in testa per anni Gaia e Davide. Spero vi possano regalare qualche bel momento.

ANTEPIRMA NON EDITATA

1

Era sabato. Attraversai il vecchio portone in legno della scuola stringendo forte in mano la cartellina di disegno tecnico. Era completamente ricoperta di scarabocchi e firme irriconoscibili, adesivi e macchie d’inchiostro di tutti i colori. Come antichi geroglifici raccontavano di concerto il tempo agitato e bellissimo di quegli ultimi cinque anni. Un tempo così meravigliosamente lento da illudermi quasi che non sarebbe finito più.  Sulla spalla mi pesava la vecchia sacca dell’Adidas, quella per le ore di educazione fisica. Me l’aveva regalata mio padre il primo giorno di liceo, “in segno di buon auspicio”, mi aveva detto in finto tono cerimonioso, una delle sue classiche frasi strambe e antidiluviane.

Quella mattina il prof ci aveva sfidati tutti con una prova di salto in alto, una di quelle a sorpresa, un’imboscata da vigliacchi che se non stavi attento rischiava di rovinarti la giornata. Per fortuna però nei salti me l’ero sempre cavata bene, bastava guardare il cielo, al resto pensavano le mie gambe. L’atletica in generale m’era sempre piaciuta parecchio, soprattutto la corsa, mi allenavo quattro volte a settimana, senza sentirne minimamente il peso.

Il vociare era alto, noi ragazzi ci sentivamo pronti per l’ennesimo weekend di limiti da infrangere, di sensi di colpa per qualche birra di troppo che poi al mattino non avrebbe lasciato strascichi, ad eccezione forse di qualche poco convinto mal di testa. I più diligenti di noi si sarebbero ritagliati svogliate mezz’ore per prepararsi al compito di latino di lunedì, ormai le versioni ci uscivano dagli occhi, era fine anno e ci trascinavamo come esausti elefanti nel deserto a pochi passi dall’agognatissima pozza d’acqua. La maturità era alle porte. Stavo per terminare il liceo e non avevo ancora idea di cosa avrei voluto fare dopo.
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Più che un pensiero stava diventando un’ossessione e ogni volta che ci pensavo mi prendeva un’ansia terribile, ingovernabile. Più cercavo una via d’uscita, più le idee sul mio futuro mi si confondevano in testa. Nessuna materia mi dispiaceva particolarmente, ma non ce n’era una che riuscisse per davvero a incuriosirmi, il mio grado di interesse era sempre stabile per ogni cosa a un soporifero livello standard. Galleggiavo in una terra di nessuno, tutta in bianco e nero, piatta e sempre uguale, come nello scenario di un film distopico.

«Gaia passi da Stefano più tardi?» la voce di Sofia interruppe i miei pensieri. Mi camminava a fianco guardandomi con i grandi occhi verdi, un sorriso bellissimo dei suoi stampato in faccia, i lunghi capelli biondi che mi sfioravano la spalla.

«Non so ancora, parlo con mio padre e ti dico» risposi guardandola a malapena, la voce resa ruvida dal cattivo umore. Scendendo la scalinata in mezzo a tutti i miei compagni, venni travolta da un’ondata di odore di sudore di chi non s’era sciacquato le ascelle dopo l’ora di ginnastica. La sensazione di disagio che mi invase mi prese alla sprovvista. Mi ci volle qualche attimo per capirne il vero motivo. Mi sarebbe mancato terribilmente tutto quanto. I miei amici, le passeggiate lungo il fiume, le domeniche pomeriggio al bar, le sgridate quando rientravo troppo tardi la sera.

Con questa nuova paura che mi serrava la gola, corsi verso la station wagon vecchia e grigia di papà posteggiata poco lontano. Aveva trovato il tempo di venirmi a prendere. Avevo sempre odiato gli autobus e lui lo sapeva bene.

«Ciao amore! Siete usciti tardi» disse in tono tranquillo, scuotendo con finta disapprovazione la testa piena di riccioli.

«Durante l’ultima ora la prof ci ha fatto fare una terza prova ed è stato un casino» risposi scorbutica mentre aprivo la portiera.

«Che puzza!» Mi tappai veloce il naso. «Di nuovo in canile?»

«Sì, mancavano volontari, come al solito. Non riesco a fare finta di nulla, povere bestie. Però è vero, puzzano. Scusa, poi pulisco» borbottò lui, mentre sistemava nel bagagliaio una palla di vecchie coperte e lenzuola su cui fino a poco prima avevano dormito i randagi. Conoscendolo, tutti quegli stracci sarebbero rimasti dov’erano fino alla volta successiva. Mio padre non era mai stato pigro. Semplicemente non dava importanza a certe cose nello stesso modo di tutti. Lo osservai finché guidava distratto sulla via di casa. La barba troppo lunga, leggermente incolta era ormai diventata tutta grigia. Gli occhiali spessi dalla montatura scura pesavano sul naso leggermente aquilino e dal taglio aristocratico. Le rughe ai lati degli occhi piccoli e azzurrissimi diventavano ogni anno più profonde e a ogni sorriso si moltiplicavano. Ne stava passando un po’ ultimamente, si vedeva che era stanco. Mi dispiaceva per lui e avrei voluto poter fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Mi consolavo pensando che in fondo ero ancora io la figlia e lui il padre. Ruoli che non avevo alcuna fretta di invertire.

«È passata Monica prima, ha fatto un paio di lavatrici e dice di andare da lei domani a pranzo se ci va la lasagna» mi spiegò lui, con il tono di chi era appena riemerso da pensieri ingombranti.

Monica era la sua “ragazza”, come la definiva lui. Si frequentavano da quasi tredici anni e io le avevo voluto bene sin da subito. Così almeno mi avevano sempre raccontato. Lo trovavo in fondo verosimile. Pensando a lei, involontariamente sorridevo e mi pareva di poter quasi sentire nell’aria il profumo della pizza del venerdì sera, di udire la sua risata esageratamente rumorosa, di sentire i suoi baci posarmisi sulle guance, sulle mie fronti di bambina bollenti di febbre, i suoi capelli sempre in disordine che mi solleticavano il viso. Monica era quanto di più vicino avessi a una madre e la amavo di un amore infantile e possessivo. Ancora allora, quasi diciannovenne, faticavo a vederla baciare papà, a tollerare i loro momenti di complicità. Mi facevano sentire sola. Orfana.

Quando capitava ripensavo alla mia vera madre e il cuore mi si spezzava in mille granelli di vetro. Perché di lei non mi era rimasto nemmeno un singolo nitido ricordo. C’erano solo rarissime scene sfocate e confuse. Principalmente, però, c’era un vuoto, un vuoto che mi divorava la pancia, un buco senza fine che non si riempiva con nessun cibo, con nessun gesto, con nessun affetto. Rimaneva lì, in silenzio, senza un nome o una soluzione. Come una gatta che andava a morire, ogni volta mi accartocciavo su me stessa in un angolo, di nascosto, e aspettavo e pregavo che quell’ombra scura si dimenticasse di me.

~

Mia madre era una tosta, diceva sempre papà.

Sin da quando ero piccola, tutte le sere prima di dormire, gli chiedevo di lei.  Non sapevo che, ogni volta, il suo dolore non era mai di meno. Lui però la ricordava per me che di lei non avevo altro. E io la cercavo affamata dentro ogni parola.

«Era una che sapeva sempre cosa fare e come farla» iniziava mio padre. E raccontava che aveva mille sogni nel cassetto e che per ognuno aveva saputo pensare a un momento e a un modo per realizzarlo. Non temeva il mondo perché sapeva che era dalla sua parte. Muoveva ogni passo con fiducia incrollabile e qualunque decisione prendesse sembrava sempre la più facile e la più naturale. Più che vivere sembrava danzasse, la coreografia gliela dettavano le sensazioni del cuore e quel suo modo sereno e invidiabile di lasciare correre gli eventi inevitabili, di accompagnare con grazia i piccoli dolori che erano di tutti, anche i suoi.

Era bellissima, non di una bellezza canonica ma di una disordinata e solo sua. Aveva le gambe lunghe, i capelli un poco ricci, scuri e ribelli che portava raccolti perché era più comodo così. Qualche ciuffo scappava sempre ma lei non sembrava farci caso, se li teneva là, davanti agli occhi grandi e scuri di carbone, mentre dipingeva con le mani, i pennelli dimenticati in un angolo, le tele colme di colori e forme che le nascevano dentro i pensieri e le uscivano dalle dita sottili. La sua pelle morbida e leggermente olivastra brillava lievemente alla luce del sole, sapeva di olio di mandorla, di colori acrilici, di spezie esotiche che si ostinava a comprare ogni volta al mercato del giovedì per poi, non sapendo che farsene, bruciarne in quantità sui piattini per l’incenso, ammorbando l’intera casa con sentori intensi, cardamomo, ginepro, anice, facendo impazzire le povere coinquiline che ogni anno erano diverse perché quell’intensità di vita non era per chiunque. Faceva mille lavori differenti, li amava tutti. Creava gioielli, insegnava l’italiano a chi ne aveva bisogno, era sempre sorridente, strabordante di energia. Per qualche anno aveva fatto persino la fotografa free lance. Aveva occhio per la bellezza autentica, ne veniva attratta come una lucertola dal sole. Più di tutto amava i cani, soprattutto i randagi. Era stata una delle fondatrici del canile della città. Fu lì che incontrò mio padre.

~

Pare fosse una giornata di pioggia. E pare che in seguito lei gli raccontò che fu come imbattersi in qualcuno dopo un tempo lunghissimo.

Mio padre era senza ombrello. Osservava con attenzione, attraverso gli occhiali spessi, un cucciolo meticcio che giocava con una vecchia palla da tennis dentro una delle tante gabbie troppo strette. Una bestiolina tenera e felice, la codina scodinzolante, nonostante la pioggia, nonostante la solitudine e le pulci.

Mio padre non vide subito mia madre a pochi passi da lui, ma udì il click della macchina fotografica quando lei gli scattò una foto. Quella che era ancora là, sulla credenza di casa nostra, in soggiorno, imprigionata dentro una sottile cornice d’argento. La conoscevo a memoria. Mio padre fradicio, i capelli castani gocciolanti, il viso tutto nascosto, fatta eccezione per un pezzettino di naso, la stanghetta degli occhiali, l’orecchio grande e regolare, il bavero della giacca grigia alzato. La pioggia che cadeva a secchiate, immaginavo mia madre nel suo poncio, i capelli appiccicati al viso, mentre gettava un primo sguardo dentro il proprio futuro. Si capiva dall’angolazione, dalla luce che aveva scelto per quel momento, per quello sconosciuto, che qualcosa in lei era già cambiato. E chi, negli anni a venire, si sarebbe trovato davanti quella foto l’avrebbe visto subito. L’avrebbe intuito fuori dalla mente, sarebbe stato chiaro come il sole, di quanto lei lo amasse già.

~

Si dimenticarono presto cosa volesse dire vivere l’una senza l’altro.

Non fu un amore sempre tranquillo. Sebbene mio padre fosse un uomo apparentemente in pace con sé stesso, mia madre toccava in lui delle corde che spesso lo facevano sentire rabbioso, pieno di una strana frustrazione che gli usciva da dentro le ossa. Qualche volta alzava la voce, guardandola con occhi insieme di supplica e collera quando veniva accusato di non saper vivere al di fuori delle regole che conosceva.

«C’è tutto un mondo che ti rifiuti di vedere Pietro! Apri gli occhi santiddio!» gli diceva lei.

«Quel mondo esiste solo nella tua testa. Io vivo nella realtà e scusami se questo ti delude così tanto. Anzi guarda, non me ne frega un cazzo!» urlava mio padre, e se ne andava sbattendo la porta, lasciandola nuda tra le lenzuola spiegazzate, nel caldo estivo infernale, tutta arrossata in volto per la rabbia, per l’amore per quell’uomo pavido che la consumava.

Poi lui tornava, prima di quando avesse voluto, più tardi di quanto avesse desiderato. Boccheggiava per aver fatto di corsa le sei estenuanti rampe di scale, dimenticandosi di respirare. Aveva in mano un fiore raccolto da un’aiuola o dal giardino del vicino, per provarle che non era vero che non sapesse vedere oltre i confini delle regole sociali, oltre tutti i paroloni che lei usava per spaventarlo e mantenere una certa distanza necessaria. Lei allora lo chiamava per nome e lui le si avvicinava senza dire nulla e la baciava dappertutto, ci faceva l’amore come un ragazzino timido che non sapeva cosa fare, come toccare quei seni, quel collo leggermente sudato con le sue mani troppo grandi.

Lei gli donò occhi nuovi per vedere cose invisibili, la trasparenza del sole, la vita che si nasconde nei dettagli. Lui per lei si spogliò della sua buccia, inspessita da anni di delusioni, di vuote aspettative.

Due volte a settimana mio padre la accompagnava in canile. Non di rado capitava che tornassero con qualche vecchio cane in fin di vita e insieme se ne prendevano cura, accompagnandolo nel momento finale, quello più difficile da guardare.

«La morte è la cosa più orribile che esista. Per davvero. La più orribile di tutte» disse lei all’improvviso in un giorno d’estate. Delle lacrime venute da chissà dove le rigavano le guance. Davanti a loro, un vecchio pastore tedesco dal muso incrostato rantolava sommessamente. Era stato abbandonato su un marciapiede, come un sacco di sporcizia. Nonostante il caldo, lo avevano avvolto in una coperta di lana ma la povera bestia tremava ancora. Li guardava con grandi occhi scuri, occhi tristi, di quelli che ne avevano viste delle belle.

Mentre piangeva, gli occhi di mia madre si fecero piccoli, come per mettere a fuoco qualcosa di molto lontano. Si strinse addosso a mio padre come una bestia ferita alla ricerca di una vecchia tana dimenticata.

«Mia madre mi darebbe della sciocca» disse con un filo di voce. Seguì un silenzio che mio padre non si sentì di rompere e che gli parve lunghissimo.

«Riderebbe e mi direbbe che la morte non esiste» proseguì lei, la voce sempre più sottile.

«Pietro, è un po’ che ci penso» continuò esitando. «Voglio cercare mia madre, voglio sapere se è ancora viva.

~

Non aveva quasi mai nominato sua madre prima d’allora.

Era successo una sola volta, in un pomeriggio assolato, mentre mezzi nudi sbocconcellavano del formaggio sdraiati sul pavimento del salotto, chiacchierando del più e del meno, le schiene sudate appoggiate al vecchio divano in pelle.

«E i tuoi genitori?» chiese mio padre scostandole i capelli dal viso, per vederla tutta. Seguì un silenzio insolito, come se insieme fossero entrati in una strana, sconosciuta dimensione. Si udiva solamente il rumore dei denti intenti a impastare il boccone. Mio padre osservò la postura di mia madre cambiare lentamente, ingobbirsi, torcersi impercettibilmente. Come un porcospino che cercava di difendersi da un pericolo che però non veniva da fuori. Con lo sguardo a terra, gli occhi di lei cercarono appigli che non trovarono da nessuna parte. Sotto la pelle brunita si fece largo un pallore crescente, le tremavano le mani. Tornò a sdraiarsi a terra, stringendo forte le gambe con le braccia magre.

«Non importa, non dovevo chiederlo, scusami…»

«La verità è che non ricordo tutto chiaramente…» bisbigliò lei con una voce che non le somigliava. Si vedeva che mentiva.

«Ricordo bene però», proseguì incerta, «che un giorno mia madre c’era e il giorno dopo non c’era più. Ma sono cresciuta con mio padre, tra un collegio e l’altro. Prima o poi te lo farò conoscere, mio padre dico. Non ci vediamo molto noi». Quelle furono le uniche parole che riuscì a dire a riguardo. Poi mio padre l’abbracciò stretta e dormirono tutto d’un fiato, fino al mattino.

 

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Lisa Amelia Bruna Poletti
Nasco a Valdagno nel 1983, eppure per certi versi mi sento ancora una ragazzina. Faccio una vita normale e bellissima assieme al mio miglior amico, compagno di avventura nonché amatissimo Matteo e alla nostra gatta Kalì. Entrambi mi sopportano con pazienza durante i miei monologhi sul significato della vita, sulle forze dell’universo, sul motivo per cui la pizza sia obiettivamente la cosa più buona che sia mai stata creata al mondo. Mi piace avere i miei momenti di solitudine e sentirmi utile a qualcuno. Voglio credere che nella vita si possa non smettere mai di far crescere e cambiare, possibilmente in meglio, il nostro stato di consapevolezza. Alla fine dei conti, credo sia proprio questo che mi appassiona più di ogni altra cosa. Anche più della scrittura. Persino più della pizza.
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