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Gaia e Davide vivono vite diverse e sembrano avere molto poco in comune. Lei, alla ricerca dell’incastro giusto tra i tasselli dei propri ricordi, un modo per fare i conti con la rabbia mascherata da nostalgia nei confronti della madre morta molti anni prima. Lui, un ragazzo all’apparenza come tanti, di cui Gaia si innamora piano. Il loro legame è potente e cresce ogni giorno di più. È un amore cieco il loro, che non sente ragioni. Inizia così un concatenarsi di eventi imprevedibili che fanno emergere le rispettive paure, il terrore che nasce nelle menti dei bambini e che si cristallizza nei cuori degli adulti. I due si specchiano l’uno nell’altra, riconoscendo e illuminando le reciproche zone d’ombra. È solo allora che Gaia scopre che Davide non è affatto un ragazzo come tanti. Ha un dono speciale, un dono maledetto e temuto così tanto in tutti quegli anni da impedirgli di vivere una vita normale. Insieme, intraprendono un viaggio alla ricerca di una soluzione, immersi in una vicenda misteriosa e straordinaria che celebra la meraviglia della vita.

PROLOGO

Deve essere stato il rumore della sirena dell’ambulanza a venirmi a prendere nel sonno. Un sonno fondo come un crepaccio che arriva fino al centro della terra. Non capisco subito dove mi trovo, di chi sia questo letto in cui sprofonda il mio corpo.

Delle lenzuola ruvide mi grattano le braccia nude. In bocca ho il sapore del ferro, la lingua lievemente ingrossata, le gengive secche e doloranti. Una luce fredda e intensa illumina tutto, quasi a non volere lasciare spazio ad alcuna ombra, ingannando le leggi della fisica. Fatico a tenere gli occhi aperti, le palpebre pesanti come pachidermi stentano a vincere la forza di gravità. I bip dei monitor che mi circondano vengono inghiottiti dal silenzio tutto intorno. Contengo un silenzioso urlo di dolore e muovo piano la testa, abbastanza da intravedere un letto vuoto dalla parte opposta della stanza. Decido di provare a muovere le braccia. Un’azione semplice che però adesso mi sembra impossibile. Vi concentro tutta l’attenzione di cui sono capace. Con uno sforzo che mi pare sovrumano, riesco a staccarle dal materasso solamente di pochi millimetri.


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Un brivido mi corre lungo la schiena, un brivido di paura, di quella che sale sempre quando il tuo stesso corpo ti volta le spalle, come il giorno in cui caddi dai pattini e il mio braccio mi si spaccò in due di netto. Urlavo per il dolore, per lo shock, il braccio floscio steso sul marciapiede come se improvvisamente avesse smesso di appartenermi. Avevo solamente otto anni allora ma l’angoscia che provo in questo momento è la stessa, come se non fosse trascorso nemmeno un secondo.

Mi prendo del tempo per mettere ordine nello sciame di pensieri confusi che mi annebbiano la mente. Balenano alla consapevolezza come piccoli insetti ronzanti senza una guida, senza regina. A uno a uno, faticosamente, cerco di sistemarli in sequenza. Seguo un ordine cronologico sommario e dove non riesco applico la legge della causalità. Più vado avanti nel cercare di mettere a fuoco gli eventi, più sento il panico salirmi dalla pancia, affannarmi il respiro. L’adrenalina prodotta dalle ghiandole surrenali mi invade il corpo. Di colpo mi ritrovo di nuovo forte e riesco, in mezzo al dolore, a ruotare la testa quel tanto che basta da intravedere l’ago della flebo che mi infilza la carne del braccio. Mi pare quasi di vederlo, l’infermiere, mentre cerca la vena tastandomi l’interno del braccio con le dita. Non deve essere stato facile per lui, i miei vasi sanguigni si nascondono in profondità, così mi è sempre stato detto. Chissà se dopo tutto quel cercare alla fine ci abbia trovato un po’ di gusto a trafiggermi la pelle con l’ago, un sottile piacere un po’ doloroso, come quando ci si gratta troppo a lungo una puntura d’insetto.

Mi dibatto a sufficienza per attirare l’attenzione di qualcuno che verosimilmente, davanti a un monitor non lontano, sta seguendo la linea zigzagata dei battiti del mio cuore. Mi raggiunge di lì a poco una voce morbida.

«Stai calma, non ti agitare, rischi di farti male.»

«Cosa mi avete fatto?» provo a dire. Dalla mia bocca esce però solo un verso simile all’uggiolio dei cani.

Ruoto gli occhi e metto a fuoco il viso rassicurante e deciso di un’infermiera d’esperienza. La mano ferma, nessuna esitazione. Lo sguardo tranquillo, come se tutto questo sia inevitabile, scontato. Prosciugarmi di tutte le energie, privarmi della parola, accecarmi con i neon.

«Lasciatemi andare! Dov’è mio padre?» Altri uggiolii. 

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Lisa Amelia Bruna Poletti
Nasce a Valdagno (VI), prima di tre figli. Dopo il liceo lascia il paese di nascita alla volta di Milano, dove trascorre i successivi otto anni di studi universitari. La scrittura la accompagna fin da piccola: poesie, filastrocche, racconti brevi. “Carbone“ è il suo primo romanzo.
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