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Cieli verticali

Cieli verticali
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Consegna prevista Dicembre 2022
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Rino ama la natura ed è affascinato dal suono di parole che non conosce; Lulli snocciola malinconie sognando un perenne stato di libertà; Francesco vive un amore fuori dal tempo e dallo spazio; Vincent è tormentato dai suoi colori; Vania ha vissuto una spensieratezza che le manca in tempi difficili. La vita è tempesta…e tempesta sia – ha scritto Melville. Ognuno di noi, piccolo ma grande in un universo che non riesce a comprendere fino in fondo, si muove sotto il suo cielo verticale, una striscia di mondo che lo rende unico ma che, al contempo, lo unisce all’anima e al corpo del suo prossimo. Indissolubilmente.

Perché ho scritto questo libro?

Fra noi c’è chi sa urlare se stesso e chi fa del proprio filo di voce un canto sommesso, difficile da percepire. Queste storie appartengono a chi si fa piccolo nel suo essere imperfetto, nella ricerca dell’altro e di uno spazio in cui sapersi muovere. Alcune storie sono venute incontro come abbraccio improvviso, altre sono affiorate dagli anni da me vissuti. A tutte queste storie ho dedicato parole, emozioni e sguardo attento. Perché era proprio di loro che volevo scrivere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

E’ stato un temporale estivo di molti anni fa in una piccola località del Giappone a fare di me un uomo gentile. Scrosciava pioggia battente tanto da ridurmi le scarpe due fagottini cenciosi da gettare via. Davvero non sapevo come difendermi da tutta quell’acqua che sembrava non voler desistere se non dopo un’eternità. Poi, in qualche modo, volevo proteggere la borsa con i documenti che avevo con me. L’azienda non mi avrebbe perdonato fogli sgualciti, distorti dall’umidità e dall’inchiostro sbiadito per qualche goccia caduta fra le righe di testi così importanti. Del resto, mi avevano mandato fin là proprio perché tornassi con qualche firma a siglare future commesse. No, non potevo permettere che accadesse neanche la minima parte di ciò che temevo e che mi faceva il fiato corto.

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Attraverso le lenti annebbiate e inondate dalla pioggia intravidi un piccolo negozio dotato di tettoia. Senza pensarci troppo lo raggiunsi per ripararmi materializzando il gesto scortese di volgere le spalle a chi si trovava all’interno. Una graziosa sorridente dolce ragazza che, con grande compostezza ed eleganza, mettendo una mano a fior di labbra a esprimere una buona dose di stupore per quanto mi stava accadendo, ruppe il mio ultimo gradino di esitazione per indurmi a rivolgerle un cenno come a dire posso entrare? (Da Un uomo migliore)

Una lacrima era caduta sull’ultima fetta di sacher. Immobile e salda come un ideale di altri tempi, colma di ragione ferrea e sentimento inesauribile. Poteva quasi assurgere al ruolo di decorazione : goccia di rugiada perenne o perla assonnata di un giorno di pioggia. Oppure, segreto messaggio dall’interpretazione misteriosa a chiunque ma non allo sguardo di chi l’avrebbe osservata con cura. Niente di tutto questo, in un mattino forse speciale che ammiccava all’arrivo di un autunno arruffato dai venti. Era l’ora della colazione e Vania, facendo volteggiare in aria una forchetta da dolce, esitava l’affondo nello strato di glassa al cioccolato che rivestiva la sacher perché, superato l’attimo, la forchetta sarebbe affondata nella morbidezza del pan di spagna facendo fuoriuscire buona parte della marmellata di albicocche. Esitava perché quella fetta di torta pulsava in segreto. Osservandola, dopo aver asciugato il pianto con il dorso della mano, ebbe la sensazione di aver posato sul piatto una parte di se stessa. La più sofferente. (Da Ferite dal fronte del terzo millennio)

Con la solita tazza di caffè che puntualmente calamitava i suoi occhi tutte le  mattine, Paolo elaborava lentamente i pensieri della giornata senza avere la pretesa di definirli “idee”. Aveva dalla sua uno scorcio di mare, qualche casa sparsa in qua e in là e il chiarore tipico dei Paesi del Nord : la sua finestra sul mondo. La sua sensazione preferita. Da quando si era trasferito in Scozia per motivi di lavoro andava consolidando i suoi piccoli ma importanti dettami di vita, quelli in cui aveva sempre creduto e che, con meticolosa costanza e voluttà, cercava di trasmettere intorno a sé. Come accadde una mattina di marzo, davanti alla solita tazza di caffè e al solito paesaggio, quando il primo pensiero, sposandosi alle riflessioni di una notte breve per quanto emozionante, gli definì un percorso estremamente affascinante. Così era per lui. Così sarebbe stato per nove detenuti della casa circondariale di un paese non lontano dal suo. (Da Il passo giusto)

L’ora stanca del tramonto novembrino di una sera piovigginosa e scolorita, attraverso gli occhi dei miei figli, mi fa intendere che sia il momento di tornare a casa. Non ne ho voglia. Ma accetto quel suggerimento così lieve e premuroso perché ne avverto la sincerità e la tenerezza. Mi incammino lentamente. Mentre percorro gli ultimi passi per arrivare al portoncino, indugio qualche secondo con finta rassegnazione. Mi fermo, come se i pensieri che scorrono lenti e passivi mi bloccassero le gambe con l’intento nascosto, ma non segreto, di farmi compiere un gesto. E’ così che metto la mano destra in tasca a cercare la chiave giusta. Chissà perché la tengo sempre con me anche se, in questi giorni, è servita a poco o a nulla. La riconosco al tatto, per la sua lunghezza, maggiore delle altre riunite nel mazzo. Nell’aprire la porta del negozio di Luciana avverto brividi simili a scosse ma vinco qualsiasi esitazione, persino un leggero sbandamento che mi sta giocando un brutto tiro nell’attimo in cui immagino Luciana dietro al bancone che, con estrema cura, riordina delle stoffe. Rimproverandomi per gli istanti di debolezza, accendo tutte le luci, ritenendomi soddisfatto del gesto. Ho illuminato non solo il negozio, ma anche l’angolo più segreto e innamorato di mia moglie.  Chiudo la porta e mi dirigo verso casa, al piano di sopra, facendo attenzione a contenere la mia emozione, e felice, per quanto possa esserlo in questi giorni, di un’immagine di luce totale. A tentare la sconfitta del buio che ha invaso la nostra esistenza con la violenza dell’imprevisto. (Da L’amore resta)

Quella storia, per la gente del luogo, riaffiorava inevitabile ogni qual volta gli sguardi si posavano su una panchina in pietra, al lato destro di un piccolo slargo senza sfondo dove le ultime case del paese vanno a sfumare. La scogliera da una parte, i resti di un antico stabilimento dall’altra. Contrada Saracena si offre così da decenni a chi ha la curiosità di andare oltre gli abbocchi turistici, a chi distrattamente sbaglia strada e si ritrova a invertire la marcia e ai paesani che, giunti in Contrada, si soffermano a guardare oltre la panchina in pietra dopo avervi posato gli occhi e aver rivisto un paio di sandali e una bottiglia. (Da Passi falsi)

Ho nome di rosa e cuore di spine. Entrambi navigano con difficoltà nel mare dei miei ventiquattro anni scompigliati dal vento ostinato di giorni contrari. Non saprei dire se a causa degli errori in cui sono inciampata per distrazione o convinzione o per la linea del destino che, dicono, appartiene a ognuno di noi. Mi hanno chiamata Tea perché mio padre sognava di coltivare rose e mia madre avrebbe voluto riceverne senza alcuna parsimonia dopo essersi letteralmente incantata sulla foto di una rosa gialla stampata in un giornale abbandonato a terra. La mia nascita in effetti è stata qualcosa di simile a una gemma spaurita all’affacciarsi della tempesta. Perché non sono nata nel terreno che più si addice a un bel fiore né sul davanzale di una finestra che guarda l’orizzonte. Mi sono affacciata alla vita con un abbozzo di pianto, talmente rassegnato e breve da stupire e preoccupare chi si era prodigato così tanto. Come poteva. Come meglio non avrebbe saputo fare. Ho sempre pensato di aver soffocato il mio pianto di protesta nel venire al mondo per un senso di gratitudine. Due uomini e due donne mi facevano nascere in un letto di pietra e sotto il fuoco incrociato degli spari di una guerra incessante che comunque avrebbe coperto il pianto di un bambino. Deve essere stato un misto di riconoscenza, nonostante tutto, e il senso del coraggio che mi portavo già dentro come neve che sa di farsi ghiaccio. (Da Tea)

Eccomi qui, seduto in prima fila sulla penultima poltroncina laterale, a sinistra. Ho messo la camicia grigia, sopra ho un gilet di lana fine di un grigio un poco più scuro. Ieri sono stato dal barbiere, ho i capelli corti e sfumati dietro, il ciuffo non l’ho fatto tagliare. Guai! E’ domato e sistemato da un lato. La barba è stata spuntata e sistemata a dovere. Inforcando i miei persol da vista potrei essere scambiato per un dottore, un professore, un avvocato. E non ho tolto gli orecchini e il piercing. Tre in due orecchie, quelli che dirottano lo sguardo delle persone sul mio volto. Si fanno un’idea e poi restano ipnotizzate dai cerchietti e dallo spillone come se questi oggetti scomponessero i pensieri. E mettiamo che la giornata continui a essere così calda, non escludo di tirare su le maniche. Pace se sbucheranno fuori tracce dei miei tatuaggi. Non è che mi piaccia molto questo ruolo, apparire e confondere. Infatti, che ci faccio qui, baciato dal sole, in prima fila, in un ex convento di Frati Domenicani? Se mi vedesse Carlo, amico storico, mi prenderebbe in giro per un anno ma non lo sa e non lo saprà mai. (Da La premiazione)

Centellinando scrupolosamente le briciole di un pane appena consumato, Liliana distolse lo sguardo dalle altre commensali celando a malapena un senso d’imbarazzo latente e spesso in agguato. Avevano parlato del più e del meno, tutte e tre. Lei, sua zia e sua cugina. In una domenica di primavera inoltrata si erano concesse un pranzo modesto alla trattoria di Alfiero per il solo piacere di condividere la stessa tavola e quattro chiacchiere nell’unica giornata libera dai rispettivi impegni lavorativi. Poi, sarebbero tornate ognuna a casa propria davanti alla tv o a sfogliare qualche rivista. Non erano molto dissimili le ordinarie domeniche di Liliana, Maria e Mirella anche se vissute a posteriori di vite completamente diverse l’una dalle altre. Zia Maria sfoggiava ancora i suoi abiti eleganti e una scia di profumi costosi. Qualche brillante all’anulare della mano sinistra ribadiva la sua appartenenza a uno stato agiato e ben saldo, condizione che non le passava per la testa celare o anche solo diminuire di evidenza. Mirella, dal canto suo, non aveva particolari da esibire, né piccoli tesori da coltivare se non un modus vivendi che suo marito le aveva lasciato in eredità. Amore per la cultura in generale e per una riservata e severa cura del corpo e della mente. Un mondo etereo e rigenerante che Mirella teneva per sé, coltivava per sé. Non era raro quindi sorprenderla a sorseggiare un bicchiere di buon vino, immersa nella lettura, scalza e comoda sul divano di velluto verde chiaro ormai consunto, ormai passato di moda ma non classico, di cui non voleva proprio disfarsi. Perché troppi erano i ricordi da trattenere su ogni frammento di stoffa, e tutti preziosi. Ora che si ritrovava sola, in una casa non grande ma arredata e sistemata come aveva voluto suo marito. L’esistenza di Liliana, invece, aveva ancora l’asprezza di un sentiero di montagna. Molti sassi e solo qualche filo d’erba cresciuto qua e là, disordinatamente e senza molte speranze di sopravvivere a lungo. Le sue giornate erano scandite dalle solite incombenze presso una ricca e numerosa famiglia della capitale in cui convivevano tre generazioni. Aveva da fare, Liliana, per adempiere ai suoi compiti. Cucinare e occuparsi della lavanderia e della stireria. Il lavoro era pesante ma tutti i componenti della famiglia, nessuno escluso, le volevano un gran bene e ogni tanto riuscivano a strapparle un mezzo sorriso che sortiva fuori dai tratti severi del suo volto quando meno se lo sarebbero aspettato.

(Da Anima in esilio)

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questi frammenti di racconti contenuti in “cieli verticali” colgono perfettamente quello che era il loro intento e cioè di suscitare l’interesse del lettore.
    Con una scrittura pulita e piacevole riescono, infatti, a descrivere egregiamente la complessità della natura umana ed a trasmettere il coraggio di tracciare l’esperienza, vera od immaginaria che sia, di una vita vissuta tra illusioni e disillusioni, traguardi e fallimento.Certamente, il lettore resta in attesa di leggere il libro in ogni sua parte.

  2. (proprietario verificato)

    Leggere i racconti di Isabella è sempre molto piacevole, io preferisco leggerli più volte, per immergermi in pieno nelle sue storie, brevi ma molto molto intense.
    Leggerla fà bene al cuore e alla testa.
    Complimenti.
    Antonella

  3. (proprietario verificato)

    I racconti di Isabella si leggono molto bene e non vedi l’ora di andare avanti nella lettura. I testi rispecchiano la vita di molte persone ed in alcune ti ci puoi anche ritrovare. Grazie Isabella per la piacevole sensazione che riesci a trasmettere a chi legge i tuoi racconti. Simona

  4. (proprietario verificato)

    La sensazione che arriva mentre si legge Isabella è quella di entrare a far parte del racconto stesso
    Riesce a farlo in modo così tanto veritiero che i personaggi e le situazioni che descrive arrivano a sembrare familiari..
    Un grazie a Isabella per le belle sensazioni che emergono attraverso la lettura dei suoi racconti

  5. Leggere i racconti dell’amica di una vita è come specchiarsi nei suoi occhi e riflettere il suo sguardo: sincero, fidato, espressivo, caparbio e penetrante. Un guizzo di umanità nella vita disumana di tutti i giorni, e di tutti noi che ne facciamo parte. Siamo tutti con “Rino”.
    Alessandra

  6. Adriana Tasin

    (proprietario verificato)

    Ha scelto questo giorno di primavera, Isabella Gabusi, per lasciare andare le sue parole, ma più di tutto per lasciare andare i protagonisti dei suoi racconti. Sono personaggi che meritano il nostro sguardo perché ci sono così vicini che se solo ci guardassimo attorno li scorgeremmo, si incarnerebbero in persone, quelle che di solito stanno più defilate, si notano meno. La scrittura di Isa le ha accompagnate con cura e talento a questo varo, e ora le affida a noi, perché sarà in noi che proseguiranno il loro viaggio.

  7. (proprietario verificato)

    Uno stile coinvolgente che ti cala completamente nelle storie. Una scrittura a volte tenera e poetica. Racconti brevi ma che ti lasciano la voglia di approfondire. Complimenti. Rossella

  8. (proprietario verificato)

    Leggere i racconti di Isabella è sempre una gioia. Il suo stile narrativo musicale-poetico è la sua cifra distintiva. Immergersi in un suo racconto non è seguire una trama ma l’essenza delle emozioni. Paola

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Isabella Gabusi
Di origini umbre, vivo in Toscana dove mi laureo in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Successivamente mi dedico alla gestione di attività legate al settore, in particolare alla formazione linguistica e alla traduzione. La passione per la scrittura nasce in anni recenti facendo riaffiorare una variegata esperienza umana, sia in senso strettamente personale che legata all’ambito professionale. Tale passione si consolida in tempi rapidi anche grazie ai numerosi riconoscimenti ottenuti partecipando a concorsi letterari e alla conseguente presenza dei miei racconti in varie antologie. La predilezione per le storie narrate sotto forma di racconto nasce da un’attenta e coinvolgente lettura di autori come Carver, Paley e Munro. Con questa pubblicazione sono al mio esordio nella narrativa.
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