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Consegna prevista Febbraio 2025
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In una Milano senza vie di fuga, Tommaso vive tra il fervore creativo del lavoro e incontri notturni che sfumano a metà tra realtà e desiderio. La sua esistenza cambia radicalmente quando incontra Giulia, figura enigmatica che segna indelebilmente la sua vita come un sogno ad occhi aperti. “Cliché” non è solo una storia d’amore, ma un viaggio nelle profondità emotive umane, un’esplorazione tra ansie e speranze nascoste. Questa storia ci sfida a riflettere sui paradossi della vita moderna: è possibile evitare di diventare un cliché o è attraverso essi che scopriamo chi siamo? Un romanzo che, con calore e scrittura originale, esplora l’essenza delle relazioni umane, spingendoci verso una maggiore comprensione di noi stessi e degli altri.

Perché ho scritto questo libro?

Sono arrivato a Milano trentenne. Tra poco festeggerò dieci anni in questa città e di anni ne avrò, appunto, quaranta. Vivere questo periodo, in questa città mi ha messo davanti un sacco di storie. Storie che a un certo punto hanno reclamato il loro spazio. Così le ho raccolte cercando di restituire la “semplicità” di una generazione che vive l’amore come un appiglio. In cui tutti ci assomigliamo tremendamente cercando costantemente la nostra identità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Salito in macchina Tommaso, con un gesto ormai meccanico, la prima cosa che fa è far partire Spotify dal telefono che tramite Bluetooth si collega alle casse della macchina. Tommaso soffre di un leggerissimo disturbo ossessivo che lo porta a organizzare e catalogare e programmare qualsiasi cosa. Lascia davvero poco al caso. Figuriamoci le playlist. O, come preferiva chiamarle lui, le colonne sonore. Dice che ha tutto un altro suono. Nessuno vuole una playlist della propria vita. Ma una colonna sonora sì. Cerca sempre la canzone perfetta per il momento perfetto. Alza il volume quando il momento lo richiede, lo abbassa per parcheggiare e guai a spegnere la macchina prima che la canzone sia finita.

Catalogava canzoni in continuazione in playlist senza senso. Un ordine mentale tutto suo incomprensibile ai più.

Tommaso in particolare. In questo momento. In questo preciso momento. Non può saperlo, ma ha appena fatto partire la playlist che gli cambierà la vita.

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Partito da lavoro, ci sono almeno 15 minuti di strada noiosi, pieni di semafori, stop, code, minuti in cui Tommaso compulsivamente controlla Instagram, alza il finestrino. Poi lo abbassa. Chiama sua madre. Insomma, fa qualsiasi cosa che possa distrarlo dalla sua guida ubriaca.

Tommaso è alla guida della sua automobile ubriaco e non è la prima volta. E non è neanche la cosa peggiore. Non lo è neanche il fatto che da ubriaco stia guidando e guardando il telefono.

La vita è pericolosa. È pericolosa negli angoli, tra gli spigoli, nei livelli sotterranei. Tra gli sguardi. In tutto ciò che si annida e si nasconde. Tommaso lo sa benissimo, per questo beve. Beve fino a stordirsi, fino a vedere oltre. Altri livelli di gioco. Altri nemici. Tommaso sbanda vistosamente con la sua macchina ascoltando gli Stereolab. Poi succede qualcosa di imprevedibile, una di quelle cose da Big Bang. Una possibilità su cento miliardi. Partono i Peach Pit, e Tommaso si ferma a uno dei tanti semafori. Sbatte il telefono nel cassetto del cruscotto. Nervoso.

Poi alza lo sguardo, verso il semaforo, e nota che qualcuno ha imbrattato il cartello con il nome della via. Viale Nazario Sauro è diventato Viale Luis Nazario de Lima, Sauro. Tommaso scoppia in una risata fragorosa, completamente no sense. Una boccata d’ossigeno che lo fa riprendere dall’ansia e dello stordimento della birra. Poi sposta lo sguardo ancora un po’ più in la, verso la via perpendicolare. Gira lo sguardo verso destra. In una via laterale, in attesa al semaforo rosso, vede una ragazza. Bellissima.

– Cazzo.

Sì. Ha proprio detto così.

– Cazzo!

Accelera anche se è rosso. Attraversa lo stop. Mette le quattro frecce in un posto da straccio della patente. Scende dalla macchina e inizia a correre.

– Scusa! Ehi, scusa!

Lei si volta, non capisce. Fa quasi per partire.

– Scusa! Aspetta. Ti prego, aspetta!

I Peach Pit suonano a tutto volume. Tommaso è sopraffatto. Dalla sua vita, dalla musica e dalle birre. Non si sa cosa abbia visto davvero, di certo non è mai stato un tipo da abbordo. Ma neanche in discoteca al mare a Misano. Mai. Zero. Timido come un ladro.

– No scusa, davvero non andare. Devo dirti una cosa: sei bellissima. Cazzo. Sei stupenda. No, scusa. Non ti spaventare. Mi hai fatto fermare la macchina. E io, cazzo. Io non so. Cazzo. Davvero. Scusa, eh. Scusami. Ti sto spaventando? Cristo. Scusa. No. Davvero. Scusa. Cazzo. Io. No, tu. Tu sei bellissima. No, scusa. Non te ne andare. No. Davvero, aspetta. Scusami.

Tommaso è un ragazzo normale. Belloccio, al massimo. Eppure in qualche modo, nonostante tutto, deve aver mantenuto un minimo di fascino. Un minimo di credibilità.

– Scusa?

Risposta più che plausibile.

– Hai ragione, scusa. Io sono Tommaso, piacere. E tu sei la cosa più bella che io abbia mai visto.

Silenzio.

– No, scusa. Ora mi vedi così, posso sembrarti poco credibile. Oddio, cazzo. Sì, in effetti faccio schifo. Guarda, quella è la mia macchina. La vedi? Torno da lavoro. Ho un lavoro, ho una macchina. Non ti ruberò nulla. Oddio forse il cuore – e ride.

Lei non ride e lo guarda male. Sembra che abbia visto un fantasma o qualcosa di simile.

– No dai, scusa. Cazzo. Scusa. Ok. Gli inizi non sono il mio punto forte, neanche le fini. No dai, scusa. Ok. Scusa. Ti prego. Ascolta. Questa potrebbe essere la più grande figura di merda di tutta la mia vita. E sai che c’è? Non me ne frega nulla. Ti ho vista e ho inchiodato. A volte va così. A volte inchiodi, non vai avanti. Spesso vai avanti, sai? Non ti fermi, ci pensi 100 metri dopo ma è tardi. Ci pensi settimane, mesi dopo, ma è tardi. Io no. Cazzo. Io no. Io ho inchiodato. Ti ho vista e ho inchiodato. Quanti cazzo di uomini hanno inchiodato nella loro vita per te? No, sul serio. Ora, io non voglio dire che qui, in questo momento, stiamo scrivendo la storia delle nostre vite, ma fidati, c’è qualcosa. L’ho sentito. Magari tu no, capisco. Ma non mi hai visto, eri distratta. Tranquilla, poi questa cosa la gestiamo. Magari agli amici la raccontiamo meglio. Diciamo che ci siamo visti per strada, non so, che ci siamo scontrati come Mirko e Licia. O Tinder? Tranquilla, poi ci pensiamo. Posso offrirti da bere?

– Credo che tu abbia bevuto già troppo.

– No ecco, allora sì. No. Cioè. Potrei darti l’impressione di essere ubriaco. Ma non è così, anzi. Vorrei iniziare con l’essere sincero con te. Non mi va di mentirti. Sì, forse potrei aver bevuto un po’ troppo. Che poi, quanto è troppo? Sarai mica una guardia? Non mi pare. Mia madre? Neppure. E allora no dai. Sì ok ho bevuto, ma non è quello. Ero con dei colleghi, dovevamo festeggiare. Cioè io non avevo proprio nulla da festeggiare, anzi. Ma ok, senti, facciamo così, nel momento in cui ti senti in pericolo o molestata me lo dici. Troviamo una parola di sicurezza. La parola sarà: Ambrogio! Quando dici Ambrogio io capirò che tu non ti senti al sicuro e vuoi andartene. Abbiamo un patto?

– Ambrogio.

– No, no. No. No aspetta. Ti prego. Non ho mai fatto male a una mosca. Cazzo, come posso fare? Ascolta. Stavo guidando. Non è un periodo facile per me. Anche per quello sono un po’ alticcio. Non ti sto dicendo che riverso nell’alcool i miei problemi ma sono sicuro l’abbia fatto anche tu. Anzi guarda, ti guardo e lo vedo. Ti vedo. Abbassi lo sguardo. Lo hai fatto anche tu. Non più tardi di questo weekend. E che cazzo. Non siamo ragazzini ma non siamo ancora morti. Sentiamo ancora qualcosa. Poi guarda, stavo ascoltando una canzone, senti facciamo così. Mi gioco tutto. E cazzo, sto davvero rischiando tutto. Io ti dico che canzone stavo ascoltando. Se tu la conosci vieni a bere una cosa con me. Se non la conosci nulla, puoi andartene. E cazzo. Cazzo! Sono stronzo, è difficile, ma voglio credere che ci sia qualcosa.

– Ok, sentiamo.

– Ok? Ok? Ok!

– Allora… i Peach Pit li conosci? Alrighty Aphrodite. È la loro più famosa. Ti dice niente?

– Sì.

– Sì? No, come sì? In che senso? La conosci?

– Sì la conosco. È una canzone bellissima.

– Ok. Ok. Ok. Calma.

Lei ride e si ritrae timida. – Sì, la conosco davvero.

– Ok. Allora posso invitarti a bere. Giuro, c’è un bar a non più di cinque minuti a piedi da qui. Lo so perché abito qui in zona. Te lo giuro, cinque minuti. Non uno di più. È qui. Offro io, ovvio.

– Ok.

– Cosa? Ok? Cazzo. Ok, andiamo.

– Ok, andiamo, Ambrogio.

Si guardano. Sorridono.

– Comunque è assurda questa cosa. Quante possibilità concrete c’erano che tu conoscessi quella canzone? Poche? Nessuna? Come fai a conoscerla?

– Guarda, è una storia davvero affascinante. In pratica ho scaricato quest’App. Vedi? In pratica ho scoperto che puoi scaricare delle App, no? Ne ho scaricata una. Me l’hanno consigliata delle amiche. Si chiama Spoqualcosa Sporifai, Spotai, non ricordo.

– Spotify?

– Ecco sì, bravo! Spotify! Pazzesca eh! Tu metti una canzone e poi lui in automatico passa ad un’altra. Poi un’altra. Poi un’altra. E nulla, a un certo punto è arrivata questa. Mi piaceva e me la sono segnata.

– Mi stai prendendo per il culo?

– Già…

– Dai che merda!

– No, in realtà era in una playlist che mi ha fatto una volta una persona. Si chiama “Ti passo a prendere”.

– Dimmi di più.

– Mi è venuta voglia di birra ora! – Lei sorride e si incammina.

– Comunque tranquilla, non ti sfiorerò neanche con un fiore, cara la mia… ah già, ma come ti chiami?

– Stavo proprio pensando a quando sarebbe arrivato il momento in cui mi avresti chiesto il numero, o quantomeno il mio nome.

– Perché, vuoi darmi il tuo numero?

– Beh ora no, però chissà…

– Vabbè, ma quindi?

– Quindi cosa?

– Come ti chiami??

– Tu?

– Io sono Tommaso. Piacere – portandosi una mano sul petto con un mezzo inchino. Di quelli goffi. Da ubriachi.

– Io mi chiamo Giulia. Piacere, Tommaso. È un bel nome sai?

– Lo odio!

– Non mi piacciono le persone che provano odio per le cose belle!

– Perché tu non devi presentarti come Tommaso. Filippo. Maria. Pescaroli. Se avessi passato la tua adolescenza a combattere con il rigurgito borghese della tua famiglia forse anche tu odieresti ogni lettera del tuo nome. Anzi, dei tuoi nomi.

– Peccato, Tommasofilippomaria. Mi stavi simpatico. E fidati, te lo dice una Giuliamariavittoria.

– Usti, Maria Vittoria è pesante. Sei nobile?

– Già!

– Scherzi?

– Chi lo sa?

– Abbiamo una cosa in comune però. Anzi abbiamo già due cose in comune e neanche ci conosciamo. Pazzesco Maria Vittoria!

– Quali sarebbero?

– Beh, conosciamo i Peach Pit, quindi siamo ottimi intenditori di musica. Abbiamo una Maria nel nome. E ci piace la birra. Tre, sono tre – e mima il 3 con le dita.

– Uniti nel nome di Maria. Amen, Cristo. Amen!

Ridono entrambi, abbandonando così l’ultima goccia di timidezza.

– Beh, ma questa birra quindi? Ormai fa buio in fretta e la mia bici potrebbe trasformarsi in tunonvuoisaperecosa. E poi ecco, fattelo dire Tommasomaria. Stai già diventando troppo sobrio e Dio, non so se sono pronta a vedere come sei al mattino. Sono solo le 7 di sera.

– Giusto. Andiamo! Ma tu sei di queste parti? Hai un locale preferito?

– Intanto cammina, giuro che se non facciamo un passo ci ripenso.

– Sì, ma tu rispondi a qualche domanda anche?

– Quale?

– Sei di queste parti? Hai un locale preferito?

– Tommy. Posso chiamarti Tommy?

– NO!

– Ok, Tommy. No. Non sono “di queste parti” – mimando con le dita le virgolette. – Però lavoro qui in zona in effetti e fattelo dire: odio i ragazzi che ti invitano a bere e poi fanno scegliere a te.

– Chiaro. Giusto. Hai ragione. Non dovevo dirlo, hai ragione. Però in mia discolpa sono ubriaco. Ubriaco e sincero. Posso permettermi di sbagliare tutto!

– Dici? – chiede guardandolo male con uno sguardo che lo fulmina.

– No, ok. C’è un birrificio proprio qui. Giuro su Dio che non porterei MAI una ragazza al primo appuntamento in quel posto, però…

– Beh, questo non mi sembra un primo appuntamento – di nuovo mimando le virgolette con le dita.

– Devi proprio farlo?

– Cosa?

– Questa roba con le dita.

– Ti dà fastidio? Se vuoi me ne vado.

– No, non mi dà fastidio. Cioè sì ma non te ne andare. Ne parliamo, tranquilla. Posso accettarlo. Tu accetterai la mia cotta per Miriam Leone e io accetterò questo. A Umbertomaria e Biancaginevra non diremo nulla di questo nostro patto.

Ride. – Sei un cretino!

– Comunque, cosa stavo dicendo? Ah sì, che è un posto pieno di rotti e ahimè di miei amici. Oddio, amici. Gente da pub. Il proprietario ascolta solo metal. Però la birra è buona.

– Me l’hai venduta così bene che non posso che essere entusiasta. Soprattutto perché è qui vicino e posso smetterla di ascoltarti da sobria!

– Questa è una dichiarazione di intenti!

– Più una resa incondizionata. Fammi tua, ora, qui sul ciglio della strada. Prendimi, amami, ma ti prego smettila di parlare! – Mentre dice questo enfatizza ogni parola come un attore napoletano con le braccia larghe, ammiccando al pubblico.

– Mi fai ridere. Ma no. Non ti sfiorerò neanche con un fiore e comunque siamo arrivati.

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Giuseppe Guidotti
Giuseppe Guidotti, nato a Vercelli il 31 gennaio 1985. Figlio della grande nevicata dell’85. Figlio di una “depressione anomala”.

Studio a Torino Multidams e lavoro per anni nella comunicazione digitale. Da 9 anni vivo a Milano dove oggi lavoro come Strategy Director per un importante studio di Design Strategico. Amo scrivere da sempre. Nel tempo libero scrivo di musica per diverse testate del settore. Ho anche suonato e prodotto con alterne fortune. Negli ultimi anni ho ripreso con costanza a scrivere e, partendo da una newsletter settimanale, ho terminato questo romanzo.
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