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Come in un film

Come in un fim
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Consegna prevista Febbraio 2023

Alle volte basta un sì per cambiarti la vita, spesso non serve sia tu a pronunciarlo.
Gioia è una ragazza difficile, cresciuta dalla sua amorevole nonna Ottavia da cui ha ereditato la passione per la musica; in un universo complicato incontra Kevin, quell’amico così tanto affine a lei da sentirsi finalmente sollevata al suo fianco.
Nicolò è un abile scrittore cresciuto senza il supporto di una famiglia che credesse nei suoi sogni, impara a spiccare il volo quando, durante un’anonima estate, uno spirito libero è pronto a condurlo verso il futuro: la sua passione per la scrittura non resta solo polvere nei cassetti.
La calma scesa nelle loro vite è pronta a fare i bagagli e andarsene per sempre.
Il filo che li unisce si fa sempre meno sottile, sempre meno intricato, fino a sbrogliarsi completamente accompagnato da un’insolita melodia, capace di unire passato e futuro.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo una storia in cui non fossero solo i personaggi a parlare, ma soprattutto il destino.
Sono convinta ci sia una forza, superiore alla nostra volontà, che permette a molte realtà di incontrarsi, di trasformarsi e diventare qualcosa di unico: per quanto si possa pensare di allontanarle, s’incontreranno.
Questo romanzo vuole proprio soffermarsi su quelle miriadi di episodi in cui, nella vita di tutti i giorni, cerchiamo di “modificare” qualcosa che sappiamo, prima o poi, accadrà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ero entrato in quello studio con il cuore in gola, avevo le mani così sudate da aver lasciato una traccia umida persino sulla maniglia della porta, a cui mi ero aggrappato per non cadere.

Stringevo sotto il braccio la mia opera più grande e stavo per sottoporla alla rappresentante di una delle più importanti case editrici del mondo. Davanti a me, dietro alla sua bella scrivania di mogano nero, c’era lei, la mitica Giovanna Rampinelli, il diavolo dell’editoria che non vestiva Prada, ma aveva comunque uno stile impeccabile.

I tacchi a spillo e le calze a rete in pendant perfetto con l’eleganza dell’ambiente che la circondava, si intravedevano appena: aveva quel non so ché di parisien tipico delle donne in carriera, capaci di ostentare grande stile e autorevolezza, anche solo indossando una semplice camicia bianca, sbottonata sul decolté e una gonna a vita alta.

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D’altronde la signora Rampinelli, malgrado i suoi cromosomi sessuali omologhi, era riuscita a scalzare la marea di uomini che avrebbero potuto benissimo occupare il suo ruolo, di certo non per merito: finalmente sedeva al posto più alto della piramide dell’editoria, da quasi un decennio e ora poteva firmare i meriti che per anni erano stati attribuiti ad altri. Stimavo immensamente quella donna, capace di stringere la mano come solo una persona fiera e decisa sa fare, mantenendo sempre il contatto visivo con il proprio interlocutore.

Con un semplice cenno del capo, mi aveva invitato a prendere posto nella poltrona davanti a sé, così mentre terminava una telefonata di lavoro, mi ero diretto verso di lei. Ero rimasto inebriato dal profumo ambrato di cui l’aria era satura, procedevo come se fossi stato stregato. Aveva catturato decisamente tutti i miei sensi.

Erano trascorsi anni dall’ultima volta che l’avevo vista di persona, ma malgrado tutto, all’apparenza era ancora lei, la donna tutta d’un pezzo fissa nei miei ricordi.

Dopo le presentazioni iniziali, si era seduta cautamente sulla sua poltrona, aggiustandosi bene la gonna; le avevo poi allungato il manoscritto: gongolavo e allo stesso tempo morivo dentro. Avevo evitato di rimembrare il passato, non ero certo avesse giocato a mio favore, quindi mi ero limitato a rispondere alle sue domande.

Era riuscita a mettermi subito a mio agio, offrendomi una bella tazza di caffè bollente: ero convinto di piacerle e di poter ricevere da lei solo consensi. Non sapevo esattamente cosa fosse a trasferirmi questa certezza: percepivo una complicità tangibile crescere fra noi, qualcosa dentro di me era attratto da quel magnate dell’editoria.

Giovanna aveva iniziato a sfogliare le pagine del mio ultimo romanzo, soffermandosi a leggerne qualche stralcio qua e là: s’interrompeva solo per rivolgermi domande all’apparenza sconnesse, senza mai staccare lo sguardo dal manoscritto. Agitava la penna fra le mani tra pollice e indice, dando ogni tanto dei colpetti decisi con il mignolo destro; talvolta faceva schioccare fra di loro, sotto la scrivania, le unghie lunghe laccate di rosso: sembrava irrequieta. La punta del suo naso ospitava dei leggeri occhiali dalla montatura quasi invisibile e, di tanto in tanto, s’arricciava per sollevarli verso l’alto. Giovanna commentava le mie risposte a voce alta con un tono fermo e deciso, ora sempre più distaccato, volgendo spesso lo sguardo oltre la grande finestra alla sua sinistra.

Poi il silenzio era diventato protagonista indiscusso di qualche eterno minuto, si sentiva solo il rumore della lancetta dell’orologio alle mie spalle e lo squillo di un telefono in una stanza accanto.

Quella sensazione piacevole d’accoglienza era piano piano scemata in me; per evitare un attacco di panico gratuito, mi ero focalizzato solo sul leggere e rileggere l’innumerevole elenco di nomi degli autori che, grazie al consenso della donna con cui stavo condividendo l’aria, avevano conquistato tutte le librerie del mondo. Per me non c’era più altro nella stanza se non quegli scaffali: avevo la necessità di concentrarmi su un unico piccolo dettaglio per evitare di sporcarmi i pantaloni.

I miei occhi avevano scandagliato attentamente le coste di quei volumi: erano transitati tutti sotto l’occhio vigile e attento di Giovanna e lei gli aveva trasformati da anonimi fogli di carta straccia a carta di fibre di puro cotone. Ora quella stessa persona stava leggendo il mio manoscritto: non mi sembrava ancora possibile poter essere così fortunato. Ero sempre più agitato. Cercavo di essere ottimista, sebbene avessi perso la mia sicurezza iniziale.

All’improvviso Giovanna aveva iniziato a leggere, con tono partecipato, l’incipit del mio manoscritto, aveva una voce calda e profonda.

E vissero tutti felici e contenti. Ci sono storie che iniziano dal finale, proprio come questa. Sono storie anonime, sospese come gli episodi di una serie di cui conosci solo le prime stagioni, ma che non avendoti tanto entusiasmato, hai lasciato in pausa su un sito qualunque.  Ti eri fatto ingannare dal ritmo troppo pacato e le avevi scartate a priori, senza dare al loro finale la giusta chance, invece lui l’avrebbe meritata tutta e, forse, perfino qualcosa di più di quella tua iniziale noncuranza.

Mi spiace signor Finale per la sua entrata troppo in sordina e fin troppo tardiva, ma deve giustificarci. Noi le storie le concepiamo solo così: inizio, sviluppo e poi finale, sempre e solo per ultimo. Non perché sia meno importante, non perché sia meno essenziale però a qualcuno la chiusura deve andare.

Per la nostra così unica storia posso assicurarLe che faremo uno strappo alla regola: partiremo dalla fine, perché è giunta l’ora di metterLa davanti a tutto!

Quindi questa storia inizierà proprio così.

Vissero felici e contenti…

Quella era la mia parte preferita: aveva permesso a tutta la storia di essere così diversa dalle altre perché sarebbe stata scritta al contrario. L’avevo messa nero su bianco in meno di quarantotto ore e in altrettante, grazie alla mia fama nascente, ero riuscito a ottenere la possibilità di sedermi di fronte al re Mida della carta stampata. La sua opinione valeva la fatica di tenere aperti gli occhi anche di fronte alla luce così accecante. Avevo alle spalle più di una notte insonne e volevo solo riposare in pace per qualche ora, ma questa era un’altra storia e non mi sarei fatto fuggire quell’occasione per nulla al mondo.

“No, mi dispiace. Così non può andare!” Aveva sentenziato Giovanna rompendo il silenzio come solo un punteruolo che tagli il ghiaccio può fare. Ero convinto di essermi addormentato e svegliato all’improvviso in un brutto incubo. Quella era la risposta che mai mi sarei aspettato; avevo aggiustato gli occhiali per vederci chiaro e forse anche per sentirci meglio.

“A nessuno verrebbe voglia di leggere una storia di cui conosca già il finale. È l’ABC dell’editoria: il lettore va lasciato con il giusto punto interrogativo sul destino dei personaggi fino all’ultima pagina, o per lo meno un minimo di curiosità deve restare. Scritto così è tutto sbagliato!”

Non ero riuscito nemmeno a sbattere le ciglia, tanto ero incredulo: quella era la mia storia, non poteva essere sbagliata. Non ci sarebbe stato, in realtà, nemmeno qualcosa di giusto, così era accaduta e così andava raccontata: nessuno meglio del sottoscritto avrebbe potuto usare parole migliori.

All’improvviso il buio completo aveva attanagliato il mio campo visivo; nel mio cervello si era accesa la consapevolezza di un’unica lampadina, orribile: Giovanna Rampinelli non avrebbe pubblicato il mio romanzo.

Lei mi aveva spiegato, in tono molto saccente, quanto poco le servisse per capire quali storie avrebbero avuto successo e quali no. Stringeva fra le mani quella che aveva liquidato come: “La mediocre intuizione di uno scrittore alle prime armi.”  Non contenta, aveva affondato ancora di più il pugnale nella piaga già sanguinante e dolente, aggiungendo: “Di cadute di stile ne ho viste molte e questa è una di quelle. Non credo valga la pena di essere pubblicato.

Giovanna aveva pronunciato la sua sentenza finale e aveva fatto male, male davvero. Mi sentivo profondamente deluso, non tanto da me stesso quanto dalle aspettative che avevo riposto nel nostro incontro.

Avevo frenato la lingua per evitare di urlarle in faccia il mio odio: per quanto sarebbe stato istintivo farlo, mi ero trattenuto.  Era stato non solo uno schiaffo morale, ma un vero e proprio salto all’indietro nel mio passato: mi ero rivisto nello studio di mio nonno, anni prima, liquidato e umiliato con il medesimo cenno di una mano stanca di perdere altro tempo.

Ora sebbene inerme di fronte a un rifiuto inaspettato, mi ero ricordato della promessa che avevo deciso di farmi davanti all’immagine riflessa di un bambino indifeso, a cui una frase poco discreta, aveva calpestato malamente i sogni.

Nessuno avrebbe più osato oscurarmi.

Io sapevo di essere nato per scrivere e di avere la stoffa per vivere di questo. Era la pura realtà, non era solo un desiderio e lo dimostrava non solo il conto in banca.

Mi ero soffermato un secondo, soppesando bene le parole, giusto il tempo sufficiente per trovar il modo per potere regalare a Giovanna almeno una stoccata da maestro: senza lasciare un segno indelebile nella sua mente, ma soprattutto nel suo arido cuore, non sarei mai uscito dal suo studio.

Dopo un profondo respiro, avevo calato la mia carta, alzandomi a rallentatore dalla sedia, pronunciando l’ultima domanda di quell’inutile processo.

“Qual è la cosa che non sopporta di più al mondo?”  Ero certo della risposta: nove italiani su dieci direbbero la stessa cosa. L’avevo guardata diritta nelle iridi, troppo vacue e avevo sentito freddo.

Giovanna ci aveva riflettuto un attimo, rivolgendo la sua attenzione altrove, per la prima volta dopo avermi annientato con il suo giudizio l’avevo vista meno sicura. Poi era ritornata a fissarmi oltre i suoi occhiali chic da presbite. Dopo un profondo respiro mai quanto il mio, quasi fosse uno sbuffo sofferto, mi aveva risposto fra i denti: “I pregiudizi!”, mi aveva stretto la mano poi aveva abbassato lo sguardo a una piccola cornice sulla sua scrivania, rapita da quell’immagine. Per un secondo i suoi occhi si erano velati di una strana malinconia.

Si era ingannata con le sue stesse parole. 

Ero uscito a testa alta dal suo ufficio, con ancora nelle narici il dolce profumo di una sconfitta, ora non più così tanto acre. Per quanto lo avessi sperato, lei, forse, non era la persona adatta per pubblicare la mia storia.

Davanti all’ascensore, mentre le porte si aprivano, la mia testa aveva scelto per me: non avrei rivisto un altro dipendente di un’ennesima casa editrice poiché io sarei stato l’editore più giusto per questo romanzo.

Avevo abbastanza soldi da poter tentare il colpo: investire su me stesso mi avrebbe di sicuro aiutato nell’infondermi, abbastanza autostima e coraggio per gettarmi in nuove imprese titaniche in solitario. Poteva essere l’inizio di una lunga serie di successi firmati ed editi da Nicolò Abaco. Non potevo smettere di osare e credere in me stesso.

Ero uscito comunque dalla palazzina con un profondo senso di amarezza che sarebbe peggiorato poco dopo quando avevo notato il cartello posto all’angolo dell’edicola, all’altro lato della strada. Rimandava l’immagine del devastante incendio che il pomeriggio precedente aveva distrutto per sempre una delle cattedrali più belle del mondo. Nell’istante in cui mi ero mosso per acquistare il giornale, il cellulare aveva preso a squillare proprio quando il semaforo diventava verde e un mare di pendolari aveva invaso la strada. Avevo risposto sollevando lo sguardo verso l’ultimo piano dell’edificio alle mie spalle, con un’unica piccola speranza ancora accesa in me e un piede sospeso nel vuoto nello spazio fra la carreggiata e il marciapiede. Avevo scorto Giovanna con il mio manoscritto fra le mani e la cornetta appoggiata all’orecchio.

Alla fine, il mio intuito non aveva sbagliato, io le avrei concesso una seconda possibilità e lei, dal canto suo, mi avrebbe stravolto la vita.

2022-05-19

Aggiornamento

Grazie per aver contribuito in queste 48 ore al lancio, oltre le mie aspettative,della mia campagna. Confido in una vostra mano per quadruplicare in poco tempo l'ottimo risultato finora raggiunto. Con affetto, Sara

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Sara Proni
Mi chiamo Sara Proni, sono nata la notte di Natale del 1990 mentre fuori imperversava una gran bufera di neve e molte persone erano nelle loro case a scartare i doni ricevuti.
Ho sempre avuto una grandissima passione per tutto ciò che fosse carta stampata, tant’è che il primo regalo di cui io ho memoria è proprio un libro, “La storia di Peter coniglio” di Beatrix Potter.
Scrivere è venuto di conseguenza, quasi come fosse necessario per i miei neuroni elaborare la fantasia e trasferirla in parole.
Così mentre macinavo pagine su pagine di studio su nozioni chimiche, prendevano vita i miei romanzi che ora non sono più solo appunti confusi in un cassetto dimenticato.
Forse un giorno camminando per strada vi incontrerò seduti su una panchina e sorriderò riconoscendo una mia copertina.
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