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Come l’acqua dal Toret

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Emanuele non sa ancora quanta invidia proverà per i Toret, le fontane torinesi verdi a forma di toro, dove l’acqua scorre in continuo sfogo. Ha solo 16 anni quando un pomeriggio del 20 luglio 1995 il telefono decide di intromettersi nella sua vita rivelando una notizia che frantumerà la campana di vetro nella quale lui e la sua famiglia credevano di vivere. Come in una reazione a catena, i protagonisti assistono inermi agli eventi derivanti da quel giorno. Ognuno distante dall’altro cercano di sopravvivere. Giovanni, il padre, nel suo silenzio sembra gestire tutto senza mostrare quanto sia difficile non voltarsi indietro. Paola, la madre, sceglie, suo malgrado, di dimenticare ogni cosa. Marco, suo fratello, sparisce. Emanuele si perde in una realtà che assomiglia sempre più ai suoi incubi ricorrenti dentro i quali è intrappolato. Sino a quella lettera, che lo porterà verso la cima del monte Pelmo dove tutto è iniziato. Per liberarsi e ricominciare. Come l’acqua dal Toret.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre voluto tendere a mio padre senza mai riuscirci davvero. Lui metteva a posto tutto, sistemava ogni cosa, aggiustava tutti: che fosse la spesa grande sparsa sul tavolo della cucina o persone con un disperato bisogno di aiuto. Io no. Questo è il mio modo di mettere le cose a posto, a distanza di anni. È il mio modo di trarre qualcosa di positivo, di aiutare chi ha sperimentato una perdita, un dolore, il voler essere in un altro posto. Per poi alla fine ritrovarsi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Improvvisamente mi trovo nell’atrio della nostra vecchia casa di Via Vibò. Non so come ci sono arrivato. Non ricordo nemmeno di aver aperto l’enorme portone di legno. Non ho nemmeno le chiavi di casa in mano. Devo aver percorso il lungo corridoio che porta al cancello vetrato che apre sul cortile. A metà del corridoio devo aver girato a sinistra, ma non ricordo come. C’è una luce giallognola, mi sembra più fioca del solito. Sono già sopra il secondo gradino, proprio di fronte alle cassette della posta. I primi due scalini sono più grandi degli altri, di forma triangolare, sembrano fatti apposta per sostarci sopra, controllare la buca delle lettere e lasciare lo spazio a chi invece vuole proseguire. Vorrei controllare se c’è posta per noi, ma non ci sono nomi, nessuna etichetta. In realtà non c’è nemmeno una lettera in nessuno degli sportellini di vetro, quindi poco importa. Proseguo le scale un po’ in apprensione. La luce è bassa, non che mi serva, ho fatto queste scale migliaia di volte, potrei farle ad occhi chiusi. Ma comunque non so perché sono qui e neppure come ci sono arrivato. Quindi salgo con titubanza, sguardo in alto, anche se di solito il mio, è rivolto verso il basso. Ad ogni semipiano c’è una finestra, di quelle con i vetri un po’ spessi e zigrinati. Non vedo nessuna luce venire da lì, quindi immagino che fuori sia notte fonda, cosa che mi turba ancora di più. Non so dove sono andato, non so da dove sto tornando.
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Proseguo le scale, arrivo al primo piano, due porte, una di fronte alle scale, l’altra a destra. Salgo ancora di un piano, altra finestra, altre due porte. Ancora un piano e sono arrivato, o almeno credo. Perché mi viene il dubbio? Vivo qui da 16 anni, ma c’è qualcosa di strano. Abito al terzo piano, ma per qualche motivo ora non ne sono sicuro. Accelero il passo perché questa mia insicurezza mi mette angoscia. Arrivo al pianerottolo, ma questo dubbio ora diventa certezza. Il piano è questo, ma non mi pare che io viva qui. Vorrei leggere il nome sul campanello, ma non c’è. Ora che ci penso non c’era nessun nome nemmeno accanto alle porte dei piani precedenti. Di solito li leggo sempre, non so perché, sono scritte, le leggo. Un po’ come quando si guardano i film che sono sottotitolati. Io leggo comunque i sottotitoli, anche se non ho bisogno, anche se non conosco la lingua in questione, non lo faccio apposta. Ci sono i campanelli, io li leggo. Ma qui, ora, ho la netta sensazione che questa non sia la porta di casa mia. A guardarla bene è esattamente uguale a tutte le altre ed è esattamente uguale alla porta di casa per come me la ricordo io, ma so che non è questa. Salgo di un piano, forse ho contato male, forse non sono al terzo. Ma la percezione è sempre la stessa, salgo ancora accelerando il passo, niente, salgo ancora. Arrivo all’ultimo piano, torno giù, ho il cuore che mi batte all’impazzata, voglio solo trovare casa mia, la mia famiglia ed entrare. Ma non ci riesco. Alla fine mi sveglio. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La scatola con il videoregistratore e le tre cassette l’ho nascosta. C’è una piccola nicchia nella parte più spessa del muro, quello che mi divide dall’appartamento accanto e che si trova sotto il letto a soppalco che ho finito di montare giusto oggi. Sopra lo sportello di legno, che permette di aprirla solo dall’alto, ci ho messo lo stereo (quello che mi porto appresso già da Via Vibò) composto da amplificatore, mangia nastri, lettore compact disc e giradischi. Potessi comprerei anche un sintonizzatore come quello di Gigi, ma solo per aumentare il peso, ampliare l’ingombro, in modo che non mi venga in mente, nemmeno per sbaglio, di aprire e mettermi a cercare qualcosa lì dentro. Eppure non basta. Ne sento marcata la presenza e questo è sufficiente per mettermi a disagio. Giro per la minuscola casa facendo finta di muovere quel poco arredo che possiedo o di mettere a posto cose ancora in giro dopo il trasloco, ma continuo a buttare l’occhio in quella parte di muro. Mi tornano in mente i frammenti di video nei quali si vedeva mia sorella che rideva nella sala della festa. Fatico a resistere ad un chiaro richiamo, una voglia masochista di riguardare quelle immagini, questa volta però il filmato completo, non foss’altro per controllare l’esistenza di un singolo fotogramma di noi due insieme, magari che ci abbracciamo, o che parliamo l’uno accanto all’altra, o una qualsiasi inquadratura che mi mostri quello che eravamo. Mi siedo sul divano letto che ho sistemato accanto alla porta finestra, di fronte alla cucina e al bagno. Mi passo ripetutamente le mani sulla testa rasata per scacciare un po’ di pensieri, come quando faccio spazio sulla mia scrivania prima di cominciare a fare qualche conto. Forse dovrei chiamare Francesca, parlare con lei, dirle un po’ di cose che non le ho mai detto. Dovrei smettere di ascoltare e cominciare a parlare, forse farebbe bene a me e ancora meglio alla nostra relazione. Quella cassetta è qui per un motivo. Deve esserci un motivo per cui mio padre me l’ha lasciata. Sì certo voleva sbarazzarsene, questo è ovvio, ma almeno lui l’ha vista, ne ha avuto il coraggio. Bizzarro che i motivi per i quali vorrei vedere quella videocassetta, sono esattamente gli stessi per cui non la voglio vedere. Ricordo bene l’effetto che mi ha fatto l’ultima volta. I ricordi non aspettano altro. I ricordi si camuffano da innocui pensieri, a volte si nascondono tra odori leggeri, tra suoni in sottofondo, o dietro immagini insignificanti colte da sguardi distratti. Cavalcano proiezioni mentali, ti costringono ad istantanei viaggi nel tempo e senza che te ne renda conto si lanciano all’arrembaggio del tuo stomaco, armati di un mix di speranza e rimpianto, ma senza alcuno scudo di protezione. E tra loro non c’è differenza alcuna, o distinzione di sorta, i ricordi sono la cima da dove giudichi la tua vita.  Ti costringono a guardarti dentro, a confrontarti con quello che eri, con quello che sei, ti mostrano quello che hai raggiunto, e quello che vorresti diventare. Memoria chiama memoria, sostenendosi l’un altro come in una lunga catena montuosa nella quale vagare all’infinito, nella falsa speranza di scoprire cosa si celi oltre l’orizzonte abituale. Con buona pace del teorema di pitagora.  

Ma sebbene qualcosa in me mi spinga verso quella dannata videocassetta per perdersi tra quelle vette, le mani continuano a muoversi freneticamente per spazzare via pensieri pericolosi dalla mia testa. Cerco di ingannare la mia mente figurandomi il triangolo formato dal raggio della Terra, io in piedi in cima ad una montagna e la linea immaginaria che dai miei occhi va a intersecare la curvatura terrestre. 

Cerco di mantenere la calma continuando a non guardare quel punto nel muro. Stringo gli occhi sforzandomi di calcolare cateti al quadrato e radici quadrate delle loro somme, nell’illusione di raggiungere un numero che mi garantisca nuovi orizzonti. Non voglio accontentarmi di rivedere la mia famiglia attraverso un video, non ho bisogno di uno schermo che mi sbatta in faccia frammenti di una vita che fatico a tenere confinati e nascosti da qualche parte. Io rivoglio la mia famiglia come era una volta, voglio trovare mia sorella, e con lei me stesso. Smetto di agitarmi sul divano, apro gli occhi e realizzo che in tutti questi anni non ho mai fatto nulla per cercarla veramente.  

Decido di chiamare mio padre. Risponde al secondo squillo, come al solito, e per questo lo invidio. Pronto? Perché mi hai dato quella scatola? Attacco io senza indugio. Mi sposto ancora più vicino al balcone perché ho scoperto che è il punto migliore della casa per fare una telefonata al cellulare senza perdere continuamente la connessione. Lo sento spostare una sedia e lo immagino in sala mentre prende posto al tavolo rotondo, davanti alla televisione. Allora? Perché me l’hai data? Finalmente mi risponde, io non ne avevo più bisogno e certamente non la volevo e non la voglio più rivedere. Magari, ho pensato, potrebbe servire a te. Apro la porta del balcone perché comincio a sentire caldo, poi torno a sedermi. Non capisco, dico io, ricordo che ti ho trovato in bagno a vomitare l’anima quel giorno. È vero, eppure dopo aver versato tutto quello che dovevo, mi sono sentito più leggero, come sbloccato, in grado di ragionare e libero di pensare. Come se avessi lasciato andare via qualche ingombro o meglio avessi lasciato andare via le ultime cose che mi tenevano imprigionato al passato. Risate di ragazza salgono su dalla via sovrastando il brusio di sottofondo di un sabato pomeriggio. La finestra del palazzo di fronte al mio è chiusa, ma posso tuttavia ammirare gli splendidi soffitti alti a cassettoni. Il telefono tace, ma sono sicuro che non è la ricezione, immagino mio padre passarsi ripetutamente il pollice e l’indice della mano destra lungo le rughe della fronte. Qual è il senso del dolore che abbiamo provato? Faccio un lungo e lento respiro come prima di un grande sforzo. Vorrei obbiettare sull’uso del passato prossimo, ma rimango in silenzio perché so che non è una vera domanda e infatti continua. Per anni abbiamo dato la nostra felicità per scontata, come se ci fosse dovuta. Non ci siamo fatti né troppe domande, né ci siamo mai chiesti se avessimo meriti particolari. Poi l’abbiamo persa e siamo andati in confusione, incapaci di reagire ci siamo chiusi in noi stessi, focalizzandoci sul senso di tutto il dolore che non riusciamo ad accettare, cercando in noi colpe che non potevano esserci. Così ci siamo allontanati l’uno dall’altro nel desiderio di trovare in noi stessi una risposta che, una volta scoperta, avrebbe potuto aiutare gli altri della nostra famiglia. Ma se la felicità è inspiegabile, perché mai il dolore dovrebbe avere una ragione? Siamo rimasti imprigionati, ognuno con una chiave che avrebbe potuto liberare l’altro, perché la risposta non è dentro di noi, ma intorno a noi. Nessuno si salva da solo. Apro la mia mano destra come per trovarci qualcosa, poi ripenso a quei giorni di luglio, ai mesi successivi, a quante volte avrei potuto abbracciare mia madre, a quanto spesso avrei potuto parlare con mio padre e a quanto poco ho considerato mio fratello. Ti ricordi? abbiamo sempre fatto il possibile per aiutare gli altri, casa nostra era sempre piena di persone. Poi abbiamo smesso, convinti di non averne più il titolo, nemmeno la forza e probabilmente neanche la prospettiva per farlo, proprio quando era quello il momento di tendere verso gli altri. Ascolto mio padre in silenzio e ora sono io a passarmi ripetutamente il pollice e l’indice sulla fronte. Avevamo un’occasione, un dovere verso gli altri, continuare a donare la speranza, mostrare la dignità nell’accettare anche le disgrazie, testimoniare come si possa andare avanti continuando a vivere. Ma questo l’ho capito troppo tardi ed è stata anche quella videocassetta a mettermelo davanti agli occhi.  

Da quando mia madre ha lasciato casa nostra tutto è effettivamente cambiato per mio padre. È nata l’associazione di cui è presidente, e cerca nuovamente di aiutare genitori, mariti, mogli, insomma tutti coloro che hanno perso qualcosa, che sia una persona cara o che siano i ricordi di una vita. Mio padre è così, come mia sorella non riesce a stare fermo, lui deve mettere a posto se tutto intorno a lui è in disordine. In qualunque situazione.  

Sei ancora lì? Mi chiede. Penso che ho sempre avuto la volontà di tendere a mio padre, senza averne la forza necessaria. Io la cassetta non la voglio vedere, gli dico dopo essere uscito sul piccolo balcone. Ascolto il brusio indefinito che si alza dalla via, tendo le orecchie per captare qualche pezzo di frase o semplicemente qualche parola, ma non mi arriva nulla di comprensibile. Sento il bisogno di fissare un Toret, magari quello doppio in via Stampatori, poco più in giù verso Piazza Albarello, ma è troppo lontano e impossibile da vedere da questa posizione. Non sei obbligato a guardarla. Ti aiuterà lo stesso, troverai anche tu il modo.  

Chiudo la telefonata con la promessa di andarlo a trovare presto. Rimango al balcone ancora un po’ ad osservare le persone sotto di me mentre scorrono fluide lungo l’acciottolato. Tutto sembra funzionare da quassù. Da qui anche le persone ferme sembrano avere uno scopo. Poi d’un tratto chiudo la finestra, prendo il casco, la giacca e scendo le scale a due a due per raggiungere la Vespa parcheggiata nel cortile. Mi ricordo ancora dove abitava Beppe prima, spero di trovare ancora qualcuno che viva lì e che mi sappia dire dove lo posso trovare. 

2024-04-05

Italianradio.eu

Cliccando sul seguente link http://www.italianradio.eu/come-lacqua-dal-toret-di-emanuele-taralli-2/ potrete leggere una breve intervista condotta dagli amici di Italianradio.eu in cui racconto qualche dettaglio in più sul mio primo romanzo "Come l'acqua dal Toret".
Buona lettura!
2024-03-30

Aggiornamento

E anche il secondo obbiettivo è stato raggiunto: 250 copie pre-ordinate da parenti, amici, amici di amici, conoscenti, sconosciuti o semplici curiosi. A tutti voi va il mio più grande grazie. Il prossimo obbiettivo spaventa parecchio. Altre 150 copie, sono sincero, non so davvero dove recuperarle, quindi ho più che mai bisogno del vostro aiuto. Ma questa volta in modo diverso: se avete letto le bozze e il libro vi è piaciuto, consigliatelo a qualcun altro e se avete voglia, lasciate un commento, in modo da aiutare qualcun altro nella sua scelta. Se invece volete aspettare la versione editata, potete sempre fidarvi delle recensioni che trovate sulla pagina "commenti" del libro e continuare a consigliarlo in giro. Chissà, magari in questo modo queste 400 copie ci sembreranno meno spaventose e insieme raggiungeremo anche quest'ultimo obbiettivo. Comunque vada, un immenso grazie! Emanuele
2024-03-06

Aggiornamento

Se prima di iniziare questa avventura, mi avessero detto che in 10 giorni avrei raggiunto l'obbiettivo di 200 copie vendute, non ci avrei creduto. E invece sono qui a buttar giù queste poche righe, perché anche se fossero mille non basterebbero comunque a ringraziare tutti coloro che hanno partecipato al crowdfunding o che attivamente hanno sparso la voce. Un enorme grazie a tutti coloro che hanno creduto e voluto la pubblicazione di questo libro. Qualcuno scherzando ha detto:"non sarà sicuramente una fiaba per bambini", ma io dico che potrebbe essere una fiaba per adulti e che se anche solo una persona potrà trovare conforto, o stare meglio leggendo questo libro, sarà per me il successo più grande. Quindi, avevo detto poche righe, e allora grazie a tutti quelli che hanno dato e a tutti quello che, spero, avranno modo di dare nei prossimi giorni. un abbraccio, Emanuele

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho adorato questo libro sin dalle prime pagine. Una lettura piacevole e scorrevole che tratta di argomenti emotivamente coinvolgenti, ma senza mai appesantirli. Per chi come me non ha vissuto personalmente la vicenda, scoprire tutta la storia è stata un’avventura in cui ho riso e mi sono commossa. Interessante l’idea di suddividere i capitoli in 3 momenti diversi della vita dell’autore. Un grazie speciale a chi me l’ha consigliato!

  2. alessandro.rocca01

    (proprietario verificato)

    Chiudere un cerchio non è mai facile per nessuno. Soprattutto quando il fardello che ti porti dietro pesa come un macigno. Emanuele, Manu o Lele per gli amici, con questo racconto ha buttato il cuore oltre l’ostacolo e finalmente è riuscito a ricomporre i pezzi di un puzzle lungo oltre vent’anni. Un libro intenso, scritto con dovizia di particolari. Chi conosce Manu come me, ha come attraversato una barriera temporale, ritrovandosi a momenti di vita vissuta che difficilmente si possono dimenticare. Come l’acqua dal Toret è una di quei libri necessari. Che aiutano a riflettere, sulla vita, sulla morte, sugli affetti e sul come tutto ad un certo punto si risolve. Perchè lo abbiamo voluto noi. Leggetelo. Lo consiglio.

  3. (proprietario verificato)

    Molto intenso e toccante! Lele (così lo chiamiamo noi) ha veramente stupito!!

  4. (proprietario verificato)

    Inimmaginato, inatteso, incredibile.
    Per chi conosce i luoghi, le persone, i fatti un’overdose di emozioni lunga 48 ore: tanto il tempo per divorarlo.
    Per un lettore estraneo struggente ma rassicurante. Il tempo, la vita, il percorso della mente possono far voltare anche le pagine più buie e riaccendere nuova luce.
    Complimenti.

  5. (proprietario verificato)

    Non so come vi parlerà questo bellissimo romanzo. A ognuno lo farà in modo diverso, come tutti i libri.
    Non so perché mi sia piaciuto così tanto, se sia perché conosco tanti dei protagonisti o perché il racconto di una famiglia è il racconto di tutte le famiglie. Ho riso e mi sono commosso, mi sono fermato e ho pensato. Accompagnato da Manu con un bel ritmo attraverso la sua vita, ho pensato alla mia.

  6. Tommaso Di Pillo

    Un racconto bellissimo e coinvolgente che si sviluppa in tre momenti storici narrati contemporanente saltando da uno all’altro. C’è la storia di Manu, che si racconta per come è in modo autentico e limpido ma c’è anche tanta Torino di qualche anno fa che riporta tutti noi indietro ai nostri 20 anni o giù di lì. Grazie Manu

  7. (proprietario verificato)

    Non ho mai fatto una recensione a un libro quindi non so bene cosa debba scrivere. Posso solo dire che l’ho “divorato” in poche ore di lettura. Le tre diverse epoche che si alternano durante il racconto aiutano a rimanere incollati alla storia. Davvero molto bello.

  8. (proprietario verificato)

    Non si finisce mai di conoscere le persone, neanche quando sono i tuoi migliori amici di sempre. Questo libro per me è stato una fonte inesauribile di ricordi sbloccati e di dettagli che si erano persi nel tempo. Manu ci riporta indietro di 30 anni ad avvenimenti che più o meno direttamente hanno segnato una comunità di persone legate alla sua famiglia, ma in realtà ci permette di rileggere la nostra storia personale e le nostre modalità di far fronte alle difficoltà che la vita ci presenta.
    Adoro la scelta della struttura con le tre epoche che si alternano in parallelo e lasciano intravedere pian piano una luce sulla vicenda, pur conoscendo gli avvenimenti (alcuni vissuti direttamente in prima persona). Coraggiosa l’idea di eliminare le virgolette nei dialoghi. Un libro che arriva nel profondo con una modalità ironica e leggera, tratto tipico della personalità dell’autore (per chi lo conosce personalmente), che si riflette nello stile narrativo.

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Emanuele Taralli
Emanuele Taralli Nasce nel 1978 a Torino dove tra scoutismo, giri in vespa e tanto calcio con gli amici di sempre, ha conseguito una Laurea e un Dottorato in Fisica. Dal 2017 vive a Utrecht (Olanda) con Giulia e i loro 3 bambini, dove lavora per l'Istituto di Ricerca Spaziale Olandese. A quanto pare non scrive solo articoli scientifici. "Come l'acqua dal Toret" è il suo primo romanzo.
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