ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 3
Passavo le giornate piegata sulla tesi, correggendo continuamente le stesse pagine. Ogni volta che pensavo di aver finalmente fatto un passo avanti, la relatrice trovava qualcosa da cambiare e mi riportava indietro, come in un’eterna tela di Penelope. I mesi passavano e sembrava non finire mai. Continuavo a perdere sessioni di laurea e il morale scendeva sempre di più. L’unica cosa che mi dava un po’ di leggerezza era raccontare ogni dettaglio delle mie giornate a Flavio. Era diventata la nostra routine: di giorno ci dedicavamo ai nostri impegni, lui al lavoro, io alla tesi, e nel tardo pomeriggio ci sentivamo per aggiornarci su tutto. Si stava creando una complicità sempre più forte, un legame fatto di messaggi che duravano tutta la notte, lunghe chiamate in cui i silenzi non erano mai imbarazzanti, videochiamate fatte solo per tenerci compagnia.
Non sapevamo esattamente cosa stessimo facendo, ma ogni giorno sentivamo il bisogno di cercarci. Lui si divertiva ad ascoltarmi parlare dei casi umani che incontravo. Quando gli raccontai di come era finita con M., rimase quasi scioccato, ma aggiunse:
“…ed egoisticamente parlando, dovrei essere felice per come sono andate le cose. Ma il fatto è che, se si parla di te, mi dispiace che qualcuno ti abbia deluso in malo modo. Mi spiace proprio che tu ci sia stata male.”
“Fa strano sentirsi dire queste cose, soprattutto perché non ci siamo mai visti. Ci stiamo solo scrivendo e, di fatto, non ci conosciamo.”
“Non è normale, infatti. Una sintonia simile, solo tramite telefono, non mi era mai capitata. E quest’ultima settimana è stata un crescendo continuo. Mi fa impazzire come ti preoccupi per me.”
Mi sentivo sopra una nuvola, leggera, felice. Più il tempo passava, più cresceva il desiderio di vederci. Volevo sentire la sua voce dal vivo, ascoltare le sue risate senza un telefono di mezzo. Volevo sentire il suo profumo, condividere momenti semplici come mangiare un gelato o cenare insieme. Volevo la quotidianità. Quella distanza cominciava a starmi stretta, sebbene tra noi non ci fosse ancora nulla.
Nel frattempo, in un pomeriggio di pioggia, mentre le gocce battevano ritmicamente sui vetri e l’aria aveva il profumo della terra bagnata, tra studio e tesi, arrivò un’opportunità inaspettata. Grazie a qualche conoscenza, mi venne proposto di lavorare in una libreria.
L’idea mi entusiasmò fin da subito, ma non avevo alcuna esperienza nel settore. Amavo leggere, certo, ma gestire una libreria era tutta un’altra cosa. Dovevo imparare come funzionava tutto: l’organizzazione degli scaffali, gli ordini, gli arrivi delle novità e il rapporto con i clienti. Era un mondo nuovo e, all’inizio, mi sentii un po’ spaesata.
Con il passare dei giorni, però, cominciai a prendere confidenza con quell’ambiente. Il profumo della carta stampata, il rumore delle pagine sfogliate e il continuo via vai dei clienti diventarono parte della mia quotidianità. Feci amicizia con i colleghi e molti clienti iniziarono a riconoscermi, chiedendomi consigli o fermandosi semplicemente a scambiare due parole. Alcuni giorni erano davvero impegnativi, soprattutto quando arrivavano le novità editoriali o bisognava sistemare intere pile di libri sugli scaffali.
Anche Flavio era felice per me e mi faceva spesso i complimenti per come stavo affrontando questa nuova esperienza. Ogni tanto, però, con il suo solito tono serio, mi ricordava di fare attenzione. Non tanto per il lavoro in sé, quanto perché avrei avuto a che fare ogni giorno con tante persone diverse.
Grazie a quel lavoro scoprii una versione di me che non avevo mai conosciuto, una versione più grintosa, che non si faceva intimorire da problemi, imprevisti o clienti scorbutici. Ogni volta che qualcuno cercava di mettermi in difficoltà, ero pronta a rispondere senza esitazione, mai disposta a farmi mettere i piedi in testa. Sapevo il fatto mio, e questa sicurezza era una novità perfino per me.
Una mattina, mentre alzavo la serranda e accendevo le luci della libreria, iniziai a sistemare alcuni volumi appena arrivati e ad avviare il computer della cassa. Il campanello della porta suonò all’improvviso. Mi parve strano: i clienti conoscevano perfettamente l’orario di apertura e nessuno si era mai presentato prima del previsto.
Voltandomi, vidi V., la barista del bar accanto, con un vassoio in mano.
Feci per aprire.
«Buongiorno, cara! Mi hanno chiesto di portarti la colazione.»
Rimasi attonita per qualche secondo, come se il mio cervello si rifiutasse di elaborare l’informazione. Forse era ancora troppo presto, forse avevo davvero bisogno di quel caffè.
«Ah…grazie! Non ne sapevo niente.»
«C’è anche un bigliettino», aggiunse lei, con un sorriso complice. «Mi hanno chiesto di scriverlo. Poi mi racconti tutto su questo spasimante! Passo più tardi a prendere la tazzina. Buona giornata!»
«Grazie mille…»
Non riuscivo a dire altro. Mi sentivo in un turbine di emozioni: confusione, incredulità, gioia pura. Nessuno aveva mai fatto un gesto simile per me.
Abbassai lo sguardo sul biglietto, con il cuore che batteva forte.
So quanto ti piace fare colazione, so che non diresti mai di no a un cappuccino e a
un buon cornetto! Questo per augurarti un buongiorno e una buona giornata!
Flavio.
Sgomenta, sentii un’ondata di calore attraversarmi il petto. Aveva fatto davvero questo per me? Un sorriso mi si allargò sul viso mentre un’euforia infantile mi pervadeva. Avrei quasi voluto saltellare come una bambina.
Amo i piccoli gesti. E lui era riuscito a sorprendermi anche a distanza.
Mi affrettai a scrivergli un messaggio prima che l’ondata di clienti e il vortice del lavoro mi travolgessero. Non volevo assolutamente tardare nel ringraziarlo. L’emozione mi rendeva le dita incerte sulla tastiera, ma non potevo lasciar passare troppo tempo. Quel gesto meritava una risposta immediata.
“Non so cosa dire…davvero, non me lo aspettavo! Mi hai strappato un sorriso enorme, la mia giornata è iniziata nel modo migliore grazie a te. Grazie di cuore!”
“Te l’hanno portata?!? Finalmente! Ho chiamato stamattina presto, ero in fermento. Spero che ti sia piaciuta! Mi basta sapere che ti ha reso felice. Più tardi, se tutto va bene, avrò una notizia per te…sto aspettando la conferma.”
Una notizia? Di cosa si trattava? Il cuore, già accelerato per la sorpresa della colazione, riprese a battere con impazienza. Era il mio compleanno? Si festeggiava qualcosa e non lo sapevo? I regali, le attenzioni…di solito arrivavano solo in occasioni speciali, mai senza un motivo preciso.
Bevetti un sorso di cappuccino e addentai la pasta, assaporando quel dolce regalo. Rimasi a godermi quel momento, gli occhi ancora fissi sul bigliettino. Cercai poi di scrollarmi di dosso quell’aria incantata per concentrarmi sul lavoro. Le cose da fare non mancavano e, se perdevo la concentrazione, rischiavo di dimenticare un ordine, sbagliare un reso o lasciare un cliente ad aspettare inutilmente. Mi rimase però quel sorriso stupito, quasi ingenuo, come quello di un bambino che si entusiasma per qualcosa di semplice, per un gesto che non si aspetta, ma che lo sorprende e gli lascia addosso una gioia sincera.
Quando finalmente uscii dal lavoro, il vento fresco mi colpì il volto, come una ventata di libertà. Era una giornata uggiosa in completo contrasto con il mio stato d’animo. Le strade lucide dalla pioggia riflettevano i primi raggi del pomeriggio, e tutta quella frenesia sembrava ormai lontana. Decisi di raggiungere la mia migliore amica nel bar dove lavorava, giusto il tempo di un caffè e di una chiacchiera con lei, sperando che non ci fosse molta gente.
Appena entrata, il suono della macchina del caffè risuonò nell’aria, mescolandosi con l’aroma avvolgente della tostatura che permeava il locale. La mia amica mi vide subito e mi rispose con un sorriso che riusciva sempre a scaldarmi, anche nei momenti più difficili. Poi, senza dire una parola, mi lanciò qualche occhiataccia che non afferrai subito. Solo quando mi voltai, capii: c’era L. seduto a un tavolino, il mio migliore amico, che non vedevo da mesi. La sua presenza mi riportò ai tempi passati, e quella visione mi colpì come un fulmine. Ci eravamo conosciuti quando avevamo solo 14 anni e, da allora, la nostra amicizia era stata una costante. Tuttavia, negli ultimi tempi, qualcosa si era rotto, lentamente, senza che potessi davvero fermarlo. Non ci frequentavamo più come una volta, perché la sua fidanzata era gelosa di me. Ogni volta che ci vedevamo, il loro litigio era quasi certo, e questo creava tensioni anche tra noi. Un episodio, però, segnò l’inevitabile punto di rottura. Avevo pubblicato una foto di noi due su Instagram, un ricordo di un momento felice del passato, come facevo spesso con gli amici. Ma lei non la pensava così. La sua reazione fu immediata e furiosa. Lui, con parole che lasciavano trasparire tutta la sua delusione, mi chiese di non pubblicare più nulla che ci riguardasse. Un semplice gesto, una richiesta che avrei potuto ignorare, ma che mi fece sentire come se tutta la nostra amicizia fosse stata messa in discussione da qualcosa di così insignificante. La sua fidanzata non tollerava più nemmeno i ricordi che avevamo costruito insieme, e quella gelosia, così viscerale, mi fece sentire come se fossi diventata un ostacolo tra loro, un’intrusa. Così, nonostante il dolore, presi la decisione che, forse, avevo sempre saputo che avrei preso: allontanarmi. Perdere L. come amico mi spezzò dentro, ma sapevo che non c’era altro da fare. Quella ferita, anche se aperta, sembrava l’unico modo per non distruggere anche me stessa in quella situazione.
Gli feci un sorriso un po’ imbarazzato, muovendo la testa in un gesto che voleva essere un saluto, e mi sedetti sullo sgabello sotto al bancone.
«Ti vedo felice oggi!», mi disse F., mentre si metteva a preparare il mio amato cappuccino. «Tutto bene?».
«Non puoi capire cosa ha combinato Flavio! Mi ha fatto una sorpresa incredibile!» risposi, con un sorriso ancora stampato sul viso. «Mi ha fatto recapitare la colazione a lavoro! Un gesto che non mi sarei mai aspettata.»
«Davvero? Che carino! È un gesto davvero dolce, significa che ti pensa.»
E in quel momento, mi balenò in testa ciò che mi aveva detto…
«Mi ha anche scritto che, se sarà confermato, avrà una notizia da darmi stasera! Chissà cos’avrà in mente ora», commentai pensierosa.
«Ma non starà esagerando?», sogghignò divertita.
F. ed io ci conoscevamo da tanti anni ormai. La nostra amicizia risaliva ai tempi dell’asilo, un legame che aveva resistito a tutte le fasi della vita. Eravamo cresciute insieme, ma nonostante il tempo passato, non ci eravamo mai allontanate. Avevamo gusti molto diversi, anche per quanto riguardava i ragazzi, e le nostre idee su emozioni e relazioni erano spesso agli opposti. Lei, una ragazza di campagna, vedeva le cose in modo più semplice e pratico. Non apprezzava i gesti romantici, li trovava superflui. Io, una ragazza di città, al contrario, adoravo ogni gesto che scaldasse il cuore, anche i più piccoli, quelli che arrivano senza preavviso, quelli che ti sorprendono e ti fanno sorridere senza motivo. Nonostante le nostre differenze, c’era qualcosa che ci legava, un’affinità che andava oltre ogni contrasto. Eravamo sempre presenti l’una per l’altra, pronte ad ascoltarci e a sollevarci nei momenti più difficili. Nei periodi in cui tutto sembrava grigio e privo di speranza, ci facevamo forza a vicenda, trovando sempre un modo per darci il coraggio di andare avanti.
«Perché non ti siedi con L. a bere un caffè? Magari scambiate due chiacchiere.»
«Sai come la penso. Finché non si allontanerà da quella ragazza che è solo tossica per lui, non voglio più entrare nella sua vita. Fa male a lui e fa male anche a me. Ne abbiamo già parlato!»
«Hai ragione, ma ho sentito che sono al capolinea, non corre buon sangue.»
«Ad ogni modo, mi farà sapere quando e se accadrà davvero. Ora vado, devo tornare alla mia tesi», sbuffai, «ci sentiamo dopo, grazie per il cappuccino».
Salutai F. e tornai a casa. Era tardi e sapevo che non potevo più rimandare. Con il lavoro, il tempo a disposizione era diventato sempre più limitato, ma finalmente sentivo di stare facendo progressi. Mentre mi preparavo a sedermi al computer, il suono della notifica di un messaggio mi interruppe. Era Flavio, che mi scriveva per farmi sapere che aveva finito di lavorare. Feci una pausa, scorrendo il messaggio con un piccolo sorriso. Non avrei mai immaginato che, dietro a quelle poche parole, si nascondesse la notizia che mi aveva preannunciato la mattina.
“…ora è ufficiale, posso dirtelo. Mi hanno concesso la licenza, torno la prossima settimana. Non vedo l’ora di vederti!”
Quelle frasi, semplici e dirette, sembravano accendere qualcosa che credevo spento da tempo. Non potevo crederci. Ciò che aspettavamo da mesi si stava finalmente realizzando? Davvero l’avrei visto la settimana dopo? Le sue parole si ripetevano nella mia testa, mentre un’emozione travolgente mi prendeva completamente. Da quel momento, tutto sarebbe cambiato: iniziava il conto alla rovescia, i giorni che mi separavano da lui. Ogni ora sarebbe stata una piccola vittoria verso quel momento tanto atteso. Non riuscivo a fare a meno di sorridere, il cuore pieno di speranza e impazienza. Erano mesi che vivevamo in un’incertezza che sembrava non finire mai, e ora, finalmente, tutto stava per diventare realtà.
“Posso chiamarti?”
Non potevo limitare la mia felicità ad un banale messaggio, dovevo sentirlo, dovevo sentire la sua voce, doveva sentire quanto ero felice. Rimanemmo in chiamata per un’ora e mezza, interrotti solamente da mia madre che entrando in camera mi chiedeva se dovessi cenare. Non ci eravamo neanche accorti che si era fatta l’ora di cena. Lo salutai e rimasi qualche secondo con il telefono ancora in mano, come se potessi trattenere quel momento un po’ più a lungo. Poi sospirai, un sorriso ancora stampato in volto, e mi alzai dal letto.
A tavola mia madre mi guardò con aria interrogativa. «Ti vedo raggiante. Chi era al telefono?»
Presi un boccone per guadagnare qualche secondo. «Un amico.»
Lei inarcò un sopracciglio, ma non disse nulla.
Nel frattempo, il mio cervello continuava a tornare a lui. Alle sue risate soffocate, al modo in cui la sua voce cambiava tono quando mi prendeva in giro. Era strano come qualcuno che non avevo mai visto di persona riuscisse a farmi sentire così vicina a lui.
Dopo cena, mi rintanai di nuovo in camera. Avrei dovuto studiare, magari guardare qualcosa in tv, e invece mi ritrovai a fissare il telefono, sperando in un suo messaggio.
E poco dopo arrivò.
“Già mi manchi.”
Mi morsi il labbro per trattenere un sorriso.
Ero fregata.
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