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Conosco anche l’estate

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Consegna prevista Settembre 2024
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Quattro giorni, quattro vite, quattro città e quattro stagioni. Luigi è uno stimato professore di Harvard. Sopravvive alla sua malattia e al futuro da cui sta sfuggendo. Lisa, spietata top manager di una potente azienda farmaceutica, non scenderebbe mai a patti con la propria coscienza. Nasconde al mondo il proprio dolore e giustifica ogni sua azione malvagia per non provare rimorsi. Marco vive della propria arte. Vorrebbe riuscire a regalare al mondo una nuova opera ma lotta contro l’inconsistenza emotiva di chi è al vertice di una carriera sfolgorante. Arturo nasconde un angosciante segreto. È un geniale scienziato nell’ambito della ricerca sui vaccini. Percepisce lo scorrere del tempo come il timer di una bomba e rincorre un obbiettivo che diventa inconsistente e mutevole. In un vortice di fatalità e disgrazie, intrecceranno menti e cuori, si feriranno, si ameranno, costruiranno qualcosa che mai avrebbero potuto realizzare se il destino non li avesse fatti incontrare.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivo da sempre. Mi è stato insegnato a prendere nota di qualsiasi avvenimento faccia accendere i pensieri, crei una piccola scarica elettrica, positiva o negativa, dal cervello al cuore. Rileggendo anni di appunti ho sorriso, a volte mi sono commosso, spesso ho rivissuto le scene che mi avevano visto osservatore o protagonista. Così le ho raccolte e mi sono divertito, e spesso entusiasmato nel veder crescere le pagine e nello sperare che i miei pensieri possano nutrire anche altri, oltre a me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

La vita, a volte, è ladra di felicità.

Appena prima ero ad un metro da lui, ibernata. Un decimo di secondo senza pensare e mi ci ritrovavo abbracciata, naso contro naso. L’avevo baciato. Lui aveva ricambiato e seppi in quell’istante che era quanto desiderassi di più al mondo. Vissi l’emozione di ciò che non si cerca, ma arriva spontaneamente come il sole al mattino.

Fu l’epilogo di un giorno perfetto, la prima volta in cui sprofondai nei cuscini senza la speranza che il domani sarebbe stato migliore, comprendendo che l’unico carburante che mi aveva sostenuto sino a quell’evento non fosse necessariamente il miglior cibo per il mio animo. Avevo per anni costruito forsennatamente come avessi dovuto provare a sopravvivere all’eternità, senza capire che vivere l’istante garantisce la felicità del domani, come accade per un cameriere che con arte solleva la cloche da un piatto d’haute cuisine. L’oggi e il futuro. Il sorriso nello scoprire con soddisfazione qualcosa che sarà sicuramente straordinaria o forse di più, anche domani. Un gesto di magia che svela, e già l’attesa ti inonda di saliva la bocca. Non è più illusione. Ogni mago è assolutamente conscio dello stupore che provocherà. Lo compresi quel giorno, per sempre.
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La mia goffaggine adolescenziale era rinchiusa in un baule di ricordi già da qualche anno e, nonostante non fossi ancora una donna di successo, tale ero considerata, persino dal barista che ogni mattina mi preparava il cappuccino con tanta schiuma tiepida non appena intravedeva la mia figura avvicinarsi alla vetrata del suo locale. Avevo sperimentato fin da ragazza che il talento da solo non porta ad alcun risultato senza che si versino cisterne di sudore. Ripensando ad ogni più piccolo sacrificio per il quale avevo rinunciato al mio vivere da ragazza normale, potevo già ritenermi soddisfatta dei chilometri di carriera percorsi. Ciò che mi faceva apparire già completa agli occhi degli altri non erano gli strabilianti traguardi precocemente raggiunti, ma la grinta che mettevo per vincere e che li assaliva ammaliandoli, spesso annientandoli. Gli uomini avevano paura di me, anche se sentivo addosso i loro sguardi torbidi ovunque mi trovassi.

Ero una quasi quarantenne avvolta dal mistero che sempre affascina il sesso maschile, quello debole, quello che ha attributi fisici e ne dipende indecorosamente.

Centinaia di conoscenti, decine di amici, nessuno di essi intimo. Avevo affittato un piccolo bilocale non lontano dall’Accademia delle Belle Arti nel centro del quartiere Brera, il più bohémien di Milano. Scelsi quella zona per due motivi: vecchi palazzi alti non più di quattro piani e il sapore parigino che si respirava. Approdavo a Milano dopo cinque anni al Pasteur di Parigi. Avevo deciso di abbandonare la mia vita oltralpe per i soldi. Perché solo con i soldi sapevo di potermi comprare la felicità e realizzare il mio sogno da vecchia single: una baita isolata traboccante di serenità per gli ultimi anni di vita da pensionata d’oro. Nella città che reputavo la più bella del mondo lasciavo la mia famiglia, un impiego da direttore analisi e tanti cuori infranti. Troppi, ma non il mio.

In verità non avevo una famiglia come si intende solitamente considerarla. I miei genitori erano morti pochi anni prima in un incidente in barca. A stento li ricordavo, non perché non li avessi amati profondamente, ma le immagini più vivide erano quelle che avevo immagazzinato da bambina. Non appena divenni ragazzina e le balie con cui avevo trascorso la mia infanzia divennero obsolete per i progetti che avevano pianificato sulla loro unica figlia, mi iscrissero in un rinomato collegio femminile della capitale francese. Potevo vederli così raramente che ancor oggi me li raffiguro giovanissimi, con gli stessi volti che mi facevano sorridere durante i primi anni di vita cosciente, quella che genera  sfumati ricordi di zucchero filato.

La mia nuova e forse prima famiglia fu l’anziana signora dirimpettaia del piccolo monolocale in Rue du Foin, nei pressi di Place des Vosges, che affittai appena assunta al Pasteur. La chiamavo zia. Era la mia confidente e la dolcezza con cui mi riempiva di consigli era paragonabile all’arte con cui farciva i suoi indescrivibili éclair au chocolat. Una volta trasferita in Italia, le telefonavo ogni settimana, metodica, alla stessa ora della domenica. A lei ero legata da un vero legame di sangue perché mi scorreva nelle vene con il suo volto espressivo anche se avvizzito dall’età, perché mi ricordava cosa una donna deve rappresentare tramite le proprie rughe e il sacrificio di possedere una mente tagliente slegata dalla lingua, perché mi riportava nel mondo delle cose semplici e dei legami che non hanno bisogno di inganni o guadagno per essere vissuti.

Anche lei svanì, come ogni affezione intensa che oso costruire. Il telefono squillava a vuoto e capii immediatamente che non avrebbe mai più risposto e avrei scordato a breve il timbro della sua voce. Non avrei più mangiato éclair per non farle torto.

Nella mia nuova casa meneghina avevo un collage di fotografie dei miei genitori e della zia parigina. Tutti morti. Le spolveravo ogni giorno una ad una, come reliquie di santi protettori. Occupavano l’intera parete sopra al divano ed erano la proiezione cartacea dei miei ricordi più felici.

La mia mente aveva immagazzinato miliardi di particolari confusi, di essi pochissimi erano eventi vividi e gioiosi. In mezzo a tante cianfrusaglie, nascondevo il mio ricordo più terrificante. Era la mia disgrazia, il più lucido, una cicatrice che sanguinava ogni giorno e che non riuscivo a seppellire nonostante le centinaia di ore trascorse a farmi smembrare dalla psicanalisi. I tentativi di metabolizzarlo erano falliti, non potevo digerirlo, dovevo assolutamente cancellarlo. Bastava socchiudere gli occhi e le immagini si riproponevano reali, come se la polvere che doviziosamente tentavo di far accumulare su quella fotografia si risollevasse devastante come un tornado. Il mio quotidiano uragano. Quanto vorrei che mi crescessero un paio d’ali di fenice per volare contro vento, contro cristalli di neve ghiacciata, dentro le nubi nere gonfie di fulmini che mi separano dalla pace di un cielo finalmente azzurro. In attesa della mutazione genetica mi limito a non mostrare a nessuno la tempesta che mi affligge. Nessuna lacrima, nemmeno di fronte allo specchio.

(…)

La mia parentesi fortunata, quel giro di ruota in cui ti ritrovi trasportata in alto, lontana dall’asfalto e dal fango, e che vorresti frenare per sempre, ebbe inizio sul tram a rotaia che prendevo per raggiungere gli uffici del mio nuovo datore di lavoro, una multinazionale farmaceutica che mi strappò da Parigi per mettermi a dirigere un progetto d’alto profilo in Italia.

La mia fotografia più bella fu scattata quel giorno. Mai stampata e mai appesa. Era una calda serata d’inizio estate. Un acquazzone improvviso mi aveva colta impreparata e salivo sul tram sgocciolante come un asciugamano non centrifugato. La camicetta di seta bianca, incollata ad ogni mia curva, mi metteva in imbarazzo. Notai un posto libero a sedere in fondo al tram e mi ci fiondai sorreggendo la ventiquattrore a corazza sul torace. Passarono pochi istanti e un giovane seduto poco più avanti mi porse la sua camicia. Ero talmente preoccupata di non bagnare le persone accanto, da non accorgermi che il giovane se l’era sfilata rimanendo con una semplice t-shirt scura, probabilmente l’intimo.

L’acquazzone aveva portato con se un fulmine che mi colpì stordendomi.

Ho sempre odiato gli eventi inaspettati, quelli che ti precipitano addosso come un pianoforte dal decimo piano, quelli che non cerchi, né ti auguri capitino.

Non saprei se fu il modo di sorridere, il timbro della voce con cui si presentò, la forma del torace o le mani forti e curate, non era di certo la somma di quelle caratteristiche, seppur tutte emozionanti, che mi ammaliò. A dire il vero non sapevo fino a quel momento cosa desiderassi in un uomo. Quel giovane incarnava a sua insaputa il mio archetipo o forse mi trovavo nella condizione di impaccio e distrazione più consona per infatuarmene senza ragione. Il mio cervello distratto dalla camicetta bagnata e il mio cuore libero di fare quel cazzo che voleva.

Iniziammo a parlare. Risuonavamo ciascuno del timbro dell’altro. Ci riscoprimmo fragili e ammettemmo di amare la dolcezza di uno sguardo disinteressato, senza svelarlo con le parole.

Era come se mi dimostrasse sincero stupore ogni volta che speravo di averne suscitato, come se sapesse spingersi dentro il mio intimo senza varcare mai la soglia che avrei odiato superasse.  Ero una donna difficile, sfuggevole, glaciale, ma la felicità che provavamo entrambi si concentrava e cresceva sino ad espandersi oltre i nostri limiti carnali.  Era come se ci parlassimo da millenni.

Era una anima buona.

Scendemmo dal tram come due liceali. Mi aveva convinta a seguirlo in darsena per vedere una cosa a suo dire straordinaria. Era quasi l’ora di cena e il sole stentava a calare. Entrò in un ristorante e ne uscì sorreggendo con cautela un voluminoso sacchetto di carta. Ci sedemmo su una panchina, una delle tante. La confusione, le luci e i rumori di un tramonto cittadino ci avevano avvolti. Il sole si rifrangeva in quel bacino d’acqua artificiale, in pieno centro a Milano, e proiettava luci dorate tutt’altro che scontate. Il vociare delle persone e i clacson in lontananza non erano meno piacevoli dello sciabordio delle onde di una qualsiasi spiaggia da sogno. I piccioni al posto dei gabbiani, cemento invece che sabbia bianca. Tutto perfetto.

Tolse dallo zaino una bottiglia ghiacciata di prosecco e due calici da spumante dal sacchetto di carta marrone.

Non avrei potuto sognare uno scenario più romantico di quel brindisi al tramonto, tra passanti frettolosi e divertiti dalla scena a cui assistevano.

Con un gesto aveva scrollato dal mio cuore decenni di grigia polvere, spargendola intorno a noi come finissimi coriandoli d’argento. Seduta su quella panchina c’era la donna che avrebbe desiderato finire sotto un treno piuttosto che sentir odore d’amore. Quanto sarei stata sciocca se non mi fossi abbandonata a lui. L’immobilità porta alla morte del cuore.

Non ebbi il tempo di accorgermene: io, che mi reputavo ormai strutturata, costruita su fondamenta armate, ero miracolosamente diversa, opposta, gratificata. Stavo maturando all’alba dei trent’anni inoltrati, iniziavo a vivere.

Mi trovavo immersa in un torrente burrascoso, avrei potuto costruire una diga per difendermi o un kayak per cavalcarne l’impeto sposandone i flutti. Sbocciò invece una donna nuova e rimase lì, magneticamente attratta dalle emozioni.

Quella donna, che aveva imparato ad innamorarsi, camminò al suo fianco sino al buio di una notte d’autunno.

Con quel primo bacio in darsena iniziava l’estate della mia vita. Troppo breve. Avrei voluto durasse ben oltre una sola stagione.

Ricordo ogni particolare a partire dal risveglio nel letto di ginecologia dell’ospedale. Una voragine scura di molte ore mi riconnetteva all’indietro ad un bacio dentro parco Sempione. Poi il blackout, uno specchio infranto.

Stop.

13 February 2024

Video promo

08 February 2024

Intervista

19 January 2024

Evento 19 gennaio

2024-01-09

Aggiornamento

Buongiorno a tutti, ringrazio di cuore chi ha già aderito alla campagna. Ne approfitto per raccontarvi un po’ del mio romanzo. È un giallo di 500 pagine che inizia immergendo il lettore fra le atmosfere romantiche delle strade di Boston, la Parigi americana. Luigi, professore universitario di lettere all’università di Harvard, viene aggredito senza alcun apparente motivo da uno sconosciuto che lo colpisce alla testa con una mazza e lo lancia svenuto nel fiume. Nello stesso istante, in italia, inizia la fuga di Arturo, giovane ricercatore di una potentissima azienda farmaceutica: ha commesso un furto di svariati milioni di euro e fugge da una squadra di mercenari assoldata dalla spietata manager che dirige il progetto segreto a cui stava lavorando. Le vite di Luigi, Arturo, Lisa si legheranno a doppio filo e Marco, un musicista e compositore di successo si troverà invischiato senza che lo volesse in una storia di spionaggio industriale internazionale, per amore. L’amore salverà ciascuno di loro? Di certo salverà l’intera umanità per loro merito poiché anche una solo goccia d’amore è sufficiente per salvare il mondo. Un’inezia nell’immensità di sentimenti che ciascuno di noi può scegliere di provare, consapevolmente o meno, ma così dirompente da sovrastare anche la morte.

Commenti

  1. Elena Atzei

    (proprietario verificato)

    Il libro di Mario Leoni è stata una piacevole scoperta, l’autore rivela e dona al suo pubblico di lettori un talento nel raccontare e raccontarsi attraverso il suo primo scritto. E’ una storia interessante, ricca di colpi di scena e di intrecci tra i pochi, giusti personaggi che si raccontano nel corso della vicenda e che interagiscono tra loro in legami lavorativi, di amicizia, di amore e di sentimenti a metà tra tutto questo. Ogni capitolo è dedicato in modo alternato ad uno dei protagonisti che parla in prima persona raccontando quanto accade attraverso i suoi occhi e le sue emozioni e per circa la metà del libro non si percepiscono i reali collegamenti tra tutti gli attori coinvolti.
    Lo stile di scrittura di Mario Leoni è di facile lettura nonostante il linguaggio non risulti mai banale ma ricco di descrizioni permeate di parallelismi, metafore e il sentire profondo di chi sta raccontando in quel frangente e proprio questo consentire al lettore di entrare nella mente e soprattutto nel cuore dei personaggi invoglia alla prosecuzione della lettura. La sua capacità descrittiva consente inoltre di figurarsi le scene quasi come se fossero proiettate e di uscire quindi dallo spazio tempo reale per entrare in quello narrativo.
    Il romanzo garantisce “un’abbuffata di emozioni” (citazione presa dal libro stesso) dove il lettore si immerge in quello che viene raccontato e diventa esso stesso protagonista insieme all’autore e ai vari protagonisti per tutta la back line emotiva e sentimentale che consente una forte empatia con i personaggi e il modo di descrivere una gamma infinita e sfumata di sentimenti ed emozioni le rende palpabili ed estremamente vere.
    Le quasi 500 pagine della storia raccontano una vicenda che si svolge fondamentalmente in soli 4 giorni con qualche flashback sul passato per chiarire la vicenda ma il racconto non risulta in nessuna fase stucchevole, prolisso, noioso o lento ma al contrario avvincente e ben strutturato e nonostante l’alternarsi di narratori della vicenda e l’espressione di ognuno con il proprio pensiero, linguaggio e caratteristiche tipiche arriva lineare al lettore che ha la possibilità di vivere la stessa storia da più angolazioni tenendo sempre ben presente lo svolgersi degli avvenimenti.
    E’ un libro che, pur non essendo autobiografico, ci racconta anche qualcosa dell’autore e soprattutto delle sue conoscenze e competenze in ogni ambito di quelli trattati dalla medicina alla musica, al suo essere parte di tutti i personaggi della vicenda con il suo modo di essere, di vivere e di interpretare la vita, con i suoi valori e le sue idee e nonostante la trama sia frutto della sua fantasia si tratta di fatti verosimili.

  2. L’ amore è salvezza, sacrificio, perdizione: un’ estate conosciuta e sondata, vagliata ed esplorata; un vento gelido di disperazione e dolore, un cuore abitato come casa che lentamente sfuma in tracce vivibili ed irrevocabili – carezze d’addio, rimpianti e imperituro amore. Amare due persone contemporaneamente per ciò che unisce, che al contempo divide abbracciandone l’ ignoto, il mistero, l’ entusiasmo del tempo che separa e avvolge. Un’ amore che lentamente si inebria in vortici di appartenenza fra morte e non-vita, un tramonto in una realtà che – lentamente – si avvicina, perdendosi oltre un confine che divide la terra e il cielo.
    Questa è la storia di Luigi, Arturo, Lisa e Marco: quattro vite che si amalgamano – fondendosi – in pochi, indissolubili giorni. Quattro anime in frammenti di esistenza dalla linearità contraddittoria, parossistica, semplicemente catartica.
    Luigi che desidera la fuga da Boston – la Parigi americana – luogo di torture e dolore per – fondamentalmente – dormire in eterno. Una cura con farmaci antiretrovirali, una salita vorticosa con un panorama – purtroppo – tutt’altro che mozzafiato. Un uomo che si nutre dell’ immenso, percependo solamente la finitezza del proprio stesso essere, un colpo alla nuca ricevuto con un oggetto pesante da parte di uno sconosciuto durante una camminata per una Boston colma d’evocazione in un lento precipitare nel fiume Charles – un abbraccio da cui lasciarsi avviluppare, in cui autenticamente perdersi. Luigi che è segretamente innamorato – pur tacendo e rinnegando – di Arturo, conosciuto in un orfanotrofio in Messico, ad Ojinaga; Arturo ivi abbandonato all’eta di due anni fra ribrezzo, odio e non perdono per genitori biologici in un patto di sangue con Luigi: addii e nuovi rinnovati incontri di condivisione e affinità, superamento di litigi, conciliazione di disuguaglianze. L’ oblio di uno sguardo sulla cenere dell’addio, una fuga quella di Arturo – dopo aver rubati dati sensibili – da una squadra di mercenari assoldata dalla manager Lisa, direttrice di un progetto segreto sul vaccino contro il virus dell’Hiv. Lisa controversa e bellissima travolta dall’ abominio della vita, una vita da isolata per la propria intelligenza in una risoluzione metodica di problemi e congetture da vagliare ed esplorare. Una quasi quarantenne avvolta nel mistero fra ricordi offuscati e vacui di un passato che lacera e sconvolge. Tentativi di elaborazione mai veramente sepolti, una risata viziosa in un suono velenoso – disagio già vissuto per una vita malvagia che segna e insegna. Infine Marco, una verità in cui assorbire emozioni per tradurle in musica con l’abitudine di guardare l’insieme senza prestare attenzione ai particolari. Vincitore del premio come compositore della miglior colonna sonora al festival del cinema di Venezia con una difficoltà a gestire la propria realtà, un successo effimero destinato a tramutarsi in declino rovinoso e manifesto. Un pessimismo cosmico leopardiano che contorce le viscere, un’ intuizione da ricercare grazie al maestro d’armonia Enrico. Un uomo senza misteri, libero, genuino destinato ad incontrare – in un improvviso colpo di fulmine – Arturo.
    Quattro giorni – per Luigi, Arturo, Lisa e Marco – per conoscersi e lambirsi seguendo un corso degli eventi infausto e traboccante di mestizia, un susseguirsi di sensazioni che collidono e si intrecciano in uno spaccato fra caducità e fuggevolezza, fugacità e strenua transitorietà.
    “Conosco anche l’estate” di Mario Leoni: un climax ascendente di tensione e colpi di scena, suspense e mistero, fughe e ineffabili cadute. Con una prosa estremamente fluida e poetica, un’ avventura in un viaggio sofferto e doloroso, uno splendido giallo di spionaggio industriale internazionale in cui l’ amore potrebbe e dovrebbe salvare ciascuno di loro – ruolo salvifico in viaggi onirici e metafisici fra doppiezza e controversa disgrazia.

  3. (proprietario verificato)

    Si rimane coinvolti inesorabilmente nella lettura, la necessità di arrivare in fondo alle pagine e al cuore dei personaggi, il giallo come pretesto per trattare i sentimenti, la fame insaziabile di vita che nasce dall’abbandono, la presenza costante della morte che invita a spingere più forte sull’acceleratore dell’ amore. Anche il cuore più duro si scioglie in pianto nel finale.

  4. (proprietario verificato)

    Non c’è futuro in questo libro. Il titolo stesso stronca ogni desiderio: “Conosco anche l’estate”. La si conosce già, non è non una novità. Il cammino intrapreso per la conoscenza è fermo ad uno stop. Così i quattro personaggi, le cui vite sono intrecciate attraverso un legame strettissimo, non hanno margini di manovra, non hanno la possibilità di riscatto, sono ingessati nel loro presente e sono cristallizzati nel tempo. Come l’Erostrato di sartriana memoria non va oltre le sue intenzioni: chiuso nel bagno, vive la sua rimanente esistenza di condannato a morte e si consegna alla polizia.

    Luigi apre e chiude il romanzo. In mezzo 23 capitoli, scritti in prima persona da ciascuno dei quattro personaggi. E non è una sequenza lineare: si parte da un punto e si torna indietro, si mette un altro punto e di nuovo ancora uno sforzo di memoria per riallacciare i nodi della trama che altrimenti sarebbe monca e senza una logica. Non un passo in avanti, sempre indietro, un guardare al passato, un disperato tentativo per giustificare il presente senza però avere un appiglio.

    Il romanzo è denso della parola “desideravo”:

    Desideravo l’annientamento per liberarmi da ciò che non volevo, in primo luogo da me stesso, da quell’uomo che vedevo sbagliato, ingratificabile, incrostato dall’eterna e umana abitudine di amare alla follia ciò che non si possiede e scansare come superfluo quanto di bello ci circonda e possiamo toccare con le nostre nude mani.
    C’è un determinismo storico, non un pessimismo, quella consapevolezza che il mondo è così, si è prossimi alla morte. D’altronde, sarà anche meravigliosa la sequenza di dna, ma determina, appunto, chi siamo. Non c’è libertà, non c’è la possibilità di riscatto. C’è quella certezza del presente e solo quella si ha. I personaggi non sono amalgamati, sono grumosi, vorrebbero risolvere i problemi irrisolti, in-soluti, non sciolti nel flusso della loro esistenza. C’è il delitto immotivato come ci racconta Gide nelle sue opere.

    Un’infinita tristezza permea tutte le pagine del romanzo e non lascia respiro, perché ti trascina, ti porta al centro del vortice per essere risucchiati in questa melassa densa dello stream of consciousness di ciascun personaggio. Non c’è la speranza cristiana dostoevskiana, il cammino di risalita verso il perdono e la pace interiore. C’è solo il baratro, le acque gelide del fiume Charles, il marmo e i cristalli dei palazzi in cui vivono queste persone.

    C’è una tensione primordiale che non permette di fuggire: Boston contro la Lousiana, Milano contro la Sardegna. Due pesi contrapposti, una forza centripeta che potrebbe allontanare chiunque ma che rimangono fissi in questo gioco forzato.

    Per fortuna che ci sono tanti personaggi minori, quelli che pur accennati e poco caratterizzati hanno un ruolo determinante, hanno un animo positivo, sono brillanti e questi sì, che vedono il futuro. Fanno da contraltare a Luigi, ad Arturo, a Marco e a Luisa. Sono i contrafforti delle cinte murarie della città: Angela, Enrico, Matteo e Gus. Consapevoli di portare avanti una storia, di aiutare il proprio personaggio che sta per annegare. Li ho amati molto di più degli altri, perché speravo che in qualche modo li salvassero. Ma…

    Lo si legge tutto d’un fiato, il libro. Ti prende e non riesci a smettere. Fai fatica a respirare e le lacrime scendono copiose perché il destino si deve compiere e lo sai che andrà a finire così. Fai a fatica a chiudere l’ultima pagina, ripercorri i passi indietro sperando di trovare una scappatoia, una chiave che ti permetta di uscire da questa inesorabile escape room. Ma non c’è, no…

  5. (proprietario verificato)

    Sono stata la prima lettrice del romanzo di Mario Leoni, e l’ho trovato molto piacevole.
    La descrizione degli ambienti e’ impeccabile, tanto accurata , che sembra di vederli.
    La cosa che mi ha colpita di più è la descrizione così intima e analitica dei quattro personaggi, perché essa scava nell’animo umano, tornando al loro passato , per esplicitare al meglio il profilo psicologico di ciascuno.
    Siamo tutti consapevoli, che noi siamo il frutto di tutte le esperienze vissute, soprattutto di quelle dell’età infantile, che scavano un solco profondo, proprio come accade ai quattro personaggi.
    Le metafore utilizzate dall’Autore le ho trovate pertinenti ed estremamente poetiche.
    Le tematiche trattate sono le più varie: dall’abbandono, all’omosessualità, alla malattia, ai vaccini, fino ad arrivare alle lobby delle case farmaceutiche.
    L’intreccio della storia è intrigante, all’inizio un po’ lenta, ma poi pian piano prende forma e ciò rende la lettura sempre più stimolante, fino ad arrivare ad un finale ricco di pathos…
    Il titolo è la sintesi di tutta la storia, perché ognuno di noi, come i quattro protagonisti vive un ‘ “estate” della vita e di essa dobbiamo averne memoria, perché potrà’ essere il “ faro ,che ci illumina anche quando arriva il buio… e il freddo inverno…
    Il romanzo è vivamente consigliato!

  6. Mario Giovanni Leoni

    Grazie infinite Gianni, è un onore avere un tuo giudizio

  7. (proprietario verificato)

    Un libro affascinante. La storia è avvincente e ti cattura subito in un crescendo che ti induce a non voler interrompere la lettura. Ho amato ogni pagina e ogni personaggio anche quelli secondari e le semplici figure descritte come parte dell’ambiente circostante.
    Sono certo che è un libro che vi lascerà un segno

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Mario Giovanni Leoni
Mi chiamo Mario e sono un medico specialista in anestesia, rianimazione, terapia intensiva e terapia del dolore. Insegno farmacologia all’università e ho studiato pianoforte e composizione in conservatorio. Grazie al mio lavoro ho avuto la fortuna di viaggiare in molte città sparse per il meraviglioso mondo che ci ospita. Ho lasciato piccoli pezzi di cuore ovunque io abbia vissuto, eppure una delle città che più di tutte ha saputo rapirmi per i racconti che può fare ai cuori aperti alle emozioni è stata Boston. Non potevo che ambientare una piccola parte del mio primo romanzo in quei luoghi che ancora mi appartengono dopo molti anni.
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