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Coppia d'assi

Coppia d'assi
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Consegna prevista Dicembre 2022
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Parigi, anni ’30. Mauro Tucci è un investigatore, con un dubbio gusto nel vestire e una passione sfrenata per la storia. Da tempo ha accantonato la sua attività privata per collaborare a tempo pieno con la gendarmerie della Ville Lumière. Il suo partner è Blaise Richard, commissario alla stazione di polizia di Paris centre.
I due incappano in un omicidio compiuto con modalità piuttosto inusuali, che li porterà dapprima ad allontanarsi e poi, quando meno se lo aspettano, a tornare a lavorare fianco a fianco, scoperchiando uno dei più terrificanti progetti che l’essere umano abbia mai concepito.

Perché ho scritto questo libro?

Bisognerebbe porre la domanda al contrario: perché questo libro ha scelto me?
Mauro Tucci mi è venuto a trovare, chiedendomi di narrare la sua storia. Io l’ho messa su carta, seguendo i suoi spostamenti e le sue trovate al contempo geniali e fuori dagli schemi. Sì, è stato importante anche Blaise Richard. Non sia mai lo dimenticassi. Blaise è un po’ ombroso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO I

Bianca Montreuil

Un caldo sole dardeggiava sui giardini delle Tuileries, nonostante si fosse ormai a pomeriggio inoltrato. Mauro Tucci portò la mano davanti agli occhi per non esserne accecato. Istintivamente, si fermò ad osservare quella infinita di distesa di verde su cui, fino a pochi anni prima, aveva troneggiato uno dei palazzi più magnificenti che l’ingegno umano avesse mai concepito. L’edificio, costituito intorno al quattordicesimo secolo, aveva ospitato i reali di Francia e il governo della prima Repubblica, muto testimone di epocali cambiamenti. In perenne evoluzione, era stato ampliato a tal punto, da riunirsi al palazzo del Louvre. Durante la repressione della comune, la colossale opera era finita, letteralmente, in cenere quando gli estremisti vi avevano appiccato il fuoco, piazzando cariche di polvere da sparo per rendere la deflagrazione ancor più devastante.

Solo il giorno successivo i vigili del fuoco erano riusciti a sedare le lingue incandescenti, mettendo a nudo i resti della devastazione. Le macerie, fra proposte di ricostruzione mai andate in porto, erano state rimosse solo anni dopo. Nonostante non avesse fatto in tempo a vederle, Tucci conosceva quella storia a menadito. Aveva una sorta di passione sfrenata per gli eventi del passato, che amava collegare a quelli del presente. D’altro canto ricordare nomi, luoghi ed eventi era un aspetto fondamentale del suo lavoro di investigatore privato, consulente della gendarmerie di Parigi. Abbandonate le velleità storiche, si diresse verso l’ingresso dell’elegante edificio in stile barocco che aveva di fronte. Era composto da tre piani, la facciata era affrescata con i toni del blu e adornata con stucchi dorati, che raffiguravano il giglio di Francia. Al piano terra, le finestre erano disposte quasi ad altezza d’uomo, per cui un passante di buona statura avrebbe ben potuto

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sbirciare cosa accadeva negli appartamenti. I piani superiori, invece, godevano di balconature non eccessivamente ampie, ma sufficienti a ospitare un tavolino con due sedie, che permetteva ai fortunati di godere di una magnifica vista sul cuore pulsante della ville Lumière. Tucci superò i due pesanti battenti in legno, che segnavano l’accesso all’abitato, salutando il portiere con un cenno del capo, prima di svoltare a destra, salendo la scalinata di marmo bianco. Giunto al secondo piano, imboccò l’uscio di fronte a sé, svicolandosi da un gran viavai di persone indaffarate. Si toccò il cappello per salutarne alcune, poi si accostò a un uomo in uniforme, con le mani dietro la schiena. Blaise Richard, commissario di Paris Centre, aveva la mani conserte dietro la schiena e un’ espressione stampata in faccia che non lasciava presagire nulla di buono. Si ravvivò i radi capelli bianchi, prima di rivolgere i suoi occhi grigi verso il nuovo arrivato: “Bianca Montreuil, – disse, accennando al corpo riverso al suolo- coniugata Liseux, 34 anni. Pare sia morta per dissanguamento. L’ha trovata il marito, quest’oggi intorno alle ore 14.00. Il medico legale, che ha già compiuto gli accertamenti del caso, sostiene che sia trapassata intono alle 11.00, circa sei ore fa. Infatti come vedi, già iniziano a intravedersi i primi segni di rigidità degli arti. Una brutta storia- concluse-, davvero una brutta storia”. Tacque, asciugandosi il sudore che gli scendeva copioso dalla fronte.

Tucci non disse nulla, limitandosi ad annuire. Come era solito fare, distolse la propria attenzione dal corpo senza vita, avrebbe avuto tutto il tempo per studiarlo successivamente. Iniziò a guardarsi intorno gironzolando, apparentemente senza meta, per l’ampio salone. Si rese conto di essere in una delle dimore più maestose che avesse mai visto. I soffitti erano alti almeno tre metri, ornati con una magnifica lavorazione a cassettoni. L’arredamento era molto curato, con mobilio di pregio e tappeti che Tucci giudicò sommariamente di gran pregio. La sua attenzione fu catturata da un

orologio posto in fondo alla stanza, su una lastra di marmo rosa che sormontava il camino. L’oggetto sembrava molto antico. Di bronzo dorato, era adornato da due figure a cavallo che correvano l’una contro l’altra o, più probabilmente, l’una verso l’altra, trattandosi di un uomo e di una donna. Il quadrante di madreperla, protetto da un vetro trasparente, presentava lancette in corno d’elefante, ferme alle ore 10.00. Tucci tornò sui suoi passi, in direzione del cadavere, sfiorando con lo sguardo un tavolino su cui erano disposti una tazza, un bricco e un piatto con dei biscotti. Osservando quella composizione, l’investigatore notò l’alone di un cerchio perfetto, lasciato sul legno, da un recipiente poggiatovi non molto tempo prima. Passò oltre, non potendo fare a meno di notare come in quell’ambiente ovattato tutto sembrava in perfetta armonia.

Persino la defunta, posta al centro della sala, non sfigurava. Era adagiata sul pavimento con grazia, come se si fosse trattato dell’ultima scena di una rappresentazione teatrale. Portava una acconciatura tutta nastri e forcine, che ne metteva in risalto il viso, ancora gradevole, nonostante gli occhi sbarrati e le labbra livide. Il torace era stretto in un corsetto, mentre uno scialle le cingeva le spalle. I palmi delle mani erano rivolte verso l’alto e, all’altezza dei polsi, erano evidenti due squarci, da cui vi era stata copiosa fuoriuscita di sangue. La ampia gonna a plissé era in perfetto ordine, coprendo le gambe fino al ginocchio. Nonostante la fine orribile, quella donna aveva conservato una invidiabile compostezza.

Richard, chiese: “Cosa ne pensi?”

Tucci spostò il peso del corpo da una gamba all’altra, come a voler osservare la situazione da una diversa prospettiva: “C’è qualcosa che non torna. Solo un pazzo o un disperato sceglierebbe una fine tanto dolorosa e prolungata. Per cui, volendo propendere per l’ipotesi del suicidio bisognerebbe concludere che la signora avesse qualche rotella fuori posto o che fosse nella stessa

condizione di Petronio”. Non resistette al fascino della citazione storica. “Di chi?”, gli fece eco il commissario

“Blaise, Petronio Arbitro, lo scrittore romano che temendo la repressione di Nerone scelse di…lasciamo perdere, ne parleremo un’altra volta”.

“Ho capito, ho capito – si affrettò a sostenere un offeso Richard, che odiava quando il partner sottolineava le sue mancanze culturali-. Tuttavia, debbo contraddirti subito: Bianca Montreuil fa parte di una delle più blasonate famiglie di Parigi. Come puoi ben vedere aveva una bella casa, denaro in quantità. Dalle informazioni che abbiamo a disposizione era perfettamente sana e avrebbe potuto godere per molti anni di un benessere che molti altri possono solo sognare.

Quindi, scarterei a priori l’ipotesi di qualche gesto autodistruttivo”. Tucci annuì: “Probabilmente è come sostieni”.

Il commissario parve sollevato di non essere stato contraddetto, una volta tanto, e aggiunse: “Nella attesa della tuo arrivo, abbiamo radunato il personale, che ci aspetta in anticamera. Dubito che ne caveremo un ragno dal buco, ma vale la pena di tentare”.

Raggiunsero, quindi, l’ambiente, dove erano schierate, l’una accanto all’altra, cinque persone: tre uomini e due donne. Dall’abbigliamento si intuiva che due di essi erano impegnati nelle cucine, mentre gli altri erano impiegati al diretto servizio dei padroni di casa. Spiccava, nel gruppo, una figura allampanata, che indossava una giacca a lunghe code, panciotto e camicia immacolata, su cui era appuntato un papillon perfettamente annodato. Richard decise di iniziare da lui, traendolo in disparte in modo che gli altri compagni non potessero ascoltarlo ed essere influenzati quando sarebbe toccato a loro. Una volta fuori dalla portata di orecchie indiscrete, il gendarme chiese all’uomo di qualificarsi. Questi fece quanto richiesto: “Sono Edgar Dupareil e lavoro in questa

dimora, come maggiordomo, da quasi quaranta anni, da quando apparteneva agli zii della povera Bianca”. Sorrise mestamente, fissando un punto indefinito nel vuoto. Il suo volto assunse una smorfia di profonda sofferenza. Fece una pausa, poi riprese: “Per me era come una nipotina, sapete? L’ho vista nascere. Ero un ragazzo, allora. Le ho insegnato a scrivere le prime letterine, ad allacciarsi le scarpe. Che tragedia”, tirò un sospiro e tacque.

Richard rispettò per qualche secondo quel profondo sconforto, prima di proseguire: “Mi perdoni, signor Dupareil, devo fare il mio lavoro, anche se può sembrarle indelicato. Dovrebbe farmi un resoconto, il più dettagliato possibile, dei suoi movimenti della giornata”.

Il maggiordomo non si scompose, riavvolgendo agevolmente il filo della memoria: “Come ogni mattina, alle sei, ho passato in rivista il personale, per assicurarmi che le uniformi fossero prive di imperfezioni. E’ un punto al quale tengo moltissimo. Non si può rendere un buon servizio con gli abiti in disordine. Successivamente sono andato in cucina per verificare che la colazione fosse pronta. Ho quindi chiamato Eloise – indicò con il capo una ragazza minuta, seduta su una seggiola- e le ho detto di portare il vassoio nella camera dei signori. L’ho preceduta di qualche passo, bussando per avvisare che stavamo servendo il pasto. Quindi sono entrato con lei, osservando come disponeva stoviglie e alimenti sul tavolino in camera da letto. E’ stata assunta da poco e potrebbe commettere imprecisioni che vanno corrette. Infine siamo usciti dalla stanza, per andare a fare colazione anche noi con il resto della servitù, prima di dedicarci alle nostre attività quotidiane”.

“Mi saprebbe dire – chiese Tucci- quali alimenti avete servito?”

“Cornetti caldi senza farcitura, marmellata di arance, pane tostato e biscotti al burro. Bianca ne andava matta, ne avrebbe mangiati a decine”.

Richard riprese il comando delle operazioni: “Ha visto la signora Montreuil al risveglio, stando a quanto ha appena affermato. C’è stata qualche circostanza insolita che l’ha incuriosita?”

“Direi di no – ribattè il maggiordomo-, anzi Bianca appariva di ottimo umore. Lei e il marito sembravano complici e affiatati, come non accadeva da tempo”.

Il commissario strinse gli occhi, come a volersi focalizzare sul punto: “Chiarisca quest’ultima frase, per favore”.

L’uomo si morse il labbro e, in evidente imbarazzo, aggiunse: “Non è affar mio ma, da qualche mese, la signora era di umore piuttosto instabile. A tratti era gioiosa, poi d’improvviso diventava intrattabile. Rimbrottava spesso il marito ad alta voce e, capite, pur non volendo, tutti noi ascoltavamo le discussioni fra i due”.

“Capisco – commentò Richard- prosegua pure nel resoconto della giornata”

“Dopo la colazione con il resto del personale, sono andato a ritirare la posta e i giornali del mattino, poi, intorno alle 8.30 ho incontrato lo charcutier per lamentarmi di alcuni prodotti che ci aveva consegnato e chiederne la sostituzione. Alle nove in punto ho aiutato il signor Liseux a indossare il soprabito e gli ho consegnato la valigetta da lavoro. Intorno alle 9.30 siamo stati convocati da Bianca, la quale ci ha comunicato che non voleva essere disturbata per alcune ore e che, quindi, non avrebbe avuto bisogno dei nostri servigi. Dispose solo di lasciare nel salone due tazze di thè caldo, un bricco con del latte e un piatto di biscotti al burro. Fu chiara sul punto: si trattava di un incontro estremamente importante, nessuno doveva entrare nella stanza finchè le porte non fossero state riaperte. Dopo aver eseguito le disposizioni, ci siamo dedicati alle restanti attività lavorative. Al mezzogiorno abbiamo pranzato tutti insieme, poi ci siamo ritirati nelle rispettive stanze, tranne il personale impegnato in cucina. Alle 14.00, mentre ero intento a

verificare la qualità dei piatti da servire per il pranzo, abbiamo sentito un urlo provenire proprio dal salone. A quel punto ci siamo precipitati sul posto e abbiamo visto la signora riversa al suolo, esanime, con marito chino su di lei. Sono corso a chiamare il medico di famiglia e, dopo che questi ha constatato il decesso, ho provveduto a telefonare al commissariato. E’ tutto”.

Tucci non era soddisfatto: “Ancora una domanda, se permette. Ha detto che è stato servito thè in due tazze e biscotti. Tuttavia, sul tavolino nel salone è presente un solo recipiente. Come se lo spiega?”

Dupareil parve tentennare: “Davvero non saprei. Ho controllato personalmente che le richieste della signora fossero state correttamente eseguite”.

Terminato l’interrogatorio del maggiordomo, Richard chiese agli altri inservienti la loro versione della storia. Tutti confermarono, a grandi linee, quanto affermato da Edgar, eccezion fatta per il personale di cucina, che non si era mai allontanato dal posto di lavoro, se non in occasione della scoperta del cadavere. Tuttavia, trattandosi di due persone particolarmente anziane, Richard li escluse immediatamente dalla lista dei possibili sospetti. Infine, come ultimo compito, si diressero nella zona notte dell’appartamento. Percorsero un lungo corridoio, preceduti da Eloise, fino a trovarsi di fronte a una porta di quercia finemente intarsiata. La ragazza bussò e una flebile voce rispose di entrare. Seduto sul letto c’era un uomo. Aveva i capelli neri scompigliati e lo sguardo perso nel vuoto. La camicia bianca, fuori dai pantaloni, era completamente macchiata di sangue. Muoveva ritmicamente le gambe, che penzolavano nel vuoto dal bordo del materasso, mettendo in evidenza una statura modesta. Richard si schiarì la voce, per attirare l’attenzione su di sé, cercando di approcciare la questione con delicatezza: “Condoglianze, signor Liseux. Purtroppo, vista la situazione, sono costretto a chiederle di sua moglie. Mi racconti dell’ultimo periodo trascorso con lei”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Maria Muto
Sono un avvocato, cresciuto a pane e Agata Christie, Perry Mason, Jessica Fletcher.
Esercito la professione da anni, conciliandola con il ruolo di mamma e di moglie.
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