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Cronache dell’Equilibrio – Libro II di II

Mikael, il Mietitore

Cronache dell'Equilibrio - Libro II
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Dopo un duro addestramento nella città-tempio di Castrum, Mikael – giovane Demone ribellatosi al Signore della Furia – è infine diventato membro dei Custodi dell’Equilibrio, l’Ordine di maghi-guerrieri alla guida della resistenza dei popoli liberi: è l’ora della prova finale, il momento di applicare quanto duramente appreso. Insieme ai suoi nuovi amici e maestri, e alla guida delle forze congiunte di Castrum, dovrà quindi affrontare l’Esercito Oscuro, che avanza inarrestabile alla conquista del mondo. Tra amori e battaglie, assedi ed enigmi, duelli e magie, Mikael darà così compimento al suo percorso di crescita, fino ad arriverà allo scontro finale con il più terribile dei nemici, nella decisiva lotta per l’armonia dell’universo.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro nasce da due domande: se avessi un figlio, cosa vorrei trasmettergli per aiutarlo a realizzare la vita che desidera? E come posso rendere il tutto divertente e facilmente assimilabile? Ho quindi inserito un contenuto formativo “serio” – attinto da vari autori e discipline (Buddha, Gesú, Lao Tsu, PNL, filosofia, coaching, psicologia, strategia, ecc.) – in un contenitore “lieve”, quale quello, magico ed epico, del genere fantasy: perché il più grande dei poteri è nella nostra mente.

ANTEPRIMA NON EDITATA

II suo nome era Signore della Furia.

Così almeno era noto alle genti. In realtà, si chiamava Lenatas: un nome ormai dimenticato, condannato al disuso da quell’appellativo ben più terribile; un nome – Lenatas – che riportava a un tempo remoto, un tempo in cui egli era un Arcimessaggero, il più bello e compianto da Dio dopo la sua ribellione, dopo quel giorno funesto.

Il Giorno della Caduta.

Era passato molto tempo da allora, dalle radici della vita sulla Terra.

Ora, il Signore della Furia giaceva meditabondo sul suo trono, avvolto, come in un sudario, in un mantello nero come la più oscura delle notti.

Egli era il male.

Il male assoluto.

Nessuna parvenza di bontà sembrava albergare più nel suo cuore: un coacervo di ira, malvagità e spietatezza. Come il suo cuore era ormai immerso nel pozzo più buio del male, così egli amava ammantarsi di tenebra. Rifuggiva la luce e il sole. Si rendeva indistinguibile così che nessuno potesse inquadrarlo, leggergli dentro: era come cercare di vedere il fondo di un buco nero. Le ombre convergevano in lui, come catturate da un gorgo invisibile e ineluttabile. Egli era insondabile, una miscela mortale d’inganno e astuzia. Niente di lui era visibile, se non i suoi occhi.

Terribili.

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Pozze maligne e penetranti dai bagliori scarlatti che nessuno, foss’egli Umano o Demone, riusciva a sostenere. La sua persona emanava un’oscura aura diabolica, simile a fumo nero e tossico che si disperdeva nell’aria disegnando volute sinuose: era come se, al suo interno, qualcosa stesse perennemente bruciando; forse il suo stesso cuore, consumato da un’ira implacabile.

Chissà quali malvagi pensieri albergavano nella sua mente, quali oscuri piani stava tramando, quando innanzi a lui si parò il messaggero. Subito, un bagliore improvviso di vita percorse gli occhi del Signore della Furia e un’ombra, come fosse un arto, si prolungò dalla sua figura circondando il messaggero; questi, sudando e tremando vistosamente, cercava di essere a suo agio, così, accarezzato dal male che gli lambiva l’anima.

«Sig … Signore, porto nu … nuove no … notizie».

Solo quelle poche parole richiedevano un coraggio indescrivibile se pronunciate alla presenza di una tale persona, o meglio, entità.

«Sto aspettando».

Una voce cavernosa, maligna e antica, percosse il povero messaggero, un Goblin sparuto e secco, dalle lunghe orecchie e il naso adunco. Il timore di spazientire il Signore della Furia fu più forte della paura di stargli innanzi, e il messaggero ritrovò un po’ di sicurezza. Schiaritosi la voce, disse: «Sì è mosso, signore. Sono partiti ieri diretti a Vargas».

Nessuna reazione seguì. Solo un silenzio assordante.

E proprio allora, in preda all’ansia acuita da quel sordo ghiaccio, il messaggero commise un terribile errore.

«Signore, posso and …»

«CHI TI HA DETTO DI PARLARE, PICCOLO SGORBIO?»

Fu peggio di un maglio. Un vento impetuoso, una potenza invisibile, colpì il Goblin violentemente, scaraventandolo lontano dal Signore della Furia e dalla sua vista schiacciante, nelle viscere del buio più profondo. Del messaggero rimase solo l’eco di un urlo sgraziato di dolore.

Quando anche quel suono si spense, le tenebre ripresero a convergere verso il loro sovrano. L’aurea oscura cominciò a contorcersi lentamente. Una mente maligna, un intelletto acuto e straordinario si era messo in moto.

Perché il male è tutto, tranne che stupido.

In quel covo d’ombra, con la pazienza di chi dispone di ben più di una vita umana e mortale, il Signore della Furia rimase a meditare.

Il frutto più fecondo del male.

Pensieri di tenebra.

II

L’ASSEDIO DI VARGAS

Un’orda selvaggia e infinita.

Così era parsa agli abitanti di Vargas l’armata dell’Esercito Oscuro giunta per distruggerli. Da mesi non arrivavano più notizie dalle terre a est. Nessuno sapeva cosa stesse succedendo, quali sarebbero state le prossime città attaccate né dove fosse il nemico. Una cortina insondabile di dubbio lacerante e paura profonda.

Poi, all’improvviso, una caligine grigia e opprimente si era abbattuta sulla città, nascondendo il sole, che di lì in avanti sembrò non sorgere più. Dall’orizzonte d’oriente, a un tratto, sembrava calare la notte: una linea continua e indistinta; una marea in arrivo. E a mano a mano, la linea cresceva, e aumentava, e si avvicinava, inesorabile e minacciosa. Suoni selvaggi iniziarono a giungere agli abitanti della città, portati dal vento. Suoni gutturali di odio e guerra. Prima venne il terrore: appena si sparse la voce dell’avvistamento nemico, tutti fuggirono senza sapere dove andare, totalmente in preda al panico. Le donne abbracciavano i figli piangendo, come se in quel modo avessero potuto proteggerli; mentre gli uomini impugnavano fiaccamente le armi e nascondevano gli averi. La seconda reazione fu un riflesso naturale: l’automatica tendenza a reagire ad un attacco rinchiudendosi entro luoghi fortificati.  Erano stati subito richiamati tutti i cittadini all’esterno delle mura, con animali e viveri. Tutto ciò che veniva trovato, purché commestibile, veniva trasportato nei magazzini della città, in previsione di un assedio lungo e terribile. Le mura erano alte e solide, ma nessuno si faceva troppe illusioni e l’istinto di sopravvivenza prevaleva su tutto.

Nel marasma generale, in via del tutto spontanea, a capo della difesa fu nominato Mastro Farlen: un fabbro alto e robusto, capelli corti e sguardo diretto. Aveva solo trent’anni, ma era l’uomo con più esperienza militare, anche se non nel campo della poliorcetica, il ché rendeva bene l’idea della preparazione generale dei difensori. La scelta fu tuttavia saggia perché, sebbene molto giovane per quel ruolo, Farlen era sveglio e, soprattutto, aveva il carisma necessario per sostenere gli abitanti.

Ci volle, però, del tempo prima che la città si riprendesse dalla visione dell’armata nemica in avvicinamento. Non c’era alcun ordine nell’avanzata. L’Esercito Oscuro era composto di Orchi, Goblin, Elfi Oscuri, Gnomi e Umani asserviti dall’incantesimo del male, oltre ad altre mostruosità uscite dai più oscuri inferi, intrichi maligni di peli e zanne. I corpi giganteschi degli Orchi erano quasi nudi, coperti solo da accozzaglie di metallo e da pelli animali che li rendevano irsuti come fiere. I volti rincagnati erano dipinti per la guerra secondo le loro usanze tribali. Non portavano scudi, ma solo mazze, asce e grossi spadoni arrugginiti e ammaccati. I loro capi erano riconoscibili per gli elmi, sovrastati da orrendi cimieri, d’ossa e ferro. I Goblin si contraddistinguevano dagli Orchi per le minori dimensioni. Avevano teste allungate e deformate a causa dell’uso di fasciare strettamente il cranio dei nuovi nati, e i volti erano sfigurati da profonde cicatrici: sin dai primi anni, infatti, dovevano abituarsi al dolore e dimostrare la loro virilità. Sia gli Orchi che i Goblin avevano grossi nasi adunchi e denti aguzzi. La pelle, di colore verde o grigia a seconda della tribù di appartenenza, era ruvida e coriacea. Gli Elfi Oscuri, invece, oltre ad essere più disciplinati, erano equipaggiati con lunghe cotte di maglia brunite, alti elmi conici e lunghe picche, addobbate con teschi e drappi neri. Gli Umani, plagiati dal male, vestivano di stracci e avevano gli occhi spenti e iniettati di sangue.  Accanto a loro, gli Gnomi si distinguevano per gli strambi cappelli a punta e per i grandi nasi: bubboni purulenti su facce rugose. Tutte quelle razze obbedivano ai lamentosi squilli di alte trombe metalliche, rilucenti tra quelle orde di guerrieri selvaggi, alieni e spaventosi, la cui sola vista bastava a destare spavento e terrore indicibili negli animi dei difensori di Vargas. Correndo come invasati verso la città, si riversavano nella piana come un fiume in piena, senza un fronte continuo e senza alcun controllo. Grugniti selvaggi ed urla gutturali si alzavano da quella distesa in armi, pervasa da odio profondo e sete di sangue.

Un’orda che presto, però, rivelò anche una certa organizzazione. Giunto in prossimità delle mura, l’Esercito Oscuro si lanciò subito all’attacco. Prima vennero i “gatti” e i plutei: grandi scudi su ruote, dietro ai quali i nemici, sfidando il tiro degli assediati, avanzavano per spianare il terreno e colmare il fossato che li divideva dalla città. Le frecce dei difensori venivano lanciate dagli spalti, ma molte si conficcavano nel legno delle protezioni avversarie con tonfi sordi, mentre solo una minima parte andava a segno; quasi indisturbati, gli attaccanti iniziarono quindi a riempire il fossato con terra, fascine, pali e tutto ciò che trovavano per rendere accessibili le mura alle macchine di assedio.

E mancava ormai poco al completo riempimento del fossato difensivo, quando l’Esercito Oscuto interruppe l’attacco. Era ormai notte fonda e i difensori erano già estremamente provati da quel primo giorno di combattimento. Dopo aver dato disposizioni per risparmiare le frecce e lanciare solo a colpo sicuro, Farlen organizzò la guardia e mandò a riposare gli altri. Quindi si affacciò dalla merlatura per controllare l’attività del nemico, e quel che vide lo terrorizzò: il buio totale, senza alcuna luce. Non erano stati accessi né falò per i bivacchi né torce. Un’oscurità insondabile regnava nei dintorni della città e ai piedi della cinta muraria. Un manto nero, come il mare in una notte priva di luna, indefinito, impenetrabile.

Paralizzante.

Il giorno successivo, la città venne svegliata da un barbaro urlo di sfida. Schiumante di rabbia selvaggia, l’orda nemica già attendeva l’ordine di attacco, sbraitando con le armi al cielo.

Poi, d’improvviso la marea si aprì, lasciando intravedere una figura a cavallo che avanzava verso la città.  Era un Demone, il comandante di quell’accozzaglia disumana, e non era un cavallo quel che montava, ma una sorta di rinoceronte furente. Il Demone era avvolto in un mantello nero, il cui cappuccio gli nascondeva parzialmente il volto. Aveva la pelle verde e squamosa, e occhi gialli da serpente, con pupille nere simili a falci. I denti aguzzi disegnavano sul muso anfibio del mostro un ghigno feroce, e il mantello che lo avvolgeva era assicurato sul petto con due grosse borchie, dalle quali pendevano pesanti catene di ferro. Nella mano artigliata, il Demone reggeva un’enorme scimitarra dalla lama biforcuta. Brandendo l’arma, il mostro avanzò nel terreno di nessuno, tra l’esercito e le mura della città, sempre con lo stesso ghigno beffardo, finché lo scalpitante rinoceronte che cavalcava non si fermò digrignando.

I difensori erano paralizzati dal terrore.

Contrariamente agli ordini di Farlen, un soldato, tremando in preda al panico, lanciò una prima freccia. Immediatamente altri compagni, altrettanto spaventati, lo imitarono, finché l’intero settore delle mura si ritrovò a lanciare proiettili contro il Demone. Farlen cercò di bloccarli, ma gli uomini erano tnel panico assoluto: lanciare era l’unico modo per sfogare il terrore che attanagliava i loro cuori; terrore che, però, crebbe ancor di più quando si accorsero che tutti quei colpi erano stati sprecati. Prorompendo in una risata maligna, il Demone innalzò infatti, dinanzi a sé, un’alta barriera di energia violacea che respinse ogni freccia: alcune si spezzarono; altre addirittura rimbalzarono, colpendo coloro che le avevano lanciate. Cessato il tiro, la barriera protettiva si dileguò e la risata del Demone colpì i difensori in tutta la sua ineluttabilità. Quando si spense, il mostro calò la sua scimitarra e, a quel segnale, l’Esercito Oscuro si lanciò nuovamente all’attacco.

Inziò così un nuovo, terribile giorno d’assedio. Nella mattinata, gli attaccanti terminarono di colmare il fossato che li separava dalle mura e spianarono il terreno. Nel pomeriggio, giunse quindi l’ora della prima testuggine. Al di sotto di una sorta di capannone in legno, coperto di pelli e ferro, avanzava, trasportato da Orchi nerboruti, un enorme ariete: un’immensa trave dalla testa ferrata atta a sfondare le porte della città. Il tetto spiovente e ignifugo della struttura faceva scivolare i proiettili e il materiale incendiario che i difensori lanciavano dall’alto, proteggendo gli attaccanti. Apparvero poi altre testuggini, al riparo delle quali i minatori nemici avanzavano incolumi per scalzare le fondamenta delle mura con i propri attrezzi. E prima della fine degli scontri, l’Esercito Oscuro mise in campo anche le sue terribili elepoli. Uno spettacolo spaventoso: giganti in legno che avanzavano, lentamente e inesorabilmente, verso la città; torri gigantesche su ruote, spinte all’interno da Goblin e Umani frustati a sangue. Di altezza superiore alle mura della città e protette contro il fuoco da pelli e terra, le grandi strutture lignee erano munite di ponti volanti che consentivano di riversarsi sui difensori e di dominare gli spalti con il vantaggio dell’attacco dall’alto. Quando le torri vennero accostate, iniziò quindi l’attacco alla cinta muraria. Difesi solo da rotelle con umboni, i Goblin, pronti ad azzannare e ferire con coltellacci arrugginiti, venivano crudelmente lanciati dall’alto delle elepoli sui difensori, i quali, contro quella furia ferina e suicida, si proteggevano come meglio potevano. Intanto, gli Elfi Oscuri, protetti dalle loro maglie di ferro e dagli elmi con crini corvini, compivano la loro danza di morte sui merli, saltando qua e là come caprioli, grazie alla loro incredibile agilità. A mille a mille, inoltre, gli assalitori si inerpicavano sulle scale mobili accostate alle mura. Dagli spalti, le scale venivano allontanate con pali a forchetta, e sugli assalitori venivano lanciati acqua e olio bollenti, sassi, frecce, sabbia cocente e ogni altro materiale infiammabile, ma per ogni aggressore che precipitava nel vuoto, altri mille ne venivano su. Lungo tutta la cinta muraria, poi, le enormi sambuche a contrappeso sollevavano centinaia di Goblin sbraitanti fino all’altezza della merlatura. Il nemico non dava tregua e attaccava contemporaneamente sia dall’alto che dal basso. Alla base della cinta, infatti, mentre le elepoli distraevano i difensori sugli spalti, i minatori e gli zappatori cercavano di aprire gallerie sotterranee per penetrare in città o minare le fondamenta delle mura. A differenza del giorno precedente, poi, gli attacchi proseguirono anche di notte, senza alcuna tregua per i difensori.

Il terzo giorno, l’Esercito Oscuro terminò la costruzione degli strumenti d’assedio, e le mura furono quindi prese di mira dalle micidiali macchine da getto carreggiabili: catapulte, onagri e balliste. Mediante fasci di fibre elastiche sotto torsione, dardi e sassi venivano lanciati con un tal frastuono da parere diavoli in corsa. C’erano poi le macchine a bilanciere, come trabucchi e mangani, in grado di scagliare immensi blocchi di pietra. Sugli spalti, i difensori si riparavano da quei terribili proiettili cercando di rispondere con il lancio di pietre e botti incendiarie, confezionate con pece e grasso. Ma, sotto la tempesta delle macchine nemiche, le abitazioni all’interno della città venivano abbattute, le merlature andavano in pezzi, e chi si trovava sul cammino di ronda cadeva dalle mura, si ritirava insanguinato o veniva colpito a morte. La spossatezza stava avendo il sopravvento. I nemici sembravano non terminare mai, mentre per ogni difensore caduto sembrava di perdere un intero manipolo. Gli attacchi si susseguirono così, senza tregua, giorno dopo giorno; e ogni inizio di giornata, il Demone-rettile a capo dell’Esercito Oscuro lanciava la sua sfida alla città, terrorizzandone gli abitanti. Le macchine da lancio avversarie riversavano colpi sulle mura anche di notte, in un getto continuo che non lasciava riposare i difensori. Poi iniziò anche il lancio di proiettili incendiari, nella speranza di colpire case e magazzini, e dar così fuoco all’intera città; e ad ogni fuoco appiccato, preziose risorse dovevano essere distolte dagli spalti per accorrere con i secchi d’acqua, che iniziava a scarseggiare.

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Michele Cirillo
Nato a Milano nel 1981, avvocato specializzato in diritto dell'energia, degli appalti, dell’arte e dell'ambiente, ma da sempre con la passione per la letteratura, le arti marziali, la strategia, la filosofia orientale, la poesia, il coaching, la psicologia, e tanto altro; tutti elementi confluiti nei due libri de “Il Signore della Furia” e “Mikael, il Mietitore”, i quali, concepiti come lo yin e lo yang del Tao, vanno a comporre l’intero ciclo dell’avvincente saga “Cronache dell’Equilibrio”: un innovativo romanzo fantasy di crescita personale; un libro che, giocando con la fantasia, vuole essere un aiuto per tutti coloro che desiderano sviluppare se stessi e dare un contributo al mondo.
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