Aisha camminava pensierosa nel piccolo spiazzo di terra appena fuori casa, delimitato da un lato dai campi di arachidi e dall’altro dalla strada di terra battuta. Il cielo era velato da uno strato di nuvole grigiastre, e gli insetti, eccitati dal presagio di un imminente temporale, le saltellavano su ogni lembo di pelle scoperta.
Suo padre discuteva animatamente con un uomo, agitando le braccia sull’uscio di casa. Mentre Aisha lo osservava, una palla le sfiorò la testa.
«Cosa fai? Non la prendi?» le rimproverò l’amica a qualche metro di distanza.
Aisha raccolse la palla con entrambe le mani, si avvicinò e la guardò dall’alto; avevano compiuto sei anni nello stesso mese, ma Aisha sembrava la sorella maggiore. «Ora non posso giocare», rispose con un tono preoccupato, e si avviò verso il genitore.
«Il furgone è buono, non mi ha mai dato problemi», lo sentì dire.
«È vecchio, più di questo non posso darti», ribatté l’uomo con cui stava parlando.
Aido si tolse il berretto e giunse le mani. «Ti prego, ho bisogno dei soldi per curare mia moglie.»
L’uomo con fare irritato, tirò un rotolo di banconote dalla tasca, ne contò alcune e gliele consegnò.
«È la metà di quello che ti ho chiesto», disse Aido.
«È il doppio di quello che vale», replicò l’uomo, e fece cenno a un giovane poco distante che, con rapidità, salì sul mezzo e lo portò via.
Aido fissava inerte la scena quando si accorse della figlia. «Cosa ci fai qui? Perché non sei a giocare?» le disse con tono fermo.
«I soldi servono per fare stare bene la mamma?» gli chiese lei.
«Si. Le cure sono costose», replicò il padre.
Il cuore di Aisha si riempì di gioia e, come un furetto, corse a casa.
La madre era stesa di fianco sul pagliericcio, il suo respiro pesante riempiva tutto l’ambiente.
«Mamma come sta la tua pancia?»
Chukwu si girò verso di lei e fece una smorfia di dolore che celò dietro un sorriso. «Bene tesoro mio.»
«Oggi uno sciamano ti guarirà.»
«Non aspetto altro» disse la madre, prima di girarsi dall’altro lato.
Aisha si sdraiò accanto e restò immobile fino quando Aido entrò in casa.
«È arrivato, lasciaci soli», annunciò.
«Ma io voglio restare insieme alla mamma», ribatté Aisha.
«Dai, gioca con me», insistette.
«Non voglio», ribatté Aisha.
Il sorriso scomparve dal viso dell’amica. «Ci vediamo un’altra volta», le disse, fermando la corsa e allontanandosi.
Aisha si sedette su uno spuntone di pietra che usciva dal terreno. Non le interessava giocare, voleva solo stare vicino alla sua mamma.
Restò seduta per un tempo che le sembrò interminabile. Di tanto in tanto si avvicinava all’uscio di casa e aguzzava le orecchie, ma nessun rumore proveniva dall’interno.
La porta si aprì che aveva già perso le speranze da un pezzo. Aido consegnò delle banconote allo sciamano e lo salutò con rispetto. Lei si catapultò dalla madre senza fare caso ai due uomini.
«Sei guarita?»
La madre sorrise e le fece una carezza sulla testa. «Sto molto meglio.»
«Ora puoi giocare con me?»
«Tra un po’, ora ho bisogno di riposare. Non sei fuori a giocare con Salimah?»
Aisha scosse la testa. «Non ho voglia di giocare ora, voglio stare da sola.»
Chukwu passò la lingua nella bocca impastata per cercare di racimolare qualche goccia di saliva e, con un filo di voce, le disse: «Tesoro avvicinati che devo raccontarti una storia.»
2008
Jacopo, con la schiena ritta sul sedile posteriore, annodava un ricciolo con l’indice destro e si scorticava la cuticola del pollice sinistro.
La madre, Francesca, girò il collo verso di lui e notò la sua agitazione. «Non c’è motivo di essere nervoso, ti troverai bene.»
«Non sono nervoso», rispose secco Jacopo.
«Certo, e se tuo padre si sforzasse ad andare più piano, forse arriveremo interi», continuò Francesca con ironia e una punta di preoccupazione.
«Francesca, Haju primura», ribatté lui.
«Il tuo appuntamento è fra più di un’ora!» gli disse lei.
Diego mantenne gli occhi sulla strada senza rispondere. A Jacopo la velocità piaceva, e di solito era lui a chiedere al padre di accelerare, ma quel giorno non disse niente. Era sovrappensiero per ciò che lo aspettava.
L’iscrizione al gruppo Agesci “Baden Powell 1980” era stata un’idea della madre. Secondo lei stava chiuso troppo tempo in camera davanti alla console. Francesca, aveva ben pensato di comunicargli la decisione il giorno del suo ottavo compleanno; l’età minima per far parte dell’associazione. Jacopo aveva provato a ribellarsi, ma le sue proteste non erano state ascoltate dalla genitrice.
Era a disagio. Cosa andava a fare? Non conosceva nessuno e non voleva vestirsi come uno stupido per cantare e ballare in mezzo ai boschi. Questo gli avevano raccontato degli scout.
Parcheggiarono nei pressi della sede. Con timore scese dall’auto e, scortato dai genitori, raggiunse il gruppo di persone che attendeva all’esterno del portone.
Francesca si staccò da loro e andò a parlare una donna che stava in disparte. Jacopo si sentiva un pesce fuor d’acqua. Si girò verso Diego per avere conforto, ma suo padre era con la mente altrove.
L’imbarazzo proseguì quando sua madre tornò in compagnia di due donne con i figli al seguito.
«Loro sono Matteo e Carlo», disse presentandoli al figlio.
Jacopo li salutò, impacciato. Diego fece un cenno distratto con la mano, poi, con un movimento sgraziato, si girò verso una delle due donne e la fissò.
«Lei è Giovanna la moglie del dottore Giorgio, è stata lei a dirmi degli scout mentre eravamo dal parrucchiere», disse Francesca entusiasta, «lei invece…»
«Carmen Lombardi» la interruppe Diego, come se parlassero di una persona nota.
Non ebbero il tempo di dire altro: dalla sede uscirono tre capi scout in uniforme. Diego si intrattenne per qualche minuto con uno dei responsabili, poi diede un bacio a moglie e figlio e si precipitò in auto.
«Perché papà guardava la mamma di Matteo?»
Francesca storse il labbro. «Gli ha ricordato qualcuno.»
«Chi?» insistette Jacopo.
«Suo fratello», rispose lei.
Jacopo stava per fare un’altra domanda ma Francesca lo anticipò. «Non è una questione che ti riguarda. Sono cose di papà. Discorso chiuso. Piuttosto vedi che Carlo ha qualche difficoltà nel farsi degli amici. Mi aspetto che lo aiuterai.»
2012
«La palla arriva a Ronaldo. Il portoghese la protegge allargando le braccia, si libera del difensore e pennella un cross in area. Muhammad Jassim la stoppa di petto, si gira, e con un tiro magistrale la manda sotto il sette.»
Muhammad tirò il pallone fra le due sedie, poi allargò le braccia ed esultò per la stanza. Corse ad abbracciare il “pubblico”: i due fratellini seduti sul divano. I festeggiamenti furono bloccati in maniera brusca dalla voce della madre. «Muhammad, quante volte ti ho detto che non si gioca in casa?»
«Mamma era solo un tiro.»
«Preparati che appena torna tuo padre dobbiamo uscire.»
«Dove andiamo?»
«Kareem ha un pacco di cibo per noi.»
«Speriamo ci sia la cioccolata.»
«Ringraziamo Allah che ci sono persone buone che trovano da mangiare in questi periodi difficili.»
«Mamma quando finirà la guerra?»
«Non lo so… spero presto.»
La discussione venne interrotta dal rumore dalla serratura del portone d’ingresso.
«Papà», urlarono in coro i gemellini, che scesero dal divano con movimenti impacciati e gli corsero incontro.
Era raro che Hassan tornasse nel mezzo della settimana. Il lavoro e il conflitto in corso lo costringevano a passare lunghi periodi lontano da casa.
Muhammad attese che l’entusiasmo dei fratelli si placasse, poi si avvicinò con il pallone sottobraccio. Provò una gioia indescrivibile nel vedere il padre sorridente, con un sacchetto in mano.
Hassan lasciò i piccoli e l’abbracciò. «È bello vederti.»
«Anche per me papà, ma mi stai facendo male.»
«Scusami Muhammad, è che…»
«La boxe, lo so», disse Muhammad.
Hassan scoppiò a ridere e mollò la presa. «Non è colpa mia se sono un pugile. Guarda che muscoli», gli disse mentre metteva in mostra il bicipite.
«Si, si vede anche dalla tua faccia che facevi boxe», ribatté Muhammad mentre gli toccava il naso ammaccato con la punta dell’indice.
Hassan si fece serio. «Ti sei comportato bene in mia assenza?»
«Si papà.»
«Hai aiutato mamma ad accudire i tuoi fratelli e con le faccende di casa?»
«Certo, papà», rispose con tono sicuro.
Hassan gli passò la busta. «Allora ti sei meritato un regalo.»
Muhammad gliela strappò dalle mani, e ficcò la testa dentro. «Woow, merendine al cioccolato. Come hai fatto ad averle?»
«Il professore è generoso.»
Amal si intromise, guardò il marito e disse: «Ringrazialo da parte mia», poi si rivolse al figlio. «Kareem ci aspetta.»
«Fammene mangiare una», protestò Muhammad.
«Al nostro rientro», rispose perentoria Amal. Si coprì il capo con il velo, diede un bacio al marito, e scomparve dalla porta.
Muhammad la seguì a testa bassa. Passò accanto al padre, che strinse il pacco con entrambe le braccia. «Prometto che le custodirò a costo della vita.»
Il figlio sorrise e uscì.
Nel quartiere di Aleppo in cui vivevano, lo scontro tra i ribelli e l’esercito regolare li aveva solo sfiorati. Anche se le raffiche di proiettili e i rumori delle esplosioni si avvicinavano di giorno in giorno, per le strade sfilavano carrettini di fortuna con la merce più disparata, dagli alimentari alla biancheria intima. Le scuole, trasferite in edifici sicuri, erano aperte diversi giorni a settimana, e gli ospedali, per quanto sovraccaricati e in carenza di forniture, garantivano buona parte dei servizi essenziali. La sofferenza era tanta. Molti avevano salutato figli, mariti e padri senza sapere se li avrebbero più rivisti, ma, nonostante la paura costante e le difficoltà, gli abitanti avevano reagito e si erano organizzati cercando di fare una vita più normale possibile…
«Muhammad, Cos’hai?» gli chiese Kareem.
«Niente.»
«Sono sicuro che il tuo cattivo umore passerà», continuò Kareem, e dal carrettino tirò fuori i suoi biscotti al cioccolato preferiti e glieli consegnò.
Muhammad restò senza parole. «Ma come…?» iniziò a dire, ma fu interrotto dalle sirene antiaeree.
«Dovete scappare», disse Kareem.
«E tu?» gli chiese Muhammad.
«Andate al rifugio», urlò l’uomo indicandone la direzione. Amal voleva obiettare ma Kareem la spinse via con entrambe le mani.
Nel caos, corsero verso il rifugio più vicino. In un battito di ciglia, la strada che una volta era viva diventò desolata. Muhammad era a un metro dall’ingresso quando il suono penetrante della sirena fu sovrastato da uno stormo di jet supersonici. Il rumore assordante saturò la sua mente, e lui si immobilizzò, con le mani alle orecchie. Amal lo tirò con forza ed entrarono per ultimi, appena prima che la porta venisse chiusa. Con le pareti che tremavano, restarono accucciati in un semiinterrato insieme ad altre decine di persone. Muhammad attese che le esplosioni cessassero e scostò le mani dalle orecchie. «È finito?» chiese alla madre.
Lei lo accarezzò. «Penso di si.»
«Andiamo a casa», disse preoccupato.
Amal scosse la testa. «Dobbiamo avere il via libera per uscire.»
Lui fece un cenno, ma non era convinto. Aspettò che la madre si distrasse e, con un balzo, si alzò. Non le diede il tempo di reagire: aprì la porta e uscì.
Si ritrovò in strada, in un clima completamente diverso rispetto a poco prima. Le urla dei commercianti, intenti a vedere la loro mercanzia, erano state sostituite dalle grida di disperazione, e il profumo di cibo dalla puzza di bruciato. Passò dalla via in cui avevano visto per l’ultima volta Kareem: il suo carretto era stato travolto dalle macerie di una casa e, a prima vista, lui non c’era. Si convinse che era riuscito a salvarsi ed evitò di avvicinarsi per indagare. Accelerò il passo. Le sirene dei mezzi di soccorso si facevano sempre più numerose e, nei palazzi colpiti dai bombardamenti, la gente scavava a mani nude per cercare i dispersi. Muhammad abbassò la testa e aumentò ancora di più l’andatura: doveva accertarsi che il padre e i fratelli stessero bene. Ringraziò Allah quando in lontananza intravide il palazzo in cui viveva: era intatto.
Iniziò a correre, era madido di sudore.
Si fermò a un incrocio per fare passare le ambulanze e riprese fiato. Oltre la strada, c’era casa sua. Controllò a destra e sinistra, poi spostò il piede dal marciapiede all’asfalto.
Un fischio impregnò l’aria.
Alzò la testa di colpo.
Un boato.
Il fuoco.
Il fumo.
La casa che si sgretolava.
L’onda di polvere che lo travolse.
E il buio.
2013
David passò vicino al camino spento e accarezzò le foto sulla mensola. In meno di un metro si trovava il riassunto della sua vita: l’immagine di quando era appena nato, quella sul triciclo, quella in cui trionfava sulle spalle del padre in uno dei pochi compleanni in cui aveva partecipato, il primo giorno di scuola, l’adolescenza con l’acne al liceo e, infine, la laurea, avvenuta dieci anni dopo. Prese in mano la foto più recente, scattata meno di due anni prima; in quello scatto, suo padre sembrava un altro: era rubizzo in viso e assumeva una postura vigorosa da militare.
La voce della madre lo fece tornare nel presente: «La cena è pronta.»
«Arrivo», rispose.
Si accomodò al suo posto, immerse il cucchiaio nella zuppa e lo portò in bocca. «Deliziosa», commentò, mentre passava la lingua sugli incisivi per assaporarne il gusto.
«Cosa devi dirci?» domandò il padre.
«Mi ha chiamato Paolo: abbiamo il via libera per la Libia», rispose David.
La madre si immobilizzò. «Di già?»
«Si, l’iter è stato stranamente veloce», replicò.
«E quando partirai?» chiese il padre, mentre si versava l’acqua.
David notò il tremore della sua mano, ma fece finta di nulla. «Fra dieci giorni scenderemo per un sopralluogo; la speranza è essere operativi entro un paio di mesi.»
La madre raccolse il piatto e lo lanciò nel lavandino. «Io così non ce la faccio, non posso sopportare che ve ne andate entrambi», disse, prima di dirigersi verso la camera senza aggiungere altro.
David sgranò gli occhi: cosa voleva dire? Suo padre aveva già superato l’età pensionabile e, dopo una vita trascorsa come reporter di guerra in giro per il mondo, poteva finalmente stare a casa a passare del tempo con la madre.
Michele raschiò gli ultimi residui di zuppa dal piatto e leccò il cucchiaio. «Avevi ragione, è deliziosa», disse. Poi si alzò, scomparve nel corridoio e tornò con una palla da pallamano. «Andiamo a fare due tiri.»
Uscirono in giardino. Michele fu il primo a lanciare la palla, che David bloccò con una mano. «Era proprio necessario venire fuori con questo freddo?»
«La pallamano è uno…»
«Sport minore per gente superiore», ribatté David.
«Esatto, ci aiuta ad affrontare meglio le discussioni», aggiunse il padre.
«Papà, cos’è questa storia?»
«Si è aperta una possibilità a cui non potevo dire di no.»
«Hai mai detto di no al lavoro?»
«Ultimamente, più volte di quanto tu possa immaginare.»
David parlò senza avere necessità di pensare: «La Siria?» e lanciò la palla.
Michele fece un cenno affermativo con la testa. «Non posso poltrire come un vecchio mentre mio figlio salva vite e poi, se ci pensi, è l’epilogo perfetto.»
David si fermò un attimo. La carriera di suo padre si era sviluppata perlopiù in Medio Oriente: il primo incarico era stato durante la “prima Intifada” palestinese, nel 1987; successivamente, era stato inviato nella guerra del golfo e in tutti gli altri conflitti della zona. Era talmente legato a quella terra che, nel 2009, aveva coinvolto anche lui in un viaggio in cui erano andati a trovare un famoso archeologo siriano, suo intimo amico. Era stata la prima e unica volta in cui erano stati solo loro due.
Provò una forte nostalgia e, allo stesso tempo, un senso di abbandono che conosceva bene. «Immagino non ci sia nulla che possa farti desistere.»
«È il mio lavoro, non so fare altro.»
Giuliana Musolino (proprietario verificato)
Da quanto letto sembrano storie coinvolgenti che offrono spunti di riflessione profondi e attuali. Non vedo l’ora di riceverlo.
Giuseppe Labate (proprietario verificato)
Ho letto quanto messo a disposizione sul sito e preordinato il libro.
Dalla sinossi Cruento sembra un romanzo corale che prova a tenere insieme guerra, migrazione e compromesso morale, mettendo i personaggi davanti a scelte senza alternative pulite.
Non una lettura leggera, ma una proposta chiara per chi cerca storie che non semplificano e che sanno mettere a disagio.