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Aisha, cresciuta in un piccolo villaggio della Nigeria, è una ragazzina quando perde l’innocenza e tutti i suoi sogni vanno in frantumi su una polverosa strada che attraversa il deserto.

Muhammad vive con la madre tra le macerie di Aleppo, mettendosi continuamente in pericolo per raccogliere i soldi necessari ad affrontare il lungo viaggio verso la libertà.

David, responsabile della ONG Medici di guerra, è stanziato in Libia, dove ovunque posi lo sguardo vede solo una sofferenza senza fine.

Jacopo, giovane palermitano, vive all’ombra del padre impresario edile, un uomo gretto e inaffidabile e dalle losche frequentazioni.

Quattro vite che scorrono parallele fino al giorno in cui il Mediterraneo farà incrociare i loro destini.

Prologo

2005

Nigeria

Aisha camminava pensierosa nel piccolo spiazzo di terra appena fuori casa, delimitato da un lato dai campi di arachidi e dall’altro dalla strada di terra battuta. Il cielo era velato da uno strato di nuvole grigiastre, e gli insetti, eccitati dal presagio di un imminente temporale, le saltellavano su ogni lembo di pelle scoperta.

Suo padre discuteva animatamente con un uomo, agitando le braccia sull’uscio di casa. Mentre Aisha lo osservava, una palla le sfiorò la testa.

«Cosa fai? Non la prendi?» le rimproverò l’amica, a qualche metro di distanza.

Aisha raccolse la palla con entrambe le mani, si avvicinò e la guardò dall’alto; avevano compiuto sei anni nello stesso mese, ma Aisha sembrava la sorella maggiore. «Ora non posso giocare» rispose con un tono preoccupato, e si avviò verso il genitore.

«Il furgone è buono, non mi ha mai dato problemi» lo sentì dire.

«È vecchio, più di questo non posso darti» ribatté l’uomo con cui stava parlando.

Aido si tolse il berretto e giunse le mani. «Ti prego, ho bisogno dei soldi per curare mia moglie.»

L’uomo, con fare irritato, estrasse un rotolo di banconote dalla tasca, ne contò alcune e gliele consegnò.

«È la metà di quello che ti ho chiesto» disse Aido.

«È il doppio di quello che vale» replicò l’uomo, e fece cenno a un giovane poco lontano che, con rapidità, salì sul mezzo e lo portò via.

Aido fissava inerte la scena quando si accorse della figlia. «Cosa ci fai qui? Perché non sei a giocare?» la ammonì con tono fermo.

«I soldi servono per fare stare bene la mamma?» gli chiese lei.

«Sì. Le cure sono costose» replicò il padre.

«E adesso guarirà?»

«Sto aspettando uno sciamano che le toglierà tutto il male.»

Il cuore di Aisha si riempì di gioia e, come un furetto, corse a casa.

La madre era stesa di fianco sul pagliericcio, il suo respiro pesante riempiva tutto l’ambiente.

«Mamma, come sta la tua pancia?»

Chukwu si girò verso di lei e fece una smorfia di dolore che celò dietro un sorriso. «Bene, tesoro mio.»

«Oggi uno sciamano ti guarirà.»

«È una bellissima notizia.»

«E poi torneremo a giocare insieme come facevamo prima della tua malattia?»

«Non aspetto altro» disse la madre, prima di girarsi dall’altro lato.

Aisha si sdraiò accanto a lei e restò immobile fin quando Aido entrò in casa.

«È arrivato, lasciaci soli» annunciò.

«Ma io voglio restare insieme alla mamma» ribatté Aisha.

Chukwu le poggiò una mano sulla spalla: «Prometto che finiremo presto».

A testa bassa e con le lacrime agli occhi, Aisha uscì. La sua compagna di giochi rincorreva la palla.

«Aiutami a prenderla!»

«Non mi va» rispose Aisha.

«Dai, gioca con me» insistette.

«Non voglio.»

Il sorriso scomparve dal viso dell’amica. «Ci vediamo un’altra volta» le disse, fermando la corsa e allontanandosi.

Aisha si sedette su uno spuntone di pietra che usciva dal terreno. Non le interessava giocare, voleva solo stare vicino alla sua mamma.

Restò seduta per un tempo che le sembrò interminabile. Di tanto in tanto si avvicinava all’uscio di casa e aguzzava le orecchie, ma nessun rumore proveniva dall’interno.

La porta si aprì che aveva già perso le speranze da un pezzo. Aido consegnò delle banconote allo sciamano e lo salutò con rispetto. Lei si catapultò dalla madre senza fare caso ai due uomini.

«Sei guarita?»

La madre sorrise e le fece una carezza sulla testa. «Sto molto meglio.»

«Adesso puoi stare con me?»

«Tra un po’, ora ho bisogno di riposare. Non sei fuori a giocare con Salimah?»

Aisha scosse la testa. «Non ho voglia di giocare ora, voglio stare da sola.»

Chukwu passò la lingua nella bocca impastata per cercare di racimolare qualche goccia di saliva e, con un filo di voce, le disse: «Tesoro, avvicinati che devo raccontarti una storia».

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2008

Italia

Jacopo, con la schiena ritta sul sedile posteriore, annodava un ricciolo con l’indice destro; con il sinistro, poggiato sul pallone da basket, si scorticava la cuticola del pollice. La madre, Francesca, girò il collo verso di lui e notò la sua agitazione. «Non c’è motivo di essere nervoso, ti troverai bene.»

Il ragazzo diede una manata al pallone; quello rimbalzò contro lo schienale del sedile anteriore e tornò a incastrarsi accanto a lui. «Non sono nervoso» rispose secco.

«Certo, e se tuo padre si sforzasse ad andare più piano, forse arriveremmo interi» continuò Francesca con ironia e una punta di preoccupazione.

«Francesca, haju primura» ribatté lui.

«Il tuo appuntamento è fra più di un’ora!» gli disse lei.

Diego mantenne gli occhi sulla strada senza rispondere. A Jacopo la velocità piaceva, e di solito era lui a chiedere al padre di accelerare, ma quel giorno non disse niente. Era sovrappensiero per ciò che lo aspettava.

L’iscrizione al gruppo AGESCI “Baden Powell 1980” era stata un’idea della madre. Secondo lei stava chiuso troppo tempo in camera davanti alla console. Francesca aveva ben pensato di comunicargli la decisione il giorno del suo ottavo compleanno; l’età minima per far parte dell’associazione. Jacopo aveva provato a ribellarsi, ma le sue proteste non erano state ascoltate dalla genitrice.

Era a disagio. Cosa ci andava a fare? Non conosceva nessuno e non voleva vestirsi come uno stupido per cantare e ballare in mezzo ai boschi. Questo gli avevano raccontato degli scout.

Parcheggiarono nei pressi della sede. Con timore scese dall’auto e, scortato dai genitori, raggiunse il gruppo di persone che attendeva all’esterno del portone.

Francesca si staccò da loro e andò a parlare con una donna che stava in disparte. Jacopo si sentiva un pesce fuor d’acqua. Si girò verso Diego per avere conforto, ma suo padre era con la mente altrove. L’imbarazzo proseguì quando sua madre tornò in compagnia di due donne con i figli al seguito.

«Loro sono Matteo e Dino» disse, presentandoli al figlio.

Jacopo li salutò, impacciato. Diego fece un cenno distratto con la mano, poi, con un movimento sgraziato, si girò verso una delle due donne e la fissò.

«Lei è Giovanna, la moglie del dottor Giorgio, è stata lei a dirmi degli scout mentre eravamo dal parrucchiere» spiegò Francesca, entusiasta. «Lei, invece…»

«Carmen Lombardi» la interruppe Diego, come se parlassero di una persona nota.

Non ebbero il tempo di dire altro: dalla sede uscirono tre capi scout in uniforme. Diego si intrattenne per qualche minuto con uno dei responsabili, poi diede un bacio a moglie e figlio e si precipitò in auto.

«Perché papà guardava la mamma di Matteo?»

Francesca storse il labbro. «Gli ha ricordato qualcuno.»

«Chi?» insistette Jacopo.

«Suo fratello» rispose lei.

Jacopo stava per fare un’altra domanda ma Francesca lo anticipò. «Non è una questione che ti riguarda. Sono cose di papà. Discorso chiuso. Piuttosto, vedi che Dino ha qualche difficoltà nel farsi degli amici. Mi aspetto che lo aiuterai.»

«Va bene, mamma.»

Diego partì facendo stridere le gomme sull’asfalto. Considerava stupida l’idea di mandare il figlio in quel posto per affidarlo a una schiera di sbarbatelli comunisti. Gli era bastato il breve scambio di battute con il capo biondino per capirlo. Alla domanda “come funziona qui?”, la sua risposta era stata: “Può stare tranquillo, suo figlio starà bene e si divertirà. Qui facciamo tutto col gioco ma niente per gioco”.

Una marea di minchiate.

Lui si concentrava sulle cose serie: gli affari. Se fosse riuscito a chiudere il contratto, la sua azienda avrebbe finalmente fatto il salto di qualità che tanto agognava. Il complesso di ville di lusso alla periferia di Palermo era ciò che gli serviva per entrare nel giro che conta. Se chiudeva gli occhi, immaginava i migliori professionisti sgomitare per accaparrarsi uno degli immobili. Aveva lavorato sodo per farsi notare e, dopo anni di appalti remunerativi ma poco prestigiosi, era pronto a spiccare il volo.

Arrivò all’appuntamento con venti minuti d’anticipo. Parcheggiò e restò in macchina: era poco elegante presentarsi prima dell’orario concordato.

Alle 16:55 scese dall’auto, si specchiò nel finestrino e simulò un sorriso per controllare che i denti non fossero macchiati di caffè. Soddisfatto dell’aspetto, tirò su le spalle e si avviò con passo deciso verso via Alloro. Passò con attenzione sotto i ponteggi di un locale in ristrutturazione, si fermò davanti a un palazzo ottocentesco e picchiettò due volte il batacchio dorato sul portone di legno massiccio.

Venne accolto dalla donna di servizio. La seguì per la corte e, da un ingresso ad arco sorretto da colonne di marmo, sbucarono nell’androne. La donna aprì una delle porte, lo invitò ad attendere nello studio e si congedò con un piccolo cenno del capo.

Diego asciugò le mani sui pantaloni e, nell’attesa, si soffermò sui volumi antichi chiusi dentro una vetrinetta.

«Ti piace leggere?» gli chiese il padrone di casa, fermo sull’uscio.

Lui scosse la testa e drizzò le spalle, come un soldato che incontra un superiore. «Ottavio, grazie per l’invito, è un onore essere qui.»

L’uomo si accomodò su una delle poltrone Chesterfield, riempì due bicchieri da una bottiglia di cristallo e gli fece segno di sedersi.

Ottavio bevve un sorso e trattenne il liquido qualche secondo in bocca prima di ingoiarlo. «Uno dei migliori scotch whisky in circolazione. Me lo mandano dalla Scozia.»

Diego portò il bicchiere alle labbra. Non sentì alcun aroma particolare, solo un fastidioso bruciore e un sapore aspro dato dall’alcol. «Delizioso» disse, e lo poggiò sul tavolo.

Ottavio svuotò il suo bicchiere e ne riempì un altro. «Quindi vuoi l’appalto?»

Diego finì il whisky in un sorso: un incendio gli divampò nello stomaco. «Giuro che non te ne pentirai.»

«Tu sai come funziona?» chiese Ottavio, ma non gli diede tempo di rispondere. «Mi spetta il quindici percento… in contanti.»

Diego fece un cenno affermativo con la testa.

Ottavio proseguì: «Delle dieci ville, quattro sono riservate per amici. A un prezzo da amici».

«Mi sembra giusto» rispose con tono sicuro.

«E dovrai assumere nella ditta un paio di picciotti che hanno bisogno.»

«A disposizione.»

Ottavio posò il bicchiere sul tavolo e gli puntò l’indice contro. «Mi posso fidare di te?»

«Se mi dai questo lavoro ti sarò debitore a vita.»

2026-04-19

Avvenire di Calabria

Intervista all'Avvenire di Calabria in occasione della Giornata Mondiale del Libro.
2026-03-08

Aggiornamento

Il primo obiettivo della campagna è stato raggiunto: un risultato che desidero condividere con tutti coloro che hanno creduto in questo progetto, offrendo il proprio sostegno. Tuttavia, il percorso è ancora nel vivo. Vi invito a continuare a diffondere la voce: ogni preordine rappresenta un tassello fondamentale per dare vita alla comunità attorno a Cruento: non solo un libro, ma una storia collettiva che merita di essere scoperta.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Da quanto letto sembrano storie coinvolgenti che offrono spunti di riflessione profondi e attuali. Non vedo l’ora di riceverlo.

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto quanto messo a disposizione sul sito e preordinato il libro.
    Dalla sinossi Cruento sembra un romanzo corale che prova a tenere insieme guerra, migrazione e compromesso morale, mettendo i personaggi davanti a scelte senza alternative pulite.
    Non una lettura leggera, ma una proposta chiara per chi cerca storie che non semplificano e che sanno mettere a disagio.

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Andrea Polimeni
È un fisioterapista di Reggio Calabria che trova nella scrittura uno spazio di ricerca, indagine e voce personale. Dopo l’esordio con “Meraviglia” (2023), pubblica, con “Cruento”, il suo secondo romanzo: un’opera che unisce una sintassi cruda e paratattica a uno sguardo affilato e privo di concessioni.
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