Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Cuore all'ombra

Cuore all'ombra

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

Svuota
Quantità
Consegna prevista Marzo 2023
Bozze disponibili

Bea ha sempre avuto una passione per i dolci e da bambina sognava di avere una pasticceria. Come si è ritrovata, poi, a sopravvivere giorno dopo giorno leccandosi le ferite e cercando di evitare il resto del mondo, compresa la sua famiglia?
“Vuoi saperne una interessante? Ho deciso di ammazzarmi.
Vuoi sapere perché? Perché sarà sicuramente la parte migliore della mia vita.
Vuoi sapere se ho paura? Sì, ma lo avevo previsto.
Vuoi sapere se ci sto ripensando? Si, le crostatine ai lamponi mi stanno facendo dubitare, ma appena tornerò nel mio appartamento i dubbi spariranno”.
Tra una settimana Bea si butterà giù da una rupe, ha pianificato tutto.
Ma in pochi giorni possono accadere più cose che in una vita intera.
Zeno, Rocco, Ursula, le crostatine, il mare e la luce di ottobre: cosa cambierà in Bea dopo questi incontri?

Perché ho scritto questo libro?

Tutti abbiamo un sogno, un desiderio, un obiettivo.
Quando da piccola mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo la maestra o la scrittrice.
Questo libro è stato chiuso in un cassetto per molto tempo, ha avuto tanti inizi, tante trame, tante svolte. Finché non è arrivato il momento giusto, quello in cui ho messo da parte la mia idea preconcetta di scrittura e ho lasciato che i personaggi mi raccontassero questa storia.
Questo è il mio desiderio: raccontare storie.

ANTEPRIMA NON EDITATA

SABATO

Questa è l’ultima settimana della mia vita. Lo so perché l’ho deciso io. Venerdì prossimo, di sera, andrò fuori città. È un posto dove si va il fine settimana a fare le gite, anche io ci andavo spesso quando ero piccola, con la mia famiglia. 

C’è una rupe lì, che dà verso il mare e nei giorni di bel tempo se ne vede parecchio, di mare. Si possono vedere anche le navi che vanno su e giù, sono lontane, si vedono solo delle strisce un po’ più scure sulla linea che divide l’acqua dall’aria.

Quella rupe è nuda in cima, con la roccia grigia come quella delle montagne, e c’è un sentiero stretto e ripido per arrivare su. Da piccola non potevo mai andarci con papà e mio fratello, perché la mamma aveva troppa paura che cadessi di sotto, che ironia. Quando loro due imboccavano il sentiero, lei mi distraeva portandomi a raccogliere i fiori se era primavera, o a cercare i funghi e le castagne se era autunno. 

Continua a leggere

Continua a leggere

Poi ci sono andata da me quando ero un po’ più grande: sudavo e facevo fatica ad arrivare in cima e un paio di volte ho pensato di tornare indietro. Ma ero curiosa di vedere quello che mi raccontava quella carogna di mio fratello, quando la sera che si tornava dalle gite mi prendeva in giro perché lui c’era stato e io no. 

Aveva ragione, ne valeva la pena perché lassù sembra davvero di stare in un altro posto e anche in un altro tempo. Ci sono le rovine di un castello mangiato dal bosco, qualche muro e mucchi di sassi che piano piano hanno ceduto alla gravità del tempo. C’è uno sperone di roccia nuda dove ti puoi sedere e vedere lo strapiombo boscoso sotto, le campagne, i palazzi della città un po’ più in là e il mare ancora più in fondo. 

Andrò lì tra una settimana, di sera. 

È già ottobre inoltrato, adesso fa buio presto e di venerdì non dovrebbe esserci nessuno.

Guarderò il tramonto poi mi butterò giù, speriamo che non ci sia la nebbia. In questo periodo c’è spesso qui da noi, ma non vorrei che mi rovinasse proprio l’ultimo giorno. È che la nebbia fa meno netti i confini delle cose, anche i miei. È come se uno pensasse che quando la nebbia si dirada e torni a vedere le cose, sia tutto più bello e ci sia spazio per qualcosa di nuovo, di vivo, di brillante.

Insomma, non vorrei che la nebbia mi illudesse.

Ho un po’ di pena per chi mi troverà, ma qualcuno con la morte deve sempre averci a che fare, che gli piaccia o no. 

Oggi è stato il mio ultimo giorno di lavoro, mi sono presa una settimana di ferie, anzi me l’hanno imposta perché ne avevo così tante accumulate. In realtà io volevo regalarle a Tatiana, la ragazza sottile e silenziosa che lavora con me. Quella lì ha più figli che anni sulle spalle, non ho nemmeno capito bene di dov’è, ma in realtà non mi interessa. È gentile con me, anche se poverina si deve sempre subire la mia rabbia, spesso quando siamo sole la mattina presto le urlo contro e la prendo a male parole. Poi se ci ripenso un po’ mi dispiace ma non le chiedo scusa perché in fondo non mi interessa così tanto.

Lei comunque mi porta dei biscotti o dei dolcetti e li mangiamo insieme mentre beviamo il caffè della macchinetta. Mi ha anche regalato un paio di guanti di gomma arancioni quando ha visto che i detersivi mi avevano rovinato la pelle delle mani. 

Mi dispiace pensare che non la vedrò più, in un’altra situazione forse saremmo diventate amiche e avrei potuto regalarle dei vestitini per i suoi figli più piccoli, il mio sarebbe stato più grande di appena qualche anno.

Perché mi voglio buttare giù dalla rupe? 

Perchè sarà sicuramente meglio di questo angolo di vita, buio e rabbioso. 

Quando mi prende la rabbia mi fa digrignare i denti così forte che mi fanno male le mascelle, mi sa che prima o poi me li spacco. Quando mi prende, tutto mi fa arrabbiare: la sveglia che suona troppo presto quando è ancora buio, il freddo, ma anche il caldo. Una parola in più mi fa arrabbiare ma anche una in meno. Una macchia che non si vuole far pulire e una sera che non c’è niente da guardare in tv. Quando mi arrabbio molto sbatto i pugni contro i muri o contro le porte e mi faccio male, ho le nocche tutte livide e graffiate. Se qualcuno ci fa caso dico che sono i detersivi che mi rovinano la pelle, ma in realtà io non incontro praticamente mai nessuno.

Ah beh, poi mi fa arrabbiare anche la mamma che mi telefona, mi chiede come sto e che cosa penso di fare del resto della mia vita.

È allora, quando penso al resto della mia vita, che diventa tutto buio, svaniscono nel nulla anche la rabbia, la tristezza, i ricordi e i rimpianti. Guardo le mani rovinate e nemmeno mi ricordo più perché sono così. 

La maggior parte del tempo la passo nel buio, lasciando che questa vita piccola e insignificante vada avanti senza che io ne prenda parte. 

Ho salutato Tatiana come sempre stamattina appena finito il lavoro, poi sono venuta a casa a farmi una doccia, come sempre. 

Oggi pomeriggio andrò alle onoranze funebri per organizzare tutto, così Eugenio e la mamma non dovranno pensare a niente. Pagherò tutto io perché non posso sopportare che la mamma spenda altri soldi per me e che Eugenio continui a soppesare il suo odio in centesimi anche quando non ci sarò più. 

Apro una scatoletta di tonno, appena uscita dalla doccia, e la mangio con un pacchetto di cracker. Non facevo che mangiare tonno quando ero incinta. Si dice che le donne che aspettano un bambino abbiano le voglie, che voglia sarà mai il tonno in scatola. Dopo non l’ho più mangiato per molto, moltissimo tempo. Ora che mi importa, è solo una scatoletta che devo aprire e posso mangiare in cinque minuti, forse anche meno. Quando non ci sarò più, il padrone di casa sarà lieto di vedere come ho tenuto la sua cucina. 

“È nuova sa signora” diceva rivolto verso mia madre quando siamo venute a vedere l’appartamento, “gli inquilini che c’erano prima ne han fatti di danni sa? Allora ho messo tutto nuovo. È proprio tutto nuovo, eh signora?”. 

È ancora tutto nuovo, sarà contento. 

Prima mi piaceva cucinare, soprattutto fare i dolci. Ho imparato con la nonna Tina e con tutte quelle riviste patinate di pasticceria, chissà se sono ancora in quegli scatoloni a casa della mamma?

In questa città ce ne sono tre di onoranze funebri, tutte nello stesso quartiere. Ho scelto quelle con l’insegna arancione con scritto Capponi, quand’ero piccola mi faceva ridere questo cognome. Papà mi aveva detto che il cappone era una specie di pollo e io immaginavo che là dentro ci fossero dei polli che armeggiavano con le bare. 

Adesso l’idea dei polli non mi fa ridere e mi tremano leggermente le mani mentre apro la porta. Quando entro mi trovo davanti un ragazzone biondo che si esercita in qualche genere di arte marziale. Ha la barba lunga fino al petto e un piccolo chignon in cima alla testa fermato da due bacchette. È vestito di nero, con una camicia coreana e un paio di jeans che lasciano scoperti calzini neri con i fenicotteri fucsia. Mentre fa una giravolta con una gamba per aria mi vede e si ricompone, mentre io seguo con lo sguardo i fenicotteri sui suoi calzini.

“Scusami – dice sistemandosi – non ti ho proprio sentita entrare. Stavo facendo un po’ di esercizi, sai com’è qui è un mortorio” e scoppia in una risata calda e profonda. 

Io non rido, non sorrido nemmeno, rimango immobile sulla porta.

“Prego accomodati” mi dice indicando la sedia davanti alla scrivania. “Scusami cara, bisogna affrontare questo lavoro con umorismo. Ma sono stato poco delicato, tu sei qui perché hai appena subito un lutto. Dimmi, come posso aiutarti? Non ci sono gli altri congiunti del caro estinto?”

“Non c’è ancora nessun estinto, sono qui per me”

“In che senso cara?” mi chiede strabuzzando gli occhioni verdi.

“Voglio predisporre tutto per il mio funerale, per quando sarà il momento”

“Oddio – sospira con aria grave prendendomi le mani fra le sue -, sei malata? Quanto ti resta da vivere? Ma possibile che non ci sia qualcuno che può occuparsi di questa cosa al posto tuo?”

“Non sono malata”. Sfilo le mani con un po’ di incertezza, la sua presa è così morbida e calda. “Voglio solo che quando verrà il momento sia tutto già a posto, insomma che nessuno debba occuparsi di queste faccende. Allora, cosa devo fare, devo scegliere una bara?”

“Vieni – dice con tono sommesso mentre mi guarda fisso – intanto te le faccio vedere”

Inizia a snocciolarmi i dettagli, da quella standard di abete a quelle deluxe in mogano con imbottitura di seta e pizzo. 

“E se vuoi possiamo anche fare degli intarsi personalizzati, abbiamo degli artigiani che ce li realizzano. Chessò, le tue iniziali magari, oppure una frase che ti sta particolarmente a cuore”. 

A occhio abbiamo più o meno la stessa età.

“Tu cosa ci faresti scrivere sulla tua bara?” gli chiedo. 

Il vichingo scoppia a ridere forte. 

“Ma proprio nulla! Non spenderei mai tutti questi soldi, a che mi serve se ormai sono morto? E non serve nemmeno a chi resta, perché mica possono vederla la bara e leggere quello che c’è scritto! Però ce n’è di gente che ha manie strampalate quando si parla di morte”. 

Accarezza il legno della bara più costosa che c’è in esposizione e poi sfiora con le punte delle dita l’imbottitura liscia e rossa. 

“C’è chi vuole mettere nella bara cellulari, vestiti di ricambio, le chiavi della macchina… qualcuno vuole mettere i biscotti preferiti della mamma o le carte con cui giocava a briscola con il nonno. Come se mettere nella tomba gli oggetti che usiamo tutti i giorni ci facesse restare ancora un po’ qui. Un’inutile debolezza! Quando uno è morto è morto, basta, fine della storia, il caro estinto se n’è andato all’altro mondo e noi stiamo qui e andiamo avanti anche senza di lui. Quanta importanza si danno certe persone, come se anche nella morte potessero essere superiori, i primi, i migliori! Invece sai che c’è, che dopo un po’ ci dimentichiamo di tutti, anche di chi ci ha fatto sognare e battere il cuore. Dopo un po’ tutto passa, tutti passiamo”.

Un battito di mani secco e ritmato che viene dalle mie spalle mi fa trasalire. Un uomo, sulla settantina, è in piedi sulla porta, dietro a una sedia a rotelle su cui è seduto un altro uomo, più vecchio. Il nonno lecca un gelato che gli cola sui calzoni. 

“Bravo Zeno, davvero un bel discorso!”    

Avrei detto che il vichingo avesse un nome tipo Lars o Björn, invece si chiama Zeno. Scoppia di nuovo in una risata calda e possente, poi mi fa cenno di seguirlo alla scrivania.

“Vieni cara, siediti un attimo”. 

L’uomo intanto ha parcheggiato il vecchio sulla sedia a rotelle accanto alla bara di mogano, poi si è seduto su un angolo della scrivania. 

“Piacere, Capponi” dice tendendomi la mano e cercando di assumere un’espressione contrita. 

Io me lo immagino con la testa di un pollo.

“Allora signora mi dica, chi è venuto a mancare? Glielo chiedo per poterla aiutare nel migliore dei modi. E non dia retta alle sciocchezze di Zeno, avrebbe dovuto fare l’attore, ogni tanto gli piace recitare i suoi monologhi. È anche bravo vero? Allora mi diceva che è morto suo padre? O sua madre?”

“Papà è morto molti anni fa ormai e mamma sta bene”

“Meglio così! Nonno? Nonna? Uno zio?”

“Non è morto nessuno, sono qui per me. Vorrei acquistare una bara e pagare le spese per le mie esequie, in modo che quando accadrà sarà già tutto a posto. Non sono malata” aggiungo anticipando la domanda.

“Ma cara signora… insomma, come si fa, lei è giovane… Papà! Stai attento, santo Dio!”

Balza giù dalla scrivania verso il vecchio sulla sedia a rotelle, che ha una buona metà del gelato sciolto sui calzoni e continua a mangiare quello che resta con gli occhi semichiusi e un’espressione felice sul volto rugoso. I vecchi che mangiano il gelato sono come i bambini, lo gustano con un’intensità come se non esistesse altro al mondo e se ne infischiano se si sporcano.

“Insomma lei è giovane” continua Capponi rivolgendosi a me mentre pulisce le mani nodose del vecchio con un fazzoletto bagnato, “mettiamo che lei muore tra 40 o 50 anni, o anche di più insomma non è che voglio dire a che età potrebbe morire… Papà stai fermo, lasciati pulire, guarda come ti sei combinato!”

Passa velocemente il fazzoletto bagnato sui calzoni del vecchio e poi torna ad appollaiarsi sulla scrivania e mi osserva con aria dubbiosa.

“Posso chiederle come le è venuta questa idea bizzarra?” 

“Voglio essere sicura di non pesare su nessuno quando non ci sarò più e non si può sapere quando accadrà. Voglio che sia tutto a posto. Mi dica quanto costa la soluzione più economica che avete?”

“Brava bambina, fai bene!”

Finito il gelato, il vecchio si è avvicinato girando le ruote della sua sedia con le mani rattrappite. 

“Chi lo sa cosa può succedere? Non guardare me che ho quasi 96 anni. Ma tu magari esci da qui e ti investe una macchina, oppure ti trovano un tumore. Oppure anneghi in mare! Sai in quanti modi si può morire ogni giorno bambina?”

“Papà smettila adesso! Zeno porta un po’ fuori mio padre per favore”

Zeno si avvicina alla sedia a rotelle e con delicatezza sistema la giacca sulle spalle del vecchio. 

“Vieni nonno, andiamo a fare una passeggiata, oggi c’è un bel sole”

“Fai bene bambina – mi dice il vecchio mentre mi passava accanto – compra quella di abete rosso!”.

Li seguo con lo sguardo finché non sono fuori e mi attardo sui fenicotteri che fanno capolino sotto l’orlo dei pantaloni di Zeno. 

Poi mi giro verso Capponi: “Insomma me la vende questa bara oppure no?”

“Mi mette in difficoltà cara, certo io potrei anche infischiarmene e prendere i suoi soldi, ma se lei dovesse morire tra 30 o 40 anni, io non ci sarò più e l’agenzia chi lo sa? Come faccio a darle la garanzia?”

“Beh ma se io morissi, diciamo entro qualche anno, o qualche mese…”

Capponi si allunga sulla scrivania verso di me e mi prende una mano. 

“Ascolti, io capisco il suo pensiero, ed è lodevole che lei voglia essere indipendente fino all’ultimo. Ma potrebbe ad esempio mettere da parte, in banca, una certa sommetta e poi potrebbe andare da un notaio e scrivere che quella sommetta lì dovrà essere usata per le esequie, cosa ne pensa?”  

“Se io invece le avessi detto che sicuramente mi resta poco tempo da vivere?”

Capponi mi lascia le mani e si butta indietro sullo schienale con lo sguardo assorto. 

“Sì certo, capita a volte. Malati terminali, o anziani che vedono avvicinarsi la fine. A volte li convinco a mettere da parte i soldi, altre volte no. Ma non mi piace vendere a un vivo la sua bara, proprio non mi piace”.

“Bene, la ringrazio” dico scattando in piedi e dirigendomi verso la porta, “Ci penserò”.

Lui abbozza un gesto di saluto con la mano mentre esco.

Mi incammino verso le altre onoranze funebri, quelle con l’insegna nera che sono poco distanti. Andrò lì dicendo che sono malata e mi rimane poco da vivere, non è del tutto una bugia. 

2022-08-25

Aggiornamento

Obiettivo 1 raggiunto: la pubblicazione è assicurata. Obiettivo 2 raggiunto: 250 copie pre-acquistate. Siamo in corsa per l'obiettivo numero 3! Grazie di cuore a tutti coloro che hanno creduto in me e mi hanno sostenuta e grazie a tutti quelli che lo faranno nei prossimi giorni, per aiutarmi a raggiungere anche l'ultimo obiettivo! Grazie a tutti coloro che hanno già letto l'anteprima non editata e mi hanno dato il loro preziosissimo feedback e grazie a tutti coloro che leggeranno questo romanzo.

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Cuore all’ombra”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Daniela Malpeli
Classe 1979, Daniela Malpeli è nata a San Marino e cresciuta tra le colline e la riva del mare Adriatico. Dopo la laurea in Lingue e Letterature straniere (tedesco e inglese), inizia a lavorare come ufficio stampa e come giornalista. Nel frattempo, frequenta corsi di scrittura creativa e approfondisce la passione per la lingua studiando Neurolinguistica e Linguistica applicata.
Attualmente lavora nell’ufficio comunicazione e marketing di un’azienda e vive a San Marino con il marito e i due figli.
Dopo anni di scrittura di diari e racconti brevi, con Cuore all’ombra sperimenta per la prima volta la scrittura di un romanzo.
Daniela Malpeli on FacebookDaniela Malpeli on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie