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Cuoresardo
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Consegna prevista Febbraio 2023

Negli Anni Sessanta un ingegnere romano – innamoratosi della bellezza selvaggia, arcaica, incantevole della Sardegna – comperò un pezzo di terra sul mare, ricoperto di mirti, lentischi, corbezzoli proprio di fronte all’isola di Tavolara. Lì costruì una villa bianca, di cotto e calce, dove trascorreva le vacanze estive la sua numerosa famiglia, com’erano numerose allora le famiglie di un certa Italia che fu.
Il libro è un inno d’amore alla Sardegna, ai suoi profumi, alla tempra degli isolani forti e tenaci, alla vita semplice di un tempo perduto. Tra Don Pala, la “Dommennica” e le due “Bee”, la piccola storia di Benedetta che, a Cala Girgolu ebbe il privilegio di muovere i primi passi lungo il cammino della vita

Perché ho scritto questo libro?

Ricordo bene la ragione che ha temperato la mia penna. Ha sonnecchiato in me per i mesi della chiusura sanitaria. Mi chiedevo dove mai avrei potuto sottrarmi alla segregazione dell’anima e del corpo? E la risposta arrivò, fulminea: la Sardegna! Stretta tra le pareti romane, a occhi chiusi, posavo i piedi nudi sulla rena d’oro di Cala Girgolu. Pochi mesi dopo ero lì e scrissi pagine di gratitudine e riconoscenza per la mia “patria” sarda. Poi le pagine sono diventate un libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Si viveva, allora, in solitudine. Senza telefono, senza televisione, acqua poca e il computer neppure esisteva. E in solitudine si viveva anche  nei paesi tutti intorno, arrampicati sulle colline, lungo il crinale del monte, oppure adagiati sul piano, e tutti sempre come addormentati, sotto la sferza del vento, in un torpore endemico che era quasi magico. Mi sembrava, all’entrarvi, di vedere una porporina di sonno velare l’intorno. Nelle case, gli acciarini fatati dei fratelli Grimm. Io sola vegliavo, osservando ogni cosa e tenendola stretta al cuore e legata alla memoria. Tra i vicoli, pochi, di Monte Pitrosu, spaccato  in due com’è dall’orientale sarda, uomini e donne seduti fuori dall’uscio su sedie impagliate.

Gli uomini in coppola, visi di sughero,  il mento a volte poggiato al bastone, tenuto fermo a due mani e le donne vestite di nero, silenziose, guardinghe,  le cocche del fazzoletto a fiocchetto sul collo. Muti, osservavano il passaggio di noi in prendisole, sandali e capelli al vento. Mi pareva di attraversare una vena di antico, un sentiero dell’anima, che ho cercato di ritrovar, poi, per l’intera mia vita. In Sabina, lungo la via dei gatti nell’antico borgo di Monte Santa Maria. Sì, era il mio voler scavar fuori l’anima dalla carne, trovar la verità dietro la scorza dell’apparenza.

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Sorrido e penso a un amico dei miei fratelli, mingherlino e nella testa ricciola e bionda idee in ricamo disordinato. In sella al suo motorino bianco, giunse una mattina di giugno. Dichiarò, in solennità di giuramento, mettendo a posto le sue borse nella stanza degli ospiti (e anzi piegando negli armadi magliette e bermuda), che sarebbe andato via il giorno dopo, che si sarebbe svegliato di buon mattino, per un viaggio all’interno della Sardegna Un viaggio “etnico” disse forse o qualcosa del genere che lasciò noialtri stupefatti e ammirati mio padre e mia madre. Fu una notte nera e di stelle per tutti e anche per  l’esploratore vagabondo.

Il sole era alto, il giorno dopo, e il nostro piccolo amico dormiva ancora. Quella mattina, ben fermo dov’era, apprezzò il pane fresco e il prosciutto in spiaggia. La sera, già rosso di sole, lesse per me e per tutti i fratelli le storie orrifiche di zio Tibia. I giorni passarono quieti e non partiva mai. Infatti non partì proprio. Mammuttones, domus de janas,  nuraghe dimenticati, come la guida della Sardegna che mio padre ereditò e che è ancora nella vecchia libreria di casa…

A Monte Pitrosu, poche botteghe. C’era la macelleria di Raspitzu, ma era cara e mia madre preferiva non andarci; al bar, che guardava sull’orientale, con su un’isoletta di marciapiede, dove sedevano sempre un crocchio di anziani (ma a me allora parevano tutti vecchi) si entrava, invece, di malavoglia perché gli occhi di tutti si incollavano ai nostri vestiti, ai capelli biondi, all’abbronzatura. E il silenzio calava pesante,  come un sipario di fine atto di una commedia mal riuscita, finché all’uscita, esplosi nel sole, già quasi in macchina, non sentivamo zampillare di nuovo il brusio in una lingua che non capivamo ma che somigliava a un respiro di sollievo, nell’espulsione di corpi estranei.

Di Monte Pitrosu era  la Domenica che veniva a dare una mano in casa e portava il bucato. Arrivava a piedi, misurando a passi lenti la spiaggia, alla mattina in boccio, quando il vento non aveva ancora increspato il vetro argentato del mare. Domenica, anzi “ladommennicca”, rotonda, morbida e immacolata, trotterellava su per le scale impervie della villa nostra, un passo alla volta, con compunzione di ballerina, saliva per fare le faccende. Portava una gonna lunga, nera, a piegoline di ventaglio, che si facevano tese sui fianchi generosi; la camicetta, bianca, lasciava scoperta una minuscola “vu”, un balconcino di latte. La catenina con su la croce o forse un’immaginetta sacra era l’unico vezzo. In testa un cencio arrotolato, come una serpe addormentata, faceva da guanciale al cesto del bucato profumato, lenzuola, federe, asciugamani, che riportava a noi, orbi di lavatrice.

A Monte Pitrosu, dove aveva vissuto tutta la vita, abitava in una di quelle deliziose casette sarde che sono a un piano solo, colorate in tinte pastello, e tutte rannicchiate a terra per non sentire, d’inverno, il vento tra i capelli. La Dommennicca, per me, era la notte del mattino. Il lutto eterno. La crocchia s’era fatta sale e pepe, ma la veste sempre notte rimaneva. Ogni anno via un fratello, uno zio, il cugino. Sette anni di lutto in più “nell’armuà, come diceva lei – da sommare a quelli in corso. Una condanna al nero che, però, su di lei diventava allegro come le tonache svolazzanti di certi preti, contenti di essere uomini di Dio.

Aveva cominciato da ragazzetta a vestirsi di tenebra la dommennica. Tanti figlioli aveva partorito, sola sola, in cucina. Alcuni erano volati, innocenti, in cielo. Un’estate se ne volò via anche lei. Vestita di nero. Lei i pomodori li chiamava i “tomati” e l’armadio, appunto era l’armuà, alla francese. Se fossi stata allora quella che sono ora, le avrei chiesto altre parole, avrei preso appunti e le avrei scritte quelle sue parole proto-francesi, forse savoiarde, per studiar meglio il suo italiano. Ma non l’ho fatto. Del sardo di allora, che in molti ancora parlavano, mi resta il “bette” bello, che voleva dir bellissimo e usava un prefisso che somigliava al mio nome in diminutivo.

Anche a Roma avevo la mia dommennica e si chiamava lamimma, diminutivo di Domenica e preceduto dall’articolo perché mia madre friulana ce lo aveva insegnato e a me restò per sempre. Lamimma labetta: io e lei, tutte e due nate nel giorno dell’Immacolata Concezione. . Lanimma, mamma del cuore. Per la Mimma insegnare era imparare ed era verbo transitivo. “Te imparo a stirà”, mi diceva ed era come se mettesse me – proprio io, piccola io – al centro dell’azione e lei, spettatrice, dall’alto mi guardasse mentre apprendevo, diciamo così per osmosi da lei che nulla, però, insegnava, io imparavo. Ho imparato.

Mia madre, al venerdì sera, stendeva la pizza con la pasta che, dal mattino, dormiva svenuta in una terrina. La stendeva, certo, ma quella pasta gonfia, morbida di vita, era frutto del lavoro di mani e di gomito della Mimma, che l’aveva fatta di buon ora, lasciandola poi a riposare, coperta da un panno bagnato. Al pomeriggio, la rimestava già gonfia com’era. E passava, poi, alla battitura. Sollevatala per aria la precipitava sul tavolo con un tonfo che era frustata d’amore,  Trentatrè volte, come gli anni di Gesù, mi diceva. Precipitava sul tavolo, in una brina di farina,  incanto di porporina di fate.  Io: tutta quanta  assorta, perduta nel rito del pane. Al paese suo, che guardava sul Parco d’Abruzzo, mi diceva, un forno soltanto c’era e passava al mattino una comare, con la tavola in spalla a ritirar le pagnotte da cuocere al foco. Ogni pane, un disegno. Chi una croce, chi un taglio,  chi uno squarcio soltanto. Chi un fiore, diceva, “pane di rosa”. La Mimma, inghiottita dal tempo.

Però una sera, pochi anni fa, rividi ladommennica. Tornavo dal lavoro, a Roma, tra lo strombazzar dei clacson, nel viavai ubriaco del centro a un tiro di sasso da piazza San Silvestro. La vidi camminare tra le macchine, alla maniera di un’apparizione: la gonna come un tulipano nero rovesciato, il nodo dei capelli di pece e di neve. In capo, ondeggiante, il cesto del bucato… Svoltò in via del Pozzetto e sparì, inghiottita dal vicolo e dal sogno.

C’era Vaccileddi, poche case e un ufficio postale che fungeva da nostro “fermo posta”. Piccole case tinteggiate in colori pastello, oppure bianche, abbellite da ciuffi di bouganville, lantane, plumbago, e tutte nello stile cittadino di casa Emme a Cala Girgolu. Vaccileddi riposava – e riposa – sotto un gran masso rotondo, appena allungato in forma di uovo, il quale posato da un gigante dispettoso in cima al monte a far ombra alle spalle del paesino, pareva sempre pronto a ruzzolar dabbasso, ma non lo faceva mai. Ogni anno, mi aspettavo di vederlo precipitato a valle oppure rotolato di un metro o due, che ne so. Invece se ne stava alla cova, tra i pennacchi di verde, e dormiva, accanto alla piccola croce nera che sormonta la vetta, il sonno silenzioso della sua protostoria.

2022-05-16

Aggiornamento

Il secondo racconto di Centogiorni e una notte, cucinato sulla brace qui su bookabook e pronto per voi, mentre indosso i veli di Sherazade. Sì, sì, solo un momento. Eccomi. Il racconto si intitola: Il caffè del mattino presto. e via, oppete giù d'un rigo e andiamo a cominciare. Con gli stivali del gatto fatato, in sogno forse, eccomi nella casa romana dove sono nata molti anni fa. Ho forse sedici anni. e sono, a giudicar dal sole già maturo nel suo arancio, forse le cinque e mezzo. E' un sabato pomeriggio come se ne contano tanti in un anno e sono nella mia stanza, forse, non so, a studiare. Verso le tre di pomeriggio, al salutar lo stanco dopopranzo, nel sole acceso di un mite inverno come tanti, comincia a trillare il campanello. Rispondo e, come so, sono gli amici di Marco, che vengono a tirare due calci di pallone nel campetto che è all'ingresso del giardino dei miei genitori. Apro. "Aperto?", chiedo e la risposta è un rombo di vespone che è, tradotto in lingua italiana, un sì grande come una casa. Suona di nuovo e ancora e io, sbuffando mi chiedo perché non si rispondono tra loro, visto che sono già in calzoncini a correre qui e lì per il riscaldamento. Niente da fare, continua il rumor di campanello che ferisce il silenzio. Poi, dabbasso inizio a udire qualche grido, si chiamano tra loro. Poi esplode un "gol!" e come un tripudio invisibile nell'aria e anche i passerotti e i merli sembrano batter l'ali per l'allegrezza della squadra vincitrice. Continuo a studiare, o almeno ci provo perché so che presto arriveranno anche le spettatrici, e alcune sono mie amiche, per pescar con gli occhi il beniamino. Anche io ne ho uno tutto mio che neppure oso guardare da tanta altezza mi par guardarmi lui, come in grattacielo... E quando scendo c'è anche lui, ma neppure mi vede. Le ombre della sera già mangiano erbe, fronde, rami, alberi, visi e tutto quanto. Le motorette sciamano via, alcune portandosi via anche qualche spettatrice e il mio beniamino. Noialtri, i rimasti, il gruppo antico, siamo lì a chiederci che cosa fare. Forse un filmino all'Alba, una pizza, un gelato in centro? Intanto fischiano sulla testa, in volo rado, i pipistrelli... Poi d'un tratto è giorno, mi sveglio, e mio marito mi chiama per bere insieme a me il caffè del mattino presto.
2022-05-14

Cento e una notte

La cornice c'è, e cioè l'attesa di veder se il mio piccolo naviglio, chissà davvero, arriverà al suo porto finale il Duecento", e per ora ha attraccato in 44 porti, e così' per ingannar l'attesa e dare un poco di remi al vento in poppa che piano piano lo sospinge, eccomi trasformata a beneficio di quanti lo vorranno in piccola Sherazade e posterò qui, negli aggiornamenti, una volta a settimana (o più se lo vorrete) certe piccole storie che spargono zucchero sul giorno e fanno incominciar le mattine con un sorriso. Va bene, va bene, bando alle ciance e andiamo a incominciare. La prima storia tragicomica si intitola: Una scimmietta al Colosseo Mio suocero, cresciuto a pane, simpatia e nordest (tra Bergamo e Padova) si ritrovò a vivere, bambino, a Roma, dalle parti di Via in Selci, e andava alle elementari alla Vittorino da Feltre che svetta, piemontese, austera a mo’ di corazziere sul terrapieno di bianco marmo che par guadare dall'alto in basso via degli Annibaldi e sfidare il cielo e il Colosseo. Viveva a Roma, dicevo, insieme alla famiglia, quasi tutta al femminile… Di quei giorni romani mio suocero, l’Aldo, conservava un affetto nebbioso, che si perdeva nel mito della lontananza che fa della storia leggenda. Era, la Roma sua, come uscita dalla grotta di Aladino, apparecchiata nel mistero dell'apriti sesamo. Per esempio, in casa sua, dovunque fosse ché non l’ho mai capito fino in fondo, oltre alle tante sorelle, saltellava, mi diceva, per le ampie stanze e i corridoi una scimmietta che, un brutto giorno, morì e fu sepolta in qualche giardino romano da loro in corteo solenne. Io, quella scimmietta, di cui lui parlava tornando bambino, la vedevo, giuro, viva e vera e vestita di rosa, non so dir perché, in cima a un armadio come su una torre. Ma vera, non so. La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...
2022-05-13

Aggiornamento

Il mio piccolo libro "Cuoresardo" se ne va, pian pianino, per il vasto mare delle rete, in dolce approdo nel cuore di chi vorrà, e io lo guardo andar via, scodinzolando nel vento leggero che soffia su di lui e in numinoso andare. Lo guardo dalla vetta della mia anima perché più non mi appartiene. Esso appartiene a chi lo vorrà accogliere. E' così, deve essere, così è per ogni libro scritto che, a modo suo, è un figlio che lascia la casa materna e per il mondo cerca la sua fortuna. E ora, qui, in questo bel giorno rotondo di maggio che dalla finestra aperta mi porta il sorriso del sole, desidero ringraziare con una riverenza quanti hanno creduto in me e hanno prenotato il libro e a loro, a tutti, uno per uno, mando, da qui, exprès una rosa rosa e un rametto di mirto che era, per gli antichi romani, l'albero della rinascita e della consolazione e per me albero della Sardegna.
2022-05-11

Il Nuovo Arengario

Cari amici e lettori del Nuovo Arengario, la nostra amica Benedetta de Vito, giornalista e scrittrice, collaboratrice del Nuovo Arengario (e anche di siti più illustri) ha scritto un libro, “Cuore Sardo”, o meglio “Cuoresardo”, e lei stessa nelle righe che seguono ce lo presenta. La pubblicazione del libro con Bookabook è legata a un minimo di 200 prenotazioni. È già possibile prenotare il libro, cliccando qui . Ci sono un sacco di buoni motivi per prenotare il libro (e prenotarne anche più copie). Perché parla della Sardegna, che è un’isola meravigliosa. Perché è scritto da Benedetta, di cui conosciamo bene il valore e la bellezza dei suoi articoli. Perché abbiamo bisogno di libri belli, scritti con buoni sentimenti e con il cuore limpido. E potremo fare anche un bel regalo a parenti e amici… Quindi, cari amici e lettori, prenotate, prenotate, prenotate. PD
2022-05-11

Stilum Curiae

Carissimi StilumCuriali, la nostra Benedetta De Vito (BDV) ha scritto un libro sulla Sardegna, terra e isola che ben giustamente ama, e adesso ci chiede di darne la notizia, perché la pubblicazione di “Cuoresardo” – così si intitola l’opera – è legata a un minimo di duecento prenotazioni. Qui sotto trovate il messaggio che BDV ci invia. Buona lettura. "La scorsa estate, in luglio, ero a Cala Girgolu, la baia sarda dove, lontana dai rigori psico-sanitari, il mio respiro si fece di nuovo onde e cielo, sotto il manto azzurro di Maria. Un privilegio, in riconoscenza! Sul computer di mio marito, libero un poco sì e un poco no, mi sono trovata, una mattina di sole, a scrivere pagine di memoria del tempo in cui le rose profumavano, i papà erano punti di riferimento per tutta la famiglia e le mamme non si occupavano soltanto di far carriera. Scrivendo, scrivendo quelle pagine si sono fatte libro in file virtuale. Poi, tornata a Roma, l’ho messo sotto le coltri invernali, finché il primo aprile, già primavera, in scherzo quasi, ho preso il tomino (che non è formaggio) e l’ho mandato a una casa editrice giovane giovane, che si chiama Bookabook, la quale pubblica i volumi suoi (dopo una selezione qualitativa) solo se piacciono ai lettori. Una scommessa: in 100 giorni bisogna ottenere 200 prenotazioni… Dopo quattro giorni avevo un contratto e ora, eccomi qui, chiedo a voi di aiutarmi se volete che il mio Cuoresardo si faccia libro di carta e voli per l’Italia in libertà. In ogni caso, vi mando, exprés, un cesto pieno di rose rosa che sono la mia passione."

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Maria Benedetta de Vito
Benedetta de Vito, giornalista professionista, ghostwriter, traduttrice, scrittrice, è nata e vive a Roma. Ha lavorato per più di vent’anni nella redazione romana del Gazzettino di Venezia e ha collaborato, fin da giovanissima, con quotidiani, settimanali e mensili. Scrive per diversi siti web.
Ha scritto L’ingegnere e altri racconti, un Millelire di Stampa altermativa, e Il naso Augusto (Moby Dick edizioni), un libro per bambini. Suoi racconti sono pubblicati nelle antologie di piccoli premi letterari. Nel 2019, Oltre editore ha pubblicato C’ero una volta, passeggiate per le vie di Roma sulle tracce di due Sante.
Ha tradotto e curato Lei non sarà mai infedele di Jeanne De Casalis (Nutrimenti) e L’enigma delle sabbie il proto-giallo di Erskine Childers (Bariletti), ristampato dalla Nuova Editrice Berti. E’ sposata e ha un figlio.
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