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Cuoresardo

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Febbraio 2023

Negli Anni Sessanta un ingegnere romano – innamoratosi della bellezza selvaggia, arcaica, incantevole della Sardegna – comperò un pezzo di terra sul mare, ricoperto di mirti, lentischi, corbezzoli proprio di fronte all’isola di Tavolara. Lì costruì una villa bianca, di cotto e calce, dove trascorreva le vacanze estive la sua numerosa famiglia, com’erano numerose allora le famiglie di un certa Italia che fu.
Il libro è un inno d’amore alla Sardegna, ai suoi profumi, alla tempra degli isolani forti e tenaci, alla vita semplice di un tempo perduto. Tra Don Pala, la “Dommennica” e le due “Bee”, la piccola storia di Benedetta che, a Cala Girgolu ebbe il privilegio di muovere i primi passi lungo il cammino della vita

Perché ho scritto questo libro?

Ricordo bene la ragione che ha temperato la mia penna. Ha sonnecchiato in me per i mesi della chiusura sanitaria. Mi chiedevo dove mai avrei potuto sottrarmi alla segregazione dell’anima e del corpo? E la risposta arrivò, fulminea: la Sardegna! Stretta tra le pareti romane, a occhi chiusi, posavo i piedi nudi sulla rena d’oro di Cala Girgolu. Pochi mesi dopo ero lì e scrissi pagine di gratitudine e riconoscenza per la mia “patria” sarda. Poi le pagine sono diventate un libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Si viveva, allora, in solitudine. Senza telefono, senza televisione, acqua poca e il computer neppure esisteva. E in solitudine si viveva anche  nei paesi tutti intorno, arrampicati sulle colline, lungo il crinale del monte, oppure adagiati sul piano, e tutti sempre come addormentati, sotto la sferza del vento, in un torpore endemico che era quasi magico. Mi sembrava, all’entrarvi, di vedere una porporina di sonno velare l’intorno. Nelle case, gli acciarini fatati dei fratelli Grimm. Io sola vegliavo, osservando ogni cosa e tenendola stretta al cuore e legata alla memoria. Tra i vicoli, pochi, di Monte Pitrosu, spaccato  in due com’è dall’orientale sarda, uomini e donne seduti fuori dall’uscio su sedie impagliate.

Gli uomini in coppola, visi di sughero,  il mento a volte poggiato al bastone, tenuto fermo a due mani e le donne vestite di nero, silenziose, guardinghe,  le cocche del fazzoletto a fiocchetto sul collo. Muti, osservavano il passaggio di noi in prendisole, sandali e capelli al vento. Mi pareva di attraversare una vena di antico, un sentiero dell’anima, che ho cercato di ritrovar, poi, per l’intera mia vita. In Sabina, lungo la via dei gatti nell’antico borgo di Monte Santa Maria. Sì, era il mio voler scavar fuori l’anima dalla carne, trovar la verità dietro la scorza dell’apparenza.

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Sorrido e penso a un amico dei miei fratelli, mingherlino e nella testa ricciola e bionda idee in ricamo disordinato. In sella al suo motorino bianco, giunse una mattina di giugno. Dichiarò, in solennità di giuramento, mettendo a posto le sue borse nella stanza degli ospiti (e anzi piegando negli armadi magliette e bermuda), che sarebbe andato via il giorno dopo, che si sarebbe svegliato di buon mattino, per un viaggio all’interno della Sardegna Un viaggio “etnico” disse forse o qualcosa del genere che lasciò noialtri stupefatti e ammirati mio padre e mia madre. Fu una notte nera e di stelle per tutti e anche per  l’esploratore vagabondo.

Il sole era alto, il giorno dopo, e il nostro piccolo amico dormiva ancora. Quella mattina, ben fermo dov’era, apprezzò il pane fresco e il prosciutto in spiaggia. La sera, già rosso di sole, lesse per me e per tutti i fratelli le storie orrifiche di zio Tibia. I giorni passarono quieti e non partiva mai. Infatti non partì proprio. Mammuttones, domus de janas,  nuraghe dimenticati, come la guida della Sardegna che mio padre ereditò e che è ancora nella vecchia libreria di casa…

A Monte Pitrosu, poche botteghe. C’era la macelleria di Raspitzu, ma era cara e mia madre preferiva non andarci; al bar, che guardava sull’orientale, con su un’isoletta di marciapiede, dove sedevano sempre un crocchio di anziani (ma a me allora parevano tutti vecchi) si entrava, invece, di malavoglia perché gli occhi di tutti si incollavano ai nostri vestiti, ai capelli biondi, all’abbronzatura. E il silenzio calava pesante,  come un sipario di fine atto di una commedia mal riuscita, finché all’uscita, esplosi nel sole, già quasi in macchina, non sentivamo zampillare di nuovo il brusio in una lingua che non capivamo ma che somigliava a un respiro di sollievo, nell’espulsione di corpi estranei.

Di Monte Pitrosu era  la Domenica che veniva a dare una mano in casa e portava il bucato. Arrivava a piedi, misurando a passi lenti la spiaggia, alla mattina in boccio, quando il vento non aveva ancora increspato il vetro argentato del mare. Domenica, anzi “ladommennicca”, rotonda, morbida e immacolata, trotterellava su per le scale impervie della villa nostra, un passo alla volta, con compunzione di ballerina, saliva per fare le faccende. Portava una gonna lunga, nera, a piegoline di ventaglio, che si facevano tese sui fianchi generosi; la camicetta, bianca, lasciava scoperta una minuscola “vu”, un balconcino di latte. La catenina con su la croce o forse un’immaginetta sacra era l’unico vezzo. In testa un cencio arrotolato, come una serpe addormentata, faceva da guanciale al cesto del bucato profumato, lenzuola, federe, asciugamani, che riportava a noi, orbi di lavatrice.

A Monte Pitrosu, dove aveva vissuto tutta la vita, abitava in una di quelle deliziose casette sarde che sono a un piano solo, colorate in tinte pastello, e tutte rannicchiate a terra per non sentire, d’inverno, il vento tra i capelli. La Dommennicca, per me, era la notte del mattino. Il lutto eterno. La crocchia s’era fatta sale e pepe, ma la veste sempre notte rimaneva. Ogni anno via un fratello, uno zio, il cugino. Sette anni di lutto in più “nell’armuà, come diceva lei – da sommare a quelli in corso. Una condanna al nero che, però, su di lei diventava allegro come le tonache svolazzanti di certi preti, contenti di essere uomini di Dio.

Aveva cominciato da ragazzetta a vestirsi di tenebra la dommennica. Tanti figlioli aveva partorito, sola sola, in cucina. Alcuni erano volati, innocenti, in cielo. Un’estate se ne volò via anche lei. Vestita di nero. Lei i pomodori li chiamava i “tomati” e l’armadio, appunto era l’armuà, alla francese. Se fossi stata allora quella che sono ora, le avrei chiesto altre parole, avrei preso appunti e le avrei scritte quelle sue parole proto-francesi, forse savoiarde, per studiar meglio il suo italiano. Ma non l’ho fatto. Del sardo di allora, che in molti ancora parlavano, mi resta il “bette” bello, che voleva dir bellissimo e usava un prefisso che somigliava al mio nome in diminutivo.

Anche a Roma avevo la mia dommennica e si chiamava lamimma, diminutivo di Domenica e preceduto dall’articolo perché mia madre friulana ce lo aveva insegnato e a me restò per sempre. Lamimma labetta: io e lei, tutte e due nate nel giorno dell’Immacolata Concezione. . Lanimma, mamma del cuore. Per la Mimma insegnare era imparare ed era verbo transitivo. “Te imparo a stirà”, mi diceva ed era come se mettesse me – proprio io, piccola io – al centro dell’azione e lei, spettatrice, dall’alto mi guardasse mentre apprendevo, diciamo così per osmosi da lei che nulla, però, insegnava, io imparavo. Ho imparato.

Mia madre, al venerdì sera, stendeva la pizza con la pasta che, dal mattino, dormiva svenuta in una terrina. La stendeva, certo, ma quella pasta gonfia, morbida di vita, era frutto del lavoro di mani e di gomito della Mimma, che l’aveva fatta di buon ora, lasciandola poi a riposare, coperta da un panno bagnato. Al pomeriggio, la rimestava già gonfia com’era. E passava, poi, alla battitura. Sollevatala per aria la precipitava sul tavolo con un tonfo che era frustata d’amore,  Trentatrè volte, come gli anni di Gesù, mi diceva. Precipitava sul tavolo, in una brina di farina,  incanto di porporina di fate.  Io: tutta quanta  assorta, perduta nel rito del pane. Al paese suo, che guardava sul Parco d’Abruzzo, mi diceva, un forno soltanto c’era e passava al mattino una comare, con la tavola in spalla a ritirar le pagnotte da cuocere al foco. Ogni pane, un disegno. Chi una croce, chi un taglio,  chi uno squarcio soltanto. Chi un fiore, diceva, “pane di rosa”. La Mimma, inghiottita dal tempo.

Però una sera, pochi anni fa, rividi ladommennica. Tornavo dal lavoro, a Roma, tra lo strombazzar dei clacson, nel viavai ubriaco del centro a un tiro di sasso da piazza San Silvestro. La vidi camminare tra le macchine, alla maniera di un’apparizione: la gonna come un tulipano nero rovesciato, il nodo dei capelli di pece e di neve. In capo, ondeggiante, il cesto del bucato… Svoltò in via del Pozzetto e sparì, inghiottita dal vicolo e dal sogno.

C’era Vaccileddi, poche case e un ufficio postale che fungeva da nostro “fermo posta”. Piccole case tinteggiate in colori pastello, oppure bianche, abbellite da ciuffi di bouganville, lantane, plumbago, e tutte nello stile cittadino di casa Emme a Cala Girgolu. Vaccileddi riposava – e riposa – sotto un gran masso rotondo, appena allungato in forma di uovo, il quale posato da un gigante dispettoso in cima al monte a far ombra alle spalle del paesino, pareva sempre pronto a ruzzolar dabbasso, ma non lo faceva mai. Ogni anno, mi aspettavo di vederlo precipitato a valle oppure rotolato di un metro o due, che ne so. Invece se ne stava alla cova, tra i pennacchi di verde, e dormiva, accanto alla piccola croce nera che sormonta la vetta, il sonno silenzioso della sua protostoria.

2022-09-24

Aggiornamento

Allora, ecco, il mio "Cuoresardo" è un po' meno mio perché, tirato a secco nella darsena, è passato ora al rimessaggio. Lo vedo il mio battellino che sì, dopo il viaggio tra i marosi, a largo di Molara, ha bisogno di una sistematina. E dai a dipingere la carena, a smussar le vele, a dar olio alle intelaiaure di legno. Io sono lì, per ora, che guardo da lontano, attendendo che venga il mio turno per veder che tutto sia a posto e come piace a me. Ecco, sì, per il mio piccolo ibro è cominciato l'editing e ringraziando tutti, specialmente Angela (che o oegge con gli occhi di un lettore) auguro un settembre in frescolino e un ottobre di pomeriggi d'oro... Nella foto in seppia, mia nonna Lisetta bambina con i suoi fratelli. A lei devo tanto...
2022-09-05

Aggiornamento

Oggi nell'aprir la mail ho trovato un bel messaggio d'auguri proveniente da un bel sito, che si chiama Tracce di Sardegna e qui di seguito lo posto così come mi è arrivato: Buongiorno Benedetta, son davvero contento di questo traguardo e spero sia solo il primo di tantissimi altri possa raggiungere il suo libro. Un affettuoso abbraccio dalla, anche Sua, Sardegna. Simone Grazie, grazie e speriamo che il piccolo naviglio continui a navigare tra Molara e Tavolara. Nel frattempo si Storie di territori è uscito il mio pezzo su San Ponziano il Papa, vissuto al tempo di Alessandro Severo, che morì proprio, ma un forse ci sta bene, a Molara o a Tavolara. Lo posto qui in link con tre bottoni rosa: https://storiediterritori.com/2022/09/03/roma-e-la-sardegna-quasi-fosse-un-volo-pindarico/ e ora passo e chiudo!
2022-09-03

Aggiornamento

Mi pareva così strano, da bambina, quel nome, Elpidio, che portava addosso un certo giardiniere della casa rossa che sedeva di fronte a quella romana dei miei genitori. Lui mi piaceva tanto, buono com'era, e grande e grosso che potevi girarci intorno e non bastavano tre minuti, ma il nome mi pareva strano. Lo ripetevo tra me e me Elpidio e non mi ci raccapezzavo nulla, nel mio vocabolario bambino. Non mi diceva niente e al massimo, a chiuder gli occhi, mi parlava di un campo smorto, senz'acqua in arida e solitaria estate. Elpidio, un campo secco, che faceva però a pugni con il suo facciotto gioviale, il colorito bruno, i capelli arruffati in cima al capo. e la parlata marchigiana in lento e dolce modulazione di voce. Elpidio, al pomeriggio, quando lei aveva finito i lavori di casa e lui quelli del giardino, si portava via la Mimma, che s'accomodava, messa all'amazzone, sulla sua lambretta color ghiaccio. E io li salutavo tutti e due, correndo fino allo stradone che era confine al viale dove, al numero 91, vivevano i miei genitori. Mia madre sperò che la Mimma si accasasse e ne era certa sarebbe accaduto. Fu speranza per qualche mese. Invece, il perché lo ignoro, Elpidio e la Mimma non si sposarono mai e lui sparì come era arrivato, un grande uomo dei boschi, magico per me che lo guardavo mentre, a braccia possenti, spazzava le foglie dell'autunno, tagliava i rami e, con delicatezza quasi femminile spicciava dai gambi i fiori secchi per ridar fiato alla pianta tutta sana. Elpidio sparì, ma il suo nome no e, ragazza, mi tornò diritto in capo, china sul banco com'ero, a studiare il greco antico. perché elpis elpidos, nella lingua di Platone, vuol dire speranza. Elpidio, la speranza, speranza della Milmma, che, se non afferrata, a volte vola via...
2022-09-02

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Ho un fastidio piccino nella tastiera e due lettere, la "t" e la "j", che sono saltate su, come spinte da una molla invisibile,, e per riuscire a far che scrivano il loro suono, ci vuole davvero tutta la pazienza mia. Che però c'è ed è robusta assai. Per questo invece che "janas"(come è il nome in sardo) parlerò di fate, anche se, come in un gioco ironico di labirinto, ecco presentarsi la "t" che sembra dirmi, ridente, puoi fare a meno, un poco della "j", ma io, la piccola "t", cara la mia bella, sono necessaria come il pan del giorno... Eh già, dimitto auricolas e torno di seguito qui a parlar di fate. Sì, sì le fate che vivevano in piccoli, strani coni di pietra ed erano gelose della loro bella solitudine, le fatine solitarie per come le raccontano le storie popolari che io ho letto, d'un fiato, in un bel libro di Gino Bottiglioni, glottologo carrarese che visse, due secoli orsono, a lungo nella bella isola sarda, la conobbe e la amò... Devotissime al Signore e di manualità e arte sorprendente, esse , capaci di cucinare, tessere, cucire e ricamare come fate (appunto) vivevano appartate, lontane dal mondo, piccole colorate eremite a modo loro, regalando a chi le incontrava o aveva la ventura di vederle la loro dolce grazia, invisibile ai più. E mentre leggevo Bottiglioni, d'un tratto, ebbi la certezza di averla vista io pure una jana sarda. Nel vento di ponente, trasportata in fulmine nel mio passato, m'appare Annedda, occhi grigi, profondi, sofferenti, alta, ossuta, al collo la Croce d'oro del suo battesimo e nulla più. In mano tiene una camiciola bianca e tutta plissettata stretta stretta, ogni piegolina un bacio d'angelo: è la camicia del costume maschile barbaricino che ha confezionato, ago, filo e dita, lei sola in casa forse per suo marito non lo ricordo. Splende nel candore bianco il capo di vestiario e lei, silenziosa, lo porge a mia madre e dice solamente: "Così le vuole?". L "o" è stretta stretta, ma grande è il cuore di Annedda, una piccola-grande jana sarda...
2022-08-30

Aggiornamento

Ecco per chi lo desidera il link al mio pezzo su San Ponziano Papa, morto, purtroppo, proprio in Sardegna... Qui https://www.marcotosatti.com/2022/08/30/benedetta-de-vito-roma-dei-martiri-e-san-ponziano-papa-morto-in-odium-fidei/ Con un saluto nel sole che ancora scotta qui a Roma!
2022-08-27

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Oggi, sognando la mia bella cala Girgolu, me ne sono andata, al mattino già chiaro, in una Roma immota nella calura, su su all'Esquilino, lì dove i piemontesi conquistatori nella Roma (mia) tutta papalina, costruirono una piazza coperta, con i portici e sotto, difeso da una pioggia che a Roma cadeva alla morte del Papa, un camminamento ricco, allora, di negozi eleganti e ora solo qui e lì un grande magazzino, un rivenditore di stoffe esposte come a Marrakesh, botteghe fumose di cappelli e scarpe. Il mercato, poi, che era ricamo allegro, vivace, romano attorno alla piazza si è fatto mesto e tutto racchiuso sotto un finto cielo di plastica e acciaio. I banchi, tutti di stranieri e le verdure a volte straniere loro pure: zucchine con l'acne verde, banane bianche, cetrioli zebrati. Mi aggiro tra tutti i visi mediorientali in cerca dei vecchi romani che conosco: la verdurara mamma dei due gemelli, l'ortolano gentile, i fratelli della arance più buone del mondo, il pizzicagnolo sabino. La geometria dei miei passi segue il suo ritmo tra i banchi miei e poi di corsa, con un poco di peso ma non troppo, eccomi a Santa Prassede in cerca della tomba di un Papa, Ponziano, che un cuoresardo non lo ebbe affatto e che, anzi, in Sardegna morì, e forse proprio a Tavolara, di stenti e di maltrattamenti. Un Papa bello del quale presto scriverò perché, dopo la visita a questa bella basilica romana dall'abside in mosaico d'oro, lo ho ricostruito tutto tra qui e lì, nella mia Sardegna amata...
2022-08-18

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Nel cielo è steso un grigio lenzuolo e ricamate ben strette in punto nodo stanno le goccioline di pioggia che tanto vorrei veder cadere quaggiù come granelli di zucchero sulla terra riarsa da tanti giorni di calura. Ma per ora niente e gli occhi mi cadono giù. Così, abbasso lo sguardo quaggiù e, pur nella mia casa romana, riesco ad afferrare, come in bilocazione, la cima dove, legata al vecchio pontile (che ora non c'è più) dondola il piccolo naviglio di Cuoresardo. Dentro, che allegria, trovo i tanti amici, i conoscenti e anche chi non conosco, quanti hanno remato, dandomi il cambio, per far arrivare fin qui, nella mia dolce Cala Girgolu, il mio piccolo libro sardo e siccome ognuno, dopo un breve saluto e un sorriso, è affaccendato a modo suo, chi pescando, chi leggendo, chi pisolando, chi facendo un tuffo nel mare blu, corro in cambusa a prendere un fresco succo d'arancia e lo verso in tanti bicchieri immaginari, anzi per la precisione 200... Con una riverenza, grazie a tutti!
2022-08-08

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In queste poche ore, la barchetta di carta che non c'è "Cuoresardo" spinta da un venticello leggero, che io chiamo di Elia, ha toccato la boa del 75 per cento e io, con il cuore tenuto ritto, tra le mani a coppa, ringrazio davvero tutti quanti per la amicizia, per la fiducia, per la buona volontà di farsi piccoli editori a beneficio di un piccolo libro che arriverà nel prossimo mese di febbraio... Grazie! Ora, mancano ancora 50 copie al traguardo e soffio a gote di mela affinché anche l'ultimo tratto sia leggero, come leggeri sono i miei passi in questo mondo a capo in giù, e mentre s'avvicina il giorno dell'Assunta, che chiamiamo ferragosto, ho già istruito le mie anatrelle volanti di portare una rosa rossa di Santa Rita (la Santa degli impossibili) a tutti quelii che hanno creduto in me e nella mia scrittura. Una rosa rossa e profumata che accompagni lungo la via....
2022-07-29

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I giorni miei sardi sono trascorsi come la sabbia nel passino di un bimbo tedesco che ho ammirato, biondo e riccioluto, giocare con il suo papà per una buona ora, solo con un passino, appunto, la sabbia e i sassolini. La sabbia filava via, i sassi danzavano come in terremoto e gli occhi del bimbo s'accendeva in lumini di gioia, mentre il padre, ridente, riviveva, lui pure, un'antico incanto.La dolcezza suprema, definitiva della semplicità e delle piccole cose. Che sono grandi. Dicevo, i miei giorni sardi si concludono oggi e conto le ore all'imbarco, quando la pancia illuminata del traghetto, ingoierà la mia Cinquecento bianca. Parto, ho fatto tutto quel che potevo fare perché la casa tornasse a sorridere dopo la chiusura invernale. Ho strappato tante spine dagli alberi che ora, al vedermi, mi dicon grazie in un mormorio di fronde, ho cucito una bella tenda per la cucina, ho fatto rivivere la lantana in una certa radura dove, nascosto, s'erge grandioso un cactus che non conoscevo. Ora vado via, lascio la casa ad altri che l'amano come e più di me. Vado via, ma il mio cuoresardo, vivo, ridente, acceso, resta qui e palpita nell'azzurro, cullato dal vento di ponente. Resta qui, lui, ma il mio piccolo libro viene con me e mentre sto per chiudere la porta, con la valigia dei tanti ricordi freschi e profumati, ecco che mi chiama e dice: "Benedetta, ricordati di ringraziare ancora i tanti, che mi hanno acquistato, ricordati che essi han creduto nelle tue parole, nell'anima che da esse galleggia ricordati di loro e mettili nel cuore". Sì, lo faccio, con un inchino ringrazio tutti quanti, uno per uno e anche se all'impresa mancano ancora delle copie, mi sembra già un miracolo che in così tanti han risposto ai miei appelli e creduto in me e nella mia scrittura. Grazie!
2022-07-23

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Ero in spiaggia, questa mattina, presto presto, e il mare come un grande specchio d'argento e mentre sono lì, immersa fino al collo, la cipolla dei capelli attorcigliata sulla nuca, e in beatitudine, vedo da lontano arrivar Marianna con le braccia inalberate e so che mi deve dire qualcosa di importante e di grande. Infatti. Mi invita a un matrimonio a Oliena, dove canterà il coro "Nugoro Amada" e se desidero andare con uno dei cantori devo farmi la doccia in un fiat, indossare un abitino elegante e trovarmi all'ora tale nel posto tal dei tali. Sìsìsì, il cuore mette l'ali e sono già al crocicchio e in macchina. Slam, lo sportello sbatte e via verso Nuoro e poi a Oliena, che è un paesino della Barbagia, protetto come da ali d'angelo dal monte Corrasi. Dalla piazzetta pulita lamontagna azzurra pare un lenzuolo di gigante steso al sole e tanto belloo che splende come antipasto di cielo. Il matrimonio si celebra nella chiesa dedicata a Sant'Ignazio di Loyola e i cantori, in costume nuorese, con il gonnellino di orbace, il giacchino in velluto blu, la camicia a maniche larghe e tutta plissettata sul collo. Cantano "Mama e su nie" e sale la mia preghiera fin lassù in cima al monte Corrasi, cantano l'Alleluya in toni di basso, ed è stupore e meraviglia insieme. Cantano "Panis angelicus" e il pane del cielo riempie tutta la chiesa. Cantano una stupenda "Ave Maria" e fanno un anello intorno agli sposi. Che bellezza! La Messa è finita e in un bel baretto olienese prendiamo un sorso di fresco e mentre parlo con il maestro del coro, i cantori cantano tra loro m in gicoco quasi, canzoni d'amore e d'amicizia, il bar si affolla per il richiamo musicale e poi mi ritrovo, io proprio io, al centro del cerchio, e tutt'intorno la stupenda "No potho reposare". La Sardegna viva, vera, rotonda, ha un profondo, immortale, autentico cuoresardo che m'abbraccia. Grazie!
2022-07-09

Aggiornamento

Questa mattina, inseguita dal venticello fresco di Elia, eccomi a San Teodoro, dove ho appuntamento mobile con Fabio, libraio, sardo della costa occidentale, con il quale parleremo, nella "Piccola libreria giardino" Mondadori, di "Cuoresardo" e anche di altro. Dopo l'incontro, china sui libri sardi che si trovano proprio dietro la cassa, cercando (invano) un libro sul costume tradizionale della Sardegna, pesco un librino dal titolo, per me, molto invitante: "Leggende e tradizioni di Sardegna!. L'autore è un glottologo del Continente Gino Bottiglioni (normalista come mio marito), che, nell'Ottocento, ebbe la ventura di insegnare nell'isola di Grazia. E scrisse questo bel libro. Tornata a casa, dopo i doveri quotidiani che ricamano la mia vita di semplice allegria, mi sono dedicata alla lettura e d'un tratto, in una breve frase, ho ritrovato lì, tra le pagine di questo librino, il mio cuoresardo per come lo concepisco: "Il popolo sardo ha tutti i caratteri di una gente che, attraverso una storia millenaria, ha conservato una fresca e ardente giovinezza!. Sì, era questa la Sardegna mia perduta, che oggi lumeggia tra ginepri, lentischi e corbezzoli...
2022-07-05

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Io non so davvero come andrà a finire questa avventura editoriale tanto nuova per me, che comunque mi ha arricchito (ma non dico come né perché). Una cosa la so, però, ed è che, oltre a tornare a dire grazie grazie a quanti hanno creduto nella mia scrittura (e che pazienti attenderanno, in un mondo che va sempre di fretta, fino al 2023 per leggere le mie pagine...), ho il dovere, qui, prima che sia chiuso questo posticino al sole, di ringraziare le tante amiche, sorelle d'anima e scrittrici, che hanno temperato la mia penna, facendole trovare il sentiero suo tra i tanti loro che ho amato. Qui mi limito alle mie essenziali, le guide e mie maestre. Ma ce ne sarebbero tante altre che parlano, a modo loro, attraverso di me. Ecco, ecco arrivano le scrittrici che ho amato e amo e che tengo nel cassetto del pensiero sempre. Dolores Prato, che mi ha regalato con il suo "Giù la piazza non c'è nessuno" la gioia sublime della scrittura bella, fresca, croccante. Dolores, nata sotto un tavolo, mi somiglia nell'attento scrutare. La sua Treja è la mia Cala Girgolu. Leggendo appena un pezzetto di lei, lo ricordo ora stesso, s'aprivano per me i ruscelli dello scrivere. E a tutti la consiglio! Poi, bella nella sua eleganza primi Novecento, Katherine Mansfield con i suoi formidabili racconti che ho amato tutti, in un mazzo di rose. Una folla di scrittrici che ho letto e riletto s'affolla intorno a me: "E io? E io?". Ecco Maria Borgese, con il suo adorabile "Quelli che vennero prima", Neera nei racconti freschi de "La sottana del diavolo". C'è Grazia Deledda, in due tomi appena presi nel suo museo-casa natale. E c'è Maria Messina, deliziosa, siciliana. anche se rersta un poco dietro le altre. E anche se ora non c'è più voglio qui ricordare un'amica, una scrittrice pisana, sposata con un siciliano, con la quale fu simpatia in fulmine: Luisa Adorno. In realtà di nome faceva Mila e di cognome non lo dico. La sua casa, scura di mobili e d'ombra, piena di acqueforti praghesi, foderata di libri, è stata testimone di tanti pomeriggi nostri trascorsi a chiacchierare della Cvetaieva e di Pasolini, di Sciascia (che l'aveva "scoperta") e poi di noi che, tutte e due, eravamo e siamo (lei ora in cielo) mamme e donne di casa...
2022-07-03

Aggiornamento

Questa mattina, a Porto San Paolo, si festeggiava il patrono. Cioè San Paolo che da queste parti, sì sì proprio qui approdò durante uno dei suoi tanti viaggi e, in questo caso, quello che doveva portarlo in Spagna. Ho provato a cercare tracce di lui nel porticciolo tutto milanese, raccolto, nelle casette che guardano sulla piazzetta porticata, colorato di bouganville rosa, ma niente ho trovato anche se qualcuno mi ha detto che in un un certo luogo romito, dove bisogna portare i pantaloni lunghi per eviitare cardi e malepiante, ci sono i resti di una hciesetta diroccata che potrebbe essere stata intitolata a lui. Un giorno, gambe in spalla, proverò ad andarci. Per ora, saluto tutti e ringrazio chi oggi è passato volando e ha lasciato delle belle righe su Cuoresardo e chi ha prenotato una copia. E ora, sventolo un fazzoletto bianco, per dire buonanotte, buonanotte!
2022-06-29

Aggiornamento

Al mattino, quando il sole, stiracchiandosi, sale lieve nel cielo dorato specchiandosi nelle onde, chi amo nuota ad ampie bracciate verso il largo, mentre io lo guardo diventare piccino dalla spiaggia e intanto arrivano, dall'altra parte della spiaggia, i bagnanti, con gli ombrelloni e le seggioline al seguito e contenti di arrivare finalmente in riva, trovando a Cala Girgolu l'incanto che ha, tutto speciale. Oggi ho fatto la conoscenza con una coppia che veniva dalle parti di Padova e, nella cantilena dell'italiano loro che mi è famigliare e nel cuore, ho scoperto, trasecolando, che in due spiagge che conosco da quando ero bambina, cioè Lu Impostu e Brandinghi, c'è il numero chiuso e quindi, se non ti sei prenotato, nisba. Il pensiero corre a ritroso, come in una ruota magica, e sono bambina, con la Bea e la sua mamma, bella con i capelli lunghi color rame e gli occhi verdi di gatta. "Betta, vieni con noi a saltare le onde alla spiaggia delle veneri?". "Posso, posso?" chiedo a mia madre e quando il sì arriva, insperato, siamo già pigiate nella Cinquecento blu notte che pare un paguro da tanto piccola è, e spedite lungo l'orientale sarda verso San Teodoro, perché la spiaggia delle veneri, per me, è e sarà sempre la spiaggia delle veneri (dove trovavamo le conchigliette a ventaglio gialle, rosa violette) e non sarà mai a numero chiuso, ma aperta al vento e alle onde che salavamo ridendo, con i capelli che ci frustavano dietro la schiena...
2022-06-28

Aggiornamento

Mmm, Cuoresardo mi pare fermo in un porto e non si muove da qualche giorno, ma va bene, soffierò e soffierò e la mia barchetta tornerà a navigare. Forse, chissà. Intanto nel giardino incantato di Cala Girgolu, tra lentischi e lantane c'è una grandissima novità: la gattina grigina ha messo al mondo quattro gattini che, ieri sera, dietro ai loro cespuglietti verdi, mi guardavano con occhi intenti e orecchiette aguzze. E sembravano tanti nanini del bosco, immersi nel numinoso mistero della vita in cui tutti siamo immersi.
2022-06-22

Evento

Museo di Grazia Deledda
TIeri ero a Nuoro, al museo-casa di Grazia Deledda. Anche lì ho lasciato i manifestini di Cuoresardo. Non si sa mai... Qui sotto, una piccola cronaca mia di questa bella gita nuorese.

ra Siniscola e Nuoro, c’è soltanto una lunga solitudine di aspri monti, che sembrano vivi, nel verde di velluto, in forma di ginepri e lentischi, che li ricopre. Ecco, il mio cuore fuso a forre e valli, in corsa tra le rocce e i muschi e l’erbe. In azzurra lontananza, altri monti a rincorrersi fin dove l’occhio arriva, ma io sono seduta nella corriera, accanto a mio marito, e insieme contiamo i chilometri che ci separano da Nuoro dove andremo a visitare la casa dove visse Grazia Deledda bambina e che ora è un piccolo-grande museo. Se è vero che sono seduta nell’abitacolo del panciuto bus color vinaccia, vero è anche che il mio cuore corre libero lassù tra i monti barbaricini e mentre corre incontra le grandi pietre che paiono aver volti umani. Ecco i giganti, mi dico, quelli che i sardi immaginavano abitassero tra le montagne e che scendevano a valle in forma di mammuttones! Corro e incontro nel mio andar veloce anche le fate nane e, oh meraviglia, esse assomigliano tanto, lo scopro all’arrivo lì nel Rione San Pietro dove s’aprono le porte della casa natale di Cosima (uno dei tanti nomi della Deledda, ma che è titolo della sua autobiografia), somigliano tutte quante, dicevo, a Grazia Deledda. Sì la piccola, rotonda Grazia con la sua pelliccetta nel freddo di Stoccolma a ritirare il Nobel. Una “jana” in Svezia
Così quando mi trovo nella sua stanza da letto, all’ultimo piano, della casina-museo (che pare lei pure “una domus de jana”), mi pare, chiudendo gli occhi, di rivederla viva. S’alza dal lettuccio, un occhio alla Madonnina incoronata con il Bambinello in braccio, e in mano tutt’e due gli scapolari), si segna volando e poi via alla finestrella che guarda occhi negli occhi il monte Orthobene, con quel suo bel nome bizantino, e che ha in cima il Redentore. E apro una parentesi piccina per raccontar di quando mia madre, alla metà d’agosto, dichiarava solenne che “quest’anno, cascasse il mondo, andremo a Nuoro alla festa del Redentore”. Tutta elettrica, tra me e me, sognavo la festa, le bancarelle, il torrone morbido alle noci, dopo mesi di solitudine a Cala Girgolu e contavo i giorni che mancavano al 29 agosto. Che puntualmente arrivava, un giorno come gli altri, giù sulla spiaggia. Nuoro, per me, un miraggio nel deserto delle vacanze al mare. Non arrivava mai però. E ora sì.
Torno da Grazia e la vedo, ancora a piedi scalzi, tra lo scaffale di libri suoi e lo scrittoio “tutto di ebano autentico e intarsiato d’avorio”, poi scendere giù, correndo, nella cucina che è ricostruita qui col braciere nudo al centro della stanza e sopra il graticciato che serviva ad affumicare il cacio. Qualcosa da metter sotto i denti e via nell’orto che era concluso lì dove oggi c’è un giardino spoglio, ma protetto dal sole da due grandi alberi secolari. Dal muretto a secco, che s’erge a protezione della proprietà, si vede spuntare il nasino, di nuovo, del monte Orthobene. Ed è presenza viva, la montagna, come un amico gradito che viene a trovarti, fragrante di vita, alla mattina presto per un caffè nero e zuccherato! Più in basso, scesi pochi gradini, c’è, ricostruito tale e quale a come era, lo studio di Grazia a Roma nel villino che abitò da signora Madesani, in Via di Porto Maurizio dalle parti di Piazza Bologna. Spiccano sul tavolo bruno, come scuri sono sempre i mobili tradizionali sardi, due bamboline, maschio e femmina, in costume tradizionale. Un’altra bambolina, sempre in costume tradizionale, mi guarda, sbigottita, e mi ricorda che, se non mi sbrigo a salutar Grazia e casa sua non farò in tempo a visitare l’altro museo, quello del costume tradizionale, che, come tutto qui a Nuoro, chiude all’ora di pranzo.
Provo, corro, una signora gentile alla finestra della sua casa che è al fianco della Cattedrale dedicata alla Madonna della neve, alla mia domanda su dov’è il museo, risponde che è lontano e che sicuramente non ce la farò ad arrivare in tempo. Sì, sì, ha ragione, abrenuncio e, con il marito, ci sediamo sotto l’ombra degli alberi, che fanno da piccolo esercito giovinetto della bella chiesa ottocentesca che, lei pure, sta chiudendo usci e porte per la pausa prandiale. Una signora scende per la via, un Rosario attorcigliato tra le dita, mi spiega che, prima della chiusura le donne lì si riuniscono per il Santo Rosario. Le dico che, se vivessi a Nuoro, anch’io andrei per stare accanto alla Madonna della neve. Il cinque agosto, tra poco oramai, è la festa della Madonnina bella della neve anche a Roma. A Santa Maria Maggiore nevicheranno i petali di rosa e forse anche qui, nella Barbagia profonda dove Nuoro siede regina…
2022-06-19

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Un mondo di parole Di notte, nel silenzio che è per me pieno di voce, rimetto a posto il pensiero, mentre il cielo mi parla in quell'indaco suo incantato che è per per me un'autostrada aperta, libera, che mi trasporta lassù. Il mondo, quaggiù, costruito dagli uomini in liquido mutare, non mi tocca né mi ferisce. Vivo con i piedi sulla terra, ma il cuore nelle radici del divino, forte nell'orme sacre, nella mia casa sicura, costruita sulla roccia, percorro, a passi leggeri, tortuosità, inciampi e pericoli, e giungo alla meta, nel tramonto del giorno che mi accoglie, silente, tra le braccia delle ore del sonno. Così, anche se a volte mi perdo, affronto anche questo strano crowd funding elegante che m'obbliga a parlar di me, quando non vorrei e mi mette in un giro di mondo che non è il mio, resto in piedi, vigilante e non mi perdo punto nelle chiacchiere né mi ferisce l'agitato altrui comportamento. Avanti, col vento in poppa, bordeggiando via terra, un porticciuolo via l'altro e spesso amico fino, forse (o forse no) alla meta, E ora opla, in un balzo allegro, scendo d'un rigo per tornare a dire grazie grazie a quanti hanno risposto e, fidandosi di me, ordinato un libro che ancora non c'è se non in un computer. Stappo una bottiglia, dico evviva e vi rimando alla prossima puntata, mentre Tavolara mi guarda e mi sorride.
2022-06-17

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Io non so se il mio "Cuoresardo" arriverà al suo Porto Duecento, che lo attende già in festa, incoronato di rose rosa (che sono le mie), so però perché questo libro è stato scritto e non riguarda soltanto la pandemia e la voglia, per dir così, di piedi nudi e di terra schietta che sentivo nel cuore, ma proprio oggi, dopo il bagno in un mare di vetro fuso a freddo, dove una fata buona aveva versato una coppa d'ro fuso, seduta su uno scoglio che si sciacqua piene di alghe i piedini tra le onde, ho capito, in infusione, che questo Cuoresardo vuol restituire un poco d'anima a un'isola, oramai perduta nella modernità (almeno qui in Gallura, perché mi dicono che più a Sud è differente), un'isola che era in spirito profonda come il suo mare aperto e in devozione dolce come il pane ricamato che qui s'usava fare e che io cerco in giro per le panetterie e trovo di rado. Ecco, l'anima sarda, che profuma d'anima del mondo, la voglio restituire con le mie poche righe che, nel mirto, affondano le loro radici e salgono al cielo in fomra di bouganville rosa...
2022-06-13

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Un giorno di questo bel giugno steso a prendere il sole, vorrei andare, con la corriera, a Nuoro a visitare la casa che fu di Grazia Deledda. La casa di Cosima... A Roma la Deledda abitava, invece, dalle parti di Piazza Bologna, dove andavo, bambina, a trovare la zia Jeanne e lo zio Francesco. Lei, una quattroquarti di nobiltà, con gli occhi turchesi, lui un avvocato che al piano improvvisava epperò suonava con il cuore tra le dita. I viali del quartiere ampi, larghi, pieni di villini e giardini. E mi portavano a mangiare il gelato... Vorrei, dicevo, visitar la casa della Deledda e anche il museo del costume sardo. Avrei anche - e grazie grazie - chi mi farebbe da guida e ho ben caldi i numeri di cellulare. Ma prima di andare a "Nugoro amada" (e mia madre diceva amara...) devo risolvere certe questioni della casa che in circolazione d'acqua, diciamo così, tossisce e soffre. E mentre penso all'oggi che non fugge, ecco il mio ieri tornar vivo e vero. E' agosto e mia madre, come ogni anno, annuncia che si andrà a Nuoro alla Festa del Redentore. Che gioia, che tripudio, per me bambina, stanca dei tre mesi in su e giù di spiaggi! E già immaginavo le bancarelle colorate, il torrone morbido, forse una bambola per me. Invece il 29 agosto passava e noi tutti sulla spiaggia. Mia madre dimentica, come nulla fosse, Nuoro non c'era più. Io La sognavo imbandierata, vestita a festa e il Redentore sfavillante nel cielo come persona viva. Patapunfete giù per terra. Un sogno che non si è mai avverato. Ma che quest'anno si avvererà.
2022-06-13

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Cuoresardo pian pianino si avvicina al cinquanta per cento e io torno qui e adesso a ringraziare tutti quelli che, incuriositi, mi hanno dato fiducia, prenotando una copia. Grazie! Posto qui il link a un mio articolo su Stilum Curiae nel quale Marco Tosatti, amico mio ed ex vaticanista della Stampa, torna a parlare anche di Cuoresardo. Buona lettura con Mark Twain! https://www.marcotosatti.com/2022/06/12/benedetta-de-vito-mark-twain-pitcairn-e-la-lezione-per-litalia-triste/ E ora, un saltello, una scappellata e un buona giornata a tutti!
2022-06-10

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Con la mia dolce amica Gosia abbiamo portato i volantini di Cuoresardo in bar e ristoranti e tutti felici e contenti e noi via nel vento che soffia in maestrale offeso, ma regalando onde azzurre, cieli turchini, sabbia d'oro. Così, siccome a un'amica tedesca che mi ha aiutato nella campagna di crowdfunsing, ho regalato una Girgolu bennibag, (ora in vendita al mercato di Porto San Paolo) ho pensato di proporre una bennibag a quanti prenoteranno due copie di "Cuoresardo".... mmmm, non so... Voi che cosa ne dite? In attesa di un commento, non so, di una parolina, mando un saluto portato dal maestrale ai tanti che mi vogliono bene e anche a chi mi vuole male.
2022-06-08

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Vorrei qui ringraziare una certa signora di gusto, dai bei capelli rossi, che mi ha ospitato nel suo facebook che ha più di 480 mila followers e però a me ha fruttato una sola prenotazione. Comunque grazie grazie ed è stato pubblicato anche nel suo bel sito "Nelcuore".. Intanto, insieme con la mia cara amica Gosia, andiamo di bar in ristorante a portare i manifestini con il Qr che ci ha fornito bookabook, e chissà se porteranno frutto. .. Vabbè, il cuore è sempre in alto perché da qui, cioè dal centro della baia mia sarda, tutto appare bello e distanti i crucci e le notizie tristi. Si sta, i piedi a mollo, i capelli nel sole, e tutto scorre in uan letizia semplice, arcaica, eterna. Oggi la penna piange perché devo fare il mio mestiere di ghost writer e l'argomento che dovrò trattare è difficile e profondo, sicché, con un grazie a quanti continueranno ad innaffiar la fonte di Cuoresardo, saluto con una scappellata e un arrivederci e torno al mio duro lavoro di parole...
2022-06-03

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Eccoci arivati alla boa numero 40, evviva e battimani. Intanto nel terrazzo di cotto spagnolo dove saettano indaffarate a cercar cibo le formichine nere sarde che chissà dove hanno casa, arrivano, in cerca loro pure di qualcosa da metter sotto i denti, i nostri gatti imprestati dal destino. Il re si chiama Tigre ed è un gatto di una certa età che si muove lento e, prima di mangiare, compie sempre il rito del rotono intorno alle mie gambe. Poi dopo uno o due giri, a coda in su, attende che io gli faccia una carezza. Solo allora, parte verso la ciotolina di patè di salmone o degli avanzi ghiotti. Suo figlio Tigrino e la grigina, invece, che sono selvatici e toccarli guai, sono già sul piatto e, a muso di fachiro, stanno facendo fuori tutto quanto, prima che il lento Tigre arrivi a prender la sua parte. O povero Tigre che resta a bocca asciutta. Invece no, perché per Tigre c'è sempre un bocconcino di riserva, visto che lui, educato al tocco umano, si fa accarezzare e sa anche accarezzare con la coda polpacci e piedi... A volte però il terrazzo diventa piazza d'armi. E' quando di tra le frasche compare gatto rosa, acerrimo nemico di Re Tigre. In quel caso sono soffi e miagolii e code ritte e musi ferociu Passano, Tigre e gatto rosa, buoni dieci minuti a guardarsi in gattesco e a farsi smorfie e stridi, immobili uno di qua e uno di là, poi gatto rosa, a coda mozza, legata sotto la pancia, se ne scende, mogio mogio, lungo le scae decretando così la vittoria di Tigre che, idel tutto indifferente, ora prende a farsi una meticolosa pulizia. Lo spettacolo è finito, i gatti a pancia piena sono andati via e anche io vi saluto con simpatia e dico evviva la boa 40 per cento (ma ne mancano 121...)
2022-05-30

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Ieri pomeriggio, che era domenica, uscita dalla Santa Messa nella chiesa di San Giovanni Battista di Budoni, dove il canto finale "Mama e su nie" innamora me e tutti, che infatti restano anche quando il sacerdote, tolti i paramenti, rientra in chiesa, in borghese, a far due parole con chi sa lui, eccomi insieme a mio marito a mangiar la pizza nel ristorantino che guarda in faccia farmacia, macelleria e pasticceria budonesi e dove le focacce han nomi curiosi: Agrustos, Nuditta, San Gavino. Ess, i nomi, sono tutti luoghi dei dintorni. Nuditta, mi chiama, guando guido sul rettifilo all'incgresso del paese, leggo Nuditta e penso a Giuditta che era il bambolotto di Livia. Bella non era, con pochi capelli, ma era di Livia e mia madre lo salvò dalla spazzatura il giorno in cui una mano ignota l'aveva ficcata in un cestino e addio. Dormì per un tempo, Giuditta, con le mie bambole e poi un giorno fu restituita alla sua proprietaria che ancora la conserva. Credo. Nuditta, Giuditta, bambole del cuore. Nel pomeriggio, in spiaggia incontro uno degli Emme, ma lo riconosco sì e no tutto pieno di barba come è ed è con il suo figliolino nascosto il viso da una maschera di Dcathlon. E lui, avvicinandosi, cauto, guardandomi negli occhi, nonostante i miei occhiali da sole, dice: "Beatricce?". "Benedetta", rispondo e così, per magia, ritorniamo vive "labeaelabetta, due in una, stessi capelli e schiene abbronzate, due Giuditte per una.
2022-05-27

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In località Padru, sotto un monte verde, lì dove Tavolara spunta appena in lontananza,come un comignolo di fata, ci sono campi d'erbetta fresca e in quei campi smeraldini pascolavano, questa mattina, tre belle vacche bionde, con il loro campanello al collo che faceva dlen dlen al vento, in tenera poesia.. Mentre mio marito faceva le compere, io, con il foulard allacciato intorno all'ovale del viso (tale e quale a quello di mia mamma che è l'anima di Cuoresardo), mi sono avvicinata alla staccionata e lì mi sono fermata ad osservar quelle belle dame color grano, mentre brucavano fiori ed erbe. Una l'ho fotografata a distanza e mentre fotografavo quella, un'altra, si è fatta avanti esi è fatta sempre più vicina a me, guardandomi negli occhi. Si avvicinava un poco, restava ferma, poi avanti di un passetto o due e di nuovo ferma. Un gioco a uno due tre stella tutto per noi due, All'appressarsi diventava sempre più grande e poi, d'un tratto, me la sono trovata davanti, occhi negli occhi, ho allungao una mano, ho fatto le farfalline e lei allora, dolcemente, ha sollevato il muso e si è lasciata accarezzare piano, solo per quel,'attimo di gioia che ci siamo scambiate. Proprio allora ha squillato il telefonino ed era il mio amico Marino che mi chiedeva dei lavori e dell'acqua che non c'è. Sì, gli ho risposto l'acqua non c'è come spesso qui in Sardegna,, e aggiungo, ma ora, sono qui con una vacca bionda come me, si è fatta accarezzare, le devo star simpatica... Ecco p bello per me regalar piccole storie sarde, per quanti hanno la pazienza di seguirmi fino a qui e ora, augurando a tutti una buona sera, prendo commiato e con gli uccellini miei amici mi vado a coricare. Buonanotte a chi mi vuole bene e anche a chi mi vuole male, mentre Cuoresardo è oramai nelle mani dolci del Signore...
2022-05-24

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Ringraziando tutti quelli che mi danno fiducia e mi sostengono, oggi mi ha scritto il signor Barrago di Tracce di Sardegna, un bel sito internet dedicato all'isola tutta e mi ha mandato il suo articolo su Cuoresardo. Grazie! Eccolo, di seguito: Cuoresardo, il libro di Benedetta de Vito Internet spesso è un posto magico e bellissimo, e tra le pagine della rete mi sono imbattuto in un progetto di Crowfunding per la pubblicazione del libro "Cuoresardo" di Benedetta de Vito. Chi è nato e cresciuto in Sardegna, sa bene quanto questa terra sia meravigliosa, ricca di opportunità talvolta impercettibili, di profumi, scorci e paesaggi mozzafiato, un'isola fiera, a volte rude e dura o testarda, come chi vi abita. Spesso, questi e molti altri aspetti, vengono captati anche da chi in Sardegna non vi è nato, ma ha avuto l'onore di farci un salto, per lavoro o in vacanza, guardandosi attorno con occhi ed animo tanto sensibile, magari come quello dei bambini, che gli hanno permesso di coglierne le essenze e le sfumature della nostra isola. Ci sono dei luoghi, come la Sardegna da capo a terra, che si cuciono all’anima, rendendola per sempre avvinta dalla malia dei colori, dei profumi di quella primitiva bellezza che è divina e innocente insieme. Ogni spiaggia, ogni monte, le pietre, gli alberi che la colorano di verde, sono voci di una natura millenaria che lascia il segno per sempre. Figuriamoci da bambini. Ecco, il libro che vi propongo (del quale ho avuto la gioia di leggere alcune pagine) è una immersione nel mondo magico della Sardegna, raccontato da Benedetta de Vito, giornalista e scrittrice romana, che, a Cala Girgolu, una baia sarda che guarda negli occhi la stupenda isola di Tavolara, ebbe il privilegio di trascorrere fin dagli anni Sessanta, le vacanze estive. Il piccolo cuore di Benedetta diventò da allora e per sempre un “Cuoresardo” (il titolo del libro). Tre lunghi mesi, a piedi scalzi, la schiena al sole, i capelli nel vento sardo, respirando la vera vita che trascorre, invisibile ai più, mentre quell’altra, la visibile danza nei suoi frenetici ritmi che danno le vertigini al cuore. Tre lunghi mesi nella pienezza rotonda di un mondo edenico pieno di magia. Riemergono dalla memoria Don Pala, il parroco di San Teodoro, sempre in talare nera, una talare allegra che raccontava sola sola tutto l’amore che egli aveva per Dio, la Dommennica, sempre vestita di nero, nel suo proto sardo un po’ francese e la Bea, l’amica d’infanzia, compagna di spirito e di giochi nel mondo incantato di Cala Girgolu dove ancora pascolavano le pecore di Ulisse. Di seguito, potete trovare il link per procedere all'ordine del libro. Fatemi sapere se pure voi siete rimasti coinvolti tra le pagine di questo libro. Per ordinarlo, https://bookabook.it/libro/cuoresardo/
2022-05-24

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Ho letto che il caro amico Giampaolo Pepe, per il quale scrivo a volte sul suo bel blog "Storie di territori", alla domanda: "Ma chi è Benedetta de Vito", ha raccontato quel che sono in poche parole, cioè giornalista professionista e via così, ma qui di seguito, apro la pista al passato perché io sono anche, in parte, quel che furono quelli che vennero prima (come direbbe Maria Borgese) e qui potete leggere un poco di loro che dormono in pace, ma da me indimenticati... Buona lettura, mentre il vascellino Cuoresardo, impavido tra i marosi della rete, cerca ancora il Porto Duecento. Coraggio piccolo naviglio! Dal Brasile, dove ha costruito casa, famiglia e felicità, mio fratello Marco ha anche ricostruito, in fantasmagoria certosina, le mirabilia di famiglia, negli avi nostri che, chi per un verso, e chi nell’altro si è ritagliato un posticino nella piccola storia tricolore. E le pesca tutte quante lui, spulciando su siti e biblioteche, in quel vasto mare che spaura e smaga per la vastità illimitata senza forma. Ma Marco, a zii e bisnonni, dà forma e sostanza nelle imprese loro e scova ciò che era sepolto, perduto, dimenticato. Riportandolo alla luce della nostra memoria famigliare: grazie! Scopro, così, che il bisnonno paterno, il Capitano Ludovico, morto ad Adua, giovanissimo, già padre di molti figli (tra i quali mio nonno) con baffi all'insù, oltre ad aver scritto la prima grammatica di tigrino, ha anche raccontato la geografia eritrea, tra amba e aradam e in più volumi. Scopro che il prozio Piero, ex ministro di Grazia e Giustizia a Salò, aveva un’idea tutta sua, raccontata su Oggi, sul perché Galeazzo Ciano non venne graziato. E non mi meraviglia: lo zio Piero, da me amatissimo, di segreti ne conservava tanti. Ma soprattutto, vengo a sapere (e cado dalle nuvole davvero!) che il bisnonno materno, Gustavo, ai suoi tempi, elegantissimo in nero stiffelius, con bisturi di precisione, operò niente meno che... una leonessa come racconta, in una copertina, la Domenica del Corriere, dove il felino appare color ocra e grande come due uomini messi insieme. L’immagine è carina e rende l'idea del tipo d'uomo che era Gustavo e di cui si è perduto lo stampo. Carina, per carità, ma molto meglio il racconto, corredato da gesto descrittivo, di nostra madre che qui riporto così come la vedo per come me l'ha descritta Marco: “Mio nonno impugnò il bisturi e zic zac zac, come Zorro, la curò”.
2022-05-21

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Ecco, respiro e, nel mio piccolo laboratorio Bebabou ho ideato, tagliato, scritto e costruito questi piccoli segnalibro per sorridere all'impresa. Avanti, coraggio, in verde speranza, con il cuore in alto, evviva Cuoresardo!
2022-05-19

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Ecco il piccolo naviglio ancorato alla boa numero 60, la prima boa e mentre lui, Cuoresardo, si gode un poco di meritato riposo, io mi tuffo tra le pagine della mia memoria per cavarne fuori un nuovo raccontino di Sherazade dei Centogiorni e una notte. E allor, avanti e questa volta il racconto si intitola "Sigarette rosse" e ci riporta indietro un poco all'inverno, al freddo, ai cappotti, vabbè. Ziti zitti e cominciamo. Al mattino molto presto quando gli occhi delle case sono ancora chiusi dai loro legni verdi e marroni e le coltri calde invitano ancora al riposo, io sono già sveglia e grilla da un bel pezzo e, dopo aver sfaccendato per le vuote stanze, spazzando via i pensieri con le loro zampe di ragno, nell’orazione che sempre mi accompagna, eccomi già pronta all’uscita per recarmi alla Santa Messa quotidiana che, per me, è nutrimento di corpo e d’anima. E dopo, l’ite missa est, seguita dall’Adorazione eucaristica, in santo incenso che profuma l’aria nei bagliori d’oro del Santissimo, sono con due balzi e una breve passeggiata al tabaccaio di Via Nazionale che conosco per essere lui un tipo sveglio, sorridente e. come scoprirete, un ottimo venditore. Dunque sono lì a ricaricar la tessera dell’Atac, quando da dietro, nella folata di freddo che entra, distinguo un uomo tutto intabarrato in barba, cappello, occhiali e giaccone. Senza badare a me che sono servita dal tabaccaio, il simpatico signore in maschera da alta montagna, si rivolge alla tabaccaia. “Vorrei le ruonnnnnnnnnntanssse”. Gli occhi celesti della signora si riempiono di sgomento: “Come, scusi?”. E lui ripete quell’arrotato pastrocchio di lettere. E lei (ma anche io. seppure muta…) ripete: “Come scusi?”. Interviene al salvataggio il tabaccaio che, svelto, allunga al tipo le Rothmans rosse e aggiunge: “La scusi, sa, non parla inglese…”, con un’occhiata complice (ma al fumatore!) a lei che se ne sta in un canto. Tutto soddisfatto il nostro amico esce con il suo bottino americano, e allora, io: “Mi scusi ma che sigarette erano?”. “Viene sempre qui a comprarle…”, dice il tabaccaio e lei sorride. Il sorriso si fa risata comune, di noi tre rimasti nel negozio, una risata di cuore, intenerita dalla simpatia del fumatore che, in questo mondo dove si traducono troppe parole, pensa di saper l’inglese… Nella risata comune e intenerita ritroviamo un poco di allegria in questa Roma flagellata dalla pioggia, un poco desolata e in recessione
2022-05-18

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Oggi il bel blog di Giampaolo Pepe parla del mio Cuoresardo: https://storiediterritori.com/2022/05/17/cuoresardo-di-benedetta-de-vito/ In questo post che segue lo spazio è per Benedetta de Vito, collaboratrice di Storie di Territori da tempo. Avrete già avuto modo, in diverse occasioni, di leggere i suoi pezzi su diversi argomenti. Comunque, qualcuno si chiederà: chi è Benedetta de Vito? Giornalista professionista, ghostwriter, traduttrice, scrittrice, è nata e vive a Roma. Ha lavorato per più di vent’anni nella redazione romana del Gazzettino di Venezia e ha collaborato, fin da giovanissima, con quotidiani, settimanali e mensili. Scrive per diversi siti web. Ha scritto L’ingegnere e altri racconti, un Millelire di Stampa altermativa, e Il naso Augusto (Moby Dick edizioni), un libro per bambini. Suoi racconti sono pubblicati nelle antologie di piccoli premi letterari. Nel 2019, Oltre editore ha pubblicato C’ero una volta, passeggiate per le vie di Roma sulle tracce di due Sante. Ha tradotto e curato Lei non sarà mai infedele di Jeanne De Casalis (Nutrimenti) e L’enigma delle sabbie, il proto-giallo di Erskine Childers (Bariletti), ristampato dalla Nuova Editrice Berti. La sua ultima fatica si intitola Cuoresardo Negli Anni Sessanta un ingegnere romano – innamoratosi della bellezza selvaggia, arcaica, incantevole della Sardegna – comperò un pezzo di terra sul mare, ricoperto di mirti, lentischi, corbezzoli proprio di fronte all’isola di Tavolara. Lì costruì una villa bianca, di cotto e calce, dove trascorreva le vacanze estive la sua numerosa famiglia, com’erano numerose allora le famiglie di un certa Italia che fu. Il libro è un inno d’amore alla Sardegna, ai suoi profumi, alla tempra degli isolani forti e tenaci, alla vita semplice di un tempo perduto. Tra Don Pala, la “Dommennica” e le due “Bee”, la piccola storia di Benedetta che, a Cala Girgolu ebbe il privilegio di muovere i primi passi lungo il cammino della vita Così racconta lei: “Perché ho scritto questo libro?” «Ricordo bene la ragione che ha temperato la mia penna. Ha sonnecchiato in me per i mesi della chiusura sanitaria. Mi chiedevo dove mai avrei potuto sottrarmi alla segregazione dell’anima e del corpo? E la risposta arrivò, fulminea: la Sardegna! Stretta tra le pareti romane, a occhi chiusi, posavo i piedi nudi sulla rena d’oro di Cala Girgolu. Pochi mesi dopo ero lì e scrissi pagine di gratitudine e riconoscenza per la mia “patria” sarda. Poi le pagine sono diventate un libro». Cuoresardo – bookabook
2022-05-17

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Va bene oggi ho pubblicato su iinstagram un nuovo racconto di Centogiorni e una notte, ma qui vi vorrei narrar di un certo merlo indiano che ho assunto alle mie dipendenze e che ha il compito, proprio su Instagram, di tener lontani i furbetti e i rompiscatole. Di solito se ne sta tranquillo nella sua gabbietta, ma ieri, stanco dei continui messaggi inopportuni, ha aperto il becco e: "Lasciate in pace Benedetta, lasciate in pace Benedetta!". E speriamo che il messaggio arrivi ai tanti che scrivono così: "I tuoi post sono ottimi, 6 brand ti vogliono pagare per scrivere per loro. Contattami al tale account privato". Che noia, che barba. Il merlo indiano ha proprio ragione. E sapete? GIà che c'era, non ha smesso di parlare e, aprendo di bel bello il becco, ha urlato a squarciagola: "Prenotate Cuoresardo di Benedetta, prenotate Cuoresardo di Benedetta, prenotate Cuoresardo di Benedetta!" Io l'ho lasciato fare, casomai servano le vecchie usanze del banditore e poi, quando si è stancato, gli ho dato un premietto in parmigiano.
2022-05-16

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Il secondo racconto di Centogiorni e una notte, cucinato sulla brace qui su bookabook e pronto per voi, mentre indosso i veli di Sherazade. Sì, sì, solo un momento. Eccomi. Il racconto si intitola: Il caffè del mattino presto. e via, oppete giù d'un rigo e andiamo a cominciare. Con gli stivali del gatto fatato, in sogno forse, eccomi nella casa romana dove sono nata molti anni fa. Ho forse sedici anni. e sono, a giudicar dal sole già maturo nel suo arancio, forse le cinque e mezzo. E' un sabato pomeriggio come se ne contano tanti in un anno e sono nella mia stanza, forse, non so, a studiare. Verso le tre di pomeriggio, al salutar lo stanco dopopranzo, nel sole acceso di un mite inverno come tanti, comincia a trillare il campanello. Rispondo e, come so, sono gli amici di Marco, che vengono a tirare due calci di pallone nel campetto che è all'ingresso del giardino dei miei genitori. Apro. "Aperto?", chiedo e la risposta è un rombo di vespone che è, tradotto in lingua italiana, un sì grande come una casa. Suona di nuovo e ancora e io, sbuffando mi chiedo perché non si rispondono tra loro, visto che sono già in calzoncini a correre qui e lì per il riscaldamento. Niente da fare, continua il rumor di campanello che ferisce il silenzio. Poi, dabbasso inizio a udire qualche grido, si chiamano tra loro. Poi esplode un "gol!" e come un tripudio invisibile nell'aria e anche i passerotti e i merli sembrano batter l'ali per l'allegrezza della squadra vincitrice. Continuo a studiare, o almeno ci provo perché so che presto arriveranno anche le spettatrici, e alcune sono mie amiche, per pescar con gli occhi il beniamino. Anche io ne ho uno tutto mio che neppure oso guardare da tanta altezza mi par guardarmi lui, come in grattacielo... E quando scendo c'è anche lui, ma neppure mi vede. Le ombre della sera già mangiano erbe, fronde, rami, alberi, visi e tutto quanto. Le motorette sciamano via, alcune portandosi via anche qualche spettatrice e il mio beniamino. Noialtri, i rimasti, il gruppo antico, siamo lì a chiederci che cosa fare. Forse un filmino all'Alba, una pizza, un gelato in centro? Intanto fischiano sulla testa, in volo rado, i pipistrelli... Poi d'un tratto è giorno, mi sveglio, e mio marito mi chiama per bere insieme a me il caffè del mattino presto.
2022-05-14

Cento e una notte

La cornice c'è, e cioè l'attesa di veder se il mio piccolo naviglio, chissà davvero, arriverà al suo porto finale il Duecento", e per ora ha attraccato in 44 porti, e così' per ingannar l'attesa e dare un poco di remi al vento in poppa che piano piano lo sospinge, eccomi trasformata a beneficio di quanti lo vorranno in piccola Sherazade e posterò qui, negli aggiornamenti, una volta a settimana (o più se lo vorrete) certe piccole storie che spargono zucchero sul giorno e fanno incominciar le mattine con un sorriso. Va bene, va bene, bando alle ciance e andiamo a incominciare. La prima storia tragicomica si intitola: Una scimmietta al Colosseo Mio suocero, cresciuto a pane, simpatia e nordest (tra Bergamo e Padova) si ritrovò a vivere, bambino, a Roma, dalle parti di Via in Selci, e andava alle elementari alla Vittorino da Feltre che svetta, piemontese, austera a mo’ di corazziere sul terrapieno di bianco marmo che par guadare dall'alto in basso via degli Annibaldi e sfidare il cielo e il Colosseo. Viveva a Roma, dicevo, insieme alla famiglia, quasi tutta al femminile… Di quei giorni romani mio suocero, l’Aldo, conservava un affetto nebbioso, che si perdeva nel mito della lontananza che fa della storia leggenda. Era, la Roma sua, come uscita dalla grotta di Aladino, apparecchiata nel mistero dell'apriti sesamo. Per esempio, in casa sua, dovunque fosse ché non l’ho mai capito fino in fondo, oltre alle tante sorelle, saltellava, mi diceva, per le ampie stanze e i corridoi una scimmietta che, un brutto giorno, morì e fu sepolta in qualche giardino romano da loro in corteo solenne. Io, quella scimmietta, di cui lui parlava tornando bambino, la vedevo, giuro, viva e vera e vestita di rosa, non so dir perché, in cima a un armadio come su una torre. Ma vera, non so. La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...
2022-05-13

Aggiornamento

Il mio piccolo libro "Cuoresardo" se ne va, pian pianino, per il vasto mare delle rete, in dolce approdo nel cuore di chi vorrà, e io lo guardo andar via, scodinzolando nel vento leggero che soffia su di lui e in numinoso andare. Lo guardo dalla vetta della mia anima perché più non mi appartiene. Esso appartiene a chi lo vorrà accogliere. E' così, deve essere, così è per ogni libro scritto che, a modo suo, è un figlio che lascia la casa materna e per il mondo cerca la sua fortuna. E ora, qui, in questo bel giorno rotondo di maggio che dalla finestra aperta mi porta il sorriso del sole, desidero ringraziare con una riverenza quanti hanno creduto in me e hanno prenotato il libro e a loro, a tutti, uno per uno, mando, da qui, exprès una rosa rosa e un rametto di mirto che era, per gli antichi romani, l'albero della rinascita e della consolazione e per me albero della Sardegna.
2022-05-11

Il Nuovo Arengario

Cari amici e lettori del Nuovo Arengario, la nostra amica Benedetta de Vito, giornalista e scrittrice, collaboratrice del Nuovo Arengario (e anche di siti più illustri) ha scritto un libro, “Cuore Sardo”, o meglio “Cuoresardo”, e lei stessa nelle righe che seguono ce lo presenta. La pubblicazione del libro con Bookabook è legata a un minimo di 200 prenotazioni. È già possibile prenotare il libro, cliccando qui . Ci sono un sacco di buoni motivi per prenotare il libro (e prenotarne anche più copie). Perché parla della Sardegna, che è un’isola meravigliosa. Perché è scritto da Benedetta, di cui conosciamo bene il valore e la bellezza dei suoi articoli. Perché abbiamo bisogno di libri belli, scritti con buoni sentimenti e con il cuore limpido. E potremo fare anche un bel regalo a parenti e amici… Quindi, cari amici e lettori, prenotate, prenotate, prenotate. PD
2022-05-11

Stilum Curiae

Carissimi StilumCuriali, la nostra Benedetta De Vito (BDV) ha scritto un libro sulla Sardegna, terra e isola che ben giustamente ama, e adesso ci chiede di darne la notizia, perché la pubblicazione di “Cuoresardo” – così si intitola l’opera – è legata a un minimo di duecento prenotazioni. Qui sotto trovate il messaggio che BDV ci invia. Buona lettura. "La scorsa estate, in luglio, ero a Cala Girgolu, la baia sarda dove, lontana dai rigori psico-sanitari, il mio respiro si fece di nuovo onde e cielo, sotto il manto azzurro di Maria. Un privilegio, in riconoscenza! Sul computer di mio marito, libero un poco sì e un poco no, mi sono trovata, una mattina di sole, a scrivere pagine di memoria del tempo in cui le rose profumavano, i papà erano punti di riferimento per tutta la famiglia e le mamme non si occupavano soltanto di far carriera. Scrivendo, scrivendo quelle pagine si sono fatte libro in file virtuale. Poi, tornata a Roma, l’ho messo sotto le coltri invernali, finché il primo aprile, già primavera, in scherzo quasi, ho preso il tomino (che non è formaggio) e l’ho mandato a una casa editrice giovane giovane, che si chiama Bookabook, la quale pubblica i volumi suoi (dopo una selezione qualitativa) solo se piacciono ai lettori. Una scommessa: in 100 giorni bisogna ottenere 200 prenotazioni… Dopo quattro giorni avevo un contratto e ora, eccomi qui, chiedo a voi di aiutarmi se volete che il mio Cuoresardo si faccia libro di carta e voli per l’Italia in libertà. In ogni caso, vi mando, exprés, un cesto pieno di rose rosa che sono la mia passione."

Commenti

  1. robiscafuri

    Solo chi ha respirato certa aria profumata e brezza marina selvaggia conosce, come Benedetta, l’incanto di una terra baciata dagli dei. Ma qui non è soltanto di terra e radici e memoria si tratta. Nel racconto dell’autrice c’è la memoria cristallina come il mare color smeraldo della Tavolara, ci sono i lunghi pomeriggi assolati sferzati dal vento di maestrale, c’è la magia di un cielo profondo come l’universo. Ci sono, infine, gli occhi innocenti di una bambina e una ragazza e una donna che nella magia dell’universo vive e a essa non vuole rinunciare. La Sardegna onirica di Benedetta è la Sardegna migliore, quella dei nostri sonni, delle nostre innumerevoli inquietudini. Un libro da non perdere.

  2. (proprietario verificato)

    Benedetta De Vito è un scrittrice da sempre, anche da quando non lo sapeva e sulla carta d’identità era scritto: giornalista. Già nel suo lavoro la parola non era un solo uno strumento di lavoro ma l’oggetto di un culto, la sua vera religione: la Letteratura. Non vedo l’ora di leggere Cuoresardo. Vito Bruno

  3. (proprietario verificato)

    So chi scrive. Conosco il suo rapporto, profondo, intenso, magico con la memoria. So quanto quella Sardegna di un tempo le sia cara, quella Sardegna che forse non c’è più ma su cui è nata e sta crescendo una Sardegna nuova, più orgogliosa e consapevole, che per qualcuno è stata anche un luogo dell’anima.

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Maria Benedetta de Vito
Benedetta de Vito, giornalista professionista, ghostwriter, traduttrice, scrittrice, è nata e vive a Roma. Ha lavorato per più di vent’anni nella redazione romana del Gazzettino di Venezia e ha collaborato, fin da giovanissima, con quotidiani, settimanali e mensili. Scrive per diversi siti web.
Ha scritto L’ingegnere e altri racconti, un Millelire di Stampa altermativa, e Il naso Augusto (Moby Dick edizioni), un libro per bambini. Suoi racconti sono pubblicati nelle antologie di piccoli premi letterari. Nel 2019, Oltre editore ha pubblicato C’ero una volta, passeggiate per le vie di Roma sulle tracce di due Sante.
Ha tradotto e curato Lei non sarà mai infedele di Jeanne De Casalis (Nutrimenti) e L’enigma delle sabbie il proto-giallo di Erskine Childers (Bariletti), ristampato dalla Nuova Editrice Berti. E’ sposata e ha un figlio.
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