ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO 1
Solinas alzò la cornetta e riconobbe la voce dal capo opposto. La centrale operativa. Annuì sbuffando e rispose semplicemente di si, roteando gli occhi indietro, verso la parete destra del suo studio. Foto, tante, qualcuna ingiallita. Nessun ricordo particolare, o particolarmente importante. Almeno di recente. All’epoca, invece, sembrava felice o, forse, si sentiva ancora parte di qualcosa. Imboccò il corridoio alla destra della cucina, doveva decidersi, prima o poi, a sistemare gli armadi, cavi, pompe da infusione ammassate alla rinfusa insieme a vecchi monitor in disuso e qualche pezzo di antiquariato dell’anestesia anni Ottanta. Non ci riusciva, o forse non ne aveva voglia. Entrò nell’ultima stanza, senza bussare. Non lo faceva mai. Enrico, sta arrivando un codice rosso.
Per Enrico Spanò era stata una giornata tranquilla e la riteneva conclusa. Sedeva annoiato sul lato destro di un divanetto beige, macchiato da chissà cosa, con aloni scoloriti e concentrici, sollevò lo sguardo oltre le pagine del libro che aveva in mano. Solinas gli era davanti, sembrava ingrassato, ma non era il caso di farglielo notare.
− Cosa leggi?
− Palahniuk. Di che si tratta?
− Un arresto cardiaco.
− Da dove arriva?
− Dal solito posto. Rispose Solinas, indicando con lo sguardo un punto indefinito ad est dell’ospedale.
Spanò voltò lo sguardo verso l’orologio appeso sopra il tabellone dei turni del mese, si portò le mani al viso ed imprecò. Solinas sorrise e gli voltò le spalle. Spanò si sollevò dal divano e si sedette al tavolo al centro della stanza. Sollevò lo schermo del portatile e attese la connessione. Nessuna nuova mail. Sbadigliò e con un gesto del tutto meccanico portò alla bocca il residuo di caffè del pomeriggio che agonizzava sul fondo di un bicchiere di plastica. Ci sputò dentro quanto gli era finito in gola, storcendo la bocca dal disgusto. Intuiva il gusto stomachevole di quella fredda brodaglia nera ma la ingurgitò come gli ultimi minuti di quel turno di dodici ore, sostanzialmente speso a rovistare tra i motivi per cui non riusciva ad amare Faulkner come avrebbe voluto. Poi attese. Controllò ancora la mail. Nulla. Finalmente lo squillo di un allarme proveniente dal reparto lo riconsegnò alla realtà. Un arresto cardiaco. Un altro. Nulla di interessante. Pochi anni fa di arresto cardiaco si moriva, pensò, lo suggerisce la parola stessa, arresto-cardiaco. Cuore fermo, morte. Adesso non più. Non sempre. Adesso non ci sono più le malattie mortali, avete notato, lo chiese ad una platea di libri e vecchi articoli scientifici raccolti senza ordine o importanza, nel tempo in cui venivano ancora stampati. Quelle malattie il cui nome indicava inesorabilmente la fossa, il testamento, il prete e qualche preghiera. Nessuno gli rispose.
Si sollevò dal tavolo prima che un infermiere entrasse nella stanza per chiamarlo, si abbottonò il camice e lo seguì. Nella tasca trovò la migliore sorpresa della giornata, uno snack al cioccolato che non ricordava di aver comprato. Poteva essere li da qualche settimana, vista la frequenza con cui Spanò indossava il camice sopra la divisa di ordinanza. Non si curò molto della sua provenienza e lo scartò proprio mentre entrava nella sala dell’urgenza, attigua al reparto. Le porte erano spalancate in attesa dell’arrivo del personale del 118. Spanò si guardò attorno. C’era con lui Ennio, un infermiere sulla cinquantina abbastanza esperto da poter fare da solo e un giovane allievo infermiere di non più di vent’anni. Glielo si leggeva in faccia, al giovane ovviamente, quel misto di timore ed euforia che lo pervadeva dal profondo. Di sicuro era la sua prima urgenza, forse il primo arresto cardiaco. Sarebbe tornato a casa a raccontarlo alla mamma o alla ragazza e, qualunque cosa fosse successa, avrebbe usato il noi, sentendosi comunque coinvolto in qualcosa che, a lui, doveva apparire importante. Noi lo abbiamo soccorso, noi lo abbiamo massaggiato, noi lo abbiamo salvato. Noi. Anche se a lui sarebbe toccato poco più che pestare con forza sul torace al ritmo di qualche canzone che gli sarebbe tornata in mente in quel momento. Faceva poca importanza. Era nel teamanche lui. Quel bagliore di innocenza illuminò tutto per un attimo. Spanò lo colse e ne ebbe invidia, poi rassegnazione, poi qualcosa di prossimo al fastidio. A quel punto la sua attenzione fu rapita dal monitor ancora vuoto. Il frastuono di una barella e lo stridore ritmico un monitor in allarme annunciò l’arrivo del team del 118. Lo sguardo di tutti volò sulla linea dell’ecg del monitor dell’equipe di soccorso, che non era piatta, ma quasi. A tratti, i battiti cardiaci apparivano lenti e annaspanti, aggrappati a quel poco che restava da pompare. Spanò, invece fissò il paziente. Sembrava ciò che rimaneva di un uomo, uno scheletro con sparuti ciuffi bianchi sul capo, il volto scavato e pallido, le mani ossute, i piedi curvi. Era sereno, o qualcosa di simile. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente dopo aver ingurgitato l’ultimo boccone dello snack. Provò a trattenersi. Il collega del 118 iniziò a parlare velocemente. Enrico lo conosceva: riusciva meglio nel calcetto che con una siringa in mano, a suo parere.
− Ciao Enrico.
− Ciao Giulio, dimmi. Che mi hai portato? Domandò Spanò stendendo la mano per afferrare la cartella del paziente, conservata in un astuccio di cartone verde. Anamnesi, precedenti interventi chirurgici, scheda di intervento. Inutile, inutile, inutile. Cercava una singola informazione. Quando la trovò, si mosse come un automa verso un cassetto del raccoglitore posto davanti a lui. Solinas sperò si trattenesse. Dai Enrico, per oggi basta così.
− Mah…ci hanno chiamato per un problema respiratorio – Iniziò il collega – Quando siamo arrivati era in arresto. Forse ha inalato la cena. È ripartito con una fiala di adrenalina e…il tono delle ultime parole era il primo tentativo di scuse.
− …ripartito? Domandò Spanò indicando il paziente.
− Si…insomma…Non sta messo bene. Balbettò il collega.
− Ottantacinque anni. Alzheimer da dieci anni. Da otto anni allettato nella nostra amata casa di cura cittadina. L’hai letta la cartella prima di fare l’eroe? Disse Spanò senza sollevare lo sguardo dall’anamnesi stampata sulla prima delle pagine che teneva in mano. No, decisamente non si era trattenuto.
Ennio appoggiò la mano sulla spalla di Enrico, strinse piano e scosse la testa. Non era il caso. Per un attimo, all’unisono, i respiri cessarono. L’aria si rapprese. Giulio deglutì nervosamente e piegò la penna quasi fino a spezzarla. Anche lui non rispose. Si limitò a terminare la compilazione della sua scheda di intervento, sistemandosi in disparte, dietro al muro umano che circondava il malato. Spanò tirò fuori un modulo dallo schedario, lo ripose sul tavolino accanto ai farmaci e si mise accanto alla barella. Ennio, dammi una mano a sistemarlo, sentenziò alla fine, quasi sussurrando. Tutti si mossero all’unisono. Quando le mani furono nella posizione corretta, Spanò contò fino a tre. Al tre il malato venne sollevato e spostato sul lettino della sala urgenza, senza alcuna difficoltà visti il numero di partecipanti e il suo misero peso. Ennio scoprì il torace. La pelle era sollevata in croste, disidratata. I muscoli erano ridotti a miseri brandelli di carne avviluppati attorno alle ossa. La bocca era spalancata e ne usciva fuori un tubo di plastica impregnato di vomito giallo. Ad una più minuziosa analisi però, non c’era evidenza di piaghe da decubito sul dorso, le unghie erano perfettamente curate, così come la barba. Il vecchio si stava consumando, è vero, ma circondato dall’affetto di qualcuno. Non è il peggiore dei modi di andarsene, dopo tutto. Spanò aiutò Ennio a posizionare tre elettrodi sul torace e collegò un pallone verde al tubo del malato, ventilando senza fretta. Tutti gli occhi si spostarono sul monitor. La linea era, adesso, davvero piatta. Ennio spostò due dita sul collo, non c’era battito. Spanò fissò di colpo l’allievo, che era rimasto lontano a preparare i farmaci.
− Tu. Com’è che ti chiami? Domandò rapido.
− Dice a me? Rispose il ragazzo facendo cadere in terra una delle siringhe che stava preparando.
− Certo che dico a te!
− Mi…mi chiamo Marco.
− Hai mai fatto un massaggio cardiaco, Marco?
− N…no. Dalla risposta fu chiaro a tutti che a malapena aveva iniziato a capire come stringere lo sfigmomanometro attorno al braccio.
− Ennio, fagli vedere come si fa.
Spanò lanciò il pallone verde nelle mani dell’infermiere, tirò fuori dal taschino una penna scura e iniziò a scrivere sul modulo prestampato che aveva lasciato accanto a sè, voltando le spalle al monitor. L’infermiere si spostò veloce alla testa del paziente, mentre il suo allievo si posizionò dalla parte sinistra, serrò le mani e le pose al centro del torace, poi, facendo forza sulla schiena iniziò a massaggiare. Ennio gli indicava il ritmo con la voce ta-ta-ta. No, così non va bene, più forte, così. Bravo, così. Uno spasmo di concentrazione e tenacia comparve sul viso del ragazzo, torcendo le sue labbra in un movimento innaturale, come un sorriso, se non fosse che non aveva idea di cosa stesse provando, di che nome dare a quel momento. Spingeva e basta, fino a che non fu troppo, ed un paio di coste cedettero, col suono di ciocchi di legna arsi dal fuoco. Quel rumore avrebbe ridotto al vomito chiunque, ma lui non lo avvertì. Nel frattempo, la squadra di pronto intervento stava per lasciare la stanza. Spanò li fermò con un gesto della mano.
− Ci sono parenti fuori? Chiese.
− Credo di si. Gli rispose Giulio senza degnarlo di uno sguardo.
Spanò scrisse ancora qualcosa sulla scheda che aveva in mano, tirò fuori il suo timbro e firmò.
− Qual è la tua ora di arrivo in ospedale? Domandò al collega.
− 18.40. Rispose quello controllando il verbale.
− Allora, sono le 18.45 adesso. Iniziamo le manovre di rianimazione, tenete i tempi. Tu, ragazzo, massaggia e segui le indicazioni di Ennio.
Enrico, prima di uscire prese una delle siringhe e la vuotò di colpo dentro l’unica agocannula disponibile. Adrenalina fatta, sentenziò, vado a parlare con i parenti. Il giovane infermiere si arrestò di colpo. Ennio, gli si accostò con lo sguardo di chi suggerisce di non fare domande e continuare. Quello riprese, senza capire. Spanò, nel frattempo, era uscito nel corridoio antistante alla rianimazione generale. Non ci volle molto per individuarli. Erano in tre, in semicerchio con le mani incrociate, proprio davanti alla porta. Hanno sempre lo stesso sguardo, pensò. Chissà perché, in milioni di anni di evoluzione, non abbiamo ancora dismesso quella strana espressione inebetita, davanti alla più naturale possibile delle notizie durante una vita umana. La morte.
− Sono il dottor. Spanò, piacere.
− Salve, dottore. Sono il figlio. Questa è mia moglie e questa è mia madre.
Spanò passò in rassegna gli sguardi. Si, erano rassegnati. Meno male, adesso aveva fame sul serio. Ma i rassegnati erano i più semplici da gestire. Erano consapevoli, anzi, molto spesso speravano di chiudere una faccenda che aveva richiesto sforzi e tempo, risucchiando energie di cui avevano ancora bisogno, divorati dalla necessità di bilanciare l’umano sentimento di solidarietà e l’altrettanto umano impulso all’abbandono. All’oblio. Bastava solo tracciare il solco nella direzione giusta. Avrebbe fatto in fretta.
− Purtroppo, non vi porto buone notizie. Iniziò Spanò, fissando il figlio.
− Lo immaginavamo.
− Il cuore si è fermato. I colleghi del 118 sono riusciti a farlo ripartire ma purtroppo si è fermato di nuovo appena arrivato qui. Con i problemi che ha, non credo ci riusciremo una seconda volta. Le parole assunsero colori scuri. La cadenza cambiò, di colpo. Erano Poche. Nessun condizionale, nessun forse. Non ci si poteva aggrappare a quel muro ghiaccio. E loro, quei tre sconosciuti, lasciarono trascinarsi giù.
− È già morto? Domandò la moglie, quasi sussurrando.
− Non ancora, rispose Spanò. Stiamo provando a rianimarlo. Ma, come le dicevo, non vedo molte via d’uscita. Appena ho altre notizie tornerò da voi.
− Grazie mille, dottore. Risposero all’unisono.
Si strinsero la mano. Spanò si voltò e tornò nella sala dell’urgenza. Appena dentro, guardò l’orologio e fece cenno ad Ennio di interrompere la rianimazione con un gesto della mano destra. Il ragazzo arrestò il massaggio e, paonazzo si voltò verso Enrico. Spanò guardo il monitor con l’espressione di chi non si aspettava sorprese. C’era solo una linea verde senza interruzioni. Si avvicinò al giovane infermiere e gli diede una pacca sulla spalla e proseguì verso il bancone. Ora del decesso 18.50, sentenziò. Ennio annuì e, in silenzio, spense il monitor. Solinas era già in borghese, pronto per andare a casa.
− Ci prendiamo un caffè? Gli chiese.
− No, Enrico. È tardi. Vado a casa. Hai fatto massaggiare il ragazzo? Spanò annuì, allungando il passo verso la cucina con un foglio in mano. Solinas lo trattene per un braccio.
− Era combinato male? Chiese Solinas indicando il telo di cotone bianco che ricopriva la salma.
− Diciamo che se lo avessero domandato a lui, avrebbe preferito morire in santa pace. Rispose Spanò.
− Domani arriva quello nuovo – gli rammentò.
Silenzio.
− Domani arriva quello nuovo, ripeté allora. Ma in maniera diversa, amalgamando significato e timbro, come a sottintendere che fosse importante e che lui, Enrico, avrebbe dovuto rammentarlo.
Spanò annuì allargando le braccia, nel modo in cui l’altro capì che non sarebbe stato necessario ripeterlo una terza volta. Finì di completare il modulo che aveva in mano e, quando anche la burocrazia fu in ordine imboccò nuovamente la porta di uscita. La moglie del defunto fu la prima a venirgli incontro, incerta nei passi, non nei pensieri. Spanò si rivolse a lei per prima. Non fu necessario aprire bocca, si limitò a poggiare il suo palmo destro sulla spalla dell’anziana. La donna scoppiò in lacrime, spalancando gli occhi ed esaltandone per un attimo uno strano colore verde, che il tempo aveva affievolito, forse, ma non alterato al punto da mascherarne l’eleganza. Spanò intuì quanto fosse stata bella. Lei si ritrasse nell’esatto istante successivo, come risucchiata indietro dal dolore. Poi, però, si lanciò verso di lui, abbracciandolo. Spanò non fece in tempo a ritrarsi, suo malgrado. Non sapendo dove poggiare le mani e non volendo ricambiare quel gesto, non fece altro che farle scivolare nelle tasche. Il figlio e sua moglie osservavano la scena pochi passi oltre. Spanò attese che quella stretta si allentasse da sola, che le lacrime si arrestassero sotto la spinta della consapevolezza che, calma ma inesorabile, emerse. Era morto, ma non era una sorpresa per nessuno. L’anziana moglie si staccò da lui, asciugando le lacrime con la manica del cappotto di lana, quasi vergognandosi. Ritrovò il contegno e chinò il capo. Il figlio le si avvicinò lentamente, lei già non piangeva già più. Enrico scambiò ancora poche parole con lui spiegando le pratiche da sbrigare per la gestione della salma, poi tornò in reparto. Fece un rapido giro delle stanze, controllò gli ultimi parametri per aggiornare le consegne per il collega della notte. Sui monitor lampeggiavano piccole scie ritmiche, sottili linee multicolori. Nessun allarme in atto, al momento. I ventilatori pompavano aria, le pompe infondevano. I corpi producevano urine, catarro, sangue e bile, il tutto in un silenzio quasi irreale, sovrastato solo dal rombo sommesso dei condizionatori di aria. Enrico Spanò terminò il giro. L’allievo infermiere era immobile al centro della stanza, masticando il labbro inferiore e sfregandosi, all’unisono, le mani. Sembrava turbato, o eccitato o, forse, stava ancora cercando di capire cosa fosse successo. Spanò aspettò che i loro sguardi si incrociassero. Vai a casa, gli disse. Qualunque cosa tu stia rimuginando, continuò, lasciala qui. Ma questo ultimo fu un pensiero che non raggiunse le labbra. Quello annuì e si allontanò.
Si avvicinò al modulo ISTAT e si accorse dell’informazione che ancora mancava. Il nome. Cercò nella documentazione clinica la carta d’identità del defunto. Ottantacinque anni, tra due mesi ottantasei. Nato al sud e morto al nord. Come tanti, prima di lui. Rilesse tutto. Nome e cognome, data di nascita e di morte, orario di morte, parte prima “sequenza di condizioni morbose o traumatismi/ avvelenamenti che ha condotto a morte – In presenza di più sequenze scegliere la più rilevante – In caso di traumatismo/avvelenamento compilare anche i quesiti da 5 a 9”: “inalazione di materiale alimentare -> arresto respiratorio -> arresto cardiaco -> arresto cardiaco refrattario alle manovre di rianimazione, parte seconda “altri stati morbosi rilevanti”. Li aveva elencati. È stato richiesto riscontro diagnostico? No. Firma, data. Si fermò con la penna ancora sul foglio. Compilare quel modulo significava consegnare il corpo ai calcolatori dell’ospedale, della regione, del ministero. Significava scomporlo in una miriade di dati di cui la morte indicava solo l’eventofinale. Numeri che non avrebbero cessato di esistere e che, alla fine, sarebbero sopravvissuti alla loro matrice umana, ormai ridotta ad un conglomerato di cellule.
Il vecchio giaceva con un nome, adesso, impresso su un modulo bianco e rosa ricoperto, solo in parte, da un telo bianco marchiato con lo stemma dell’ospedale dove aveva concluso la sua avventura sulla terra. Qualcuno lo avrebbe pianto, molti di più lo avrebbero contato, e chissà che la seconda opzione non avesse più senso della prima. La mano destra, livida, sporgeva leggermente fuori dalla barella. Spanò, la spinse sotto il telo e proseguì. Quel contatto fugace con la pelle fredda gli rammentò di non aver scongelato la cena.
Un allarme lontano di un ventilatore richiamò la sua attenzione. Fu un atto meccanico, si voltò di riflesso verso un letto e attese di capire di cosa si trattasse, ma quel suono si arrestò di colpo. Reagiva prima agli allarmi di quel posto che alle domande di altri esseri umani, pensò. Tornò in stanza, il suo zaino traboccava di oggetti accumulatisi nei mesi, fino a diventare inutili. Le mani afferrarono una busta gialla che sporgeva dal fondo, e la ricacciarono in basso. Chiuse la porta dietro di sé, attendendo il cambio del turno di guardia. Affamato. Domani sarebbe arrivato uno nuovo. Non riuscì a pensare a nulla di peggio, e non poteva sapere quanto si sbagliasse.
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