Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Fuori dal mio balcone

Fuori dal mio balcone

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

Svuota
Quantità
Consegna prevista Gennaio 2023
Bozze disponibili

Ludovica è una donna indipendente e apparentemente soddisfatta della propria vita.
Ama la solitudine, rifugge qualsiasi tipo di rapporto, ma nasconde dentro di sé traumi irrisolti ed un passato ingombrante.
In un pomeriggio qualunque, la sua vita viene scossa profondamente: il suo corpo trova la forza per ribellarsi a tanta finzione e le invia un messaggio inequivocabile, che lei non potrà più ignorare.
Seguirà un periodo di grande angoscia, in cui si ritroverà a dover mettere in discussione sé stessa e la sua vita e ad intraprendere un percorso lungo e doloroso. E arriverà una giornata, lunga tutto il libro, in cui piccoli grandi momenti di preziosa quotidianità la aiuteranno a rialzarsi e a farle apprezzare la vita in un modo diverso, più umano.
Non ci sarà più la realtà fatta di apparenza, di paura e di sentimenti soffocati.
Ci sarà una nuova storia, tutta da riscrivere, e a farlo non sarà sola: la accompagneranno la dottoressa Scarpati, la cognata Alice e la vicina Monica.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere è per me un’attività terapeutica: nasce da un’esigenza, da un’urgenza, da un bisogno di comunicare e di riordinare pensieri apparentemente confusi.
Scrivere mi aiuta a rielaborare vissuti, a condividere emozioni, oltre a scoprire nuovi mondi interiori.
Questo libro nasce da tutto questo, ma anche dalla volontà di sensibilizzare su temi spesso trascurati, quali la salute fisica e mentale, e di riflettere sulla necessità di sapersi fermare, di fidarsi e di poter chiedere aiuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. IL BALCONE

Guardo il calendario.

Siamo a fine aprile: incredibile che siano passati tre mesi.

Che dire? Sono stati tre mesi lunghissimi, di grande sfida e di sconforto.

Tre mesi, dal giorno in cui la mia vita è cambiata radicalmente.

Ma, posso dire di avercela fatta: ora, respiro a pieni polmoni.

Dal mio balcone, affacciato su una zona residenziale signorile, alla periferia della città, entrano timidi raggi mattutini. È un sole primaverile trattenuto, frenato, che inizia a sbocciare, piano piano.

Come i boccioli di rosa che spuntano dai vasi della mia vicina. Piantati con tanto amore e dedizione, a giudicare dall’accuratezza, con cui ha scelto per loro un angolo del suo terrazzino. Un posto speciale, ben visibile dalla strada e dal mio, di balcone.

C’è profumo di vita nuova, di erba tagliata, di asfalto bagnato, frutto dello scroscio di pioggia appena terminato.

Continua a leggere

Continua a leggere

La mia vicina di balcone, così la chiamo sbrigativamente da sempre, è al telefono.

Non ricordo quale sia il suo nome. Erika? No, Eleonora. Forse Rosanna?

Non so nemmeno se me lo abbia mai detto o se io glielo abbia mai domandato.

Sono davvero una frana nel memorizzare tutto ciò che riguardi la sfera altrui: nomi, età, ecc.

Semplicemente, sono sempre stata distratta ed ho sempre avuto scarso interesse per le relazioni sociali in generale. Ho sempre pensato che non avrebbe portato a nulla di buono e che le persone si sarebbero volute impicciare dei miei affari, solo per poi poterne parlare alle spalle con qualche loro confidente. Magari elencando tutti i miei difetti e le mie debolezze. Che io, per tale ragione, mi sono sempre impegnata, con estremo stoicismo, a non lasciar trasparire. Mostrare le mie fragilità non faceva per me: forse perché, in primis, non le accettavo io.

Ho sempre percepito sguardi maligni dietro di me, nonché giudizi inquisitori: che fossero veritieri o frutto della mia perversa immaginazione, questo proprio non lo saprei dire.

Perché in cuor mio ritenevo che, tutto ciò che faceva parte della mia persona, potesse essere usato contro di me e che io potessi diventare un capro espiatorio, sul quale sfogare le invidie e le frustrazioni altrui.

Mi ero creata uno scudo, una corazza d’acciaio, che lasciasse inaccessibile agli altri la vera me stessa. Che per anni era stata oppressa, repressa e sostituita da una parte di me finta, perfetta, quasi irreale, intangibile.

*

Vivo in questo piccolo, ma distinto appartamento da cinque anni ormai e a malapena riconosco i visi dei miei vicini. Non sono mai stata nemmeno ad una riunione condominiale.

Essere gentile o empatica non è nella mia natura. O meglio, pensavo e fingevo che non facesse per me.

Nonostante ci fossero state moltissime occasioni per fare amicizie o avere relazioni serie, io le avevo rifuggite. Probabilmente, il mio agire è sempre stato interpretato come una mancanza di sensibilità, come un’incapacità di provare sentimenti. Come fossi un essere algido, perennemente anestetizzato.

Anche con Damiano.

Ora, però, sono stanca di avere rimpianti. O rimorsi.

Difficile, tuttavia, spiegare alle persone che ho fatto soffrire, che, in realtà, non volevo essere io quella a provare dolore. Era solamente un modo per tutelare il mio animo estremamente fragile.

Temevo di poter percepire, nuovamente, quel dolore che squarcia l’anima e che frantuma il corpo in mille pezzi: il dolore del lutto, della perdita, dell’abbandono. Un dolore talmente forte ed invivibile da essere talmente insostenibile da venire, inevitabilmente, rimosso dalla mente. E con esso il piacere, la gioia, la spensieratezza.

Quindi, scappavo. Era ciò che mi riusciva meglio.

Provo a respirare, piano piano.

Ripenso a come fosse stata triste, vuota ed apatica la mia vita, prima di quel momento.

Sì perché, fortunatamente, in quel tardo pomeriggio di gennaio, è scoppiata e si è ribellata. Perché voleva e doveva essere vissuta. Anche se io, in quel momento, pensavo esattamente il contrario: cioè, che la mia vita fosse giunta al termine.

Solo ora riesco a capire che anche la mia, di vita, nonostante sia sopravvissuta ad una grave perdita, meritava allora e merita tuttora dignità. Essa vale la pena di essere vissuta, essendo Vita in quanto tale.

*

La mia vicina è una donna sulla quarantina, sposata e madre di una figlia bellissima.

Io non ho figli e non ne ho mai voluti, ma ho sempre erroneamente avuto la convinzione che chi li avesse, proprio perché derivante da una scelta personale, non potesse esserne infelice e, di conseguenza, lamentarsene.

Incredibile come io sia sempre stata così fredda e categorica: o bianco o nero. Zero sfumature.

Cercavo sempre di scappare dai vincoli o dai legami, di qualsiasi genere.

Ed ora, pare strano pensare come potessi essere la stessa persona che sono ora, prima che quel giorno modificasse radicalmente la mia vita. Incredibile come un evento sia in grado di demarcare un confine netto tra un prima e un dopo.

Prima, appunto, tenevo tutti a distanza: una distanza tale, da non permettere a nessuno di accedere al mio pensiero, al mio intimo, dove aleggiavano insieme, tra mille altre fobie ed ossessioni, sofferenza e paura.

Ero convinta, mio malgrado, che quei legami, in un giorno o nell’arco di un’ora, si sarebbero potuti spezzare, senza poi tornare mai più indietro. Ed io non avrei più potuto sopportare il dolore e la sofferenza atroce di perdere qualcuno. Non un’altra volta.

Nemmeno l’amicizia poteva essere un rapporto speciale o positivo.

Per me, categorica ed ossessiva quale ero, il mondo si divideva in due grandi macroaree: una utile, in cui incasellavo situazioni che potessero arrecarmi soddisfazione personale ed una, che definivo tossica, composta da ciò che potesse danneggiarmi.

E in quest’ultimo strano e contorto schema mentale, avevo inserito per tanto tempo anche i rapporti umani.

*

Presumo che la mia vicina stia discutendo al telefono col marito circa una questione di voti a scuola, o forse di compiti. Conversazioni in sottofondo, quasi impercettibili dalla mia finestra, che emanano, però, sana preoccupazione, apprensione. Insomma, che profumano di madre. Una madre che sembra essere attenta, presente, ma sofferente, credo. Forse perché sola, con troppe responsabilità e poca voglia di vivere.

Mi avvicino.

Di certo, come dicevo, ha una grande passione per le piante: il suo balcone è fine ed elegante, c’è grande cura, a differenza del mio.

Ora riesco ad intravedere anche lei.

Si direbbe non dedichi la stessa attenzione a sé stessa: indossa, infatti, una felpa sgualcita e leggings malandati; ha i capelli agganciati con una molletta, impreziosita con degli strass. Sarà della figlia.

Non teme di essere giudicata per il suo aspetto disordinato. Forse semplicemente non le interessa o forse per lei non è importante; sembra essere assorta prevalentemente dai problemi e dalle preoccupazioni del quotidiano.

Non l’avevo mai guardata così: non avevo mai percepito tutta la sua sofferenza, la sua stanchezza. Non ci avevo proprio mai pensato che potesse sentirsi così. Tutta colpa della mia scarsa empatia, nonché della mia incapacità di mettermi nei panni dell’altro. Mi raccontavo che non fosse importante, che non ne avessi bisogno.

Ciò che avevo visto in lei era solo il suo ruolo in famiglia, ovvero il suo essere madre. Punto.

Le avevo affibbiato un’etichetta stereotipata, generalizzata, superficiale, senza provare mai a guardarla dentro per davvero. Senza cercare di immaginare come stesse, là sul suo balcone, immersa nei suoi pensieri. 

Spesso la sentivo, mentre sistemava le sue piantine. In quanto moglie e madre, avevo dato per scontato che la sua vita fosse meravigliosa, completa. Non ero mai voluta andare oltre, o, forse, non mi ero mai posta il problema. Vivevo per me stessa, e, successivamente, ho iniziato a vivere solo in balia delle mie allucinazioni.

Fortunatamente, qualcosa si è mosso dentro di me ed io sto cambiando.

Me ne rendo conto, lo percepisco.

Che dire del suo sguardo: è uno sguardo quasi apatico, che vede le cose attorno, senza però guardarle davvero.

Lo conosco perfettamente, perché l’ho avuto anch’io e, molto probabilmente, chi mi vedesse ora dall’esterno, lo riconoscerebbe su di me anche in questo momento.

È lo sguardo tipico di chi non vuole vedere perché non può farlo. La cui mente è annebbiata da cattivi pensieri e la realtà appare sfuocata, mediata da un giudizio fittizio, non veritiero. Tutto è preda di una visione alterata, che capta pericoli ovunque, di sensi opachi, quasi ovattati, che non sono in grado di sentire davvero. Non ci sono odori, né profumi, né sensazioni piacevoli. Non c’è nulla. Esiste solo la paura.  Ed è soprattutto la realtà a spaventare, perché può rappresentare una minaccia al fragile e delicato equilibrio interno, che da un momento all’altro, per un nonnulla, può rompersi, spezzarsi e far scoppiare quella finta bolla di sicurezza e di protezione che ci si è costruiti. Che è una bolla, appunto. Una gabbia dorata.

Lei, tuttavia, ha uno sfogo, una passione. Probabilmente vi si aggrappa, con tutte le forze che ha in corpo.

Oltre ad osservarla distrattamente, l’ho incrociata più volte anche sulle scale: l’ho vista impegnata a portare pesanti borse della spesa, a parlare al telefono, ad accompagnare la figlia. L’ho sentita parlare con lei e alzare la voce per farsi sentire, mancando però di vera convinzione.

“Buongiorno” e “Buonasera” sono state le uniche parole che ci siamo scambiate.

Strano che me ne renda conto solo ora.

Prima del fatidico giorno, il mio unico pensiero consisteva nel non minare la soddisfazione personale con sentimenti ed emozioni inutili.

Dopo quel pomeriggio e nei successivi tre mesi, la mia unica preoccupazione si è rivolta tutta verso la mia salute mentale. Ho visto solo me e le mie paure.

Un prima e un dopo, appunto.

Quelle paure filtravano tutto il resto: non ci poteva, o non ci doveva, essere nulla di buono al di fuori di me. La realtà esterna era lì, davanti a me, solo per spaventarmi, per farmi paura e per costringermi sempre di più a rinchiudermi nel mio mondo parallelo, fatto solo di mostri.

Perché il mostro stava dentro di me, nutrendosi di me e del mio desiderio di vita.

E, a pensarci bene, i mostri erano ben più di uno: avevano risvegliato antichi traumi e vecchie fobie, che avevano precedentemente forgiato una me, lontana dalla mia vera essenza. Una me alterata, distorta. Come alterata e distorta era la vita quotidiana, anche se in maniera diversa dal Prima. Nel Dopo, infatti, la realtà era vista attraverso una sottile nebbia, che rendeva tutto uniforme, insapore, inodore, incolore.

*

Mi decido ad uscire sul balcone.

Mi guardo prima allo specchio: sono in tuta, vestita comoda. I miei capelli lisci, castano dorato, sono legati con un elastico color sabbia, uno dei miei colori preferiti.

In fondo non sono male, anche se dovrei iniziare a prendermi un po’ più cura di me stessa. Ma per piacere esclusivamente a me stessa, senza farlo per compiacere per gli altri e per timore di un loro giudizio.

Sempre gli Altri: Io e gli Altri. Due mondi opposti, incapaci di comunicare.

Ora è bellissimo pensare di poter cominciare ad uscire da quelle trappole e da quei tranelli mentali, come è altrettanto bello poter iniziare a scegliere, ad essere libera.

Libera dalla parte tossica di me stessa.

Nonostante tutto, con i miei trentaquattro anni sulle spalle, devo ammettere di non essere tanto male. Certo, dovrei rimediare alle occhiaie, alla pelle troppo secca. Mi dovrei anche depilare, tagliare i capelli. Step by step. Forse domani.

Intanto oggi mi voglio godere il presente e voglio ripartire dal semplice, dal basilare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Stefania D'Angeli

    (proprietario verificato)

    Quasi una biografia, questo romanzo di Francesca, in cui racconta di tre donne, le cui vite si intrecciano proprio grazie allo sguardo nuovo che Ludovica, la protagonista, ha nei confronti delle persone che la circondano. Alice, Ludovica e Monica: in ognuna, la nostra Francesca mette un po’ di sé e del suo trascorso: stracciata da malattie che spesso vengono considerate “invisibili”, come l’endometriosi e la vulvodinia, questa giovane autrice fronteggia altre malattie croniche, tra cui la fibromialgia. Leggendo le bozze non editate non si può non ritrovare la sofferenza che Francesca cerca di buttar fuori per sensibilizzare e spiegare il suo calvario, tra ansia, attacchi di panico, fibromialgia ed endometriosi, Perché scrivere è sempre stata una terapia, per lei come per moltissime altre persone, ma in questo caso diventa una fune a cui attaccarsi con le unghie e con i denti per non impazzire dal dolore. “Fuori dal mio balcone” nasce anche dalla volontà di sensibilizzare su temi spesso trascurati, quali la salute fisica e soprattutto mentale, e di riflettere sulla necessità di sapersi fermare, di fidarsi e di poter chiedere aiuto.
    Una lettura che vi invito davvero a fare, per aprire un occhio su ciò che troppo spesso viene taciuto e per capire tante cose che ai più restano incomprensibili.

Aggiungere un Commento

Condividi
Tweet
WhatsApp
Francesca Dalla Riva
Sono nata in provincia di Verona, dove attualmente vivo con la mia famiglia.
Da sempre appassionata di scrittura, di libri e di lingue straniere, ho studiato Mediazione Linguistica per le Imprese e il Turismo presso l’Università degli Studi di Trento, presso cui ho conseguito la laurea con il massimo dei voti.
Dopo la laurea ho svolto molti lavori: sono stata, infatti, impiegata, collaboratrice educativa, traduttrice ed insegnante privata di lingue straniere.
Per motivi personali, ho scelto di abbandonare l’amata strada dell’insegnamento, per occuparmi a tempo pieno delle mie due figlie e riprendere la mia grande passione per la scrittura.
Tengo una pagina Instagram, in cui racconto, sotto forma di diario personale, la mia difficile convivenza con le malattie croniche di cui soffro.
“Fuori dal mio balcone” è il mio romanzo d’esordio.
Francesca Dalla Riva on FacebookFrancesca Dalla Riva on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie