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Dall’alba al tramonto – Le cronache di Cerbero

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Consegna prevista Aprile 2027
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Dopo il 3800 d.C., a causa della sovrappopolazione e del degrado ambientale della Terra, l’umanità colonizza diversi esopianeti. Cerbero è uno di questi, caratterizzato da condizioni estreme: una faccia costantemente rivolta al sole, l’altra perennemente immersa nell’oscurità. Solo una striscia di terra, l’Equatore, consente una vita accettabile. Ma gli umani non vi hanno trovato la pace: sotto la guida del tirannico presidente Albater II, gli abitanti dell’Equatore hanno relegato dei loro simili nel torrido Deserto, altri nella gelida Tundra. Con questi ultimi è in corso un conflitto secolare per il controllo delle miniere di un minerale essenziale alla loro tecnologia. Quando una serie di attacchi terroristici contro le basi militari equatoriali rischia di inasprire il conflitto, la situazione sembra precipitare. Sarà un giovane investigatore a scoprire una terribile ed inquietante verità. Ancora una volta, la storia si ripete e gli errori del passato riaffiorano senza speranza.

Perché ho scritto questo libro?

Quando ho letto, in un noto quotidiano, della scoperta di un singolare pianeta che rivolgeva sempre la stessa faccia al suo sole, la costruzione fantastica di un mondo distopico è stata un passo breve, data la passione che da sempre mi lega all’astronomia e a mondi lontani. Realtà o fantascienza? La fantasia ci fa evadere da una realtà che a volte sa essere così brutale da parere inaccettabile, ma non ci esime dal riflettere sulla natura umana, portandoci ad esiti inaspettati.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il treno correva rapido tra le dune del Deserto, come se volesse affrettare l’infame compito che lo aspettava. Aveva attraversato la Foresta, sfrecciando tra gli immani tronchi degli abeti prima e poi sotto le spettacolari fronde dei baobab o come altro potevano essere chiamati quegli immensi esemplari alieni che spandevano la loro ombra in un raggio di almeno dieci metri. Sbucato all’aperto, il treno aveva quindi oltrepassato le povere dimore degli Oltreterra, casupole seminterrate di terra pressata, adatte a resistere ai venti furiosi che sempre spiravano dalle riarse distese di sabbia, ed ora si stava spingendo nelle regioni più inospitali del pianeta, laddove la temperatura era insopportabile, dove l’acqua, se mai ci fosse stata, evaporava in un batter di ciglio, il metallo si ammollava e qualsiasi materiale organico prendeva fuoco. Anche gli esseri umani.

Zago guardava dalle piccole finestre della carrozza in cui era alloggiato insieme alle guardie, gli occhi senza espressione fissi sull’assurdo paesaggio che gli scorreva davanti, tutto uguale e tutto terribilmente angosciante. Era il giorno dell’anno che più temeva, quello in cui era costretto a svolgere un compito che la sua natura rifiutava. Era questione di pochi attimi, ma valevano un’eternità, e lasciavano su di lui un fardello che si sarebbe portato addosso per tutti i mesi a venire. Giorni, mesi, anni… che senso aveva il tempo su quel pianeta, dove le stagioni non esistevano, dove la luce era sempre la stessa, dove la notte non seguiva mai il giorno e dove la vita scorreva seguendo un ritmo preordinato e monotono?

Da quando era stato assunto al Ministero della Giustizia, due anni prima, il giovane aveva fatto di tutto per dimostrarsi efficiente ed obbediente. Svolgeva anche i compiti più umili che gli venivano assegnati senza fiatare, ben sapendo che in quel posto non c’era spazio per i fannulloni e neppure per quelli troppo presuntuosi. Era già tanto che lo trattassero con una fredda gentilezza e che riuscisse a portare a casa ogni mese uno stipendio discreto, almeno per le sue scarse pretese. Tuttavia, quando aveva dovuto partecipare alla sua prima uscita nel Deserto, ne era rimasto talmente sconvolto che per tutto il mese successivo le sue notti erano state tormentate dagli incubi ed i giorni dalle immagini terribili che si erano impresse nelle sue pupille.

Si era ripromesso che avrebbe dovuto trovare un altro lavoro, che non avrebbe più partecipato ad un tale delitto. E invece era ancora lì, a svolgere la sua funzione con silenziosa abnegazione e con l’apparente noncuranza di un diligente funzionario.

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Il giovane guardò fuori dal finestrino, osservando il paesaggio riarso che scorreva davanti ai suoi occhi. Rami secchi e balle di salsola inaridita trascinate dal vento erano gli unici retaggi di una vita ormai passata che rifiutava l’oblio, solo per dire ‘ci sono stata anch’io, anch’io ho vissuto in questa terra inanimata ed ancora vivo nel suo ricordo’. Gli ultimi cactus, quelli che si spingevano stentatamente, sparuti e scarni, nell’Oltreterra e poco oltre, erano stati lasciati indietro da un pezzo e a breve solo la rena e la nuda roccia rossa avrebbero popolato l’orizzonte.

Zago distolse lo sguardo, infastidito dalla luce accecante che penetrava il piccolo oblò, e cercò di portare la sua mente a pensieri più sereni. Si rammentò che la settimana successiva sarebbe stata quella dedicata alla coltivazione dei campi: ecco, quello era un bel pensiero!  La fatica fisica gli sarebbe servita per dimenticare, almeno per un momento, l’atrocità che, suo malgrado, stava per compiere… almeno la notte, quando la stanchezza lo avrebbe prostrato tanto da sgomberare la sua testa dagli incubi ricorrenti.

Le dune si svolgevano a perdita d’occhio, muovendosi come onde di un mare in tempesta quando il vento soffiava più forte sollevando nuvole di pulviscolo ardente. Lontano, all’orizzonte, un muro di sabbia si stava avvicinando minaccioso sotto i colpi sferzanti della bufera. Sopra, solo il cielo bianco in cui splendeva impietosamente il Sole di Cerbero, una palla di fuoco che irradiava energia pura sul suo pianeta prediletto. Energia utile, se ben incanalata come il suo popolo era riuscito a fare, ma anche letale.

Non erano ancora arrivati al Non-luogo? Ormai, avrebbe voluto che tutto si concludesse nel più breve tempo possibile, per non prolungare lo strazio che gli lacerava le interiora. Pensò ad Elina… forse l’avrebbe rivista quello stesso giorno, al suo rientro in ufficio, o magari l’indomani… forse l’avrebbe incontrata sul bus-vettore che li riportava nel quartiere in cui vivevano… forse. Cosa le avrebbe detto non appena l’avesse vista? Tutto è filato liscio, non ci sono stati imprevisti, puoi cancellarli dalla lista… ti va di uscire questa sera? No? Hai già impegni? Domani forse?

Tornò alla realtà, non voleva che l’immagine candida della ragazza che segretamente amava si confondesse con i torbidi pensieri che gravavano sulla sua mente. Provava un sentimento di colpa, pur sapendo di essere un semplice esecutore e che, se si fosse rifiutato, avrebbe subito la stessa sorte e qualcun altro avrebbe preso il suo posto. Era lui però, non i suoi capi del Ministero, a trovarsi lì e questo lo faceva infuriare. Avevano mai visto, quei pezzi grossi chiusi nei loro uffici affacciati sul verde rigoglioso dei boschi, cosa succedeva realmente nel Non-luogo? Erano mai stati nel Deserto, ne avevano mai aspirato l’aria torrida, avevano mai ascoltato il silenzio rotto solo dall’ululato del vento? Le ville in cui abitavano erano fresche, luminose, profumate, tutto risultava più facile allora, anche una condanna.

***

Il treno stava ora rallentando. Si trattava di un treno speciale, basato su un’antichissima tecnologia a levitazione magnetica, ma perfettamente funzionante in quelle condizioni. Nessun mezzo avrebbe potuto raggiungere quei territori arroventati viaggiando sulla terra: fossero ruote, slitte o altri mezzi di sospensione, si sarebbero così deformati da rendere impossibile la marcia. Neppure gli aerovettori avrebbero potuto essere usati con sicurezza. La levitazione magnetica era invece egregiamente adatta. Zago non era un tecnico, non sapeva come quel pesante convoglio potesse viaggiare sospeso dal suolo né gli interessava saperlo.

Si guardò attorno con un po’ di apprensione. Il treno, costruito in un metallo speciale, era anche foderato di pannelli termoisolanti, che riuscivano a ridurre al minimo il calore all’interno delle due carrozze di cui era formato, nonostante la temperatura esterna di oltre millecinquecento gradi Celsius.  Inoltre, subito prima del viaggio il treno veniva interamente rivestito di una speciale resina termorefrattaria, progettata per resistere alcune ore alla temperatura di quasi duemila gradi: giusto il tempo che avrebbe richiesto la sua spedizione, o poco più! Dopo ogni uscita, tuttavia, qualche pezzo del treno risultava danneggiato a causa delle condizioni estreme del viaggio e doveva essere sostituito. Era stata fatta anche quella volta la necessaria manutenzione? Sembrava tutto a posto, non si vedevano segni di bruciature o dello stillare di goccioline di materiali in fusione. Anche questa volta i pannelli sembravano aver tenuto, ma il viaggio non era ancora terminato. Sperava in cuor suo che la macchina resistesse fino al loro ritorno. Non sarebbe stato giusto che fosse proprio lui a pagare il fio per una crudeltà di cui era solo un forzato esecutore!

Zago cercò di accomodarsi meglio sulla poltrona, ma non riuscì a trovare la posizione giusta. Quei sedili erano ampi e confortevoli, costruiti per mettere a loro agio i viaggiatori… il problema non era la seduta, comprese Zago, ma lui stesso. Il nervosismo lo stava consumando. Si contorceva le mani sudate, inarcava la schiena, sistemava un cuscino dietro la testa, ma non trovava pace. La cosa che più gli faceva rabbia – e gli infondeva un senso di disgusto – era vedere le guardie attorno a lui parlottare tra loro, ammiccare, sorridere… come se fossero in gita di piacere alla Foce Ribollente del Fiume Grande o al Lago dell’Arcobaleno oppure ai resti archeologici della Prima Nave. Da una frase di uno di loro, Zago intuì che si stessero raccontando storielle scherzose e fu colto da un conato di vomito.

Ora il treno si era fermato. Il Non-luogo era lì, sulla via per il Polo di Fuoco del pianeta, dove il Sole di Cerbero era sempre allo zenit e dove nulla e nessuno poteva esistere. La prima volta che lo avevano portato nel Non-luogo, accompagnato dal suo predecessore Jobia, Zago gli aveva chiesto perché gli avessero dato quello strano nome: un luogo chiamato Non-luogo! Jobia non gli aveva risposto, ma lo aveva invitato a guardare… e lui aveva capito. Anche Jobia non amava quel lavoro, ma lo aveva fatto per tutta la vita perché non aveva altre possibilità ed aveva una famiglia da mantenere. Povero Jobia, era andato in pensione, ma non aveva goduto il meritato riposo: lo avevano trovato morto con un buco alla tempia dopo solo un mese! Si era suicidato con una vecchia pistola laser recuperata chissà dove, forse al mercato nero. Zago non voleva fare la sua fine.

Il giovane sentì le guardie che si affrettavano verso i comandi della carrozza, ma lui rimase ancora attaccato al finestrino, quasi paralizzato dalla paura. Il suo compito era molto semplice, ma non per questo lo avrebbe svolto con quella stessa noncuranza che mostravano i suoi accompagnatori. La sabbia che si stendeva a dune davanti ai suoi occhi era quasi bianca, abbacinata dal sole impietoso e quasi un sole lei stessa. Non c’era traccia di vegetazione (e come avrebbe potuto esistere?), né di una qualsiasi forma di vita o di non-vita. Lì fuori c’era il nulla e la mente di Zago si rifiutava di accettare quella realtà.

Si sentì chiamare, era giunto il momento che fino allora aveva voluto allontanare dai suoi pensieri. Tutto era stato approntato, bastava che premesse quel pulsante. Si alzò lentamente, sospirando e sbuffando, lanciò uno sguardo corrucciato alla guardia che lo aveva sollecitato e si avvicinò al pannello di comando un po’ titubante. Si accorse che le altre guardie lo osservavano e si scambiavano occhiate interrogative: non capivano perché non si decidesse, così almeno se ne sarebbero andati subito da quel posto orribile. Alcuni ancora si scambiavano battute e ridevano. Come se non stesse accadendo nulla.

Zago allungò una mano tremante verso il bottone, esitò un attimo, poi si fece forza e premette il pollice sul grosso pulsante rosso.

Si sentì immediatamente il rumore di una portiera scorrevole che si apriva, accompagnato dal tipico ronzio degli attuatori elettrici, quindi il suono sordo dello spintore che era entrato in azione. Quello era un altro marchingegno di quel treno maledetto: una parete del vagone dei prigionieri si muoveva verso la porta, costringendo i passeggeri ad uscire. Dal vagone accanto cominciarono ad udirsi urla e grida. Zago avrebbe preferito non guardare, ma si fece forza, perché sarebbe stato da vigliacchi nascondere a sé stesso l’effetto della sua apparentemente innocua azione. Si avvicinò così al finestrino, fatto di glasfix, un materiale speciale adatto a sopportare quel tremendo calore senza fondere o perdere la sua trasparenza. Dal vagone a fianco, sospinti dallo spintore, erano stati vomitati i sette prigionieri. Zago li guardò cadere a terra e vide lo sportello richiudersi alle loro spalle.

I condannati si muovevano convulsamente, urlando dalla disperazione e dal dolore. Per primi presero fuoco i capelli, quindi i vestiti. In pochi istanti, Zago vide sette spettri di fuoco contorcersi come carta infiammata, fino ad accasciarsi sulla sabbia ardente e non dare più segno di vita. I poveri corpi avrebbero bruciato ancora a lungo, poi sarebbero rimasti solo dei cumuli di cenere, che presto i venti del Deserto avrebbero disperso nell’aria.

Finalmente il treno ripartì nella direzione da cui era venuto e Zago si ritrasse dal finestrino. Il macabro spettacolo era terminato e lui poteva dedicarsi al suo compito successivo. Prese la tavoletta elettronica, aprì il file con l’elenco dei detenuti in attesa di esecuzione e scrisse TERMINATO accanto al nome di ognuno dei sette sventurati che aveva condotto fin lì. Dopotutto, era stato facile! Si accasciò sulla poltrona del suo vagone e chiuse gli occhi. Una lacrima aveva iniziato a correre sulla sua guancia.

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Giorgio Long
Classe 1959, è nato e ha sempre vissuto a Milano. Dopo la maturità classica e la laurea in Chimica industriale, ha lavorato con passione nel settore della ricerca farmaceutica. Poi, seguendo il suo naturale interesse per le innovazioni, ha intrapreso una carriera di consulenza in brevetti, attività che svolge attualmente. Le sue passioni sono la lettura, in particolare di romanzi storici e fantasy, la fotografia, la cucina e la vita nella natura. Il romanzo d’esordio "Dall’alba al tramonto" è nato dalla coniugazione del suo interesse per la scienza con l’amore per la scrittura e dall’irrefrenabile impulso di dar sfogo alla sua fantasia.
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