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Dare corpo alla luce
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Consegna prevista Giugno 2023

È un connubio tra dipinti e narrazioni. Occhi diversi che guardano, vedono e trasmettono. Colori che filtrano la luce. è un viaggio che pur partendo da angolazioni diverse ci spinge a formulare pensieri ed esprimere emozioni.
Al centro c’è la donna. Con il suo corpo e la sua vita, per ritrovarla sempre vestiti di colori diversi per esprimersi.
Abbiamo giocato con le ombre. È stato un gioco dialogico, tra le due narrazioni e le opere.
L’Arte è il linguaggio per eccellenza, in quanto non risponde a rigidi legami di mera sintassi, anzi libera dagli schemi interpretativi omologati, scardina dai luoghi comuni, rischia una rappresentazione provocatoria, scommette sul desueto e sullo straordinario, trattandolo come perspicuo, perché l’uomo attinge alla sua fonte con quella intuizione primaria che gli è ingenita e congenita, come direbbe Leopardi.

Perché ho scritto questo libro?

Abbiamo dato una nostra lettura delle opere, ma ce ne possono essere molte altre.
Intendiamo incentivare le persone a soffermarsi su quello che vedono e dare la loro personale
lettura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Oltre le catene

La libertà è come l’aria:

ci si accorge di quanto vale

quando comincia a mancare.

Piero Calamandrei

La tradizione è una bellezza da conservare,

non un mazzo di catene per legarci.

Ezra Pound

Seduta, nuda osserva le sue catene.

Nel guardarsi non riesce a capire il perché di quelle catene. Incredula se lo chiede. Il suo pensiero va alle conquiste, ai diritti acquisiti, a quell’emancipazione che ormai sembra affermata. Ai passi avanti che le donne dell’Occidente hanno fatto, ma che non hanno avuto eguale manifestazione di autodeterminazione. Infatti lei è là con quelle catene. Ha alzato le braccia per vederle meglio. Non sa se gli altri le vedono. Ma lei sente anche il loro peso. Cerca di liberarsi, ma per quanto tenti, non riesce.

Pensa che essere state liberate non vuol dire essere libere.

Nelle sue sfere in quelle dove vive, quella più intima e quotidiana, ma anche quella del lavoro sente di essere imprigionata.

Nella sua agenda ha segnato delle date accompagnate da delle frasi di quel lungo, e mai terminato, cammino collettivo delle donne italiane:

2 giugno 1946, Senza rossetto nella cabina elettorale;

1 gennaio 1948, Uguaglianza formale fra i due sessi ma non sostanziale;

26 agosto 1950, Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri;

6 luglio 1960, Sancita formalmente la parità di salario;

1 dicembre 1970, Anno del divorzio: matrimonio/unione per amore e non per legge;

19 maggio 1975, Autonomia e riconoscimento del ruolo (formale) della donna nella coppia;

22 maggio 1978, Diritto alla procreazione cosciente e responsabile;

5 settembre 1981, Con l’omicidio l’onore non c’entra e cancellazione del matrimonio riparatore;

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17 ottobre 2007, Riconoscimento dell’illegalità delle dimissioni in bianco;

15 ottobre 2013, Non è amore, è violenza, è potere.

Ripassa le date e i temi mentalmente. Le catene che sente derivano dalla resistenza al cambiamento da parte dello Stato. Sente su di sé quello sguardo dall’alto che ancora oggi sente quanto tenta di autodeterminarsi.

Lei, tra le altre, ha tentato di liberarsi ma ha solo allentato quelle catene.

Ha voglia di respirare ma evita di impegnare pienamente i polmoni. Preventivamente si era seduta, per avere un contatto diretto con la terra. Per non rischiare di cadere spinta da quel turbinio di pensieri e domande.

Pensa alle date. Pensa a oggi. Pensa al tempo trascorso inutilmente.

È nuda davanti ai suoi pensieri. È nuda davanti al tetto di cristallo, che per quanto luccicante, e trasparente non le consente di spiccare il volo.

Non vuole scegliere se fare l’una o l’altra cosa. Non vuole essere obbligata a scegliere. Ha cercato di conciliare dei tempi di vita, ha scoperto che è stato un grande inganno. È nella conciliazione che si nascondono le sue catene.

Con il pensiero ritorna a quando era bambina e tutte la sera sedevano intorno al camino. Vede la nonna è china come sempre a lavorare a maglia. Con le mani è sempre indaffarata mentre parla molto poco, ma si intuiva la sua voglia di libertà strozzata. E in quel messaggio non detto ma ripetuto come una continua ninnananna dice «non piegarti: sei una donna. Alza la testa sìì dignitosa non permettere a nessuno di violentare i tuoi diritti. Sei degna, non dubitarne mai».

Lei è grata alla nonna a quel lavoro continuo a quell’insegnamento non gridato ma rivendicato in silenzio, al suo lavoro durante il periodo più nero, quello della guerra.

È da lì che si riparte è da lì che le donne hanno un credito da spendere e una nuova consapevolezza in fondo al cuore. Nessuno sembra ora in grado di impedire loro di fare qualsiasi cosa.

Di fronte a quei ricordi il suo sguardo si fa più fiero, acquista forza. Forse potrebbe anche alzarsi. Pensa a lei, pensa alla nonna, pensa alle donne.

Ripensa alla strada che ha fatto la madre. Lei sì è uscita dal focolare ma quanta fatica nell’essere presente dentro e fuori, fuori e dentro. Lei però è accompagnata dal cammino collettivo, dal quel vento di cambiamento che la dispone bene: non sarà lei ma le sue figlie a essere liberate.

È la figlia che si ritrova con le catene, allentate, ma pur sempre catene.

Pensa poi alle donne che oltre alle catene hanno un vestito che è gabbia. Nel pensare a questo si indigna ancora di più. Una fessura per gli occhi e la casa là, come spesso anche qua, la seconda prigione.

Ripensa alla signora della porta accanto che le fa spesso la domanda: «ma tu sei femminista? Non vi accontentate mai… » e lei ha imparato a rispondere con le parole della scultrice Louise Nevelson «Quanto più libere saranno le donne, tanto più lo saranno gli uomini. Perché chi rende schiavo è a sua volta schiavo».

Altre volte, invece, prende in prestito il pensiero della scrittrice Rebecca West «Non ho mai capito esattamente cosa si intendesse per femminista. So soltanto che ho incontrato persone che mi hanno chiamata femminista ogni volta che esprimevo opinioni che mi distinguevano da uno zerbino».

Linea mobile

Entrano i rumori e l’abbaiare di un cane

dalla finestra aperta; con una brezza che passa

sulle tue braccia nude, sulla fronte.

Se chiudi gli occhi la senti sulle palpebre

e sembra la mano di chi ti vuole bene

a passare e tutto il male del mondo va via

con gli occhi chiusi mentre passa la mano.

E sei tu e il tuo respiro dentro alla brezza

e stai fermo e ti fidi come una pace

appena nata

Pierluigi Cappello, Un prato in pendio

Valeria ha deciso.

Si spoglia di ogni maschera, anche di quella con i tratti del suo viso, rimane nuda a contatto con la terra, con la radice del suo essere, le mani protese in avanti, all’altezza degli occhi. Quelle mani lavoreranno per lei; tra le dita scorrerà come acqua il suo passato, perdendosi in un gorgo da dimenticare. Le guarda ma, soprattutto, le sente, libere da ogni vincolo, mosse dalla sua volontà.

Non erano costrette da manette metalliche, ma da fili di invisibile ipocrisia; non erano chiuse a chiave, ma costrette da una violenta superficialità. Non era prigioniera ma invischiata, non l’avevano catturata ma lusingata.

Una donna come tante, una vita qualsiasi; come amici, dei conoscenti, come affetti, delle avventure.

Fin dall’ultimo anno di Liceo aveva deciso di andarsene di casa, di vivere da sola, di decidere lei per sé; aveva accettato di seguire l’Università, ma in città e, chiuso il diploma di laurea in un cassetto, si era sentita capace di affrontare il mondo. Non voleva dipendere da nessuno, voleva essere libera.

I genitori non avevano compreso il suo desiderio, ma l’avevano rispettato, capendo che ostacolarla avrebbe significato perderla completamente. Speravano di mantenere ancora dei rapporti con lei; un incidente stradale mise la parola fine alla famiglia.

Fabio, il fidanzato di sempre, era per lei troppo provinciale e capì da solo che doveva mettersi da parte; si lasciarono amichevolmente, ma dopo qualche anno si interruppe anche il consueto scambio degli auguri di compleanno.

La conoscenza della Lingua inglese e del Cinese le aveva aperto le porte del lavoro a Milano, una città moderna, all’altezza delle sue aspettative, dove conduceva un’esistenza ritmata sul lavoro, su turni massacranti e disponibilità totale, in vista della scalata ad una carriera accattivante. Per salire gradini nella scala gerarchica dell’ufficio, aveva fatto dei compromessi con la morale; era avanzata, e la meta raggiunta aveva addolcito la pillola amara che aveva dovuto sorbire.

Si era fatta inconsapevolmente una corazza interna, per difendersi dagli sguardi di riprovazione o, forse, di invidia. Si era rifatta il naso e aveva riempito il guardaroba per ingannare se stessa e per chiudere la bocca ai maldicenti, ostentando superiorità.

Nella grande metropoli, come nelle città in cui viaggiava di continuo, soprattutto a Pechino, era un automa in mezzo agli altri: respirava, sorrideva, rispondeva, lavorava, come per un’imposizione esterna, solo perché tutti lo facevano, incastrata in un meccanismo oliato da qualcun altro, a cui aveva deciso di non pensare. Le pareva di starci bene in questa routine, le pareva di aver raggiunto esattamente quanto desiderato.

Senza senso. Senza problemi. Senza dolore.

Per pensare, la TV o il quotidiano più comodo da sfogliare; per vestirsi, le previsioni meteo; per leggere, la pubblicità; per divertirsi e allenarsi, seguire il gregge: tutti nella stessa palestra rinomata e centrale, tutti con la stessa camicia di Armani, con la scarpa tacco 12 PittaRosso, con i giudizi preconfezionati mainstream…

La sua vita era semplice, ben inteso, à la page.

Ti alzi, ti trucchi, prendi la metro, ridi delle solite barzellette, piangi sulle solite sventure, vai in palestra; ti incontri con il solito collega, fai finta che non sia sposato, ti addormenti da sola…

Ti alzi, ti trucchi…

Una mattina, per caso, incontri il tuo sguardo nello specchio e non ti riconosci. Ti rimetti la solita faccia, prendi la metro, ridi, piangi, ti alleni, scopi, dormi.

In ufficio, un uomo ti guarda con insistenza, un collega nuovo, insolente, sicuro di sé, ti segue, ti invita, non capisce il rifiuto, non accetta un diniego.

Neanche Valeria ne comprende il motivo; sa solo che non è lei ad agire, ma quella dello specchio che, forse, è più perspicace, o quell’altra di cui ha dimenticato le fattezze. Lui è lì, sotto casa, insiste per salire da lei. Il rifiuto li colpisce entrambi, riempendo lei di paura e lui di meraviglia. Non va al solito appuntamento, spedisce una mail con le dimissioni dall’ufficio, butta nella spazzatura i giornali, stacca la TV, spegne il telefono.

Qualcosa è accaduto. Non si è lasciata trascinare dalla marea silenziosa e compiacente.

Si può fare. Può farlo. Le avevano fatto credere che fosse impossibile.

Stacca il telefono, si strucca, si spoglia completamente, si china fino a terra per sentire il pavimento freddo sotto le sue ginocchia, appoggiando a terra i piedi, per recuperare la consapevolezza delle linee del suo corpo giovane, per toccare le palme delle mani, come fossero altro da sé, come appartenessero ad un’altra persona.

Il suo incarnato si staglia contro il buio della parete, una linea scura sembra disegnare le curve dei suoi fianchi; le scapole disegnano ali sulla sua schiena, percorsa da una colonna longilinea su cui poggia elegantemente il collo, sottolineato dai capelli corti. Si muove lentamente, si poggia sui piedi piegandoli, le natiche sode adagiate sopra. Le mani si muovono contro l’unica fonte di luce, mentre gli occhi le osservano e ne studiano i gesti.

Il viso, no. Ha bisogno ancora di tempo per potersi finalmente vedere, per seguire le linee degli zigomi che ha ereditato dalla nonna, per scrutare a fondo i suoi occhi, per sprofondarsi nel verde dell’iride.

Un taglio netto: un treno, una vecchia casa piena di foto col suo viso, i progetti per la ristrutturazione della villa, nello stesso cassetto il diploma di laurea in architettura.

Sarà difficile, rischioso, ma forse riuscirà a ritrovare il proprio sguardo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. “Osservare” non è una cosa affatto semplice, ed è forse proprio per questa ragione che la maggior parte delle persone si limita invece solamente a “guardare”.

    Un “guardare” che si rivela tuttavia per sua stessa natura insufficiente a cogliere “le umane cose” e che finisce irrimediabilmente per articolarsi come un “osservare a metà”: come uno sguardo superficiale e disinteressato alla realtà che ci circonda.

    Il libro “Dare corpo alla luce”, che si pone sulla stessa scia del precedente “La realtà dentro uno sguardo” , nasce da una scommessa: cosa accadrebbe se due persone -in questo caso due donne- scegliessero non solo di “osservare” piuttosto che “guardare”, ma decidessero anche di riportare su carta ciò che la realtà comunica loro?

    Ne nascerebbe un gioco di luci, ombre, forme e colori in cui le due autrici, attraverso narrazioni speculari e complementari nate da una stessa immagine, sono pronte a prenderci per mano e a guidarci in un viaggio alla scoperta anche di noi stessi e di una figura, come quella femminile, che abbraccia e congiunge i tasselli ultimi.

  2. (proprietario verificato)

    Complimenti perché il libro è bello e nello stesso tempo è veramente singolare: pittura e narrazione si fondono con trasparenza. Le parole ‘disegnano’ le storie e le immagini, raccontano. Storie che non sono una semplice interpretazione di un’opera pittorica. Sono vita.
    La cosa più interessante è, però, dal mio punto di vista, l’invito alla creatività (almeno per me è stato così): mentre si leggono piacevolmente le pagine e si guarda un dipinto viene, infatti, voglia di raccontare una propria storia. Quella che si cela dietro i tratti, le sinuosità, i chiaroscuri e che appartiene al vissuto di ognuno di noi.

  3. Luca Pianelli

    Bellissime le opere, bellissimi i commenti alle opere…si legge tutto d’un fiato!!! Complimenti

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Maria Pia Biagini, Antonella Ciocia e Anna Valeri
Maria Pia Biagini
Artista contemporanea figurativa, nasce a Marino nel 1981. Fin da piccola si interessa al disegno ed il legame con le arti visive diviene la su a prediletta finestra comunicativa con il mondo esterno. Consegue la laurea di alta formazione artistica presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Ha preso parte ad importanti eventi culturali su scala nazionale ed estera ed ha all'attivo numerose mostre personali e collettive. Molti dei suoi lavori artistici sono pubblicati e recensiti su rilevanti cataloghi del settore: Catalogo dell'Arte Moderna CAM N57, l'Annuario internazionale d'arte contemporanea, I Narratori del nostro Tempo, Effetto Arte, Art Now publishing 2021, con critica di Vittorio Sgarbi.

Antonella Ciocia
Antonella Ciocia è ricercatrice CNR-IRPPS e co-direttore di Welfare e Ergonomia. Studia in modo comparato i pilastri del welfare e il welfare locale, utilizza la metodologia della ricerca-azione. Ultime curatele I giovani creativi al tempo del coronavirus, Roma: Nuova Cultura e con Daniele Babusci Il diritto alla crescita, Ariccia: Aracne. Ultime pubblicazioni con Anna Valeri e Martina Nasini La realtà dentro uno sguardo. Lo scatto coglie l'istante e trasmette una storia, Roma: Nuova Cultura e con Maria Girolama Caruso e Anna Valeri Ho provato a piangere con le mani. Tra didattica e ricerca, Formia: Pasquale D’Arco editore.

Anna Valeri
Insegna Materie letterarie presso il Liceo classico Ugo Foscolo di Albano Laziale. Da più di trent’anni trascorre la sua vita professionale tra pagine di scrittori e versi di poeti, a contatto con gli studenti, in un mutuo rapporto di crescita. Interessata ad uno studio critico della letteratura, lo interpreta come un incontro reale e una metodologia educativa funzionale.
Maria Pia Biagini, Antonella Ciocia e Anna Valeri on FacebookMaria Pia Biagini, Antonella Ciocia e Anna Valeri on Instagram
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