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Devi fare come quando lecchi il ghiacciolo

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Consegna prevista Gennaio 2023

In questa quarta di copertina mi si chiedono 1000 caratteri per parlare del mio libro; a detta dell’editore, questo spazio, dovrebbe essere qualcosa di caldo, sincero, convincente e che possa catturare l’attenzione. L’editore mi ha detto che queste righe – proprio queste righe qui, quelle che state leggendo ora, cazzo! – saranno il cuore della mia pagina di campagna.
Capite? Praticamente, tramite questi minchia di caratteri, mi sto giocando tutta la vostra attenzione.
Lo ammetto: ho paura. Ho paura perché io non ho la più pallida idea di come la vostra attenzione possa essere catturata.
Ma che dite, ci provo? Dai: ci provo.
Allora, anzitutto, ‘sto libro è una raccolta di 16 racconti. Tutti i racconti sono carini. Le tematiche son varie. La voce narrante è la mia. Ogni fatto raccontato è vero.
Ecco: i mille caratteri sono quasi esauriti. Ne ho più un centinaio. Ma li sto sprecando a dire che non ho più caratteri. Mi sa tanto che sono scemo.
Buona lettura, amici miei!

Perché ho scritto questo libro?

Diciamoci la verità. Io non lo so perché ho scritto questo libro. E’ successo. Punto. Fine.
Scrivere, per me, è necessario. Mi aiuta a inchiodare il presente, a sublimare la vita, a guardare al passato come ad un tempo ancora vivo ed autentico.
E questo è tutto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1/12/2021

Arcobaleni

Primo dicembre 2021. Sono seduto alla cattedra. Di fronte a me: diciotto persone. Hanno tutte tra i sedici e i diciassette anni. Stanno scrivendo un tema in classe. Io, per loro, rappresento il presbitero che li fa lavorare. Loro rappresentano il pane per i miei denti. L’aula è ampia, spaziosa. Pochi cartelloncelli consumati dal tempo si stagliano sopra i muri. Grandi finestre spruzzate da lamate di pioggia fan da contorno alla stanza. Non vola una mosca. Una ragazza dal fondo si alza, è in cerca di un consiglio, vuole conoscere il sinonimo di una parola.

«Prof!», mi strilla.

«Sì?»

«Un sinonimo di sguardo?»

«Cara Giulia, non saprei… ehm… sguardo… beh, “sguardo” può avere tanti significati. Lo sguardo di un bimbo. Lo sguardo di un mostro. Lo sguardo innocente di un padre arrabbiato col figlio. Lo sguardo di una donna che ama il suo uomo. Sguardo non ha sinonimi. Puoi dire volto, espressione, ma quando parli di sguardi… si parla di anime, di vita, di persone. Si parla di noi».

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«Va bene prof, grazie».

Inizio a pensare fra me e me. L’avrò aiutata? Chissà. Torno alla cattedra. In questo momento, sto scrivendo questa strafila di enormi cazzate. Oggi pomeriggio ho due impegni. Tornerò a casa un po’ tardi. Non ho un ombrello. O meglio, ne ho uno. Ma è bucato. Del tipo che se lo apro mi piove in testa. Tanto vale evitare. Anzi, sarà meglio che lo butti. Dove minchia si butta un ombrello? Nella plastica? Nell’indifferenziata? Nel vetro? Cazzo. Ma dove si butta un ombrello, per Dio? Meditiamo. Il manicotto è d’acciaio. Poi le chele (lo so che le chele sono quelle dei granchi, ma realmente, non saprei in che altro modo definirle), ecco poi le chele sono tipo di plastica avariata. Mentre invece il tessuto è di… É tessuto. É chiaro. Ma di che tessuto si tratta? Lana? Direi di no, di ombrelli di pecora non si è mai sentito parlare. Sarà Nylon? Polistirolo? Saranno piume di uccello? Ma che ne so, santo cielo! Facciamo così: lo brucio. No, ma cosa voglio bruciare. Non posso bruciare un ombrello, mi arrestano. Ok. Lo butto in un bidone a caso. Uno di quelli asessuati. Ma sì! Uno di quei bidoncelli asessuati e verdognoli che stanno nel centro città. Ci sta, no? Non ci si può mica fare tante paranoie. Tanto il pianeta non lo salva più nessuno. E vaffanculo a Greta Thunberg.

«Prof!»

«Eh!»

Qualcuno interrompe lo scorrere dei miei arguti pensieri. Ma chi è questo pazzo. Ma non lo capisci che sto producendo un’opera d’arte?

«Sì?», rispondo piccato.

«Può venire un attimo?»

«Arrivo».

«Mi chiedevo… nel tema, potrei citare una band musicale che lei non conosce?»

Scruto il giovane. Lui mi guarda. Io lo riguardo. Lui mi riguarda. Continuiamo a guardarci. Sembra una presa per il culo. Da fuori sento il frastuono di un capannello di operai incazzati che mangiano un panino e bestemmiano a gran voce. I miei occhi e quelli dello studente continuano a incrociarsi.

«Pietro…».

«Sì?»

«Ma che domanda è mai questa? Certo che puoi».

«Grazie!»

«Figurati!»

‘Sto ragazzo è gentile. Davvero.

Mi risiedo. E torno a scrivere questa buffonata.

Osservo una studentessa. La giovine srotola inchiostro su carta ad ultrasoniche velocità. Ha la mano che le scivola sul foglio. Sembra stia dipingendo. Mi aspetto un elaborato degno di Dante. Cribbio, ma a cosa penseranno ‘sti cristiani? Con ‘ste mani piegate, sghimbesce. Con ‘ste teste proiettate all’ingiù. Ma è chiaro, per Giove! Penseranno a scrivere il tema! A cosa vuoi che pensino! Sono io che medito sul come distruggere ombrelli.

Il crocchio di blasfemi operai fugge via.

Rumore bianco.

Tra mezz’ora la festa sarà ben che finita. La collaboratrice scolastica, l’integerrima Nora, alle 14.45 spaccate, entrerà in classe e disinfetterà come un missile ogni anfratto del locus. Dopo la mia ora, infatti, i ragazzi – in occasione di un doposcuola pomeridiano -, si cimenteranno in un esotico corso di flamenco.

Ma dico io… ma come è possibile che questo luogo fra mezz’ora possa trasformarsi in una sala da ballo? E come è possibile che fra trenta esatti minuti questi stessi figuri che ho qui di fronte possano scatenarsi in mirabolanti danze ritmate da un qualche paio di nacchere? Ho paura solo al pensiero.

Nel frattempo, mi arrivano i primi elaborati finiti. C’è qualche razzo che ha ultimato e già consegna la prova. Do un’occhiata veloce. Alcuni sembrano interessanti. Leggere un bel compito è come bere un buon Lagavulin invecchiato, è come fumare un croccante De Amicis. Un’esperienza fulgente, divina.

«Ragazzi, venti minuti. Sbrigatevi!»

«Eh no prof belin non ce la facciamo belin ma come si fa sono indietro devo copiare la brutta oh belin!»

Un classico. Anche se avessi detto che mancavano due mesi la reazione sarebbe stata questa.

Mancano dieci minuti, la concentrazione in questo momento è massima. I figlioli stanno rileggendo. Mi sembra che ci tengano. O forse no. O forse sì. Bah… mi sa che ne hanno per il belino. Poco fa, le mie bioniche orecchie hanno udito un «che palle, non ne ho voglia…»; alla fine, può anche starci.

Sette minuti. I più celeri hanno già terminato, e, giustamente, se la dormono. Probabilmente ripassano i passi del flamenco. Ma i maschi quando ballano il flamenco si tengono la rosa in bocca? No, forse no. Forse quella è la polka.

Ma no! La polka è russa! La polka la ballano le matrioske. Nel flamenco ci sono le maracas, o sbaglio? Non lo so.

Cinque minuti. Delirio. Clangore di penne che calcano la cellulosa del foglio. Dalle grandi finestre, pare esplodere un raggio di sole. Le nuvole pattinano in cielo.

Lancio un urlo: «Tre minuti, forza!»

Li osservo: sono davvero bellissimi. E che bella la loro età. Al loro posto, io, ci stavo dieci anni fa.

«Due minuti!»

Hanno tutti la mascherina. Ma chi ho qui davanti? Degli scheletri. Ricoperti di carne. Con gli sguardi un po’ persi. Tappezzati da un anello di stoffa. E connotati da desideri infiniti.

«Un minuto!»

Quasi tutti han concluso. Tra poco, dovrò fare ritorno a Sestri Levante. Ho un lavoro abbastanza lungo da fare, roba off-school, spero di finire presto.

L’ultima persona mi dona l’elaborato.

Sto per spegnere il pc. In questo momento, sono tutti seduti. Anche io, ho redatto il mio tema. Li guardo per un’ultima volta. Sono stanchi, distrutti. Ora che ci penso, di nessuno di loro ho mai visto i tratti del viso. Solo e soltanto le fessure dolciastre degli occhi, degli sguardi sognanti, smarriti.

Infilo la giacca. Il mio ombrello scassato fra non molto prenderà strade nuove. La professoressa di flamenco è all’ingresso dell’aula.

Nell’aria, si sente il profumo dell’arcobaleno.

E fuori, il mondo, aspetta di essere abitato.

1/4/2021

Grammatica 5.0

Stazione, Rapallo. Ore 13:00. Torno da lavoro. Attendo il treno. C’è fresco. Un venticello glabro costeggia le rotaie. Sulla banchina, un buon quantitativo di persone. Il treno è arrivato. Sembra pulito. Ha il muso asciutto, aguzzo: pare quasi che morda. Mi ricorda tanto mio padre, un uomo sicuro, sagace.

Si sta per salire. Gli schiamazzi aumentano. Le porte si aprono. La voce in sottofondo gingischiella le sue cavolerie. Nugoli di esseri umani serpeggiano fuori dalle stratecnologiche porte dell’acciaioso biscione.

Si entra. La carrozza è piena di genti. Caldo roboante. Mi voglio spogliare nudo. Voglio scorticarmi le pelli. Perché non sono una serpe? Per quale ragione non posso fare la muta anche io, mondo cane?

Mi inserisco nel mio posticino. Necessito di meditare a proposito di alcune questioni a me care: il corso di inglese, il tabagismo sfrenato, quella voglia da poco riemersa di regalarmi un gattino. Inoltre… gradirei arditamente mangiare. Ieri sera, prima di adagiarmi sul letto, mi sono confezionato per l’indomani un goloso panino con crudo e crescenza che non dovrebbe essere per nulla malaccio. Sono posizionato, tutto pare andare secondo i piani. Una fodera blu morte ricopre il consunto sedile. Volgo lo sguardo verso il mio paffuto zainetto. Il gustoso panino vi giace all’interno. La sua forma ovoidale spuntecchia dal tascotto laterale. Apro la zip. Trac! Afferro il saccoccio contenente il docile pasto. Rumore di carta stropicciata. Sfilo il panetto dal suo morbido involucro. Mi sento come quando Semola ne La Spada nella roccia estrae stoicamente dall’incudine la storica arma. Sono un eroe.

C’è un che di erotico in questo candido pezzo di carta che si stropiccia. L’unticchio che si spande sul foglio, il suono croccante delle pieghe irrisolte, la farina del pane che scivola grezza sulla cellulosa consunta. Finalmente ho fra le mani il mio Sacro Graal. Il profumo della crescenza mi inonda le papille gustative. Il prosciutto crudo – toscano, DOP, Conad, 128 euro al chilo – canta canzoni d’amore. Fra le fauci, la cosiddetta acquolina. Una goccia di sudore scivola sulla fronte. Non mangio da sei cazzo di ore (un biscotto McVitie’s, a colazione: poco soddisfacente). Chiudo gli occhi, allargo la bocca, ritraggo l’ugola, sorrido afasico. Penso a degli uccellini che cantano canzoni d’amore. Penso a Carlo Cracco e al suo pingue mento. Penso allo straordinario fulgore delle labbra di Marylin che posan nudissime per uno scatto unforgettable di sir Helmut Newton.

Sto per mordere quel maledetto pezzo d’ambrosia.

Sto.

Sto.

Sto.

E non uso il gerundio per caso, perché sì, è chiaro: qualcosa succede.

Nel momento esatto in cui sono propinquo a sventrare il dionisiaco pranzetto, una folla di squilibrate persone mi precipita –  letteralmente  – addosso. Sono delle donne. Questo dato lo posso cogliere dalle loro squillantissime voci. Arrivano da dietro, e corrono come pazze. Pare che fuggano da qualcuno. Ridono. Ridono ruvide. Ridono scabre. Smanazzano. Si agitano. Imprecano. Una di loro (la capobranco, la leader) mi urta con veemenza il saccoccio del pasto. Piccola creatura insolente, come osi! Verrai spedita all’Inferno!

Il tanto sospirato panetto, adesso, riposa funereo per terra. Le scarpe di lei  – della leader  –  un paio di purulente AirForce 1 bianco latte, lo calpestano con ardore. Me ne accorgo subitamente. Sul dorso del sandwich, adesso, c’è stampato il logo di Nike. Rendiamoci conto… questa piccola stronza m’ha disegnato un logo sul pranzo.

Ho le orecchie che fumano. Sono Eragon, il draghetto furioso. Mi volto. Strabuzzo gli occhi. Lave di capillari incandescenti scoppiano nelle mie rutilanti pupille. Dietro alla capobranco, altre due ragazzette (perché sì, trattasi di ragazzette, se va bene avranno quindici anni, studentesse senza senno), ridacchiano felici. Nella mia testa, gli insulti peggiori. La capobranco guarda dall’alto verso il basso il panino.

«Le chiedo scusa, ci stavamo inseguendo!»

Sto per ribattere piccato, quando le due aiutanti le rispondono a tono.

«Amïooooooooo! Non dire cazzate al signore! Non ci stavamo inseguendo! Stavamo solo perculando un po’ Frank! Amïooooooooo, hey!»

Sono matto. Queste parlano il linguaggio del demonio. AMÏO? E poi, io, non sono un signore, deliranti ninfette, non ho manco trent’anni! E ancora, santi numi, chi cazzo è Frank? Devo scoprirlo, e, per farlo, indosserò i panni del borghesotto distinto.

«Ragazze care, vi pare normale alla vostra età scorrazzare su dei convogli in codesta maniera? In teoria, sarebbe auspicabile nonché corretto che voi mi donaste parte del vostro danaro affinché io possa ricomperare il mio filoncino di pane. In pratica, farò il superiore e me ne fregherò ampiamente. Andate con Dio, e lasciatemi in pace. Ah: giusto per la cronaca, vi chiederei di non darmi del “signore”, grazie. Non state mica parlando con Mattarella. Si dà il caso ch’io non abbia neppure trent’anni. Inoltre, un’ultima cosa: chi minchia sarebbe Frank?»

Le tre mi osservano. Sono basite. Una di loro, in estasi, inizia a scaccolarsi. La capobranco – sguardo feroce, occhi vitrei -, invece, ha la lingua ben pronta.

«Fre, che ti calmi! Apparte che non ci piace snitchare. E poi, a prescindere, chi cazzo vuoi che sia Frank? È un nostro amico coglione a cui per scherzo abbiam rubato lo zaino. Fine. Sei contento adesso?»

Il mio corpo produce strane sostanze. Direi che la questione del “signore” l’hanno presa alla lettera. Sono già passate al “tu”, e sono già diventato fre. Ci manca solo che si congedino tirandomi una ginocchiata sui maroni e inizino a chiamarmi “puttanella”. Eppure, nell’atteggiamento sguaiato di queste adolescenti balzane, c’è qualcosa che mi piace oltremodo. Sono indeciso se urlare imprecazioni all’Altissimo o lasciarmi andare ad una risata sincera. Decido di diventare benevolo, e sorrido.

«Ragazze, ma come caspita parlate… ma cosa vuol dire amïo… ma cosa vuol dire snitcharecomunque piacere, Lorenzo».

Si distendono. Peculiare, di ‘sta generazione, deve essere la capacità di non prendersela affatto. Sono più simpatiche del previsto. Ben presto si presentano, proferendo scuse  –  questa volta -, finalmente sincere. Loro sono Benedetta, Emma ed Arianna. Studiano alla scuola alberghiera di Camogli. Benedetta  – la colonnella del gruppo, i capelli sul biondo  - sopperisce alla mia mancanza di lessico.

«Allora, Lorenzo, amïo significa “amo”. Un’abbreviazione di amore. Capisci? Si tratta di un nomignolo idiota. Snitchare invece vuol dire “fare la spia. Uno snitch non è nient’altro che una merda, un infame, un tizio di cui non fidarsi».

Sono incuriositissimo, amo la genesi delle parole più della mia vita.

«E dunque, tipo, Frank è uno snitch?».

«Ma no, fre! Frank è solo un coglione a cui abbiamo rubato lo zaino. Te l’abbiamo già detto!».

Tutto è più chiaro. Spiego loro della mia professione.

«Un insegnante così giovane?»

«Eh già», proferisco contento

«In effetti sei ancora pieno di brufoli e pus!».

Maledetta quindicenne impudente. Non riesco, tuttavia, a non ridere di gusto.

Il ghiaccio si è sciolto. Dopo pochi minuti arriva anche quel coglione di Frank (c’è da dirlo, le girls avevano effettivamente ragione: trattasi, sto Frank – per davvero -, d’un povero scemo, d’un citrullo a pedali).

Ben presto scopro che anche loro, proprio come me, scenderanno tutte e tre alla stazione di Sestri Levante. Il nostro viaggio è quasi giunto a termine, ma colgo l’occasione per apprendere ancora un altro po’ di ghiottissima terminologia under diciotto. Ne farò certamente tesoro.

Siamo in dirittura d’arrivo, quando Benedetta si ricorda del mio illustre panino.

«Oh prof! Il tuo pranzo!»

Me ne ero dimenticato. Quel caspita di panetto era ancora lì, spiaccicato per terra. Lo raccolgo, e gli scatto una foto ricordo. Saluto le giovani con un grande sorriso. Spero proprio di reincontrarle in futuro.

Qualcuno  – non mi ricordo chi  – diceva «la vita è più bella fra due fette di pane». Vero, verissimo. Se poi un innocuo panino si fa altresì promotore di piacevoli incontri e di grammatiche nuove, potrei quasi pensare di tatuarmi sul cuore la sagoma di un sandwich prosciutto e formaggio con sopra marchiato il logoccio di Nike. Sia mai che mi porti fortuna…

2022-05-05

Aggiornamento

AVEVAMO 100 GIORNI PER FARE DUECENTRO PRE-ORDINI. CE NE ABBIAMO MESSO 7. ALèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè. FELICE! Davvero, grazie! Ora... il gioco continua. Se arriviamo a 400, lo giuro, mi compro un pavone e me lo metto in salotto. Fate passaparola, amici nonché sostenitori? Hugs.
2022-05-02

Aggiornamento

YEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE GRAZIEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE BELLISSIMOOOOOOOO FATE PRE ORDINIIIIIIIIIIIII LA CAMPAGNA VA DA DIECI GRAZIE A VOIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII FATE PASSAPAROLAAAA BACI.

Commenti

  1. Lorenzo Montanari

    Carissima Valeria, io ti ringrazio di tutto cuore!

    Un abbraccio, Lorenzo

  2. (proprietario verificato)

    Ordinata una copia. Mi è piaciuto il linguaggio giovane e fresco e l’ambientazione dei racconti nella vita reale quotidiana.

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Lorenzo Montanari
Sono nato a Chiavari, che è una cittadina bella in Liguria.
Dopo essere nato, sono cresciuto. Dai 14 anni ai 19 ho frequentato il Liceo Classico. Poi, dopo il Liceo, ho deciso di proseguire a studiare (mi dicevano che ero in gamba...) e allora mi sono laureato - per ben due volte - in Lettere. La prima volta a Genova. La seconda a Pisa. E' stata una scelta interessante.
Ora insegno: letteratura, storia, latino.
Tra i miei interessi: i Pokémon (specialmente Farfetch'd), la letteratura americana, i libri in generale (evviva i libri, mi piacciono i libri), il cinema di Luchino Visconti, le musiche di Chet Baker e Lucio Battisti.
Mi piace incontrare persone. In generale mi piacciono proprio, le persone. Potrei affermare addirittura che le persone siano una mia ossessione.
Per quanto riguarda il mio rapporto con la scrittura, non ci sono dubbi: siamo buoni amici.
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