Al mio ritorno a casa, un bagliore innaturale mi colpì lo sguardo. La vecchia baracca del pittore, Domenico Morelli, era ridotta a un cumulo di cenere. La sua “galleria d’arte on the road”, simbolo di resistenza artistica, era stata divorata dalle fiamme, in meno di un’ora. I vigili del fuoco, giunti ormai troppo tardi, avevano trovato solo disperazione tra i resti. Morelli intrappolato nella sua dimora di legno e colori, era morto soffocato e arso vivo, vittima di un incendio doloso appiccato da uomini che da tempo avevano deciso di spegnere la luce della sua arte. Dal retrovisore della mia auto, il riflesso di me bambina mi osservava. Ero seduta al centro dei sedili posteriori, con un’espressione severa, mentre il rosso delle fiamme si rifletteva sulle tappezzerie. L’abitacolo si era trasformato in una scena infernale. Parcheggiai fuori dalla baracca distrutta, nel disperato tentativo di offrire il mio aiuto, ma la polizia e le ambulanze avevano già eretto una barriera invalicabile. Da lontano scorsi il corpo senza vita del pittore, a cui ero legata da un vincolo d’affetto e ammirazione, avvolto in un sacco argenteo, caricato senza cerimonie su un’ambulanza che spariva tra le luci intermittenti.
Poco oltre, un’altra scena di devastazione attirò il mio sguardo: il vecchio cinema che amavo frequentare era in fase di demolizione. I macchinari avanzavano con crudele lentezza, abbattendo ciò che restava di un luogo intriso di sogni e storie. Sui social rimbalzava la notizia, riportata con una freddezza che sfiorava il cinismo: “Un declino lento ma inesorabile, quello del multisala, soffocato dalla crisi del settore cinematografico. La pandemia di Covid-19, che ha tenuto chiusi i cinema per oltre due anni, e il dilagare delle piattaforme di streaming, sempre più accessibili e appetibili, hanno reso il grande schermo una reliquia del passato, incapace di competere con l’efficienza del progresso.”
Corsi con il cuore in gola verso il vecchio multisala, ormai condannato alla polvere e all’oblio. Mi infilai di nascosto attraverso un varco tra le macerie, ignorando i cartelli di pericolo e i cumuli di detriti che scricchiolavano sotto i miei passi. Giunsi in una sala semi-demolita, un tempo custode di sogni e storie, ora spettro di ciò che era stata. I sedili rossi, consumati dal tempo, erano avvolti da uno strato spesso di polvere, come se il tempo avesse cercato di cancellarne ogni traccia. Le pareti, screpolate e segnate da umidità e abbandono, parevano piegarsi sotto il peso di una resa ineluttabile. Al centro, uno schermo bianco inclinato si ergeva come un sudario, testimone muto di immagini perdute. Mi sedetti su uno di quei sedili, incurante della polvere che si sollevava intorno a me e lasciai che le lacrime sgorgassero. Tremavo, per il freddo causato dalla pioggia e per l’ondata di ricordi, che mi avvolgeva senza alcuna pietà. Rividi i volti, le storie, le luci e le ombre che un tempo avevano popolato quello schermo, ora silenzioso e spezzato, e che avevano plasmato il mio corpicino negli anni a venire. Ogni immagine era un coltello nel cuore, un grido disperato contro il tempo che tutto divora. Fuori, la pioggia scrosciava con una furia implacabile, tamburellando sulle carcasse dell’edificio. Gocce gelide si insinuavano attraverso le fessure e mi colpivano il viso, taglienti come lame. Il freddo si aggrappava a me, ma non riusciva a superare la morsa glaciale che mi stringeva il cuore. Frugai nella tasca del mio cappotto e trovai una vecchia fotografia, l’unico oggetto che avevo portato con me, fragile e consunta come i miei ricordi. Era un’immagine dei miei nonni, il loro sorriso cristallizzato in un tempo che non esisteva più. Guardai quella foto a lungo, cercando di assorbirne il calore, come se potessi risvegliarli dalla loro eternità. Ma la foto non rispondeva, e il peso della memoria si fece insostenibile, un macigno che mi spezzava il petto.
In preda alla disperazione, portai la foto alle labbra e iniziai a masticarla. Sentii l’inchiostro, amaro e velenoso, dissolversi sulla mia lingua, ma non mi fermai. Era un gesto folle, un tentativo disperato di rendere quella memoria parte di me per sempre, di impedirle di svanire come tutto il resto. Con ogni frammento inghiottito, mi sembrava di soffocare e di rinascere al tempo stesso. Poi, dal nulla, qualcosa si mosse sul palcoscenico. Tra le ombre umide e decadenti avanzò una figura: una donna. La sua presenza era inquietante, quasi irreale. Indossava un lungo cappotto nero, impeccabilmente sagomato, che cadeva sulle sue spalle. Non un’onda, non un’increspatura nel tessuto: tutto di lei gridava controllo, precisione, distanza. Il cappello, ampio e scultoreo, gettava un’ombra che le divorava il volto, lasciando intravedere solo sprazzi inquietanti: il pallore marmoreo della sua pelle, simile alla cera, e un paio di labbra scure, serrate, così perfette da sembrare un monito.
Avanzava con una grazia crudele, il suono dei suoi tacchi un ticchettio distante, come una campana che scandisce una condanna. I guanti di pelle nera aderivano alle sue mani come una seconda pelle, brillando di una lucentezza sinistra sotto la luce fioca che filtrava tra le crepe del soffitto. I suoi occhi, che per un istante colsi sotto il bordo del cappello, erano freddi, privi di storia, di calore, di tempo. Lei era tutto ciò che avevo imparato a detestare: la bellezza sterile, perfetta fino a rasentare l’oscenità, il simbolo di una modernità che si specchia in sé stessa e non guarda oltre. Era un’idea, non una donna. Era il fantasma di una civiltà senz’anima, splendidamente vuota.
“Vattene via!” urlai, la voce rotta dall’ira e da un dolore che si avvitava su sé stesso, senza via d’uscita. “Porta via il tuo sorriso di plastica e lascia passare la mia malinconia!”.
Le parole si infransero nella sala: un’eco sorda, senza risonanza. La donna si fermò, immobile, un’ombra più scura dell’ombra stessa. Poi, con una lentezza che sembrava sfidare ogni legge umana, si inclinò appena verso di me. Era un gesto lieve, impercettibile, un colpo, una ferita invisibile che si apriva nel mio petto.
La pioggia che penetrava dalla struttura sventrata, la bagnava, piccole gocce scivolavano sul cappotto senza lasciar traccia. Lei restava intatta, eterna, una statua che il tempo non poteva corrompere. Io, al contrario, crollai. Il mio corpo si afflosciò su un sedile coperto di polvere, i singhiozzi mi spezzavano il respiro mentre il dolore traboccava in lacrime. La guardai, inerme, cercando invano di decifrare quella presenza inaccessibile.
Lei mi fissava, muta, indifferente, una sentinella di un futuro che non mi apparteneva. Ero lì, disfatta, mentre lei rimaneva integra, imperturbabile. Sentivo la sala chiudersi su di me, un abisso che divorava ogni speranza, ogni legame con ciò che ero stata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo su lei. Come se, nella sua perfezione crudele, ci fosse una risposta che mi era preclusa, qualcosa che mai avrei potuto comprendere. Quella notte sembrava un incubo uscito da una tela di Bosch: il fuoco, la distruzione e la perdita si mescolavano in un crescendo di dolore e impotenza. Morelli, il cinema, la memoria… tutto stava svanendo in un vortice di rovine, mentre la modernità avanzava impietosa, cancellando ogni traccia del mio passato.
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