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Di qua e di là del mondo

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Consegna prevista Gennaio 2027
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Due individui, a seguito di un incidente stradale, si trovano a vivere percorsi paralleli, da una parte e dall’altra del mondo, attraversando varie fasi, dall’attesa alla rinascita.

Le vicende sono raccontate da Bruno, vittima dell’incidente, che nell’altro mondo vive la propria nuova vita e da lì vede quelle sulla terra. Nel suo percorso affronterà continue rivelazioni, con il supporto di un tutor che lo accompagna nel viaggio.

Sulla terra il viaggio lo fa invece Angelo, il giovane che ha provocato l’incidente, che si deve districare tra i giudizi dei tribunali e delle persone. Anche il suo è un viaggio verso un futuro ignoto, che affronta con ansia e inquietudine.

Il racconto alterna, per ciascuna fase, le vicende di Bruno e di Angelo; i ricordi, gli incontri e gli eventi diventano, per entrambi, occasioni per riflettere in modo ampio sul significato dell’esistenza, sul valore delle relazioni, sui principi morali e, soprattutto, sul ruolo della coscienza.

Perché ho scritto questo libro?

Mi sono questa volta voluto cimentare in un’opera di più ampio respiro, su temi che mi sono cari dal punto di vista del rapporto tra individuo e società, cercando di far convivere nel testo immaginazione e riflessione.

Il libro esprime l’esigenza di riflettere sui significati della vita e, in particolare, sulla moralità, argomento quest’ultimo oggi difficile da affrontare, in un contesto che sembra spingere sempre di più verso una visione profondamente individualistica dell’esistenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Incipit

Oggi sarebbe una gran bella giornata…una bella giornata di inizio primavera, luminosa, fresca, con un bel venticello che ti accarezza piacevolmente il viso e muove le fronde degli alberi, ed il verde dei prati, intenso per via delle piogge e del sole che hanno fatto bene il loro lavoro al tempo giusto.

Sarebbe una bella giornata… se un imbecille alla guida di un SUV non avesse deciso qualche giorno fa di non fermarsi all’incrocio di Via Nomentana – nonostante il semaforo rosso – quindi di prendermi in pieno e di spedirmi a questo mondo. Non mi ricordo molto, solo una gran botta sul lato della mia portiera, uno ancora più forte sull’altro lato – un palo della luce? – e poi più niente.

Per carità, gli incidenti càpitano, son sempre capitati; però non t’aspetti che capiti proprio a te, senza che tu possa fare niente per evitarlo.

Quando mi sono, per così dire, risvegliato, mi sentivo francamente un po’ strano e guardavo una scena dall’alto; c’era parecchia gente seduta su dei banchi, tutta composta e ben allineata, sembrava ad una cerimonia. In effetti, le persone erano dentro una chiesa e presenziavano in silenzio ad un funerale. Da lontano non riuscivo a riconoscere i presenti, poi, in qualche modo ho capito, meglio ho percepito, che dentro la bara…c’ero proprio io! Quello era il mio funerale! Insomma, io guardavo da fuori, ma in realtà ero steso lì dentro: ero contemporaneamente dentro, con il corpo senza vita, e fuori, un po’ distante, con la mente ancora apparentemente in grado di elaborare pensieri.

Dal pulpito stava parlando un tizio…e sembrava parlare del defunto, cioè del sottoscritto.

”…ci ha lasciato un uomo di valore, onesto intellettualmente, di grande statura morale, capace di dare generosamente senza mai pretendere niente in cambio…”.

“Ma, brutto stronzo!”, ho pensato tra me e me, riconoscendo Marco – un vecchio collega di un ospedale dove avevo lavorato qualche anno prima –  dalla sua voce inconfondibile da venditore di fumo,”…non erano queste però le cose che dicevi quando hai cercato di addossarmi la colpa del cattivo esito di un esperimento, per far bella figura davanti al primario! Ora vieni qui, davanti a tutti, e, parlando bene di me, vuoi unicamente cogliere l’occasione per far parlare bene di te…fariseo che non sei altro!”. Meno male che il ricordo è stato breve – almeno quello che ho ascoltato io – e Marco è ritornato rapidamente al suo posto; nessun altro si è alzato per parlare. Deve essere stato l’ultimo della lista – immagino – e quindi mi sono perso tutti i ricordi che invece avrei avuto piacere di ascoltare, fatti delle persone a me più care.

Mi dispiace, francamente mi dispiace, mi sarebbe piaciuto continuare a vivere laggiù ancora un po’, ma quell’imbecille…

Adesso posso mettere un po’ più a fuoco; mi vien da pensare che nella chiesa ci sono molte persone più giovani di me, ma ce ne sono anche tante più vecchie! Evidentemente la logica di magazzino…come la chiamava quel mio amico ingegnere…ah, si, del FIFO, già, First In First Out, qui non funziona; chiaro, questo potevo immaginarlo pure prima, ma, chissà perché, quando ci stai dentro – nel magazzino intendo – non te ne rendi conto o non te ne vuoi rendere conto. Chissà quali sono le logiche! Chissà se qui trovo qualcuno che, prima o poi, magari me le spiega!

____    ____    ____

Qui non sto male, anche se ancora non ho capito bene dove sono; sento di non essere solo, ci deve essere tanta gente qui intorno, ma non ho incontrato nessuno, né parlato con nessuno. Tutto quello che sento è come se mi arrivasse direttamente nella mente senza che nessuno me lo comunicasse; come dire, ti filtra direttamente dentro. Non ho fame, non ho sete, non ho sonno, non ho caldo, non ho freddo, non devo andare al bagno e non ho particolari necessità. Però sono presente, non c’è dubbio, sto pensando e, in qualche modo, anche vedendo e sentendo, ma non come prima; come dire, ci sono e non ci sono: è forse un sogno? So, in qualche modo, che devo stare qui ad aspettare e che qualcosa accadrà. Quel che so per certo è che non ritornerò dove sono stato fino ad una settimana fa; lì bisogna metterci una pietra sopra, le voci che girano me lo fanno capire chiaramente.

Certo, indubbiamente mi dispiace; lasciare tutti e tutto così all’improvviso, senza la possibilità di un saluto, di un avviso, di una raccomandazione. Pure questa è una cosa che qui a qualcuno devo domandare, prima o poi sono certo che qualcuno che sa lo incontro: perché qualcuno se ne va in un batter d’occhio – come me intendo – per un incidente, un omicidio di un efferato criminale, una bomba lanciata da un cacciabombardiere alleato (?) in guerra, una trave cascata in testa per via del terremoto, qualcun altro invece patisce una lunga malattia e non sa mai se quello che sta vivendo sia già l’ultimo giorno e qualcun altro ancora procede imperterrito fino a che l’ultima goccia della sua linfa non si esaurisce? Veniamo tutti al mondo allo stesso modo, ma ce ne andiamo in modi molto diversi; ci sarà un algoritmo, o è solo il caso?

Vabbè, ormai è andata, non si può tornare più laggiù, questo è certo, le voci me lo continuano a dire; l’ho capito, basta, mica sono scemo! Quel che è fatto è fatto, da qui non si cambia più niente, né si può completare eventualmente l’opera incompiuta. Certo, avevo ancora un po’ di cose da fare, un bel po’, in realtà, se ci penso bene; per carità, niente di trascendentale, di quelle che cambiano le sorti del mondo, neanche della nazione e manco del Comune, intendo. Cose più personali, più spicciole, non però di quelle che se non le fai non sei nessuno: che ne so, il lancio dal paracadute, la maratona, la gara di triathlon, il cammino di Santiago o la via Francìgena! Sembra quasi tu debba mettere un bollino, come per la revisione della macchina, a certificare che lo hai fatto, ci sei stato, hai vissuto! Per carità, ammiro il coraggio o l’abnegazione di quelli che affrontano pericoli e fatiche, ciascuno ha il suo percorso, ma, probabilmente, la prudenza – o la paura? – m’hanno condotto generalmente ad iniziative meno impegnative ed ingombranti (per me e per quelli che mi circondano). Si, perché pure questo va detto: accanto, o attorno, a chiunque si accinga a grandi avventure c’è quasi sempre qualcun altro in panchina che aspetta, che pensa, che soffre, oppure non c’è più nessuno perché hai fatto il vuoto. Però…mi sarebbe piaciuto fare il kitesurf, quello sì: ‘sti tizi che sfrecciano con le piccole vele colorate, saltano sulle onde, riammàrano e ripartono veloci, poi escono dall’acqua con le loro mute nere, tenendo saldamente per mano l’attrezzo che infine lasciano cadere con apparente nonchalance sulla riva. Questi, devo ammetterli, l’ho invidiati: ma quando ho scoperto il tutto, ero troppo in là con gli anni, o comunque, ormai diventato troppo prudente! Qualcuno potrebbe arguire: ma se non hai mai fatto nemmeno wind-surf? No, questo non è completamente vero, e comunque non è questo il punto…

È passato Mario, ovvero non so se sia passato e dove sia passato, non saprei nemmeno come riconoscerlo; in realtà non ho incontrato proprio nessuno. Nella mia testa ho capito che è passato Mario, lui si è presentato così, m’ha detto di stare tranquillo, che non si tratta di un sogno, che sono arrivato dove sono i più; sono sicuro che abbia detto proprio così. Sono stato quasi tentato di chiedergli quanti siamo, ma m’è sembrata una domanda sciocca, comunque non la prima da fargli visto che era la prima persona che “incontravo” di qua. M’ha detto che adesso devo aspettare un po’ di tempo qui, è la procedura di ambientamento che lo richiede.

Si, ma qui dove, e per quanto tempo?

Qui, insieme ad altri, poi vedrai, per un po’…non troppo.

Poi è sparito, ovvero non l’ho più sentito, percepito, non so come meglio dire; sicuramente, viste le risposte, non m’è parso molto interessato né allo spazio né al tempo. Staremo viaggiando oltre la velocità della luce oppure siamo così piccoli, più piccoli del più piccolo quark e, quindi, in entrambi i casi, lo spazio/tempo è un concetto flessibile?

Ora, rispetto al qui, al luogo, inizio a sentire un certo brusìo, una certa confusione; niente di veramente definito, eppure sembrano voci. Da dove vengano non so; come al solito ho la certezza che ci siano, perché le sento, ma non saprei dire niente di più preciso. Cerco di concentrarmi per capire meglio; c’è sempre più confusione, ora le voci arrivano più forti, ma non comprendo cosa dicano. Sembra di stare al mercato, ma in un mercato a più piani; le voci arrivano un po’ da tutte le parti, ma non ci sono le grida tipiche del mercato, né quelle della folla in entrata o in uscita dallo stadio. C’è quasi un sottofondo, ogni tanto riesco a percepire qualche suono più definito, qualcuno sicuramente è più vicino, poi però s’allontana, lo senti più a distanza. Non riconosco lingue, solo timbri diversi: è un vociare continuo, ma non fastidioso, che sembra muoversi come onde che fluttuano e a volte creano un’eco.

“Ma dove sono?”, mi chiedo.

Non ho parlato, ne sono sicuro, ma qualcuno deve avermi comunque sentito, perché sento una risposta nitida che mi arriva nella testa: “Sei qui, insieme a tutti noi!”.

“Si, ma tu chi sei, e dove siamo esattamente, e cosa facciamo?”.

“Capisco, sei arrivato da poco, fai tante domande, succede così, le abbiamo fatte tutti…io sono Giacomo, tu, come ti chiami?”.

“Ciao Giacomo, piacere…”, mi pare una presentazione un po’ buffa, non vedo nessuno, so solo che c’è un Giacomo intorno a me,”…certo, vorrei capirci un po’ di più, sono in effetti arrivato da poco, a causa di un imbecille…”, qua mi fermo, mi rendo conto che forse non conviene spiattellare la propria storia al primo venuto, “…mi chiamo…mi chiamo…”.

Càspita, non ricordo come mi chiamo! Chi sono io? Dai, non scherziamo, sapevo tutto bene a memoria, codice fiscale, password di bancomat e carte di credito, con relativi PIN, password di accesso a tanti sistemi…come mi chiamo…

“…Bruno…mi chiamo Bruno!”, dico, o credo di dire, con un certo senso di liberazione; beh, almeno il nome!

“Bene Bruno, ben arrivato, io sono Gianni…”

“Ciao Bruno, io sono Anna…”

Giacomo non c’è più, sarà andato a fare altre conoscenze; altre voci si sono sovrapposte. Si “parla” tutti insieme; le voci mi arrivano tutte nella mente…del resto, adesso, io sono solo mente, forse anche cuore, mente e cuore, che altro?

Mi sento spaesato, ma non ho paura; mi pare di condividere la mia condizione con quella di tanti altri, che non mi pare abbiano paura. Non ci ho ancora capito molto, so che sono in un posto diverso da quello in cui sono sempre stato, so che sono sempre io, ma un po’ diverso, non so che cosa succederà e quando.

“Chiedi a Mario! Se vuoi sapere qualcosa, chiedi a Mario!” è la risposta che mi arriva nella mente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alberto Logeri
Nato a Roma 65 anni fa, risiedo da tempo a Cerveteri, cittadina sul litorale Nord della capitale, continuando a mantenere un forte legame con la mia città natale.

Laureato in ingegneria aeronautica, ho lavorato soprattutto nel mondo dell’aviazione civile; attualmente opero come consulente aziendale. La maturità classica ha contribuito certamente alla mia formazione.

Da poco ho scoperto il piacere di dare spazio alla mia creatività con la scrittura, filtrata dalle esperienze personali e professionali e dalla mia concezione della vita.

Mi sento eclettico nell’espressione di questa “produzione”: ho scritto racconti, futuribili o contemporanei, ma anche versi in romanesco; nelle differenze, spesso una traccia comune è l’ironia.

“Di qua e di là del mondo” è la mia prima esperienza con un piccolo romanzo; seppur leggera, è, almeno nelle intenzioni, un’opera più seria e riflessiva.
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