ANTEPRIMA NON EDITATA
1. Il sogno
Vedo scompiglio e fumo, tanto fumo, persone che corrono e si agitano ma che per qualche motivo io vedo muoversi piano. Sembra una scena al rallentatore, senza suoni. Non riesco a sentire nulla. Solo un silenzio assordante.
Poi un impatto improvviso, qualcuno mi sta scuotendo energicamente ma senza farmi male. Credo che nessuno riuscirebbe a farmene sentire più di adesso.
“Olly, ti prego allontanati! Ti prego!”
La riconosco. È la sorella di mia madre, o dovrei forse dire mia zia, che in preda al panico e con il viso sofferente e rigato di lacrime mi chiede di andarmene da lì. Dal posto dove quell’auto sta bruciando. L’ho riconosciuta e anche se non l’avessi fatto, quel braccio che pendeva inerte, senza vita sospeso fuori dal finestrino andato in frantumi per l’urto, ne era la conferma più tragica.
Lì dentro c’è mia madre.
Pian piano riaffiorano suoni sordi, sto per venire meno. Avverto quella sensazione di debolezza nei miei muscoli, ma provo a contrastarla.
Voglio rimanere lì, voglio salvarla. Ma non riesco, è più forte di me, il mio corpo si abbandona e cado. Una caduta lunghissima fin quando non avverto un urto forte al suolo.
Era l’ennesimo incubo che Oliver faceva, le sue notti andavano avanti così ormai da anni. Disteso in posizione supina sul suo letto, madido di sudore, fissava il soffitto con terrore senza guardare nulla.
Una visione che man mano diventava un’inerme ed arrendevole accettazione della realtà, della sua realtà.
Il sudore aveva intriso il cuscino ed i muscoli gli facevano male per averli tenuti in tensione tutto il tempo.
Non era solo un incubo, piuttosto la triste realtà con la quale ormai conviveva da qualche anno.
Di fatto a quell’incidente Oliver non era mai stato presente, ma così tante erano state le volte in cui l’aveva rivissuto nella sua mente, che ormai era come se ci fosse stato per davvero.
A causa della perdita della mamma, Zoe, Oliver rimase orfano alla tenera età di dieci anni circa.
Un trauma di quella portata, già di per sé capace di segnare un’esistenza, fu solo l’inizio. Essendo ancora minorenne, il verdetto dei servizi sociali fu immediato quanto spietato: affidamento coatto. La scelta, vincolata dai legami di sangue, ricadde su Sarah.
Non poteva esserci destino peggiore, poiché tra le due sorelle, anni di silenzi e rancori avevano scavato un solco che nessuna tragedia avrebbe potuto colmare. A causa di questa influenza, Oliver non aveva mai avuto alcuna intenzione di legare con lei, né tantomeno con la sua famiglia, ovvero con suo marito Marc ed il loro figliolo Thomas, che tra l’altro era quasi suo coetaneo.
Negli anni successivi all’adozione, ogni tentativo da parte di Sarah fu vano. La visione del ragazzo era purtroppo molto chiusa ed unilaterale, basata sulla convinzione che tutto ciò che aveva fatto soffrire o creato fastidio a Zoe, era per lui da scartare e tenere lontano, al punto di intenderlo come il suo unico modo di rispettarne la memoria.
Erano da sempre stati solo loro due. Nonostante le difficoltà, l’unica certezza era poter contare sull’altro. Il loro era un rapporto del tutto esclusivo, per cui il resto ne rimaneva fuori.
Il tempo però passava, senza lenire. Dopo la sua perdita, erano trascorsi anni, ma nulla era cambiato. Il suo atteggiamento rimaneva avverso alla costante accoglienza e comprensione della sua famiglia adottiva.
<
Qui sono sempre sorridenti, mi urta, io non ce l’ho mai avuta questa vita. Avevo solo lei, ed ora sono solo e solo devo rimanere, non ho bisogno di badanti o qualcuno che mi forzi ad avere atteggiamenti che non avrò>>, era ciò che si ripeteva come una sorta di mantra.
L’adolescenza non arrivò come un’età, ma come un deragliamento. Senza più una guida, Oliver si ritrovò allo sbando, libero di precipitare. Il vuoto lasciato dall’assenza del suo unico riferimento divenne terreno fertile per replicare gli stessi errori. Senza accorgersene, stava ricalcando le orme di sua madre, scivolando verso lo stesso abisso da cui lei non era mai uscita.
In fondo Zoe non era stata una cattiva persona, amava amare, ma sbagliava le persone verso cui incanalare tale sentimento, di cui puntualmente ne facevano un cattivo uso.
Il tutto avvenne sotto gli occhi di Oliver, il quale accoglieva di volta in volta il degrado e le scelte sbagliate, con la passività di chi crede che non ci siano altri destini per persone come loro due.
2. Non so cosa fare
Grida che squarciano l’anima.
Cosa potrà mai alleviare il suo dolore?
“Oh no … “ disse Sarah portandosi le mani al viso in segno di sconforto nell’ascoltare quelle grida provenire dalla camera di Oliver. Gli occhi stanchi le si riempirono di lacrime.
“Mi sento così inutile. Non so davvero cos’altro fare affinché trovi conforto e la voglia di andare avanti con la sua vita. È così ostile con noi … lo è perfino con sé stesso”, disse rivolgendosi a suo marito Marc, che sdraiatole accanto supino sul letto, si stava appena destando dal sonno dopo essere stato interrotto dal trambusto come spesso avveniva nel cuore della notte.
Succedeva ormai da anni che ascoltassero i suoi incubi con un senso di impotenza insopportabile.
Era così dannatamente triste.
“Non possiamo far altro che provarci, ancora ed ancora. Un giorno magari qualcosa nel suo cuore cambierà e ci vedrà diversamente, senza rancore, senza rabbia”, suggerì Marc con una calma apparente mentre fissava inerme il soffitto, stringendola a sé.
Il culmine di quel dolore risaliva ad una domenica di ottobre infreddolita da un clima rigido, tipico di un autunno inoltrato e segnata dalla perdita che scosse la vita di Oliver per sempre.
Il suo unico amore, la sua unica àncora in una vita di stenti svanì in un tragico incidente.
Dalle ricostruzioni forensi degli eventi, Zoe morì in un incidente stradale causato da una sua disattenzione alla guida. Si era chinata per raccogliere il cellulare dal tappetino, caduto a causa di una curva mal chiusa, finendo così fuori strada, senza riuscire più a tenere il controllo del veicolo, che si schiantò contro il guardrail dopo qualche centinaio di metri.
L’urto provocò un’esplosione tale da appiccare l’incendio del veicolo, nel quale lei giaceva ormai senza vita.
Sarah era sua sorella maggiore, nonché unico suo legame familiare dopo la morte della loro mamma avvenuta qualche anno prima e l’allontanamento del padre, prima ancora.
Appena fu informata dell’accaduto dalla sua assistente nel mezzo di una seduta che stava tenendo nel suo studio, Sarah perse ogni contatto con la realtà.
Ai tanti dolori con cui era stata costretta a convivere, se ne aggiunse un altro, inaspettato. Quella perdita inaccettabile si mischiava al senso di sconforto per una donna che aveva lottato così tanto nella sua vita, per poi perdere tutto a causa di un terribile intoppo del destino.
Il rapporto tra sorelle non era mai stato semplice, influenzato tanto dal costante senso di inadeguatezza di Zoe nel reggere il confronto con la sorella privilegiata, a suo dire. Quella che era riuscita, che si era laureata, che aveva un lavoro stabile, un ragazzo serio con cui fare dei progetti di vita.
Nonostante però le considerazioni di cui veniva puntualmente additata, Sarah aveva combattuto da sempre per lei. La adorava nonostante la sua indole ribelle ed orgogliosa non lo avesse mai consentito. Il loro rapporto era stato altalenante, con periodi di discontinua connessione.
Nonostante l’impossibile accettazione di quella perdita immane, Sarah venne contestualmente messa di fronte ad una decisione fondamentale, senza alcun rispetto del tempo di processamento del dolore.
Toccava fare i conti con la realtà, bisognava dare seguito alle pratiche di affidamento del minore coinvolto, nonostante non ce ne fossero la lucidità né le forze.
Fu così, che dopo l’espletamento della procedura di affidamento, l’esito avallato dal tribunale dei minori costrinse Oliver ad entrare in casa dei suoi zii e diventare il loro figlio adottivo, nonché fratellastro di suo cugino di circa un anno più piccolo, Thomas.
Il tutto si risolse in breve tempo, per ovvi motivi, ma questo provocò un impatto che Oliver non seppe accettare con gradualità, al quale oltretutto fu avverso fin dal principio.
Era un ragazzino di dieci anni in fondo, cos’altro aspettarsi?
Ma Sarah seppe capirlo, seppe interpretare ed assecondare ogni tipo di comportamento ribelle le venisse scaraventato addosso, seppur ingiustamente. Sapeva che toccava recuperare la vita del ragazzo, non sarebbe stato facile ma lo doveva a sua sorella.
Sarebbe stato il riscatto che Zoe non avrebbe mai visto purtroppo coi suoi occhi. Glielo doveva. Salvare la vita di Oliver era il suo obiettivo e lo avrebbe perseguito ad ogni costo.
Sapevano che avrebbero dovuto fare uno sforzo molto grande, ma erano felici di farlo se poteva essere un modo di ridare la vita a Zoe, attraverso di lui.
Il percorso fu da subito lungo ed impervio, senza considerare il timore che la sua presenza avrebbe potuto in qualche modo condizionare anche Thomas, dapprima nella delicata fase dell’infanzia e poi dell’adolescenza.
Le settimane passavano, poi mesi e per quanto potessero provare all’infinito a farlo sentire come a casa sua, Oliver sapeva di aver perso troppo per godersi l’amore che aleggiava nella sua nuova casa.
Gli era più semplice incanalare tutto il suo dolore in disprezzo e rabbia, senza remora alcuna nel dimostrarlo. Non c’era cattiveria nei suoi gesti, era però pericolosamente diretto e deciso nel fare le sue scelte senza alcun riguardo.
Era in fondo uno dei tanti aspetti del suo temperamento in cui Sarah rivedeva Zoe.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.