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La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Settembre 2022

Questa è una storia di due anime di carta. Due anime che non si sono volute innamorare, che non avrebbero pensato mai di potersi incontrare. Due anime lontanissime. Sonia e Fabio, inaspettatamente e contro ogni immaginazione, si sono imbattuti una nella vita dell’altro, ritrovandosi legati indissolubilmente in un filo rosso che non può essere spezzato, poiché ancora prima di vedersi, si sono scritti. È una storia d’amore, di forza d’animo, di credere che le cose impossibili lo sono solamente se noi diamo loro il potere di esserlo; e che la vita è il più grande film, la più meravigliosa delle sceneggiature, e quel romanzo che non può essere eguagliato. Un amore che forse, avrà il folle potere e la sfrontata presunzione di sfidare le leggi fisiche, e ridurre il termine “impossibile” in sole nove lettere, che più temono di morire.
Dopo? È una proposta, un invito, una speranza.
Forse, una possibilità di futuro.
Anime di carta, unite dalla parola che è la radiografia dell’anima.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo la necessità di mettere nero su bianco una storia d’amore, che si servisse dell’inchiostro per poter prendere vita, superando la carta, fuoriuscendo dal confine dalle pagine, e prendesse a volare. Volevo distruggere il termine “impossibile” mettendo in evidenza l’unica cosa che tutto può e nulla teme: L’amore. Quello vero. Quello difficile da accettare, ma impossibile da non riconoscere. Volevo raccontare la storia di due anime di carta, unite dalla parola: La radiografia dell’anima.

ANTEPRIMA NON EDITATA

   

Ricordi?

Prima parte

Questa è la storia di due anime di carta.

Stampate e rilette su pagine di carta, impossibilitata a diventare straccia.

Due anime innamorate.

Due anime che non si sono volute innamorare.

Di due anime che non avrebbero pensato mai di potersi incontrare.

Due anime lontanissime.

Due anime che si sono scoperte, piangenti, legate indissolubilmente.

Due anime che non credevano che gli tsunami potessero essere altro da meri fenomeni naturali.

Due anime che hanno fatto la sola cosa che potevano fare, scriversi e da lì, aprire porte che avevano chiave, catenaccio, muri ed impalcature, contate in certezze, in colonne d’ercole invalicabili, di principi inossidabili, di verità, e poi, in una neve sciolta sul finire di una loro pagina scritta, tutto questo è caduto, e ne è rimasta la loro storia, struggente, bellissima, viva, d’amore.

Un amore che forse, avrà il folle potere e la sfrontata presunzione di sfidare le leggi fisiche, e ridurre il termine ‘impossibile’ in sole nove lettere, che più temono di morire.

Questa è una storia, ancora nel suo pieno corso.

Non c’è una fine a terminare il capitolo. C’è speranza, volontà, paura e amore, quello che non finirà mai di stupirci.

Mai.

Continua a leggere

Continua a leggere

C’è vita. E fin che c’è respiro, niente si sa. Nulla si può fermamente dire di conoscere. Nemmeno la scienza in questo ci può aiutare. Nemmeno lei ci può salvare dal ‘non sapere’ tanto caro ai filosofi greci. Perché come è noto, la scienza non è altro che un insieme di scoperte, munendosi di conoscenza attraverso una continua esperienza, di tentativi, di passi. E la terra è piatta. E lo è fino a quando qualcuno non scopre che la terra anziché piatta non è altro che una palla tonda che vortica in giri infiniti. Quindi ad oggi la terra è tonda. Dopo?

Nell’esistenza, il reale motore che spinge ancora, dopo anni, la terra nel suo roteare non è altro che questo. Un insieme di anime vaganti che cercano di cancellare le cose nascoste e pensare solo a ciò che qualche brillante mente ha tirato fuori dal cilindro, senza preoccuparsi di considerare la lunghezza e la concreta profondità di quel cilindro. Cosa c’è oltre il coniglio bianco levato via da quel lungo cappello nero con un nastro lucido attorno? Fiori? E dopo?

Senza quel soffio di vento gettato fuori da bocche forti e audaci, tanto da lasciarsi perdere il loro bacio che poteva durare una vita intera, niente si muoverebbe nel mondo che conosciamo, l’energia non sarebbe più prodotta, la musica composta, il teatro prendere vita animandosi, il cinema raccontare stralci di vita vissuta o ancora da vivere, la danza ballare, e forse solo così, lasciandosi le mani avvolgersi in un buio ignoto senza stelle, quel loro bacio, quelle loro bocche, incontreranno il per sempre, quello vero, quello che nella vita è solo un insieme di due belle, temute e desiderate parole, quello che vive nell’eternità, che getta via, nel cestino pieno di scartoffie inutili, l’oblio.

<<Com’è che è iniziato tutto, tu te lo ricordi?>>

1.

Giugno.

Siamo a Roma.

Una pagina instagram aperta. Foto che vengono postate. Gente che visualizza e commenta.

Segui.

Non segui.

Incomincia a seguire.

Leva quel segui.

Rincomincia a riseguire.

‘Ha iniziato a seguirti’.

Viene da pensare, ‘ci deve tenere tanto al mio segui in risposta al suo’.

Così dopo giorni, incomincio ad interrogarmi sul da farsi. Se seguirla anche io.

Instagram, che mondo ignoto.

Un acquario di persone vive che si vestono con abiti cuciti con il filo della rete e che prendono sembianze virtuali, con didascalia sotto il nome completo ed una foto profilo che dovrebbe indicarne la tua intera persona.

Tutto si basa su quella foto lì.

Su quel profilo.

Si ha a disposizione una decina scarsa di secondi per capire chi è quella persona incastonata su quel cerchietto virtuale e se ci può piacere o meno, interessare o no.

Dieci secondi scarsi.

E una scelta. Una soltanto.

-segui-

-non seguire-

Si può stringere amicizia su un social, o limitarsi solo ad essere mera comparsa che di tanto in tanto appare a sbriciare dall’oblò virtuale la vita dell’altro o dell’altra. Si può poi scegliere di interagire, anche solo ogni tanto, o di non farlo per niente.

Dipende tutto però da quella decisione iniziale, quella che fa partire il gioco, o terminare la partita sul nascere, senza sapere se ci saranno vinti o vincitori.

-Segui. –

-Segui anche tu. –

‘Questa ragazza deve essere proprio strana’, mi dico.

Sono giorni che mi invia la richiesta, poi forse indecisa ci ripensa, la toglie, e giorni dopo rieccola la.

-Segui anche tu. –

I miei dieci secondi, sono stati distribuiti, ampliati e spalmati nei giorni seguenti, crescendo quei secondi fino a trasformarli in minuti, diventando poi ore nel loro accumularsi nei giorni in cui una decisone ancora non l’avevo presa.

Non ignoravo.

Ma nemmeno ho incominciato a riseguirla a mia volta.

All’inizio mi divertiva.

Mi dicevo, ‘deve essere proprio strana questa ragazza’.

O inguaribile indecisa, o una pazza volenterosa.

Le due, mi incominciavano ad affascinare.

Prima un po’.

Poi, solo un po’.

Dopo parecchio.

Siamo in giugno.

Una stagione che risveglia i pigri e indolenzisce la noia dell’inverno.

Un momento di tregua dal gelo, dalle coperte sul divano pronte ad essere dimenticate, uno stop alle serate passate a tenere fra le mani ghiacciate una tazza di thè bollente, magari quello alla vaniglia che riaggiusta un po’ l’umore, a vedere film su film, ad osservare vite che non ci appartengono ed immaginare di caderci dentro, magari per sbaglio, magari per sfortuna, o magari per opera di un disegno più grande che non ci riguarda minimamente.

Una stagione dal sapore gioioso, di quello al miele, di bevande che da calde si fanno fresche, prosciugandole a sorsi di cannucce colorate masticando verdura da intingere in una miscela d’olio, aceto balsamico e un pizzico di sale.

Di aria che ti fa venire voglia di prendertela addosso e respirarla a pieni polmoni fuori dall’aridità che una casa può darti se rinchiuso per troppo tempo.

A fare lunghe passeggiate.

A perdersi tra le canzoni ascoltate durante una rigenerante pedalata.

A smettere di chiudersi nelle palestre.

A scegliere i costumi belli da indossare a breve per tuffarsi in mare.

Entrare nell’ordine delle idee che è tempo di ricomprare una crema solare, che quella dell’anno passato o è finita o è scaduta.

Una stagione che non ha più voglia di sbadigliare, e che così per riflesso non lo fai neppure tu.

Vivo bene.

Sono felice.

Sono un uomo che si accetta e che negli anni ha imparato a volersi bene.

Sono sincero. Da sempre. Da una vita.

Amo.

Follemente. Da ancor prima.

Ho una passione e ci vivo ogni giorno dentro.

Sono sicuro.

Tollerabile ed affidabile.

Mi occupo delle mie cose. Solitamente sono le persone che più mi impegnano e alle quali rivolgo le mie totali forze, riservandone un po’ per giocare nel mio lavoro.

Continuo dentro a essere gioioso. Ad essere curioso. A non averne mai abbastanza della conoscenza. Alla ricerca continua di cose che non so. Che mi stupiscano, ma che non mi modifichino.

Non ho mai deciso di ammazzare il bambino che ero, l’ho solo convinto a starsene dentro di me anziché a scorrazzare fuori, ma lo libero quando c’è bisogno di lui.

Per giocare con i miei figli, ad esempio. Per parlarle la loro lingua. Per non stancarmi mai di stare ore su ore dentro ad una casetta di plastica a cucinare cibo trasparente, o a saltare su navi aliene e conquistare pianeti che non hanno ancora forma.

Sto bene.

Sto bene.

È mattina.

Sono steso a letto.

Apro gli occhi, sbattendo lentamente le ciglia un po’ appiccicate tra loro nei sogni della notte trascorsa, dove incubi me le hanno un po’ ingarbugliate, e ora con il sole che preme per uccidere la notte, cerco di sbrogliarle e di trovare la voglia di strisciare in cucina, prima che la casa si risvegli, e preparare il caffè a mia moglie e le frittelle per Arturo e Giovannino.

Oggi niente scuola.

E alla domenica mi concedo più tempo per incominciare a dare il via alla giornata.

Intanto le ciglia sono riuscito a separarle e le sbatto con frequenza che punta alla normalità.

Ho sbadigliato.

Una o due volte.

E lentamente, per non svegliare Amanda, mi sono stiracchiato.

Ora sono pronto ad alzarmi.

Ma per gradi.

Scosto le coperte.

Mi metto seduto con le gambe verso il basso e i piedi che assaggiano la temperatura del pavimento.

Mi prendo qualche minuto per stare in questa posizione.

Io la chiamo ‘la posizione del (quasi) risveglio.’

Un tempo dilatato tra l’essere e il diventare.

L’essere perché nuovamente conoscente e vigile dopo ore perse e regalate al sonno, e il diventare l’uomo di tutti i giorni, indossando l’abito quotidiano di sognatore, amante e padre.

Ancora qualche minuto.

Devo abbottonare l’ultimo bottone.

E poi, ci sono. Sono pronto ad alzarmi.

Giuro.

La cucina è chiara. Bagnata appena dal sole che curioso si intrufola anche tra queste persiane oltre a quelle della camera da letto, alle quali già ha fatto visita costringendomi a svegliarmi abbandonando la comodità di un letto fortunatamente pieno da anni.

Accendo la macchinetta di caffè a cialde.

Nel frigo, prendo la bottiglia dove ci ho versato il mio succo di melograno. Preparato con le mie mani.

Sono diventato difficile con gli anni nei confronti delle arance, così non ne ho spremute più, nemmeno una, ma per non abbandonare per sempre il piacere che un bicchiere pieno zeppo di vitamine appena sveglio ti può infondere in tutto il corpo rinforzandolo, ho scovato il meraviglioso frutto rosso. Il melograno.

Dalla credenza il mio bicchiere. Solo mio. Lungo e spesso. Molto capiente.

Ci verso il mio succo di melograno, e in un sorso con gli occhi fuori la finestra ad osservare la città macchiata dal continuo avanti e indietro delle macchine, me lo bevo.

La macchinetta nel frattempo è pronta a rilasciare la sua immancabile bevanda. Non so come potremmo essere ancora vivi senza il caffè di prima mattina. Non lo so proprio. Posso immaginare tutto, ma è escluso che la mia mente possa immaginarsi un mondo privato del caffè al mattino. Non ci riesco proprio.

No, non ci riesco.

I bambini si sono svegliati e io sono più assonnato di quando mi sono alzato questa mattina.

Nella vita, di mestiere, scrivo poesie.

Non faccio altro tutto il giorno.

È il mio lavoro. E vivere della mia passione mi rende l’uomo sicuro che oggi mi sento di essere.

La vita è intrisa in ogni dove di poesia. La vita è la cosa più poetica che possa mai esistere. Già sul suo nascere lo è. E ancor prima lo diventa.

Ho uno pseudonimo.

Mi chiamo Romano.

E mi chiamano tutti ‘Il Romano’. Molti addirittura abbreviano in ‘Roman’, dimenticandosi la ‘o’. Non ho ancora capito se per sbaglio o proprio di proposito.

Credo che stia per ‘Romantico’. E viste le mie origini indiscusse romane, credo sia molto appropriato.

Poi insegno.

Letteratura al liceo.

Mi da un gran da fare, ma mi piace e mi rende sempre vivo e coraggioso perché maneggiare le menti giovani, fresche e modellabile dei ragazzi è delicato e ci vuole un gran cuore per farlo.

Mia moglie Amanda invece è una ballerina.

Non ama la danza classica.

La detesta.

Meglio dire che ha dovuto, nell’età nella quale si diventa donne, imparare ad odiarla.

I miei figli sono la cosa più bella che ho.

-Segui. –

-Non seguire. –

Non passo il mio tempo sui social.

Non mi piace scambiarmi messaggi con persone che non conosco.

Non cerco cose al di fuori.

Ho tutto quello che voglio ad un passo.

La mia famiglia.

Le mie poesie e i miei ragazzi.

Sono un tipo in questo tutto sommato semplice.

Mi piace ascoltare la musica. Ma non ho mai veramente tentato di imparare a replicarla. Con uno strumento qualunque. Il pianoforte per esempio. O la chitarra.

Alle medie suonavo come la maggior parte della classe, il flauto.

Non ero tanto male.

Muovevo le dita tra i fori di quel tubicino e leggevo le note contrassegnate da dei numeretti che ci scrivevo a matita io per andare più veloce nella lettura.

La mia passione è sempre stata l’ora di italiano.

Da bambino, e da ragazzo. Così mi sono laureato e mi sono messo ad insegnare.

Volevo infondere la stessa passione che i miei maestri, prima di me, mi hanno trasmesso.

Un libro cambia la vita.

Una pagina non letta è un pezzo di vita in meno da vivere.

‘Questa ragazza deve veramente tenerci tanto al mio segui in risposta al suo’, mi dico, guardando la sua apparizione di quest’oggi.

È un profilo che ti porta a farti delle domande. Ad interrogarti su qualcosa. Ad essere curioso e senza accorgertene già affascinato.

Gli occhi.

Sto bene.

Sono al bar con mia moglie e i nostri figli.

Loro stanno facendo le bolle con la schiuma del cappuccino e ridono per i baffi bianchi che si ritrovano addosso. E ridono ancora. Per poi ridere ancora di più.

Amanda, un po’ distratta, legge le notizie dal quotidiano. Faccia leggermente contrariata. Accigliata lievemente. E gamba accavallata sull’altra.

Qualcosa di brutto sicuro l’avrà trovata scritta lì dentro.

Personalmente il giornale mi rifiuto di leggerlo da parecchio tempo.

E per il telegiornale, stessa identica sorte.

Non mi piace subirmi la violenza così gratuita che ci bombarda nelle ore migliori della nostra giornata.

A colazione, quando di norma si decide di leggere il giornale.

E a pranzo e a cena, quando si tiene acceso il televisore sulla rai.

Non capisco perché le notizie debbano necessariamente pioverci addosso durante gli orari dei pasti.

Non mi piace.

E mi leva di colpo l’appetito.

Così via i giornali, basta tv.

2.

Luglio.

La scuola ha chiuso i battenti.

I miei figli sono partiti a casa dei nonni su in montagna. Sulle dolomiti.

Mia moglie, assieme a loro.

Tutti i nostri parenti, non si sa come, né tanto meno perché, ad un certo punto, così di punto in bianco, si sono stufati di Roma e sono emigrati al nord tra quel suo connaturato freddo.

Dicono che lì si mangia meglio.

Che l’acqua è più buona.

E l’aria salutare.

Ci sono prati. C’è verde. Si scia d’inverno e d’estate si fanno lunghe passeggiate.

A raccogliere fragoline di bosco o funghi da cucinarsi poi per cena.

I miei figli stanno divinamente, e una volta di ritorno a Roma per riprendere la scuola, sono persone più serene, cariche e con valori seminati dai nonni che lì rendono forti, facendoli germogliare bene ed in fretta.

Sia io che mia moglie ce ne siamo resi conto dalla prima estate passata lì tutti insieme.

I bambini fanno bene alle vite dei nonni dando loro una nuova motivazione di continuare a stare a galla e camminare, e viceversa ai bambini affascina stare tra quei boschi e immergersi nella vita semplice che governa la montagna.

Lì ci sono i cugini. Che sono una mandria. E le mie tre sorelle.

Amanda va d’amore d’accordo con Sofia, Carolina e Rosalina. Alle volte dubito che si sia sposata solo per amore indirizzato unicamente a me. Credo che forse sarebbe rimasta loro amica ugualmente, anche senza di me.

Questo mi fa da sempre molto piacere.

Ma per tre mesi, ogni volta io e Amanda ci separiamo.

Lei segue i bambini.

Io resto nella capitale a scrivere.

Non c’è molto da dire.

Ma va bene così.

A noi piace così.

Sto bene.

-Segui. –

-Non seguire. –

Mi sono deciso a ricambiare il suo seguirmi.

Mi son detto che in fin dei conti, questa ragazza è come se già la conoscessi. Tutte queste settimane a vederla apparire e scomparire per poi riapparire sul mio schermo, mi ha dato una sensazione di agio. Di conoscenza. Una sensazione amichevole e famigliare.

Ho terminato la mia raccolta di poesie.

Mi manca l’ultima per poter dire che è realmente conclusa.

Ma oggi, a casa, mi sento più solo del solito, e di scrivere non mi va.

Mi alzo dal letto.

Prendo il treno e vado al mare.

Ci metto un’oretta, e nel tragitto mi leggo le poesie di Boris Pasternak.

‘Anch’io ho conosciuto l’amore’.

Si divorano d’un fiato. Si finiscono nel tempo di un viaggio da Roma ad Ostia.

E rifletto, steso sul mio asciugamano blu perso sulla sabbia, ‘Anch’io ho conosciuto l’amore?’.

L’estate è la stagione che preferisco.

Non c’è niente da fare, lo so che è banale. Tutti amano l’estate. Tutti detestano l’inverno. Anche se ci sono lati negativi e positivi da entrambe le parti.

I bambini si rianimano, come se per l’intero tempo con la neve fuori la finestra avessero messo in carica le loro batterie da poi rindossare una volta incominciata la bella stagione.

Correndo da tutte le parti.

Non stando mai fermi.

Divorando ogni cibo possibile ed immaginabile.

Le donne fioriscono. Più che in primavera, lì dove ancora stanno cercando di levarsi di dosso la brina.

Diventano solari, ciglia smaglianti, con i capelli lucenti, le lentiggini sotto gli occhi, sulle guance e sui loro nasi perennemente all’insù.

Prendono vita i loro corpi stesi al sole, mettendo in mostra tesori che per mesi l’uomo aveva quasi dimenticato l’esistenza.

E quindi di riflesso anche il maschio torna a guardare veramente. Animandosi. Rinforzandosi.

La montagna non è una mia amica.

Non lo è mai stata.

Nemmeno da piccolo.

Ho avuto brutte esperienze le poche volte che ci sono stato lì, tra i monti. E così ne sono rimasto traumatizzato. Dalle cadute durante le sciate natalizie. I morsi di serpenti nelle calde estati passate in pantaloncini. Finendo al pronto soccorso più d’una volta.

A Roma d’estate si sta bene.

Ed io scrivo.

Mi purifico l’animo pronto per amare più di prima una volta tornata a casa da me la mia adorata famiglia.

Esco con il mio migliore amico, con la quale dal liceo non facciamo che spalleggiarci ed incoraggiarci nei momenti no e in quelli difficili. Cose da buoni amici, insomma.

Sono libero di andare in bicicletta.

Alle volte ci sto interi giorni su quella bicicletta.

Me ne vado verso la campagna.

Prendo il taxi e con la mia bicicletta riposta nel portabagagli non mi fermo fino a che non trovo un posto pieno d’erba che mi ricordi le poesie dove mi piace nascondermi e andare alla scoperta di nuove cose da sapere, da imparare, da divorare e fare mie.

La macchina d’estate non ce l’ho mai con me.

La lascio a mia moglie.

Tanto a me basta la mia bicicletta e un taxi quando devo scovare luoghi o andarmene via un po’ dal centro di Roma e prendermi qualche giorno in un casale in Toscana.

Lo stesso dove mi rifugio da anni nel momento preciso in cui mi stanco di stare nel mio mondo.

Quel mondo che ho fatto mio, e che ho imparato a conviverci e a riconoscerlo come tale, ma che forse mio e solo mio, non lo è più.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Cristina Leone Rossi
Veneziana trasferita nella capitale inseguo la passione della recitazione, del cinema, della scrittura che si fa parola, che si fa vita. Ballerina di danza classica per diversi anni, ho smesso. Ma continuo a ballare muovendo i miei passi tra le parole, a ritmo della musica delle mie storie. Studio all'università Dams a RomaTre. Ho esordito quest'anno con il mio romanzo. Niente è scrittura. Niente è letteratura. Ma tutto può diventarlo: bere un caffè al bar da soli o in compagnia, correre perché si è in ritardo e si è persi sotto il naso la metropolitana, prendere un bel voto all'università in cinema italiano. Ogni cosa può diventarlo e deve diventarlo se è l'unica cosa che ti permette di rendere reale l’invenzione, di rendere credibile la finzione. Esserne l’artefice è un privilegio per il quale sono disposta a spendere ogni energia ed ogni giorno di vita che mi è concesso.
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