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Doppio fondo

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Consegna prevista Febbraio 2027
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Nel Veneto quieto dei piccoli paesi, dove la nebbia confonde i contorni e i silenzi pesano più delle parole, Marta scompare. All’inizio sembra un’assenza inspiegabile: una porta chiusa, un telefono che tace, una giornata qualunque diventata improvvisamente diversa.

Poi qualcosa comincia a incrinarsi. Un dettaglio fuori posto. Una voce senza nome. Una traccia che appare e subito si interrompe. Viola entra in quella crepa con la tenacia di chi sa che certe verità non si lasciano trovare in superficie.

Più cerca Marta, più il paese mostra il suo doppiofondo: ricordi cuciti male, famiglie che proteggono zone d’ombra, persone che sanno più di quanto dicono.

Doppiofondo è un giallo di atmosfera e tensione, dove ogni pagina sposta il confine tra ciò che è accaduto e ciò che qualcuno vuole ancora nascondere.

Perché ho scritto questo libro?

Ho deciso di scrivere Doppiofondo perché il giallo e il crime sono da sempre una mia grande passione. Seguo storie, casi e ricostruzioni cercando di capire cosa si nasconde dietro un gesto, un silenzio, una verità detta a metà. Chi mi conosce mi ha suggerito di unire questa passione alla mia scrittura. Ho provato, senza sapere se ne sarei stata capace, e da quella sfida è nato il mio primo romanzo giallo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La casa, nel sogno, era grande come una promessa.

Grande nel modo in cui le cose diventano immense quando sei piccola: senza una profondità misurata ma sentita. Un luogo che sembrava non finire mai e…mentre ti lasciava respirare, ti convinceva che tutto, proprio tutto, potesse ancora essere aggiustato.

Ero bambina. Lo capivo senza guardarmi: dal modo in cui il corpo si muoveva, leggero e impulsivo, e dal modo in cui la testa stava ancora al mondo senza cautela. Però, nello stesso istante, avevo dentro un’altra postura. Una postura adulta. Quasi da madre. Come se stessi entrando in quella casa per sistemare, proteggere, predisporre. Fare in modo che tutto funzionasse per tutti.

Camminavo tra corridoi larghi e stanze che si aprivano una dopo l’altra, come se qualcuno le avesse costruite apposta per accogliere. Ogni porta era una possibilità. Ogni finestra, un respiro.

Dentro di me cresceva una frase semplice, insistente, una frase che non aveva bisogno di spiegazioni:

Qui potremmo stare tutti.

Tutti insieme nello stesso posto. Senza uno da una parte e uno dall’altra. Senza quella logica che mi è rimasta addosso per anni: la sensazione di dover dividere, scegliere, appartenere sempre a pezzi.

La casa era nuova. Nuova nel modo in cui certe cose ti fanno credere che la vita stia per cominciare davvero e che non debba più somigliare a ciò che è stata. C’era la serenità del costruire, il silenzio buono delle cose appena fatte, ancora libere dalle abitudini e dalle frasi dette male.

La luce era velata, tenue. Filtrava attraverso tende sottili che lasciavano entrare il giorno senza farlo diventare aggressivo. I colori stavano bassi: crema sulle pareti, verde pallido in certi angoli, legno chiaro nelle porte. Persino l’aria aveva un odore pulito, appena polveroso, come di intonaco fresco e casa non ancora rovinata.

Mi vedevo muovere le mani come se stessi facendo un elenco mentale delle cose da mettere a posto. Un elenco pieno di futuro.

Qui il tavolo.
Qui una sedia.
Qui le tazze.
Qui una coperta.
Qui un tappeto.

Sentivo quella felicità strana che nasce quando immagini una vita più semplice e più intera. Una vita in cui non devi spiegarti, giustificarti, difenderti da quel senso di essere fuori posto anche quando sei dentro.

Poi, entrando in una stanza, ho visto i giocattoli.

Erano lì come se mi avessero aspettata da anni. Non giocattoli moderni, ma oggetti antichi e vivi. Giostre di cartone, fatte con la pazienza di chi taglia e incolla la domenica pomeriggio. Una ruota che girava piano. Un cavallino che si alzava e si abbassava. Una pista con un binario disegnato a mano. Fragili, e proprio per questo preziosi: se li tocchi male si spezzano; se li guardi bene raccontano.

C’erano scatole trasformate in case, con finestre ritagliate e tendine di stoffa incollate ai bordi. Un teatro minuscolo con un sipario ricavato da una vecchia tenda. Una bambola con i capelli di lana e un vestito cucito da qualcuno che aveva imparato a cavarsela con poco. Un trenino di legno consumato, con le ruote lisce.

E la cosa strana era che quei giocattoli non mi davano nostalgia. Mi davano cura.

Mi sono chinata e ho sfiorato una giostrina di cartone. Girava piano, senza cigolare. Un movimento ipnotico, come un cuore che batte senza fare rumore. E mi è arrivata addosso una sensazione netta: quella casa sapeva tutto di me. Non nel modo teatrale dei sogni. Nel modo preciso con cui certe cose ti riconoscono senza farti domande.

In un’altra stanza le camere erano già pronte.

Letti fatti con lenzuola chiare. Cuscini soffici anche solo a guardarli. Una coperta arrotolata ai piedi del letto, come se qualcuno avesse già previsto che una notte, prima o poi, sarebbe arrivato il freddo. Armadi vuoti ma aperti, pronti a contenere. Cassapanche con odore di legno e di cose custodite bene.

Quell’assenza di disordine mi dava una pace quasi dolorosa. Sembrava la fotografia di ciò che avevo inseguito senza riuscire a ottenerlo davvero: un luogo che non ti accusa mentre vivi. Un luogo che non ti rimprovera di essere stanca.

Anche i bagni erano puliti, luminosi in modo discreto. Piastrelle chiare, specchi senza macchie, asciugamani già appesi. Una casa che non ti fa vergognare. Una casa che ti lascia entrare senza chiedere scuse.

E poi la cucina.

La cucina era la stanza più vera. Il cuore. Mattonelle in rilievo, di quelle che se ci passi la mano senti i piccoli quadrati, le creste, la superficie viva. Un piano di lavoro largo, che ti faceva venire voglia di appoggiarci sopra una borsa, un mazzo di chiavi, le mani. Un tavolo grande e sedie messe lì per essere usate, non per fare scena. Come se in quella casa qualcuno avesse deciso che stare insieme non è un’idea: è un gesto quotidiano.

E io mi vedevo in due modi contemporaneamente.

Mi vedevo bambina, con la voglia di aprire cassetti e trovare tesori: cucchiai strani, tazze sbeccate, stampini, cose dimenticate. E mi vedevo adulta, responsabile, con il bisogno di controllare che ci fosse abbastanza per tutti.

La mente faceva già i conti: qui si può cucinare, qui si può fare colazione, qui si può ridere, qui ci si può sedere e parlare senza che qualcuno debba andarsene.

Mi veniva da pensare: basta turni.
Basta sparpagliarci.
Basta uno di qua e uno di là.

Era una sensazione fisica, piena. Come se quella casa potesse contenere finalmente tutto ciò che nella mia storia era sempre stato diviso: le persone, gli affetti, le versioni di me.

E proprio perché era così piena, sentii subito quando qualcosa si incrinò.

Arrivò da fuori.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Roberta Viola
Roberta Viola nasce a Vittorio Veneto nel 1978. Dopo il diploma come perito turistico a Conegliano, porta con sé, nei viaggi tra Italia ed Europa, una scrittura quotidiana fatta di appunti, memoria e osservazione. Per anni scrive in silenzio, finché alcuni passaggi duri della vita trasformano la scrittura in un luogo di rinascita: non più solo un rifugio, ma una voce. Si dedica prima alla narrativa per l’infanzia con Le avventure di Margarette, portando i suoi libri in scuole, biblioteche ed eventi attraverso letture e laboratori creativi. Con Doppiofondo sceglie di seguire la passione più istintiva per il giallo e il thriller: una storia ambientata nel Veneto, tra sparizioni, segreti familiari e verità sepolte, nata dal desiderio di raccontare ciò che resta nascosto sotto la superficie.
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