Una donna percorre Milano inseguendo una presenza silenziosa, una figura dimenticata che da secoli riposa nella Basilica di Santa Maria delle Grazie. Da quell’incontro inatteso prende forma un viaggio che è insieme ricerca storica e immersione narrativa, dove la realtà documentata si intreccia con l’immaginazione.
Tra le strade della città e le pieghe del tempo emerge la storia di una fanciulla vissuta nel cuore del Rinascimento: un’esistenza fragile e luminosa, segnata da misteri, pericoli e salvezze inattese. Intorno a lei si muovono nobili casati, intrighi familiari, ombre oscure e presenze inquietanti, ma anche gesti di cura, fede e amore.
In un intreccio di voci, luoghi e memorie, la narrazione attraversa epoche diverse, mettendo in dialogo il presente con il passato, la cronaca con la leggenda, la storia con il racconto.
Prima parte
Corso Magenta
Milano alle Grazie
Ogni mattina, svegliandomi nella piccola arca di Noè (che ho chiamato per qualche giorno casa), Milano, il gran Milan, mi veniva incontro in un abbraccio. Dalla finestra aperta per il cambio d’aria mi sembrava di udir la sua voce che mi chiamava: “Avanti, tirati su, che cosa stai aspettando?” Va bene, lasciami prima fare colazione, dai. Così, seduta al tavolino delle bambole di quel monolocale che potrei mettere intero, bagno e tutto, nello zainetto, bevevo il mio caffellatte, a tu per tu con il quadretto dell’arca di Noè ritratta in riproduzione per come l’han dipinta i pittori milanesi Luini nella magnifica chiesa di San Maurizio. Poi, infilate gonna e camicetta, sono pronta.
Per condurvi con me per mano nelle tante visite nella città del Duomo, direi che andar per ordine cronologico è cosa buona e giusta e aiuta a immaginarmi lì, in punta di piedi, lungo le “mie” strade milanesi, lastricate di pietra color mandarino, che spero di restituirvi in vivide immagini versate direttamente nel cuore, per come le ho vedute io che sono tutta quanta ricamata nella romanità.
Senza mai prender la metropolitana (che pure è gloria meneghina) parto, dunque, per la mia giornata milanese. La prima che comincia, via, abbiate pazienza, un rigo più sotto.
Siccome non sono neanche le sette, la stradina serpentello che s’allaccia a nord al lungo vialone intitolato a Mario Pagano (nato come me l’otto dicembre e detto il Platone di Napoli) è vuota o almeno lo sembra perché, proprio sul colmo della strada, lassù in alto, vedo una ragazza al guinzaglio del suo cane assai capriccioso. E a lei, raggiungendola a larghi passi, domando: «Come arrivo al Duomo?».
Mi guarda, sorpresa, e da buona milanese mi risponde: «Con la metropolitana». Oh no, ribatto io, vado con le mie gambe (e pam-pam, uno schiaffetto all’una e all’altra, tanto per chiarire il concetto) e quindi, di grazia, dove devo andare?
Bene, mi dice, ma non è punto convinta della mia sanità mentale perché tutti a Milano prendono la metro, e sia: giri a destra poi a sinistra e seguendo le rotaie del tram, dritto per dritto, non si può sbagliare e si troverà a Cordusio e al Duomo. Grazie grazie, balla la lingua, mentre il cane, con forza, tira la mia interlocutrice dalla parte opposta, dove si trova, credo, il parco Sempione.
Eccomi, dunque, e seguite le prime istruzioni, sono su corso Vercelli, ricca di negozi che ora sono chiusi, e poi in una piazza intitolata a Francesco Baracca che più che una piazza pare un incrocio di stradoni illuministi, in stile torinese.
Proseguo per la mia strada, avanti ancora, un passetto cauto via l’altro, e mi trovo in corso Magenta. Mmm, Magenta… Sarà, mi dico, questo nome un inno tutto milanese alla vittoria di Magenta, ossia della città di Magenta, che portò i piemontesi a scacciar dal lombardo-veneto gli austriaci? Una battaglia che imprestò il suo nome a un colore rosa acceso che non deve mai mancar nelle stampanti d’oggi?
Non so, mi perdo, e vorrei saperne di più, ma mentre cammino a testa bassa per paura di cadere (cosa che mi è accaduta non poche volte a Roma negli ultimi tempi) mi trovo, con sorpresa, in un bel piazzale dove dondola nel vento la tenda bianca di un bar che copre gli smunti tavolini e le agili sedie che attendono ancora i loro clienti.
Davanti, sulla destra, una bella facciata di chiesa, color mattone rossastro e dietro, come un’aureola, un gran cupolone che occupa tutto il cielo. Sulla sinistra – e l’entrata è un normalissimo portone – leggo “Cenacolo leonardesco”. Oh, dove mi sono trovata, così senza saperlo! Scortata dallo Spirito Santo, che è la guida delle guide, sono proprio naso a naso con la Basilica di Santa Maria delle Grazie e sono in tempo per la Santa Messa che si celebra proprio alle otto, come mi riferisce una signora della vecchia Milano, con cappellino e borsetta, che mi ricorda tanto la zia Carla, la quale era milanese fin sulla punta del naso e se ne vantava. Professoressa di matematica, mi faceva a volte, con poco profitto mio, lezione di numeri. Ed ecco perché Milano per me è sempre stata una lunga teoria di cifre, parentesi tonde, quadre, graffe e anche frazioni e numeri primi, lì dove Roma è poesia al ponentino e spremuta di cuore acceso.
Prima di andare avanti lasciatemi raccontare un ricordo solamente della Carla milanese che chiamavo zia, ma che non lo era e che m’abitava in testa, nella casa romana della mia infanzia. Di grazia, presto, alla stazione e saliamo in treno exprés e fino a Calalzo, dove gli zii che non erano zii mi venivano a prendere, d’estate, per passar con loro e con i loro figlioli (che non erano cugini) qualche giorno in una bella casa cortinese chiamata “I cirmoli”. E ora figuratemi a tavola con un fratello e i miei non cugini. La zia non zia, con anche i capelli nervosi, sedeva a capotavola e teneva un campanellino tra le dita che faceva tintinnare per chiamare, a ogni fine portata, la donna di servizio in grembiale bianco che era lì con i suoi bambini (i quali mangiavano in cucina e dico beati loro…). Arrivavano i piatti, il primo di riso, il secondo d’arrosto e per contorno i peperoni, odiatissimi da tutti noi piccoli e soprattutto dal quartogenito suo al quale dei rossi vegetali faceva riempire ben benino il piatto.
Il bambino non muoveva muscolo ma, a muso duro, si rifiutava di mangiarli e lei lo lasciava lì a tavola anche fino a metà pomeriggio, restando seduta lei pure. Un giorno, nella guerra sorda tra i due, si mise in mezzo, per dir così, il sole. La zia, infatti, dai e dai, nell’attesa che non finiva mai, crollò addormentata sotto i raggi montani dell’astro e al risveglio, arroventata, era diventata lei davvero rossa come un peperone… Andò peggio alla sorellina di Massimo d’Azeglio che, tornata tardi per pranzo con la sua istitutrice, mangiò sì la minestra, ma in terrazzo e nevicava.
Addio monti
Presto, presto, addio monti, prendiamo volando il rapido per Milano e siamo di nuovo in corso Magenta dove, nel frattempo, in frotta, danzanti, allegri come un mattino di primavera, arrivano, soli, in gruppo, in coppia, bambini, ragazzini e ragazzetti, tutti in divisa bianca e blu e alcuni accompagnati e altri no, alcuni con lo zaino sulle spalle, altri con la borsona a rotelline e tutti corrono verso un portone aperto che, come bocca di drago, par divorarli. Corrono, entrano, scompaiono. M’avvicino e scopro essere l’entrata del prestigioso collegio San Carlo Borromeo. Ed ecco come il grande arcivescovo milanese, attraverso i suoi figliolini, ha picchiato, me ignara, all’uscio del mio cuore e come, in allegria, mi ha accompagnato in una caccia al tesoro fino a scoprire il suo cuore innamorato del Signore nella chiesa romana a lui intitolata.
Entro nella stupenda basilica domenicana e la prima cosa che noto, perché lo sguardo vola naturalmente verso l’alto, è che ci sono tre grandi finestre rotonde proprio sopra l’altare.
«La Trinità!» esulto mentre cado in ginocchio in attesa che cominci la funzione. Che non è, e mi sorprende, in rito ambrosiano.
Non sono ancora le nove quando mi ritrovo nel piazzale e il sole splende come fosse ancora estate ed è invece già novembre. La coda per visitare il cenacolo è già parecchio lunga e di molti colori e mentre rispondo a una giapponese che chiede lumi sui biglietti, decido di provare con la tessera da professionista giornalista a fare un salto in biglietteria per rimediare un posticino. Prendo il coraggio a due mani e, detto fatto e bingo, alle dodici e quindici c’è un vuoto fatto apposta per me. Lo prendo, sissignore, e mi pare un miracolo (e lo è anche per mio cugino che a Milano vive da molti anni e quasi non mi crede) e una meraviglia e, via, al calduccio, fino al Duomo, che era in realtà la mia meta iniziale.
Cristina Celeste (proprietario verificato)
Cara Benedetta, sono contentissima che è stato raggiunto il primo obiettivo ed avrò le copie ordinate, ho tutti i tuoi libri e mi sarebbe spiaciuto non avere questo. Ora avanti per questi pochi passi che mancano al secondo obiettivo delle 200 copie. Dai Cecilia!!!