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Dove il silenzio brucia

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Consegna prevista Luglio 2027
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Mara compone melodie che nessuno ha mai ascoltato. Le registra di nascosto e poi le cancella, convinta che la sua musica non sia abbastanza. Finché, una notte, una melodia non si lascia cancellare. Un vecchio strumento dimenticato in soffitta e una crepa nell’aria la trascinano a Sonoria, un regno dove la musica è la materia stessa del mondo e suonare nel modo sbagliato può costare caro. Qui incontra Lyra e Kael, il migliore studente dell’Accademia dell’Armonia, che, invece di denunciarla, decide di aiutarla a tornare a casa.
Ma Sonoria si sta ammutolendo: misteriose zone di silenzio avanzano, cancellando suoni e voci. Per scoprire cosa sta accadendo, Mara dovrà infrangere le regole e affrontare ciò che ha sempre temuto: lasciarsi ascoltare davvero.
Un romanzo fantasy per chi ha avuto paura di far sentire la propria voce e per chi si è chiesto cosa potrebbe succedere se, per una volta, trovasse il coraggio di lasciarla risuonare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché la musica e le parole fanno parte della mia vita. Come cantante conosco l’emozione e la paura di lasciare che la propria voce venga ascoltata; come insegnante incontro ogni giorno ragazzi che temono di non essere abbastanza o di sentirsi fuori dal coro. Da qui è nata Mara: dal desiderio di raccontare quanto sia difficile trovare la propria voce, ma anche quanto possa essere potente scegliere di non nasconderla più.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1 — La melodia nascosta

Erano le undici e diciassette di sera quando Mara capì che quella melodia non aveva nessuna intenzione di andarsene. Era lì da tre giorni ormai, nascosta da qualche parte tra le costole, ostinata come un segreto che si rifiuta di restare tale, e la sentiva nei momenti più assurdi — sotto la doccia, mentre fingeva di studiare storia, mentre annuiva a sua madre che parlava di cosa preparare per cena senza sentire una parola. Una sequenza di note che si ripeteva e si trasformava, che si allungava e si riavvolgeva su se stessa come un filo di fumo che non trova la via d’uscita.

Aprì il cassetto del comodino e tirò fuori il telefono, con l’app già pronta — quella con l’icona a forma di microfono che suo padre non sapeva esistesse, quella che usava solo per registrare le cose che non avrebbe mai fatto ascoltare a nessuno. Rimase un attimo immobile, tendendo l’orecchio verso la casa: suo fratello dormiva, sua madre dormiva, e lei era l’unica sveglia, seduta sul bordo del letto con i calzini spaiati e quell’ape intrappolata che le ronzava dentro le orecchie.

Premette registra e cominciò a canticchiare piano, così piano che quasi non si sentiva nemmeno lei — prima le quattro note più semplici, quelle che già conosceva, poi le altre, quelle trovate quella mattina sotto la pioggia mentre aspettava l’autobus. C’era qualcosa in quella melodia che non sapeva spiegare a se stessa: non era bella come sono belle le canzoni alla radio, con i ritornelli che restano in testa e le parole sui cuori spezzati. Era bella in un altro modo, più simile al rumore del mare sentito da lontano, a qualcosa di antico che non si sa nemmeno di ricordare.
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Quando finì restò in silenzio per un momento, poi premette stop, e subito dopo, prima di poter cambiare idea, premette cancella. Lo faceva sempre — era diventato una specie di rituale: creare qualcosa, lasciarla esistere per trenta secondi, e poi farla sparire. Le sembrava più sicuro così.

✦

Il problema era iniziato tre anni prima, in quella che Mara chiamava ancora, dentro di sé, La Conversazione — con la maiuscola, come se fosse un luogo fisico in cui era entrata e da cui non era più uscita del tutto. Aveva tredici anni, e aveva appena fatto ascoltare a suo padre una cosa che aveva composto: una piccola melodia per pianoforte, sei minuti, fatta con GarageBand sul tablet della cucina. Lui l’aveva ascoltata fino in fondo, senza interromperla, e poi aveva detto, con la stessa voce con cui le spiegava come si fa la pasta al forno o perché era importante finire i compiti prima di cena:

«È carina. Ma sai, Mara, senza teoria musicale è difficile andare lontano. Senza solfeggio, senza tecnica. La musica è una disciplina seria, non basta avere orecchio.»

Non lo aveva detto con cattiveria — ed era forse quello il punto più difficile da mandare giù. Lo aveva detto come si dice un fatto ovvio, qualcosa di talmente scontato da non richiedere nemmeno un tono particolare. Mara aveva annuito, e da allora non aveva più fatto ascoltare niente a nessuno.

✦

Erano le undici e trentadue quando sentì il rumore, e non veniva da fuori — non era il vento, non era la televisione del vicino, non era suo fratello che si girava nel sonno. Veniva dalla soffitta: un suono basso, quasi impercettibile, come una corda che continua a vibrare da sola dopo che qualcuno l’ha sfiorata senza volerlo. La parte più sensata del suo cervello le stava dicendo cose ragionevoli — che era solo la casa che si assestava, che i vecchi edifici scricchiolano di notte, che l’indomani aveva due ore di matematica e il professor Gentili interrogava sempre chi aveva la faccia di chi non ha dormito abbastanza. Ma la parte di lei che componeva melodie a mezzanotte e poi le cancellava si era già alzata in piedi.

Il corridoio era buio, e usò la torcia del telefono per trovare il filo che pendeva dal soffitto e tirare giù la botola. La scala scese con un cigolio che le fece trattenere il fiato per un secondo, in ascolto — ma la casa continuava a dormire, e allora salì.

La soffitta era piena delle solite cose che nessuno apriva mai: scatole, valigie degli anni Novanta, il manichino senza testa appartenuto alla nonna. Mara la conosceva bene. Tre giorni prima, cercando un quaderno, aveva spostato proprio il lenzuolo nell’angolo in fondo e sotto non c’era stato altro che una sedia rotta. Adesso il tessuto copriva una forma allungata. Quando lo sollevò, una polvere argentata le rimase sulle dita e svanì prima che potesse soffiarla via.

Lo strumento somigliava a un liuto, ma non del tutto: corde d’argento, legno scuro scavato in curve fatte a mano e piccole spirali incise sul manico. Vicino alla base, quasi nascosto, c’era un simbolo diverso — due cerchi incompleti che si attraversavano senza chiudersi. Non somigliava a niente che avesse mai visto su YouTube o nei negozi di musica del centro.

Posò una mano sul legno. Era tiepido, come se qualcuno lo avesse lasciato lì pochi secondi prima.

Sfiorò le corde e sentì qualcosa di sottile, non una scossa ma il sollievo di una tensione che finalmente trova risposta. Le prime quattro note uscirono quasi da sole. Poi lo strumento esitò. Fu Mara a scegliere la quinta, quella trovata sotto la pioggia, e da lì la melodia prese la direzione che aveva inventato lei. Le spirali sul manico si accesero; il simbolo dei due cerchi pulsò una volta, come una serratura che riconosce non una chiave, ma il gesto di chi prova ad aprirla.

Poi l’aria davanti a lei si aprì. Non c’è altro modo per descriverlo: si aprì come si apre una porta, anche se non c’era nessuna porta — solo aria, e poi uno squarcio di luce dorata e viola che pulsava al ritmo della melodia, con dentro un cielo diverso dal suo. Mara smise di suonare, ma la crepa restò lì, aperta, e mentre la parte sensata del suo cervello continuava a elencare tutte le ragioni per cui doveva richiudere quella botola e tornarsene a letto, la parte che cancellava le sue melodie stava già allungando la mano verso quella luce impossibile.

La toccò, e cadde dall’altra parte.

✦

Capitolo 2 — Sonoria

La prima cosa che notò fu il silenzio, ma non quello vero — quello pesante e senza fondo che aveva conosciuto in certe notti in cui il mondo sembrava essersi fermato del tutto. Era un silenzio diverso, in attesa, come l’istante prima che un’orchestra attacchi, quando tutti trattengono il respiro e l’aria stessa sembra vibrare di quello che sta per arrivare.

Aprì gli occhi e il cielo sopra di lei non era il soffitto della soffitta: era viola, non il viola dei tramonti o delle tovaglie della nonna, ma un viola vivo e profondo, attraversato da venature dorate come crepe nella porcellana, e le stelle — se erano stelle — erano troppo vicine e troppo grandi, e pulsavano lentamente come respiri. Si sedette di scatto, e si ritrovò su un prato, o su qualcosa che gli assomigliava molto: erba argentata che rifletteva la luce in modo strano, come se ogni filo avesse una sua nota da suonare e stesse solo aspettando il momento giusto. Intorno a lei un paesaggio che sarebbe potuto essere bellissimo — colline morbide, alberi con foglie trasparenti come vetro soffiato, un fiume lontano che sembrava fatto più di suono che d’acqua — se non fosse stato per le zone grigie che lo interrompevano ovunque, chiazze di silenzio morto che spezzavano tutto come bruciature su un foglio di musica, dove l’erba diventava cenere e gli alberi restavano scheletri neri e il suono — perché sì, ora se ne rendeva conto, c’era un suono costante nell’aria, un ronzio basso e antico come il respiro della terra — semplicemente spariva, inghiottito da quelle macchie scure.

Strinse più forte lo strumento che si era ritrovata tra le braccia senza ricordare di averlo preso, le corde d’argento che riflettevano il cielo viola, le spirali sul manico che brillavano appena.

«Non suonarlo.»

Mara si girò di scatto. La ragazza era seduta su una roccia a tre metri da lei, come se ci fosse stata da sempre — forse sedici anni, capelli scuri tagliati corti e irregolari, come fatti da sola con un coltello, e occhi grandi color rame. Indossava qualcosa che somigliava a una giacca militare, troppo grande, piena di tasche da cui spuntavano oggetti indistinguibili, e non sembrava affatto sorpresa di vederla.

«Se suoni qui, ti sentono,» disse, con la voce di chi spiega qualcosa di ovvio. «E se ti sentono, arrivano.»

«Chi arriva?» riuscì a dire Mara.

«Le Guardie dell’Armonia.» La ragazza scese dalla roccia e si avvicinò, studiandola con attenzione. «Sei del mondo di fuori, vero? Non sei di Sonoria.»

«Io…» Mara guardò il cielo viola, le stelle troppo grandi, le zone grigie che si allargavano come ombre malate sul paesaggio. «Non so nemmeno dove sono.»

«Sonoria,» disse la ragazza, semplicemente. «Sei caduta attraverso una crepa.» Si fermò davanti a lei e inclinò la testa. «Ma come hai fatto? Le crepe non si aprono così, non senza…» Gli occhi le scesero sullo strumento. «Oh.»

Lyra si avvicinò allo strumento senza toccarlo. Quando vide i due cerchi incompleti incisi alla base, il colore le abbandonò il viso.

«Questo marchio non viene usato da prima della fondazione dell’Accademia,» disse. «Gli strumenti di soglia sono andati distrutti. O così ci hanno insegnato.»

«Strumenti di cosa?»

«Di soglia. Portavano un suono da un punto all’altro quando il tessuto del mondo si lacerava.» Lyra guardò il prato, come se temesse che le Guardie potessero emergere dall’erba. «Se questo è arrivato fino a te, qualcuno voleva che una musica sopravvivesse.»

✦

Si chiamava Lyra, e lo disse mentre la portava via dal prato a passo svelto, lungo un sentiero che Mara non aveva notato finché non glielo aveva indicato — stretto, nascosto nell’erba argentata, quasi invisibile.

«Non correre,» disse, senza voltarsi. «Correre fa rumore, e il rumore attira attenzione. Qui, l’attenzione è quasi sempre un problema.»

«Posso almeno sapere dove stiamo andando?»

«Al Bordo. È la zona ai margini della città, dove le Guardie pattugliano poco. Da lì possiamo parlare con più calma.»

Mara la seguì in silenzio per qualche minuto, cercando di guardare tutto senza dare l’impressione di guardare tutto. Il paesaggio era diverso da qualunque cosa avesse mai visto, eppure c’era in esso qualcosa di stranamente familiare — come una melodia che non si ricorda bene ma che si riconosce non appena arriva il ritornello. Il ronzio nell’aria, ascoltato con più attenzione, non era un suono unico: era fatto di migliaia di suoni sovrapposti, voci e strumenti ed echi di cose suonate secoli prima e rimaste lì, come il profumo di un fiore appassito. Era la musica stessa che respirava.

«È bellissimo,» le scappò detto, prima di poter fermarsi.

Lyra si voltò a guardarla con un’espressione strana.

«Lo era,» disse. «Prima.»

✦

Il Bordo era una serie di costruzioni basse, addossate le une alle altre, fatte di un materiale scuro che sembrava assorbire la luce invece di rifletterla, con finestre piccole coperte da tende spesse; tra le case crescevano piante dai fiori che, sfiorati dal vento, emettevano un tintinnio sottile, quasi una ninna nanna. Lyra aprì una porta senza bussare e la trascinò dentro.

La stanza era piccola e piena di oggetti accatastati senza ordine apparente — libri, strumenti rotti, mappe scritte a mano, cose che Mara non sapeva nemmeno identificare — con al centro un tavolo basso e due sgabelli, e sopra il tavolo una candela che ardeva con una fiamma verde.

«Siediti,» disse Lyra. «Ti spiego come funziona qui.»

E spiegò. Sonoria era un regno costruito sulla musica, e non in senso metaforico: la musica era letteralmente la struttura del mondo, la forza che teneva insieme le cose, che faceva crescere le piante e scorrere l’acqua e alzare il sole viola ogni mattina. Ogni abitante nasceva con una Nota — un suono interiore unico, personale, irripetibile come un’impronta digitale.

«La tua Nota è chi sei,» disse Lyra. «È la tua firma nel tessuto del mondo.»

«E le zone grigie?» chiese Mara. «Quelle bruciature nel paesaggio?»

L’espressione di Lyra cambiò.

«Il Silenzio,» disse. «Si sta espandendo da anni, e nessuno sa davvero perché — o almeno, nessuno lo dice apertamente. L’Accademia sostiene che il mondo abbia bisogno di più disciplina, più ordine, più rispetto per le Leggi dell’Armonia. Che il Silenzio sia il risultato della musica selvaggia, non regolamentata, che destabilizza il tessuto del suono.»

«E tu cosa pensi?»

Lyra non rispose subito. Si alzò e andò alla finestra, a guardare fuori dalla piccola apertura tra le tende.

«Penso che il mondo si stia spegnendo proprio perché da troppo tempo suoniamo solo quello che ci è permesso suonare,» disse alla fine, piano. «La musica vera — quella che viene da dentro, quella che non segue le regole — è proibita. E chi suona senza licenza dell’Accademia viene silenziato.»

«Silenziato come?»

Lyra si girò, e per la prima volta da quando si erano incontrate Mara vide qualcosa di diverso passarle sul viso — non paura, ma qualcosa di più antico, più simile a una ferita vecchia che non si è mai chiusa del tutto.

«Ti tolgono la Nota,» disse. «Il suono che sei.»

«Ti è successo,» disse Mara piano — non era una domanda.

Lyra annuì appena.

«Avevo sette anni. Suonavo fuori dalle Leggi, senza nemmeno sapere cosa fossero — suonavo e basta, perché mi piaceva, perché lo sentivo necessario come respirare. Le Guardie mi hanno trovata.»

La candela verde tremolò, e la stanza sembrò farsi più piccola.

✦

«Perché mi stai aiutando?» chiese Mara alla fine.

Lyra tornò a sedersi e la guardò a lungo, come se stesse decidendo quanto dirle.

«Perché ho sentito la tua musica,» disse. «Prima ancora di vederti. Ho sentito qualcosa aprirsi nell’aria, e ho sentito la tua melodia passare attraverso la crepa. Era diversa da tutto quello che sento di solito a Sonoria. Era…»

«Rumore,» disse Mara, quasi per riflesso. «È solo rumore. Non ho studiato, non conosco la teoria, suono a orecchio e—»

«Era reale,» disse Lyra, con una fermezza tranquilla che tagliò corto ogni obiezione. «La musica vera è rara, qui. Non la sentiamo quasi più.» La guardò dritta negli occhi. «Chiunque tu sia, da qualunque posto tu venga — quella melodia era reale.»

Mara aprì la bocca e la richiuse senza dire niente. Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere, non in quel modo — non con quella certezza, senza aggiunte, senza un ma, senza un però dovresti studiare o un però non è abbastanza. Solo: era reale. Non sapeva cosa rispondere, così abbassò gli occhi sullo strumento che stringeva ancora tra le braccia, sulle corde d’argento che brillavano piano nella luce verde della candela.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Valentina Rugolo
Valentina Rugolo canta, insegna e scrive. Nata a Catania nel 1979, si trasferisce in Toscana subito dopo essersi diplomata al Conservatorio "Vincenzo Bellini" in canto lirico e aver conseguito la laurea in Lettere Moderne con il massimo dei voti. La musica l'ha portata a esibirsi in teatri e sale da concerto di diverse città italiane; la scuola le ha insegnato ad ascoltare le voci dei ragazzi, anche quando faticano a farsi sentire. Da queste due esperienze nasce Dove il silenzio brucia: una storia sulla libertà di esprimersi, sul rispetto per la voce degli altri e sul coraggio di sentirsi fuori dal coro. Quando non insegna o non canta, Valentina scrive e cerca nelle parole lo stesso ascolto che coltiva sul palcoscenico e in classe.
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