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Due paroline in italiano

Due Paroline in Italiano

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022
Bozze disponibili

Marta abita con l’amica Sara e fa la baby-sitter presso un’agiata famiglia milanese (i Berardo, che secondo lei fanno parte dell'”alta borghesia lombarda”, ma non ci sono assolutamente prove a sostegno di questa affermazione). La sua esistenza è fatta più che altro di lavoro e ore passate davanti a Love me Tender una serie d’amore turca. Lei e Sara adorano seguire le vicende dei due protagonisti, che all’inizio si odiano, poi si amano e in mezzo fanno un sacco di cose melodrammatiche, tipo rincorrersi sotto la pioggia. Ma un giorno anche Marta ha la sua botta di vita: per aumentare le sue entrate si spaccia per insegnante d’italiano e si presenta a un colloquio con un ragazzo tedesco. Inutile dire che fra i due scocca la scintilla. Da questo momento si susseguono una serie di eventi che rendono le giornate della ragazza intense e avventurose, proprio come quelle dei suoi eroi sullo schermo. Anche se lei, di corse disperate durante un acquazzone non ne fa. Preferisce prendere i mezzi.

Perché ho scritto questo libro?

I romanzi chick-lit sono stati preziosi per me in un periodo in cui avevo bisogno di allontanarmi, per un momento, da problemi e preoccupazioni. E così ho provato a scriverne uno io, per provare a far rivivere quella sensazione di leggerezza e sollievo ad altre persone.

ANTEPRIMA NON EDITATA

SORPRESINA

 Lunedì 13 marzo h 16

Ho iniziato il mio turno con la morte nel cuore. Da circa due mesi lavoro a casa dei Berardo, un’agiata famiglia composta da cinque persone: madre, padre e tre figli. A me piace pensare che i Berardo facciano parte dell’alta borghesia milanese, ma non so se sia davvero così… comunque è quello che dico ai miei amici quando mi chiedono cosa faccio: “Lavoro per l’alta borghesia milanese” dico, “Wow – rispondono loro – … e quanto prendi a botta?”. 

La casa in cui passo almeno quattro ore al giorno è piena di mobili pregiati e quadri antichi, e questa cosa mi piace molto perché getta un velo di austerità sulla mia persona. Quando passeggio per le stanze, mi sento come la Madre Superiora di un collegio, che impone digiuni serali e organizza raccolte di erbe aromatiche. Il mio bersaglio preferito sarebbe Emilia, la figlia mezzana. A lei farei svuotare le latrine e spazzare via le foglie dal patio (una parola che ho sempre sognato usare), così magari impara a essere un po’ meno stronza e ad ascoltare di più gli adulti. Capirebbe che sono io la regina di casa e non lei. E se solo osa ribellarsi ai miei ordini, a letto senza cena e dieci giri di corsa per il patio.

Classifica dei Berardo in ordine di simpatia:

Clara, la figlia piccola di sette mesi

Nicolas, il figlio di dieci anni

Robi, il padre

Giulia, la madre

Emilia, la peggiore

h 20

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Sono tornata da casa stravolta, totalmente svuotata. Per fortuna

la mia coinquilina, Sara, mi ha gentilmente fatto trovare un kebab ancora caldo e una coca. Mi avvento sul cibo e comincio a mangiare di gusto, mentre lei guarda la tv stravaccata sul divano. Dopo una ventina di minuti di totale silenzio prende parola e mi lancia una bomba delle sue, di quelle che le piace sganciare di soppiatto, senza nessun tipo di preavviso: «Guarda che ti ho trovato un lavoretto. Una cosina poco impegnativa per arrotondare». A quel punto sento l’intero kebab inchiodarsi in un punto imprecisato fra la gola e lo stomaco.

«Cosa?!» riesco a dire con un urletto strozzato.

«… ma sì, così la smetti di lamentarti perché non hai mai soldi» continua lei senza staccare lo sguardo dallo schermo. Detesto, e forse ammiro anche un po’, la sua capacità di comunicare una notizia del genere col tono di chi sta leggendo gli orari dell’autobus. Ad ogni modo non ha tutti i torti: dopo essere stata licenziata dallo studio ho trovato subito un ripiego dai Berardo, ma lo stipendio che mi danno non è sufficiente a coprire tutte le spese. E così sono costretta ad attingere ancora dalla liquidazione e a cercare di fare economia su qualunque cosa. Il risultato è che non posso avere lo stesso tenore di vita di prima e la cosa sta cominciando a diventare frustrante.

«… e che lavoretto sarebbe?» chiedo timidamente spazzandomi via qualche briciola dalla bocca. 

«C’è questo mio conoscente tedesco, Derek, che l’altro giorno cercava su un’ app un’insegnante di italiano non troppo costosa – ha risposto Sara -. Non trovava nessuno di suo gusto e così gli ho proposto te»

Sono abbastanza sconcertata, ma cerco di mantenere la calma.

«Tu sai che io non ho nessun tipo di competenza per insegnare italiano, vero?!»

«Sì vabbè, ma hai una zia che vive a Monaco e hai fatto Lingue – replica lei impassibile – Il tuo profilo è perfetto»

«Certo, se mi fossi laureata e se non avessi parlato con mia zia sempre in italiano» commento io ancora interdetta.

«Ma qualcosa ti ricorderai dei tuoi anni all’Università, no?»

«Ho dato solo due esami, non ti ricordi?! Non ho nessuna competenza per poter insegnare italiano, faccio una fatica bestia con i congiuntivi!»

«Senti, volevo solo aiutarti e ormai ti ho organizzato l’incontro – risponde lei distogliendo finalmente gli occhi dalla tv –  È una chiacchierata conoscitiva, tutto qui. Magari scopri che invece è alla tua portata»

«… o magari faccio la figura dell’imbecille, come al solito»  ribatto io scuotendo la testa. 

«Beh in quel caso almeno avrai conosciuto qualcuno e ti sarai bevuta un bel caffè… non esci mai e non fai mai niente!».

Touché un’altra volta.

«… e quando e dove dovremmo vederci con questo Derek?» chiedo mantenendo un tono polemico, prima di scolarmi tutta d’un fiato la Coca Cola rimasta.

«Domani alle cinque al Caffè Next. È vicino a casa sua».

Mi prendo un secondo per fare mente locale: in effetti il martedì a quell’ora di solito sono libera. Ma non mi sta bene che abbia deciso tutto lei, senza considerarmi.

«Hai preso almeno il suo numero di telefono in modo che possa contattarlo in caso di imprevisti?» la incalzo piazzandomi proprio davanti al televisore.

«Ma che telefono, è stata una cosa spontanea, improvvisata… come si faceva una volta»

«No aspetta – puntualizzo schiarendomi la voce – Una volta quando?! C’è mai stata un’epoca in cui per lavoro non servisse il numero di telefono?! Forse negli anni Venti?!»

«Veramente il telefono è stato inventato a fine Ottocento, asinella. Menomale che non vai a insegnare storia va».

Non do retta alla sua provocazione sennò rischiamo di punzecchiarci a vita, quindi senza aggiungere altro sparecchio la tavola e mi chiudo in bagno. E comunque non sopporto quando Sara mi mette in questo tipo di situazioni: prende l’iniziativa senza neanche interpellarmi e poi, se io oso incazzarmi, mi dice che sono ingrata perché voleva solo darmi una mano. 

Dopo una doccia rapida e nervosissima la saluto con un cenno veloce e vado in camera mia a sbollire. Sul letto, prendo lo smartphone e digito la parola “incazzata” su Google. È un participio passato declinato al femminile singolare, che funge da aggettivo e che può essere usato in svariati modi all’interno di una frase. 

h 23

Regna il silenzio, io mi sono un po’ calmata, ma non riesco comunque a prendere sonno. È il momento giusto per vedere un episodio (oppure sei) di Love me Tender, la mia telenovela turca preferita. Me l’ha fatta conoscere Sara qualche settimana fa e da allora io e lei ci spariamo una puntata dopo l’altra in streaming, a qualsiasi ora, e ormai siamo ai limiti della dipendenza. Guardarla ti proietta in un’altra realtà, più rarefatta e senza tempo, e ti fa spegnere il cervello per quaranta minuti buoni. E così, mentre i nostri amici si sparano le mega serione di Netflix e durante gli aperitivi ne decantano la grandiosità, io e la mia amica, nel silenzio delle nostre stanze, perdiamo la testa di fronte a questo capolavoro. È un piccolo segreto che condividiamo io e lei, il nostro passatempo romance. Adoriamo immergerci nelle storie semplici e romantiche di questa soap, fra bellissime ragazze dal passato traumatico, imprenditori spietati che operano nel campo immobiliare e segretarie ficcanaso in tailleur e tacchi alti. La cosa meravigliosa di Love me Tender (come di molte altre telenovele, credo) è che è fatta di battute ricorrenti, di scene frequenti e di formule standard che sembrano ripetersi a ruota durante i passaggi più salienti.

“Sapevi bene che la nostra storia non aveva futuro” è un buon esempio di battuta che pronunciano spesso i personaggi. Oppure “Non fare qualcosa di cui potresti pentirti” o ancora

“Non osare parlarmi così. Tu non mi conosci neanche”. Il grande classico però rimane il meccanismo del ralenti, che parte a ogni minimo contatto fisico: basta un po’ di vicinanza, una carezza involontaria, una leggera spinta accidentale, e bum! La musica si alza, il tempo si dilata e lo sguardo da cerbiatta di lei si incrocia fatalmente con gli occhi sexy e glaciali di lui. Sono presenti almeno cinque o sei ralenti a episodio e riguardano sempre e solo i due protagonisti della storia: le amiche, i padri, le zie non godono di questo privilegio e conducono sempre la loro vita a velocità normale. 

Come si può ben capire in Love me Tender ci sono un sacco di colpi di scena, di rivelazioni choc, di cambi repentini e imprevedibili; nello stesso tempo però, il fatto che usino sempre le stesse frasi e gli stessi escamotage rende la storia prevedibile e quindi molto rassicurante. Guardare questa telenovela è come essere coccolati e strapazzati da una nonna affettuosa ed esuberante. 

La protagonista è Leyla, una bellissima ragazza poco più che ventenne, che studia moda e sogna di fare la stylist delle star. Ad allontanarla dal suo sogno però, c’è Kent, un imprenditore rampante, altrettanto giovane e attraente, che è deciso a comprare la palazzina dove vive la famiglia di lei per trasformarla in un hotel. In pratica li vuole cacciare fuori, approfittando di alcune morosità, per soddisfare le sue ambizioni imprenditoriali e farsi i soldi sulla loro pelle. Che incredibile bastardo. Allo scopo di fermare questi orrendi propositi e salvare i suoi dallo sfratto, Leyla escogita un piano diabolico: si fa assumere dall’azienda di lui spacciandosi per donna delle pulizie e gli fa sparire dei documenti cruciali per l’acquisto dell’immobile. E non è forse la prima cosa che faremmo tutte noi se fossimo nella stessa situazione?! E in effetti non è la stessa cosa che sto facendo io con Derek spacciandomi per insegnante di italiano?! Potrebbe sembrare un po’ stupido come ragionamento perché quella che sto vivendo è la realtà e non una telenovela, ma in fondo anch’io devo inventarmi qualcosa per rimediare a una situazione economica disastrosa… e sì, ok, il mio pretesto regge un po’ meno rispetto a quello di Leyla ma io so che nel profondo lei sarebbe dalla mia parte. E mi esorterebbe a presentarmi domani forte e decisa come non mai. Grazie Leyla, grazie per la fiducia che riponi in me.

Martedì 14 marzo h 16.30 

Come sempre sono clamorosamente in anticipo. Ma va bene così: ho voglia di prendermi qualche minuto per me prima di questa specie di incontro o colloquio o qualunque cosa sia. Devo smaltire ancora un po’ d’ansia: nonostante le rassicurazioni di Sara mi sento una specie di truffatrice. È vero, non ho niente da perdere e alla peggio Derek non mi assumerà, ma mi sembra disonesto, a prescindere, tentare di vendermi per quella che non sono. Insegnare italiano non è una cosa che mi sono mai sognata di fare e a Lettere mi sono iscritta perché l’alternativa era fare Biologia come mio fratello. Forse dovrei dire subito a Derek la verità e togliermi questo peso. O forse non dovrei fare nulla e lasciare che sia lui a capire che non sono la persona adatta. Non ne ho idea.

Il locale comunque è bello. Un po’ bohémien, un po’ moderno, mi ricorda certi caffè di Berlino, con le loro sedie tutte diverse e i divanetti presi al mercato dell’usato. È proprio il posto giusto per fare qualcosa di creativo e quindi io, che sono un’anima inquieta e sfaccettata, prendo il mio taccuino e, per scaricare la mole di nervosismo, mi metto a scribacchiare qualche frasetta che mi passa per la mente. Dopo qualche secondo noto, a pochi passi da me, degli splendidi muffin coperti di zucchero a velo, disposti in fila in una piccola teca; a quel punto il mio livello di ispirazione tocca livelli inimmaginabili e io mi lancio nella composizione di un’opera letteraria che rimarrà negli annali.

TITOLO: oh miei dolci muffin

GENERE: haiku

Miei dolci muffin

Solo a osservarvi 

Mi brontola il cuore

Tutto questo estro, questa genialità, stancano molto e intanto il tempo è volato; il momento dell’arrivo di Derek si sta avvicinando. Sempre più tesa, metto via il blocchetto e comincio a cazzeggiare col telefono, scorrendo, senza alcun motivo, tutte le mie chat di Whatsapp.

Poi lo vedo comparire sulla soglia, e mi viene un mezzo infarto. Davvero, quasi ci rimango. Mi sembra abbastanza chiaro che Sara si è dimenticata di dirmi una cosa per lei evidentemente trascurabile, e cioè che Derek è tipo Dio. Esatto, proprio Lui. Mi spiace scomodare i piani alti, ma non ho davvero altre parole per descriverlo. Fisicamente è il classico tedesco, alto, biondo e con gli occhi chiari, ma la sua biondocchiazzurraggine è diversa dal solito cliché. È più intrigante. Ha circa trent’anni, un taglio degli occhi quasi mediorientale e delle labbre proprio rosse, un po’ come se avesse appena mangiato un ghiacciolo all’amarena. La barba è incolta, ma non troppo, e il taglio dei capelli è semplice, fatto più per comodità che per altro. Il naso è importante, il mento sfuggente. La sua bellezza, così imperfetta, è molto intrigante e suggerisce tante cose sconce (almeno a me). Nonostante sia così figo e quindi potrebbe avere il mondo ai suoi piedi, si avvicina con una timidezza assurda al mio tavolo e, in un italiano un po’ meccanico e maldestro, si presenta. Io mi alzo e gli stringo la mano, pronunciando il mio nome a un volume un po’ troppo alto. Per qualche istante ci troviamo uno di fronte all’altra, a distanza ravvicinata, e a me arriva forte e chiaro il suo odore, che sa di dolce, di camicie ordinate nell’armadio, di arrosto nel forno e di futuro insieme.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elisabetta Elia
Sono nata in provincia di Milano e ho frequentato il liceo linguistico. Mi è sempre piaciuto scrivere quindi dopo un paio d'anni di Università ho deciso di iscrivermi al corso di sceneggiatura presso la Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Una volta diplomata ho lavorato alcuni anni come autrice televisiva. Attualmente vivo in Spagna e mi occupo di ghostwriting ed editing. Nel tempo libero scrivo racconti e lavoro a un progetto legato ai fumetti.
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