Prologo
Prigione
Venne scaraventata giù dalla scala stretta e ripida con le mani legate. Atterrò di schiena con un tonfo sordo sbattendo la testa contro qualcosa di duro.
Quando rinvenne intontita e dolorante cercò di aguzzare la vista. “Dove diavolo era finita?” Facendo leva sulla spalla destra rotolò sul fianco e qualcosa in fondo dalla semioscurità si fece avanti. Spaventata cercò di allontanarsi ma il nastro isolante ai polsi faceva un male d’inferno impedendole i movimenti. Il cuore batteva all’impazzata come un tamburo.
Si impose di mantenere la calma dicendosi che non aveva niente da temere. Iniziò a respirare profondamente e lentamente. Sentì che pian piano il ritmo cardiaco andava normalizzandosi. Con calma puntò i piedi a terra e con un colpo di reni si mise seduta. Il bruciore si propagò fulmineo dalle braccia ritorte all’indietro, alla schiena.
Freneticamente cercò di mantenere l’equilibrio mentre gocce di madido sudore iniziarono a colare dalla fronte. Un leggero fruscio la mise in allarme. Si immobilizzò.
Una zaffata di alito pestilenziale le inondò il viso. Trattenne il fiato.
La luce in alto eruppe improvvisa illuminando l’ambiente circostante. Muto e silenzioso l’uomo la osservava con occhi ansiosi e febbricitanti. Il viso scarno e pallido era solcato sulla fronte da strisce di sangue rappreso.
<< Chi sei? Dove siamo? >> domandò la donna. Un rumore ritmico e cupo proveniente dall’alto fece vibrare le pareti.
<< Prigione >> balbettò l’uomo con voce flebile.
La donna si guardò attorno sbigottita. Si trovava ai piedi di un ampio vestibolo semicircolare in pietra. In alto, delle piccole bocche di lupo lasciavano filtrare una leggera corrente d’aria fredda intrisa da un vago odore di scarico d’auto.
Di fronte, due scale. Una a sinistra ascendente, che saliva verso un punto immerso nella penombra; l’altra, discendente, a destra, separata dalla gemella da un alto pilastro. Le pareti del vestibolo illuminate da torce elettriche poste a un altezza di circa tre metri erano prive di porte.
La donna fece un mezzo giro a piccoli passi posando lo sguardo sull’uomo. L’individuo era malmesso, sporco e puzzava.
<< Come ti chiami? >> chiese la donna. << Je m’appelle Marcel >> << Marcel? >> << Oui, Marcel >> rispose l’uomo. << Sei francese allora. Ma parli anche italiano >> concluse la donna. << Un petit peu, un poco >> aggiunse l’uomo in tono spento. << Aiutami a liberarmi >> chiese la donna facendo un giro su sé stessa mostrandogli i polsi legati dal nastro isolante. << Non ho niente con me, niente coltelli, forbici, chiavi, niente >> replicò l’individuo. << E poi non serve, non andremo da nessuna parte >>.
La donna lo osservò stralunata.
<< Prova con quella >> ordinò spazientita indicando con gli occhi una piccola pietra scheggiata.
Cautamente l’uomo le si avvicinò, inserì la piccola pietra a forma di selce tra il nastro e la pelle dei polsi e delicatamente iniziò a tagliare. Dopo alcuni tentativi, il nastro iniziò a cedere.
<< Grazie >> disse la donna massaggiandosi lentamente i polsi per riattivare la circolazione. Poi, velocemente si infilò le mani nelle tasche dei jeans e della giacca alla ricerca del cellulare. Niente, non c’era niente.
<< Ci hanno tolto tutto >> disse laconico l’uomo. << Chi? >> chiese con angoscia la donna. << Non lo so, madame. Quelli che ci hanno rinchiuso qui dentro, presumo >>. Una smorfia di sofferenza solcò velocemente il viso pallido e emaciato dell’uomo.
La donna lo osservò con preoccupazione.
<< Non vedo uscite >> disse osservando attentamente le ampie pareti in pietra. << E infatti non ve ne sono, madame >> rispose mesto l’uomo. << Ma che dici? >> scattò esasperata guardandolo come se fosse impazzito. << E secondo te come siamo arrivati qui? Se ci hanno fatti entrare deve pur esistere un ingresso e di conseguenza un’uscita >>. Poi, avvicinandosi alla prima rampa, domandò: << Dove portano queste scale? >>
La risposta gelida la bloccò sul secondo gradino.
<< Da nessuna parte >>.
Si girò incredula. L’uomo si era accasciato sul pavimento tenendosi la testa fra le mani in una posa carica di rassegnazione e sconforto.
“Forse la prigionia prolungata l’aveva fatto andare in tilt, privandolo della lucidità necessaria per poter uscire da lì”, pensò riprendendo a salire la rampa.
Man mano che procedeva, una strana sensazione di disagio si impadroniva del suo corpo, annodandole lo stomaco in una ferrea morsa di inquietudine. Giunta alla fine dell’ultimo gradino girò a destra sostando sul pianerottolo. Un corridoio non molto lungo e senza porte l’accolse. In fondo, una luce fioca indicava un’apertura. Ansiosamente si affrettò a percorrere a lunghi passi quei pochi metri che la separavano da quel tenue bagliore.
Alla fine del corridoio si bloccò impietrita. Un’altra scala saliva verso l’alto. Perplessa affrontò lentamente la nuova salita. Quando arrivò alla fine della rampa si sentì mancare. Il sangue refluì velocemente verso il basso sottraendole ossigeno al cervello. Disorientata e in preda alla nausea si guardò attorno sbalordita.
“Dio, non è possibile!” pensò.
L’uomo era seduto per terra nell’identica posizione in cui l’aveva lasciato. Sul volto una smorfia di pura compassione.
“Non ci credo! Signore aiutami! Sono prigioniera di un incubo”, si disse con angoscia.
Poi, con un repentino dietrofront risalì le scale ripercorrendo di corsa il percorso fatto in precedenza. La voce rauca l’accolse alla fine dell’ultimo gradino.
<< È inutile, madame. È l’inferno. >>
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