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In equilibrio su una tazzina di caffè

In equilibrio su una tazzina di caffè

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Novembre 2022

Ettore ci fa sbirciare in tre giornate della sua vita, ognuna scandita dai suoi caffè, sempre troppi, ma ciascuno pronto a raccontarci qualcosa di lui.
Nel 2007 è un liceale che si rifugia nella musica e nelle chiacchierate su MSN con gli amici Davide e Sara, per sottrarsi alla monotonia arrabbiata dell’adolescenza. Finché la vita adulta lo coglie di sorpresa, come un sorso di caffè amarissimo.
Con un salto temporale di otto anni, lo ritroviamo catapultato in una giornata di lavoro come tante, tra corse in bus e pranzi con gli amici di sempre, forse l’unico vero appiglio in un mondo che sembra pretendere troppo e poi ignorarlo del tutto. Finché Anna, il suo grande amore che lo aveva abbandonato tempo prima, improvvisamente riappare.
Ma sarà solo nel 2020 che Ettore, ormai trentenne, si troverà a fare i conti con tutto quello che di lui ancora non sappiamo, ma che ora è pronto a raccontarci, alla ricerca un finale nuovo a quella che è stata fino a quel momento la storia della sua vita.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo è cresciuto con me: le prime bozze sono del 2007.
Ma è stato solo nel 2020 che la storia ha preso il sopravvento. Ho scritto la storia di Ettore per cercare io per primo un equilibrio, un punto fermo in mezzo a tutti i miei caffè quotidiani: perché quando l’adolescenza cede il passo alla vita adulta, arrivi inevitabilmente a chiederti “E’ proprio così che ci si deve sentire? O mi sento così perché ho sbagliato qualcosa? Ma c’era davvero qualcosa da sbagliare?”

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mi alzo la mattina e comincio a borbottare.

Cerco le ciabatte vicino al letto con gli occhi ancora mezzi chiusi: ne trovo solo una, l’altra è scomparsa, do un calcio a quella che ho trovato perché intanto che me ne faccio di una sola, se ne andasse al diavolo pure lei.

Sono in piedi.

Mi avvio verso la cucina, mani in avanti tipo zombie, sguardo meno furbo.

Trovo la cucina, trovo l’interruttore della luce, accendo, e solo in quel momento, in quel preciso istante in cui mi sento cavare gli occhi, mi accorgo che sono vivo e che è lunedì. Di nuovo.

Bestemmio contro me stesso perché ieri mi sono addormentato sul divano e poi sono corso a letto senza prepararmi la caffettiera per stamattina.

La cerco, la trovo, la riempio d’acqua, la riempio di polvere di caffè, stringo forte, metto sul fuoco, accendo. Una fatica fottuta. 

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Aspetto qualche minuto, guardandomi attorno come un alieno appena precipitato sul pianeta Terra, alla ricerca di qualcosa di sconosciuto, tipo una settimana che si prospetta infernale e il bucato ancora da stendere. 

Passano minuti che mi paiono interminabili, finché la caffettiera mi annuncia che è finalmente giunto il momento e posso scendere dalla mia astronave di sonno.

21 settembre 2015. Caffè numero uno.

Profumo caldo e aroma preciso, che in bocca mi accarezza la voglia di vivere e mi ricorda che tutto sommato la mia vita va bene com’è, mi massaggia le meningi e mi coccola a piccoli sorsi, racchiusi in una tazzina color rosso quasi viola che a lei piaceva tanto ed io me lo sono fatto andare bene, anche se un gran colore non è mai stato.

Il primo sorso, poi il secondo. Il caffè brucia le labbra come un amore appena iniziato. E’ bello da morire, ti abbraccia. Terzo, quarto sorso: l’ultimo bacio finisce presto e sul fondo restano pochi grumi, quelli davvero difficili da mandare giù.

Volo in doccia senza prendermi cura della barba che finalmente, dopo venticinque anni, ha deciso di fare capolinea sul mio viso e guai a toccarla: intanto resta sempre poca e in studio mi hanno detto che posso tenerla. Ho un po’ di occhiaie, ma sorrido allo specchio e per un attimo penso pure di essere carino.

Faccio il letto perfettamente, tiro bene le lenzuola, nessuna piega.

Mi vesto di corsa: calzini, pantalone, camicia, cravatta, giacca, torno in bagno per due gocce di profumo.

Poi iPod, tracolla, chiavi: sono fuori.

 

In fondo, la vita da praticante avvocato non è poi così male, mi trovo a pensare alla fermata del tram. Se non pensi che sei sottopagato, sottostimato, quasi sempre sotto un treno e hai costantemente voglia di rifugiarti sotto la scrivania quando il tuo avvocato di riferimento ti fa richieste impossibili come il Signore al Popolo Eletto.

Non è poi così male la tua nuova vita, quando sali sul tram e chiedi permesso a tutti e tutti ti ignorano, e poi il tuo riflesso sul vetro racconta di un nuovo Ettore vestito di tutto punto, un giovane uomo cresciuto troppo in fretta, forse proprio quando eri impegnato a fare tutt’altro, perché non te ne sei davvero reso conto. Magari eri indaffarato con i tuoi amici storici a ricordare le canzoni che ascoltavate al liceo, ora che i gin tonic avevano pian piano rimpiazzato gli spritz; oppure eri con lei a scegliere il divano per la vostra casa da prendere in affitto, anche se tutti ti dicevano che eri un pazzo a volere già fare un passo dal genere, perché forse non eri pronto. Ma tu eri convinto, eccome se lo eri, e te ne fregavi della tua amica Sara che ti consigliava di prenderti ancora del tempo (così ripeteva Sara “Devi prenderti del tempo, Ettore, del tempo!”) o di tua madre, fresca di separazione da papà che sentenziava “Guarda che poi farai la mia fine, secondo me farai la mia fine tesoro, perché non vai a vivere da tua sorella?”, quando tu chiaramente di andare a vivere con tua sorella non ci pensavi proprio, e nemmeno lei avrebbe acconsentito di buon grado.

Probabilmente si diventa grandi poco per volta o tutto subito, nessuno l’ha mai capito. Magari eri impegnato come adesso ad ascoltare per l’ennesima volta “Roma-Bangkok” su un tram troppo pieno di persone indaffarate, cariche di borse, tracolle, zainetti, ognuno verso qualcosa da fare, tutti verso una meta, un obiettivo.

Sì, perché davvero non sai mai cosa stavi facendo mentre eri impegnato a diventare grande e non te ne sei accorto, ma lo sei diventato, anche se dentro di te ti senti sempre piccolo, in un mondo che, invece, ha le fauci immense e ancora i suoi occhi castani.

2022-04-12

Aggiornamento

Grazie, grazie grazie! Abbiamo superato le prime duecento copie preordinate del mio romanzo! La storia di Ettore e dei suoi caffè lasciati in sospeso potrà finalmente essere vostra! Ed io non vedo l’ora!
2022-02-02

Aggiornamento

La campagna è iniziata da due giorni appena e già in tanti mi state sostenendo in questa avventura! Grazie davvero, grazie! Non vedo l’ora che la storia di Ettore diventi anche la vostra storia!

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Matteo Morsetti
Mi chiamo Matteo, ho 31 anni e vivo a Torino.
Ho iniziato a scrivere storie su un quaderno a spirale, quando di anni ne avevo 16 e le versioni di latino e greco avrebbero dovuto riempire i miei pomeriggi, ma preferivo ascoltare la musica e leggere qualcosa che non fosse scritto in una lingua necessariamente morta.
Dopo la maturità, cinque anni di Giurisprudenza sono volati via tra concorsi letterari e gli amici di sempre che mi chiedevano “Ma ora quando lo scrivi un romanzo?”
Oggi, che ho superato il confine dei trent’anni, vivo in equilibrio tra il lavoro che amo e che non c’entra niente con la scrittura e le lavatrici da caricare, senza farmi mancare un bicchiere di vino con gli amici (sempre loro, sì), preferibilmente rosso, e le serie tv.
“In equilibrio su una tazzina di caffè” è il mio primo romanzo.
Ecco, ragazzi, ora l’ho scritto.
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