Nell’Anno Santo si parlò di indulgenza e di pace.
Francesco l’aveva aperto, Leone l’aveva chiuso.
Quello che le cronache non dicono e che, proprio in quell’anno, a Roma avvenne un’altra pace.
Una pace non ufficiale, non richiesta, e soprattutto non approvata da nessuno. Una pace che non aveva santi, ma solo peccatori.
E che, per quanto assurdo sembri, funzionò meglio di molte altre.
Questa è la storia di come è cominciata.
E cominciò, come spesso accade a Roma, non con un miracolo… ma con un avvocato troppo zelante.
L’avvocato Massa (cinquant’anni), difensore di Fabio Renzini, era stato veramente bravo a far scagionare il suo assistito da qualunque accusa. La formula esatta recitava: “il fatto non sussiste”.
Quindi il giudice dispose l’immediata scarcerazione e Fabio avrebbe trascorso il Natale a casa.
La mattina del 25 dicembre Massa, orgoglioso del proprio lavoro, andò di persona a prendere Fabio davanti al portone principale di Rebibbia.
Intuì immediatamente che c’era qualcosa che non andava. Già dietro l’ultimo vetro che li separava, l’avvocato vide il volto scuro del suo cliente, evidentemente contrariato. Fabio non disse niente, neanche quando salirono in macchina.
Fu allora che Massa provò a rompere questo muro di silenzio.
«Non è stato facile sai? Certo le prove non erano sufficienti per il giudizio… ma la difficoltà è stata convincere il giudice a concederti di uscire così presto… di solito la burocrazia… invece il giudice Ravagnin è stato molto sensibile… conosce bene la realtà del tuo quartiere e si è passato una mano sulla coscienza… un colpo di fortuna.»
Quest’ultima frase fece esplodere Fabio. «Un colpo di fortuna lo chiami?» L’avvocato non capiva. «Domani sai chi viene qui a Rebibbia? Il Papa! E tu che non sei mai stato capace di far scarcerà nessuno, proprio oggi te sei messo ‘ntesta de fa Law and Order?!»
Il 26 dicembre 2024, quando la Porta Santa fu aperta anche a Rebibbia, Fabio non c’era e la cosa nei mesi successivi, lo segnò più di quello che immaginasse.1
Don Giuseppe (sessantenne) arrivò con la sua macchina rossa davanti alla chiesa sperando di trovare posto facilmente.
La supplica arrivò immediatamente a segno. Parcheggiò distrattamente davanti alla canonica e, senza pensarci, lasciò le chiavi nel cruscotto. Aveva fretta.
Due balordi che stavano lì per caso, appoggiati al muro a fumare, notarono la luce del cruscotto e si scambiarono un’occhiata. Uno era molto alto e pelato, l’altro aveva un curioso pizzetto sul volto che aveva intrecciato con un elastico e parlava con un accento del sud. Uno fece un gesto, l’altro sorrise. Salirono nella macchina rossa, senza fretta.
Don Giuseppe era entrato in canonica con il passo veloce, quella sera avrebbero trasmesso le esequie del Santo Padre, un evento che lui considerava un segno e che meritava un brindisi. Chiese alla perpetua, Concetta, di portargli un bicchiere di prosecco per: «Onorare il ricordo di un grande uomo».
Concetta arrivò con il vassoio. Don Giuseppe prese il calice, lo sollevò come se stesse alzando una bandiera, fece un cenno di lasciare la bottiglia sul tavolo e cominciò il suo discorsetto.
Il discorsetto era per la perpetua o per giustificare il brindisi, non importa.
Don Giuseppe si versò il prosecco, guardò le bollicine salire «A questo Papa degli ultimi», disse, «che è sempre stato vicino a quelli che hanno sbagliato e che stanno pagando il prezzo. A chi cerca perdono anche dove pare non esserci più speranza.»
Concetta annuì, sorridendo.
Si versò un altro calice di vino, giacché il primo era già finito.
«Facciamo un brindisi al Papa dei peccatori che si pentono e per quelli che, pur non pentendosi, pagano il prezzo.»
Poi, come a voler spiegare il mondo, aggiunse: «Perché chi ruba, a volte, lo fa per necessità; e chi ha necessità non è un ladro… è un figlio di una buona donna!»
Quello fu il momento preciso che, dalla finestra della sagrestia, vide la sua macchina rossa sgommare via.
Concetta rimase sbigottita: il brindisi si era trasformato in imprecazione.
Don Giuseppe finì il vino che si era versato, sicuramente per riprendersi dall’emozione, e solo dopo lasciò scivolare il calice sul vassoio e disse, più a se stesso che a lei: «Concetta, chiama la polizia.»
2
Angelica, ventenne, piercing e dread, attraversò il mercato con passo veloce.
Gino detto Mandrillo, la stava aspettando dietro il banco, continuando a sistemare la frutta finché non la vide arrivare e lasciò tutto.
«Ascolta, devi parlare con lui è urgente.»
«Che è successo?» chiese la ragazza allarmata dal tono di Gino.
«Succede che qua non c’è rispetto e c’è chi prende iniziative che non deve prendere.»
Lei ascoltava senza interrompere.
In quel momento uno scooter sbucò all’improvviso tra le bancarelle. A bordo c’erano due uomini senza casco. Quello che era seduto dietro scese, strappò la borsa a una vecchietta dai capelli con riflessi blu, e risalì in moto. Ripartirono subito. Nessuno sembrò farci caso.
Gino e Angelica erano troppo presi da quello che stavano dicendo. Anche Radwan, il garzone diciannovenne, si era avvicinato per sentire, ma il rumore dello scooter gli aveva impedito di capire il seguito.
La ragazza salutò e si allontanò.
Solo allora Gino si rese conto che Radwan aveva lasciato il banco incustodito.
«Aho, Radwan, ma le mele che stavano qua, ‘ndo stanno?»
«Vendute boss, perché?»
«Ma come perché, so’ quelle dove ce nascondo la robba… non le devi vendere t’ho detto!»
«Ma non erano le pere?»
«Le pere ieri, oggi mele.»
«Domani?»
Gino si stava inalberando. «Chi l’ha prese? Tocca trovarlo.»
«E che ci vuole, era un vecchietto, col cappello.»
Si guardarono intorno, c’erano una dozzina di vecchietti con cappello, tutti intenti a fare la spesa.
«Vabbè, ma coppola, borsalino, berretto di lana?» Radwan non lo sapeva.
«Cercalo e riprenditi le mele!»
Radwan cominciò la sua ricerca mentre Angelica andò via.
La ragazza camminò per il quartiere con l’aria di chi aveva qualcosa in testa, mentre intorno continuava la solita vita: due che litigavano, qualcuno che correva via, un portone che si chiudeva di colpo.
Dall’alto un drone, non visto, seguiva i suoi movimenti.
3
Dentro la bisca Mariuccio, forse cinquantenne o forse quarantenne in pessima forma, stava cantando al karaoke con impegno una canzone di Achille Lauro che parlava di amori tragici, autogrill e gioventù incosciente. Le parole scorrevano sullo schermo davanti a lui.
Dall’altra parte della sala, alcuni uomini erano raccolti intorno a un tavolo da biliardo. Sopra il panno verde c’era una cartina piena di nomi e appunti.
Erano impegnati in una divisione di zone e compiti.
Fabio, sessantenne o poco meno, elegante e stanco, scriveva qualcosa. Accanto a lui Franco, quarantacinque anni, seguiva ogni movimento con attenzione.
Fabio indicò la cartina. «Allora, i Mazzacane li metti qua vicino all’uscita. Er Conte invece va con quelli di piazza dei Velisti.»
Franco scosse la testa. «No, non se po’ fa’.»
«E perché?» chiese Fabio, già spazientito.
«Er Conte c’ha avuto da ridire cor Tendina. Gli voleva venne ‘na macchina rubata.»
«Embè che c’è?»
«C’è che il Conte l’aveva rubata ar cognato der Tendina.»
Fabio sbuffò. «Vabbè, ma questo manco le basi conosce… mettemolo qua coi De Giacomo, vicino alla porta d’ingresso.»
«E no. Mario De Giacomo ha menato al Conte quando questo gli ha dato mille euri falsi.»
Fabio si passò una mano sulla fronte. «Lo mettemo in piedi qua giù, vabbè?»
Franco alzò le spalle. «A Fabio, come dichi te, sei il capo.»
Mariuccio nel frattempo era arrivato imperterrito al ritornello.
Fabio si voltò verso di lui, alzando la voce. «La sai tutta?»
Mariuccio spense l’impianto di colpo.
4
Angelica era arrivata davanti all’ingresso della bisca.
Immaginava che Fabio Renzini fosse lì, del resto era il suo quartier generale.
Quel locale era un po’ tutto per la zona: svago, ritrovo, posto dove chiedere un consiglio, nascondersi o passare una serata a bere. Era il centro di gravità di Fabio, ma anche uno spazio che lui condivideva con la gente del quartiere.
Fabio l’aveva presa con coraggio, dopo il quarto incendio doloso, quando i proprietari erano sul punto di chiudere per sempre. Allora si era fatto avanti in cambio di un affitto di 99 euro l’anno per 99 anni: saldò i debiti, pagò la ristrutturazione, comprò dei biliardi e ottenne la licenza per alcolici e la musica dal vivo. Da allora la bisca non era più solo un posto dove giocare: era diventata il luogo dove si contavano i torti e si distribuivano le piccole giustizie. Per quasi tutti era il salvatore che aveva permesso tutto questo, per altri il piromane.
Due buttafuori controllavano la porta di ingresso. Angelica si fermò davanti al primo, Cesare. Il secondo si chiamava Augusto, secondo lei scelti da Fabio proprio per creare il duo Cesare-Augusto. In fondo era risaputo che Fabio avesse studiato da giovane.
«Devo parlare con Renzini, è importante.»
Il buttafuori di nome Cesare, prima le fece cenno di aspettare, poi ascoltò qualcosa nell’auricolare, e infine annuì. «Puoi entrare.»
Angelica varcò la soglia. Dall’alto, il drone riprese il suo ingresso.
Il secondo buttafuori guardò il collega. «A Ce’ ma con chi stavi parlando?»
«Co’ nessuno, Agù, è di scena.»
«Gagliardo.»
5
Angelica rimase in piedi davanti al tavolo da biliardo/scrivania di Fabio, aspettando che lui la degnasse di uno sguardo.
Lui continuò a fissare i nomi sul foglio, come se lei non fosse lì.
Alcuni secondi, percepiti come minuti.
Solo dopo questo silenzio, Fabio, parlò.
«Dimme ragazzì che notizie c’hai di tanto urgente da interrompere ’sto tetris?»
Angelica esitò. «Eh appunto di questo si tratta… ecco io avrei saputo dar Mandrillo… mentre stava al mercato… che pare che…»
Fabio la interruppe bruscamente. «Parla!»
«A Giacomino del Bar del Cervo gli hanno sparato alle gambe.»
Fabio sgranò gli occhi. Gli uomini intorno si guardarono smarriti.
Angelica continuò, come se avesse aperto un rubinetto.
«Mica è finita. L’amico de Giacomino, Mario Mazzacane, per vendetta ha sparato alle gambe ar Mancino che, come si sa, è della famiglia Argentieri, ma il problema è che non era stato lui… Ma Johnny D’Angelo… che si era nascosto dentro ad un garage gestito dai Bischetti, dice che era ’na questione de donne con Marcella Fortini…»
Ogni nome che pronunciava era scritto sulla cartina davanti Fabio.
Lui si afflosciava sempre di più, come se ogni parola gli togliesse un anno di vita. Alla fine strappò la cartina con un gesto furioso.
«Basta!!! M’avete rotto tutti! Franco voglio ’na riunione con tutti i capi e le capesse, e chiama pure mi fijo. Ce deve esse pure lui.»
Gli uomini scapparono via come se fosse scoppiata una bomba.
Solo Angelica rimase immobile.
«Ci sarebbe ancora la questione della scomparsa di Sandrone Benelli.»
Fabio la fissò gelido.
«Posso andare?» chiese lei.
6
Per le strade del quartiere, gli uomini della bisca si muovevano veloci, parlando con persone diverse, passando informazioni. Era il passaparola organizzato da Franco per convocare la riunione.
Non tutti avrebbero partecipato volentieri, ma gli uomini di Fabio sapevano essere persuasivi.
Cesare era tra i più solerti.
Er Catena (trentadue anni) si era nascosto chinato tra le macchine, con il passamontagna già indossato pronto ad affrontare il gioielliere di cui aveva studiato i movimenti. Da lì a poco l’uomo sarebbe uscito dal palazzo per infilarsi in macchina e lui lo avrebbe sorpreso per farsi dare il malloppo. Cesare, però, lo raggiunse con passo calmo, gli mise una mano sulla spalla e gli strappò il passamontagna come si toglie un cappello ad un amico.
«Che stai a fa’?» disse Cesare, senza fretta.
«Sto a lavora’… ma che vuoi?» disse senza alzarsi, rimanendo accucciato mentre cercava di rimettersi il passamontagna.
«C’è una riunione da Fabio.»
Er Catena rispose qualcosa che Cesare non riuscì a capire, così gli sfilò nuovamente il passamontagna.
«Che hai detto? Ripeti.».
«Ho detto che ho capito. Mi fai lavorare, per piacere, so’ tre giorni che sto appostato» e sempre accucciato indossò nuovamente il passamontagna.
Cesare glielo tolse ancora una volta.
«Domani alle undici e cerca di essere puntuale.»
Questa volta Er Catena si innervosì e tirandosi su, gli rispose sarcastico: «Ho capito. Che vuoi che me lo scrivo? Nun ce l’ho l’agenda del delinquente 2025, quest’anno non me l’hanno data.» poi come una sfida indossò il passamontagna ancora una volta.
Rimase così fermo, in piedi, faccia a faccia con Cesare.
In quel momento uscì il gioielliere dal portone e alla vista dell’uomo con il passamontagna, rientrò di corsa nel palazzo.
La rapina non avvenne.
Anche Franco svolgeva il suo incarico con meticolosità, camminava con la lista in mano in cerca dei capi e delle capesse da avvertire e incrociò Massa davanti a una caffetteria. L’avvocato, elegante come sempre, lo fermò con un sorriso.
«Si dice in giro di una certa riunione» disse.
«Massa» disse Franco, diretto «È inutile, stasera non sei gradito.»
Massa fece un passo indietro, sorpreso. «Ma non è possibile, ce l’ha ancora con me per quella storia dell’udienza del Papa!»
Franco non cambiò tono. «Lo sai com’è fatto Fabio» e andò via lasciando l’avvocato a protestare ancora un po’.
«Vent’anni di fedeltà buttati al cesso per una lavata di piedi, è incredibile!»
Franco poco più avanti notò Vadim, era anche lui sulla lista.
«Vadim, domani alla riunione ci sei vero?» disse.
«Non posso, sto agli arresti domiciliari.»
«Ma stai per strada!»
Vadim alzò le mani, innocente. «Sto a porta’ giù er cane, il giudice lo capirebbe.»
«E ‘ndo sta er cane?».
«Dalla suocera, mo vado a pigliarlo.»
Franco lo guardò, poi gli diede una spinta leggera verso la strada.
«Vieni e basta. Se Fabio chiama, tu vieni. Poi te spieghi cor giudice, casomai.»
Il drone seguiva i movimenti dall’alto, il suo ronzio era appena percettibile.
7
Il salone da parrucchiere – da Mino – era pieno di luci rosa e phon accesi. Fabio entrò e tutte le clienti si voltarono a guardarlo. Mino, il parrucchiere, gli fece cenno di sedersi.
«Fabio, se vuoi vengo a domicilio, non c’è bisogno che ti scomodi.»
«E perché?»
«Sai com’è… qui la gente mormora. Sono tutte signore. Tranne te.»
«A Rebibbia pure mormoravano, quando facevi er barbiere. Ma io li ho zittiti.»
«Eh… ma loro non posso zittirle.»
«Puoi ignorarle.»
Mino annuì e iniziò a spalmare la tinta “Ash Brown”, castano cenere, con cura. Fabio ci teneva.
«Io te giuro, so’ circondato da incompetenti. Mi pare di fare la guardia a dei ragazzini… La professionalità che fine ha fatto?»
«È tensione pre‑evento. Capita a tutti.»
«Questo matrimonio è fondamentale capisci? Io non ci dormo la notte. Certe volte me pija er nervoso che mi metterei a piagne.»
Mino gli massaggiò la testa. «Non ci pensare, rilassati… fai un bel respiro. Lo sai che lo stress ti rovina i capelli.»
«Si vede la ricrescita?»
Mino negò con un gesto.
Fabio chiuse gli occhi e respirò profondamente…
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