Sono le 11.10. Sono a casa sola e sto lavorando al pc quando Rebecca mi chiama. Il respiro accelera ancor prima di rispondere.
Il cuore di mio padre ha smesso di battere. Dopo due tentativi di rianimazione, uno dei quali durato 59 minuti, i medici ne hanno dichiarato il decesso.
La voce di Rebecca è poco più di un sussurro e io sono già lontana.
Sono da lui, dove non ho potuto trascorrere le notti a vegliare sul suo respiro, carezzare le sue mani livide.
Non piango, non mi muovo, per qualche istante il fiato non arriva.
È tutto immobile, a parte il mio sguardo che si sposta rapido sulle cose che ho attorno alla ricerca di un miracolo che renda questo momento reversibile. Il cursore lampeggia su una parola lasciata a metà che non sto più leggendo e che presto non ricorderò più. Mi spaventa già la vita senza mio padre. La sento pericolante, d’un tratto appesa a un filo sottilissimo.
Mia sorella mi cerca dall’altra parte del telefono, mi richiama a sé, continua a chiedermi se sono ancora lì. Alice, ehi, Alice ci sei?
Non le rispondo. Non so più dove sono.
Infine mi muovo. Senza averne contezza infilo le scarpe, il cappotto, afferro la borsa ed esco. La porta sbatte alle mie spalle ma non me ne curo. Volo sui gradini di marmo tanto che quando arrivo al portone ho bisogno di fermarmi un istante per lasciare che il cuore rallenti. Vago per il viale alberato alla ricerca della macchina per almeno dieci minuti. Non riesco a ricordare dove sia parcheggiata. Infilo le mani gelide nel cappotto e uno scontrino dimenticato due settimane prima riemerge.
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Lo stiro tra i palmi carezzandolo come se stessi carezzando lui. Ripenso alla fede riposta in quelle minime cose, a quanto poco tempo è passato da quando credevo potessero salvargli la vita.
Il campanello di una bicicletta mi ridesta e mi avvisa che sono in mezzo alla ciclabile. Intralcio il passaggio. Mi scuso in silenzio, solo con un cenno della mano e salgo in macchina.
“Ehi.”
“Ehi.”
“Sto arrivando.”
“Non puoi entrare in casa, esco io.”
“Hai la febbre, possiamo parlare dalla finestra.”
“Ma chissenefrega della febbre.”
Il volume del vivavoce è altissimo e la voce di Rebecca mi infastidisce ma abbassarlo sarebbe ingiusto.
Mi trovo nel cortile di casa sua e osservo la mia immagine riflessa nella porta a vetri. Non ho il tempo di indagare su quanto la morte di mio padre mi abbia già trasformata perché lei esce.
Faccio un passo nella sua direzione poi mi fermo. Non posso abbracciarla. Rimaniamo distanti un paio di metri, a respirare freddo e nebbia per un tempo che non riesco a misurare. Ha già chiamato Gemma per informarla che Adriano ha avuto un arresto cardiaco e il pensiero che non toccherà a me farlo mi regala un sollievo troppo breve. A nostra madre ha risparmiato l’inclemenza dei numeri. Le ha detto solo che è lui che ha perso, che non ce l’ha fatta. Riserva a me l’elenco dei dettagli della telefonata di poco prima con la dottoressa della terapia intensiva, e io non riesco a distogliere lo sguardo dai pantaloni che indossa, sformati sulle ginocchia. E taccio mentre Rebecca soffia il fumo della sigaretta e tossisce, la giacca di lana spessa aperta e una sciarpa al collo. Lo sterno che si riempie e si svuota, affamato d’aria, mentre io la prego di rientrare e stare al caldo.
Ora vado, dice. Però resta lì, ferma, e accende un’altra sigaretta. Sento caldo, sussurra, e un attimo dopo la vedo stringersi nella giacca. Mai come in questo momento vorrei aggrapparmi a lei. Prima di andarmene, allungo un braccio. Lei ricalca il mio gesto, tende il suo il tanto che serve per afferrare lo scontrino.
“Cos’è?” mi domanda.
“Io ci ho provato a salvarlo.”
Appoggio due dita sulla bocca e le mando un bacio da lontano.
In un respiro lungo, un attimo dopo cerco il coraggio per andare da Gemma.
Nel tragitto guardo oltre il finestrino e mi accorgo che tutto è ancora al suo posto: il parchetto della scuola, il supermercato, l’edicola, anche il forno, con una fila lunga di persone in attesa di entrare. Qualcuno scorre le immagini su un telefono, un uomo guarda il cielo, e forse si chiede se pioverà. Ognuno di loro ignora ciò che sta succedendo a me. Quieti e immorali. Se non fosse per l’autoradio spenta nell’abitacolo, anche il mio sembrerebbe un giorno come tanti.
L’idea di un abbraccio furtivo abortisce immediatamente. Mia madre è vedova da una manciata di minuti e io non la posso abbracciare. Mentre svolto su via Napoli e intravedo l’angolo di pietre rosse realizzo che d’ora in poi quella non sarà più la casa dei miei. Mi dovrò abituare a una nuova idea di quel posto in cui mio padre non c’è. Rovisto nella borsa e cerco la copia delle chiavi. Prima di mia madre ho bisogno di vedere le cose che Adriano, papà, non userà più.
Le bottiglie di Grasparossa sui ripiani di ferro, il compressore per le bici da corsa, gli Head appoggiati all’angolo, graffiati sulle punte stondate, l’ultimo cassetto del mobile bianco che non aprirà, pieno di racchette con le impugnature consunte su cui sopravvive l’impronta della sua mano destra. E il Beverly 500 sul quale continuava a sentirsi giovane.
Provo a chiudere la vita di mio padre in garage con due giri di chiave ma al secondo la serratura s’inceppa. Un guizzo di sollievo mi anima e mi invita a insistere con quel portone. Sono certa che sia lui, che abbia già trovato il modo di tormentarmi anche da là.
Scelgo le scale. L’ultima volta che ho preso l’ascensore, dodici giorni prima, eravamo io e lui. Di ritorno dal pronto soccorso lo reggevo per un braccio. Le mie dita stringevano la sua carne che dopo un giorno di degenza sembrava dimezzata. Non sentivo i suoi muscoli ma solo il suo affanno, la ricerca di un respiro in un posto lontano.
“Venga a prenderlo” mi avevano detto dall’ospedale “noi le diremo cosa fare”.
Il pensiero che qualcuno dovesse spiegarmi come accudire mio padre era ciò che di più stupido avessi sentito.
La salita lungo i due piani di scale mi dà il tempo di prepararmi a vedere Gemma. Raccolgo le forze, copro i frantumi sparsi qui e là sul mio volto. Ha perso un marito, voglio che possa contare su ciò che le resta.
Mi fermo un istante sullo zerbino di casa che da due settimane è diventato il nostro posto di frontiera.
Suono il campanello, poi le dico: “Apro io”. La avviso prima di farlo perché non sopporterei la delusione sul suo volto nel vedere entrare me anziché lui.
Il cigolio della chiave nella toppa è famigliare e mi restituisce l’immagine di mio padre che entra ed esce di casa una quantità infinita di volte al giorno centellinando le incombenze per riempirsi la vita.
Con la mano chiusa nel lattice sfogo un inizio di disperazione sulla porta che va a sbattere contro la parete.
“Scusa” sussurro a mia madre, seduta sul bordo della sedia di legno in salotto. Allungo un braccio verso il mobile all’ingresso su cui poso una lettera. Nessuna bolletta o comunicazione ufficiale. Una lettera che le ho scritto io: Alla mia bellissima mamma.
“Leggila più tardi, ti prego”. Sono sicura che il cuore di entrambe non reggerebbe se lo facesse adesso.
La osservo senza parlare, non ancora e trovo che sia bella davvero, nonostante il disastro e il silenzio della sua casa pulita e addobbata per un Natale che non avrà più voglia di festeggiare. La sua tenacia è la cosa che più amo di lei. Dentro la cornice di lucine intermittenti alle sue spalle la sua fragilità mi trafigge. Ora che ognuna siede al proprio posto, Gemma sulla sedia del salotto, intenta a cancellare una nuova ruga sulla fronte, io sulla scritta Welcome dello zerbino, possiamo passare alle cose pratiche. Il mio respiro deve ancora chetarsi che lei inizia l’elenco delle cose da fare: le pompe funebri, gli abiti, le scarpe. E ancora, le esequie minime per accompagnarlo alla cremazione, la foto per la lapide. Tutte cose che preparerà e che domani potrò passare a prendere. La guardo a lungo negli occhi asciutti. È tutto così impossibile da credere che piangere sarebbe uno spreco.
Torno bambina ogni volta che si raccomanda. Mi chiedo se a farla parlare sia l’invidia o la disperazione di una madre che immagina la propria figlia sola ad accompagnare suo padre nel viaggio che lo ridurrà a un mucchio di cenere. Smetto di ascoltarla.
Torno all’ultima volta che l’ho visto, su una barella del 118 nel cortile di casa sua, spettinato, spaventato e già in parte consumato da un male che correva troppo veloce. Era una visione nuova. Il disordine non apparteneva a mio padre.
Gemma recupera la mia attenzione ordinandomi di fare confezionare un cuscino di rose rosse e di informare i fratelli di papà, mentre lei cercherà tra gli abiti eleganti quello da portare alle pompe funebri. È la donna pragmatica di sempre.
Non servirebbe nemmeno dirle che non occorrono i vestiti, che se ne andrà nudo, esattamente come è venuto al mondo. In una bara già sigillata che nessuno riaprirà più.
Ha già elencato una serie precisa di cose da fare e io sto ancora cercando una penna e un foglio di carta nella borsa. Non ho più nemmeno quello scontrino.
In verità non mi sono presa nota di nulla, la lunga lista degli incarichi in cui mi dovrò sostituire a mia madre non supererà la soglia di casa. Trovo la forza di alzarmi dallo zerbino ma subito dopo mi accorgo che la morte di mio padre sta portando alla luce una nuova sensazione, il terrore di lasciare chi amo, la folle idea che quella possa essere l’ultima volta per me e lei. Mi allungo per trovare la maniglia della porta, dubito ancora un istante e rivolgo uno sguardo a mia madre. Non si è mossa di un centimetro.
E’ ancora seduta lì, sulla stessa sedia, con le mani sulle ginocchia e la schiena di colpo ingobbita da un dramma fresco e pesantissimo.
La verità è la stessa per Gemma, Rebecca e per me: probabilmente solo vederlo disteso e inerte, prendere confidenza con l’immobilità dei suoi muscoli, con la privazione del suo sguardo potrebbe convincerci che è morto davvero. Invece, l’irreversibilità della sua scomparsa, andrà imparata poco per volta. La possibilità di sincerarsi che sia successo davvero non ci verrà concessa. Di colpo percepisco la fortuna di dovermi occupare degli onori estremi.
“Ripetimi tutto dall’inizio, mamma. Ti prego.”
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