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Consegna prevista Aprile 2025
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Nord Italia, periodo del boom economico. Nino, nato e cresciuto in un paesino di montagna, riesce a convincere due amici, Meo e Fausto, a scappare verso una città di mare. Grazie a Umberto, falegname solo all’apparenza burbero, i tre riescono a iniziare una nuova vita, fatta di duro lavoro e incontri all’ombra dei vicoli della città vecchia. Ma la conoscenza di Giulia, figlia di un ricco cliente del falegname, crea scompiglio nel gruppo, tanto da portarlo a una rottura che pare insanabile.

Cinquant’anni dopo Adriano, trentacinquenne genovese disincantato del nostro tempo, vive il terribile e improvviso lutto della morte della madre. Attraverso il rinvenimento di un diario della donna, Adriano si mette sulle tracce della storia dei tre fuggitivi, rimanendone via via sempre più colpito. Grazie all’aiuto di due amici, sullo sfondo di una Genova in realtà protagonista della sua ricerca, Adriano si avvicina sempre più a una verità sconvolgente che metterà in discussione tutti, o quasi, i punti fermi della sua vita.

Perché ho scritto questo libro?

Proprio come un figlio, questo libro è nato e cresciuto insieme a me. Ne ho ideato la trama 15 anni fa, quando non avevo idea su cosa potessi fare da grande, se non qualche fantasticheria sul viaggiare e scrivere. Ho poi messo tutto in pausa negli anni del lavoro in azienda, per poi ritrovarmi con parecchie storie di vita vissuta confluite all’interno del romanzo. Evviva è quindi diventato un omaggio alla fuga, inteso come modo per allontanarsi dal mondo delle verità preconfezionate e avvicinarsi alla propria essenza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le mattine erano piene di luce.

Spesso trascorrevo i miei sabati a letto, e per fare un po’ di buio mettevo il cuscino da un lato, a creare una barriera tra me e la finestra.

Oltre alla luce di quella casa ricordo i muri, di un giallino pallido che mi piaceva tanto, forse perché riuscivo a vederne il colore, che per un daltonico non è affatto scontato.

Ero molto orgoglioso della libreria: c’era un ripiano dedicato ai viaggi, con venti o forse più guide turistiche. Uno per i polizieschi, con tutte le gesta del Commissario Montalbano, rigorosamente in ordine di pubblicazione. Un altro per i grandi classici italiani e, subito sotto, la letteratura inglese e francese.

Poi c’era lo scaffale dello scrivere, pieno zeppo di libri su come si diventa giornalisti e manuali che spiegavano come raccontare una storia.

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Chiunque venisse a trovarmi si doveva sottoporre allo stesso, meticoloso rituale. Facevo accomodare l’ospite in salotto, mentre io tiravo su la tapparella con calcolata lentezza. Dopo qualche istante, con fare teatrale, annunciavo l’ingresso in scena della città, meravigliosa e rovesciata. Da sempre, nella mia vita, il promontorio di Portofino era stata la quinta che chiudeva il mio panorama. Ma qui no, qui c’era solo Genova, sdraiata tra mare e monti lontani. Allora invitavo chi era con me a venire sul poggiolo mattonato di rosso, dove d’inverno andavo appena sveglio per respirare a pieni polmoni l’aria fredda della mattina.

1.

Il mare era come il cielo, sempre diverso. Nei giorni di macaia quasi non si vedeva, rimanendo un’idea astratta e dai confini incerti. Quando tirava la tramontana si tingeva di un blu deciso, e con la precisione di una lama recideva un orizzonte lontano.

Tana del lupo.

Quando mi avevano installato la linea del telefono avevo salvato così il numero in rubrica. Tana, perché avevo scelto quella casa in fretta e furia. O, per meglio dire, era stata lei a scegliere me, in una mattina di fine ottobre in cui avevo solo un gran bisogno di sentirmi al riparo. Ero tornato da pochi mesi dopo cinque anni vissuti all’estero, la mia vita sociale quasi azzerata, gli amici di sempre volatilizzati, chi tra pannoloni da cambiare e chi all’estero ci era rimasto, insultandomi per essere tornato nell’infernale immobilismo italiano. Il venerdì pomeriggio, quando strisciavo il tesserino dalla macchinetta, provavo paura. Nella migliore delle ipotesi, avrei trascorso un po’ di tempo con mio fratello, avremmo visto insieme la partita e sparato qualche belinata. Altrimenti sarei stato solo, perché dopo tanti anni trascorsi insieme a qualcuno è difficile ricominciare. Mi ero appena lasciato, anzi era stata lei a scaricarmi. Nei primi mesi l’unica speranza per farmi andare avanti era stata la certezza di tornare insieme.

Ma intanto io ero il lupo. Il classico trentenne che si riaffaccia sul mercato dopo un lungo periodo di astinenza. Con la brama di recuperare il terreno perduto, per niente intimorito da qualche no grazie ma che davanti a un rifiuto insiste, tramutandolo in sfida. Discoteche e locali della città non avevano più segreti per me. In poco tempo avevo conosciuto un numero enorme di ragazze, la maggior parte con storie identiche alla mia, dove il passato era molto più presente di quanto ci si potesse aspettare.

Facevo parte di una combriccola di ragazzi, rigorosamente tutti uomini, messa su in poco tempo. Non eravamo accomunati da chissà quali valori o passioni, ma tutti provavamo lo stesso, disperato e umano bisogno di farsi compagnia. Avevo i miei giri, tra cui l’immancabile partita del calcetto al giovedì con replica al sabato mattina, a cui spesso però rinunciavo in cambio di qualche ora di sonno. D’altronde, il venerdì sera era raro tornare prima delle quattro. Viaggiavo parecchio, quasi sempre da solo, i soldi non mi mancavano.

Perché poi c’era il lavoro. Giovane, brillante risorsa di un’importante multinazionale. Avevo costruito la mia carriera quasi per caso, varcando il cancello della mia futura azienda in un giorno di pioggia, qualche mese dopo la laurea. All’epoca non avevo dubbi sul da farsi: sarei stato giornalista. Il colloquio fu breve e informale. Ricordo di aver chiesto con inusuale arroganza quale fosse la paga prevista, avevo bisogno di soldi. Poi, me ne sarei andato.

Ma l’azienda mi assorbì fin da subito, come in quelle storie d’amore malate in cui vai in apnea, senza più riuscire a pensare. All’inizio ne fui entusiasta: ci si sente fighi a presentarsi con la borsa ventiquattr’ore all’aperitivo con gli amici, specie se gli altri vestono ancora felpe con il cappuccio e passano i pomeriggi a evidenziare libri di diritto. I primi tempi furono una centrifuga impazzita, imparavo sempre qualcosa di nuovo e non c’era giorno in cui qualcuno non mi facesse i complimenti. Avevo un contratto temporaneo, con la promessa che presto sarei entrato a pieno titolo nell’organico. Ma intanto percepivo già uno stipendio di tutto rispetto, e quei soldi per me avevano voluto dire libertà. La mia prima casa in affitto, le feste con gli amici in cui si bevevano i peggiori intrugli, ma sempre con una certa compostezza, perché ero fidanzato e il giorno dopo dovevo andare a lavorare. Poi arrivò l’estero, un’offerta di trasferimento che presi al volo. Cinque anni passati a lavorare senza sosta. Con qualche crisi di panico, ma pure una costante crescita delle mie responsabilità. Tornato in Italia, nella tanto agognata casella c’era finalmente il mio cognome in grassetto. Ero stato assunto, sicuro che il meglio dovesse ancora venire. 

Rimasi entusiasta all’idea di rivivere nella città in cui ero nato e cresciuto, e che durante gli anni all’estero mi mancava fino a piangere. E, tutto sommato, pazienza se subito dopo il rientro la ragazza mi aveva lasciato. Con lei ci saremmo dovuti sposare, comprare una casa, fare dei figli, le solite cose.   

Quella mattina di primavera, in cui ingurgitavo in fretta e furia la solita merendina come colazione, erano trascorsi tre anni dal mio ritorno. Non pensavo più a lei, né a nessuna ragazza in particolare. A lavoro andavo alla grande, anche se un recente cambio ai piani alti annunciava qualche nube all’orizzonte. Ma dopotutto eravamo in vista dell’estate, che avrebbe significato l’inaugurazione dei locali della riviera. Il mare di giorno, le notti passate a bere e a puntare la più bella del locale. E poi, ad agosto, le tanto agognate ferie.

2.

La mia vita non era affatto male, pensai mentre facevo il nodo alla cravatta, rimanendo come sempre compiaciuto per il risultato.

Meglio il freddo del caldo.

Amavo sentire la brezza, e la mattina ero ossessionato dal dover cambiare l’aria. Ma forse quel giorno avevo esagerato. Sentii un guizzo scorrermi dietro la schiena, e quando provai a fiondarmi verso la porta fu troppo tardi. Era già sbattuta violentemente, formando nel vetro al centro una crepa. Quando risposi al telefono avevo la voce concitata.

Ci misero una manciata di minuti, forse pure meno. «Le nostre più sentite condoglianze, può venire in obitorio fin da subito». 

Sentii un fischio assordante, come quando qualcuno ti parla alle spalle. Dopo venne il silenzio, che fece ancora più rumore. Questo era ciò che provavo fuori, dentro, invece, nulla. Non mi sentivo le mani, le gambe, tutti pezzi estranei di un corpo che non era più mio. Passò un arco di tempo indefinito, di cui ricordo solo un buio fitto e costante. Quando riaprii gli occhi avevo un gran male alla testa e la sensazione di soffocare, come se qualcuno premesse con forza sul collo. Poi trovai la forza di gridare, ma non arrecò nessun sollievo. Iniziai a piangere, con singhiozzi così forti da non farmi respirare. Ripresi il cellulare, lo stesso da cui, poco prima della telefonata, stavo spiando il profilo di una ragazza conosciuta qualche giorno prima. Scorsi rapidamente le chat di WhatsApp, senza motivo. Fu quando vidi il suo nome che mi fermai. Guardai la foto di mia madre sorridente, con la pelle bruciata dal sole e corrugata dal fumo. I suoi occhi neri, così avidi di vita. L’ultimo messaggio me l’aveva mandato la sera prima.

Ok.

Ok perché avevamo appuntamento più tardi, nel pomeriggio, davanti al negozio di cappelli dove lavorava. Dovevamo andare a vedere una mostra di Frank Capa, il grande fotoreporter della Seconda Guerra Mondiale. Ero certo che lei mi avrebbe raccontato di quando, giovane e sbarazzina, sognava di fare la corrispondente in Vietnam.

Uscii lasciando la finestra aperta, non pensando nemmeno per un secondo di dover avvisare al lavoro. In ascensore mi disfai della cravatta. 

Ero stato all’obitorio solo una volta, anni prima, dopo la morte di un vecchio zio. Mi aveva colpito la struttura fatiscente, l’intonaco scrostato che lasciava intravedere ben più di qualche infiltrazione. Avevo pensato che fosse profondamente ingiusto, per chiunque si recasse in quel posto, dover salutare un proprio caro in un ambiente così depresso. Ma, quando ci entrai per vedere mia madre, lo squallore non mi urtò più di tanto. Era in perfetta sintonia con il mio stato d’animo.

Parlai con un medico. Aveva pochi capelli in testa e una voce greve, si sforzava a mostrarsi compassionevole, senza riuscirci. Sentii solo qualche parola confusa «Trauma cranico importante», «Edema celebrale», «Condizioni disperate fin da subito». Mi indicò la terza porta sulla sinistra, dove vidi un uomo seduto che guardava il cellulare. Fu lui a spiegarmi davvero l’accaduto. Mia madre era caduta in Vespa, forse scivolata per via di una macchia d’olio. Il casco si era aperto esattamente a metà, facendole sbattere violentemente la nuca per terra. Una macchina che procedeva in direzione opposta si era fermata per prestare soccorso, al volante c’era l’uomo che mi stava parlando. Era un cinquantenne di bassa statura, gli occhietti vispi e neri, la parlata del Sud Italia. 

«Mi dispiace davvero tanto, ho chiamato l’ambulanza, le sono stato vicino, ho provato a parlarle», disse quasi a giustificarsi.

Volevo abbracciarlo, e quando l’uomo capì le mie intenzioni non si tirò indietro. Aspettò con pazienza che lo liberassi dalla stretta, quindi mi chiese se avessi ancora bisogno di lui. Volevo solo sapere il suo nome.

«Beppe, sono Beppe».

Lo ringraziai ed entrai nello stanzino.

Mia mamma era distesa su un lettino di una tinta orribile, un indecifrabile color vomito che, ne sono certo, l’avrebbe disgustata. Ma lei non poteva vederlo. Aveva la pelle liscia, fredda e morbida. Il viso con un’espressione rilassata, ma che tradiva tutta l’immobilità definitiva della morte. Tornai a piangere, ma questa volta senza il minimo ritegno che, fino a quel momento, avevo trattenuto a sento. Gridai, gridai talmente forte che dopo qualche minuto vennero gli inservienti per provare a calmarmi. Ma non ci fu verso, sentivo sciogliermi dentro, il sudore aveva inzuppato la camicia fresca di lavanderia. Ero solo, disperatamente solo a piangere sul corpo dell’unica, vera donna della mia vita.

Ricevetti un messaggio.

-Ciao Adri, stasera ci sei?

Mio fratello Giacomo, la partita di calcetto.

-Ti posso parlare?

-Dimmi

-Ti devo chiamare

-È successo qualcosa?

Quando rispose mio fratello aveva la solita voce, seppur leggermente smossa da un accenno di preoccupazione.

«Che succede?»

«Devi venire all’ospedale».

«Ma ora? Ti sei fatto male? Non so se riesco, Adri».

«Vieni all’ospedale, ho detto!»

«Ma mi spieghi che cazzo è successo?»

«La mamma», e la voce franò nelle lacrime.

«La mamma? Cosa la mamma? Sta male? Senti due minuti e parto, in quale ospedale sei?»

Gli diedi le informazioni necessarie, riattaccò.

Intanto il consueto turbinio delle mail di lavoro aveva iniziato a prendere forma nella mia casella di posta. Tra i tanti messaggi, ne intravidi uno del mio capo. L’oggetto era: Opportunità.

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Matteo Mangili
Di sogni Matteo ne ha sempre avuti tanti, fin da quando da bambino voleva fare il giornalista e poi pure l'attore. Diventato grande, ha pensato che fosse il tempo di dedicarsi a cose apparentemente più serie, come prendere una laurea e avere un buon lavoro. All'alba dei trent'anni ha cambiato nuovamente le carte in tavola, dedicandosi ad aspetti decisamente più futili, come tornare a scrivere, guardare il mare, fare il cammino di Santiago e chiedersi quale sia il suo posto nel mondo.
Viaggiatore imperfetto, perché troppo innamorato della sua Genova per distaccarsene completamente, Matteo ha collaborato come autore di viaggio per Lonely Planet Italia. A ottobre 2022 parte per un viaggio di sei mesi lungo il continente latinoamericano. L'anno successivo è la volta dell'Asia Centrale, da cui parte per un lento, appassionato viaggio di "solo ritorno" via terra e mare verso casa.
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