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Facciamo finta

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Consegna prevista Febbraio 2027
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Dopo la morte della figlia Olivia in un incidente stradale, Anna e Matteo vivono sospesi in una casa piena di silenzi e assenze. Matteo cerca rifugio nel lavoro manuale, nei gesti concreti che lo aiutano a non pensare; Anna, invece, si aggrappa a tutti i ricordi della figlia, cercando nelle sue parole un modo per sentirla ancora vicina. Entrambi tentano di sopravvivere al dolore, ma si trovano a percorrere strade opposte: lui prova a dimenticare per respirare, lei a ricordare per non perdere tutto. Nel tentativo di salvare il loro amore, cercano una nuova normalità e si affidano a una speranza condivisa. Ma il passato torna a riaprire ferite mai guarite, portando alla luce una verità nascosta capace di mettere in crisi anche il legame più profondo. “Facciamo finta…”, diceva Olivia. E Anna e Matteo faranno finta anche quando la verità renderà impossibile continuare a farlo.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dal bisogno di raccontare ciò che rimane dopo un distacco: silenzi, distanze, parole non dette e addii che continuano a vivere dentro. Attraverso personaggi fragili e profondamente umani, la storia esplora il senso di smarrimento che accompagna le assenze e il modo in cui i legami, anche quando si spezzano, continuano a lasciare tracce. Un racconto sull’imparare a convivere con ciò che d’un tratto viene a mancare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Il silenzio era cambiato nella casa in cima alla collina.

Non era più quello di prima, fatto di quiete tra una risata e l’altra, o di respiri che si affannavano nel buio della sera.

Quel silenzio improvvisamente era diventato corposo, stratificato. Adesso aveva un suono preciso, non era solo assenza di parole. Era qualcosa che aveva cominciato ad arredare quegli spazi di una triste confusione senza voce, tra le tazze e i piatti lasciati da giorni nel lavandino della cucina e tra i rumori ovattati che venivano da fuori.

Un silenzio che con lo scorrere del tempo si addensava come una nebbia fitta dentro una casa lasciata ormai quasi disabitata.

Anna se ne accorse quella mattina, mentre il sole filtrava tiepido tra le persiane del soggiorno, disegnando sul parquet di rovere le ombre delle foglie mosse dal vento.

Avrebbe dovuto essere un giorno qualsiasi, pensò.

Tra un paio d’ore avrebbe dovuto essere a scuola, davanti a una classe, a spiegare, a correggere compiti.

Ma non riusciva più a immaginarlo. Non riusciva a fingere che tutto fosse normale.

Si era alzata presto, senza sveglia.

Non dormiva da dieci giorni. Dieci, maledettissimi, giorni…

Il corpo, ancora incapace di comprendere appieno l’accaduto, continuava a seguire meccanicamente le sue fisiologiche abitudini: aprire gli occhi, ascoltare i rumori della casa, controllare se Olivia si fosse già alzata.

Lulù sei sveglia?

La stanza della bambina era muta, nessun rumore proveniva da quella porta bianca decorata con quei disegni ancora così vivi.

A quella domanda nessuno rispose. Solo il silenzio della casa che respirava al posto suo.

Anna allora entrò in quella stanza che riposava ancora in una placida penombra. Con la vestaglia leggera di cotone avvolta attorno alle spalle, sgualcita dall’uso continuo di quei giorni, si sedette sul letto di Olivia e rimase lì a fissare tutti i dettagli intorno.

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Rimase minuti, forse ore. Non aveva più senso misurare il tempo, pensava.

Le tende, leggere e trasparenti, si muovevano appena con l’aria morbida, intiepidita dalla nuova stagione, e lei le fissava come se dentro quei movimenti potesse trovare ancora un segno, un messaggio, un qualcosa.

Il cuscino conservava ancora l’odore dello shampoo alla pesca. Le mani di Anna vacillarono quando lo avvicinò al viso e subito lo posò via, come se avesse profanato qualcosa di sacro senza permesso. Tremarono anche mentre spostò una ciocca di capelli che le era caduta sul volto: i suoi capelli castani, mossi come il turbinio delle sue inquietudini, erano segnati sempre più da ciuffi ribelli che si ostinavano a non rimanere immobili nel suo solito chignon.

Si guardò allo specchio del comodino: le lentiggini pallide sul naso, le occhiaie marcate, lo sguardo grande, cupo, rifuggiva la sua stessa immagine. L’immagine di una stanchezza che non era solo fisica.

Si alzò lentamente da quel letto senza voce come se non volesse squarciare il vuoto di quella stanza. Come se ogni movimento potesse rompere qualcosa di fragile, di immacolato.

Passò le mani sulla coperta lilla con i disegni delle farfalle, tirandola appena per cancellare le pieghe. Uscì senza chiudere la porta. Non l’aveva più chiusa da quando…

Non riusciva ancora a dire “da quando Olivia è morta”.

Quella frase le si spezzava in gola. Il solo pensarla era come un tradimento.

Scese in cucina con passi misurati. Lì, le pareti parevano aver già trasformato i ricordi in memoria, la memoria di una vita che c’era stata: tovagliette, bicchieri, la sua tazza preferita, bianca e rosa, con una crepa quasi invisibile che solo lei conosceva.

Appeso al frigorifero, tenuto fermo da una calamita a forma di cuore, un disegno:

una casa con il tetto rosso, un albero, tre persone stilizzate: mamma, papà, e una bambina con i capelli lunghi. Sopra, scritto con lettere storte: “La mia famiglia”.

Anna lo fissò a lungo. Di quelle tre figure, ne erano rimaste solo due: le due adulte, immobili e separate, distanti tra loro da uno spazio che non sarebbe stato più colmato dal sorriso e dalla gioia di Olivia.

Si ritrasse per cercare riparo dalla nostalgia, e con un sospiro silenzioso, lasciò che lo sguardo scivolasse via dal foglio e si posasse sulla cucina.

Lì, vicino al lavabo, vide Matteo, intento a lavare un bicchiere usato. Lo strofinava con gesti lenti, precisi, ossessivi. Non perché fosse sporco ma perché doveva fare qualcosa con quelle mani. Qualsiasi cosa!

Non si era voltato quando Anna era entrata, non l’aveva sentita. Non sentiva più nemmeno l’incedere del getto dell’acqua. Poggiò il bicchiere su un panno umido con un suono ovattato. A quel punto si accorse di lei.

«Non hai dormito nemmeno stanotte?»  chiese lui, senza guardarla.

Anna fece un cenno vago con le dita. «Ho sognato di nuovo la sua stanza vuota!»

Silenzio.

Anche l’immagine di Matteo si era modificata inevitabilmente in quei giorni. I suoi capelli neri si erano ingrigiti tutto d’un tratto. La barba era diventata incolta, il volto scavato. Gli occhi marrone scuro non avevano più la luce di una volta — quella che usava quando rideva con la figlia o le raccontava le favole, cambiando voce a ogni personaggio.

Il suo corpo forte e le mani abituate a lavorare il legno sembravano ora fragili, come i rami di un giovane abete dopo una fitta nevicata.

Erano giorni che girava anche lui per casa con passi irregolari, senza sapere bene cosa cercare. Si fermava davanti agli oggetti di Olivia come davanti a degli ostacoli: uno zainetto, un libro di disegni, una scarpa sfuggita sotto il divano. Li guardava, ma non li toccava mai.

A volte si fermava davanti alla porta della sua cameretta, ma non entrava. Aveva detto ad Anna che non se la sentiva.

Anche lui avvertiva un dolore profondo, ma lo viveva come una colpa da scontare nell’abbandono più assoluto.

Negli ultimi giorni aveva dormito sul divano, raggomitolato in una solitudine che non cercava più di nascondere, incapace perfino di sdraiarsi accanto a lei. Il letto era diventato un territorio estraneo: troppo turbamento, troppo peso addosso per affrontare quello spazio naturale che un tempo dividevano.

Quella distanza cominciava ad espandersi in ogni angolo della casa, impregnando l’aria anche di un inerte smarrimento.

Anna si alzò per preparare il caffè ma si accorse che la moka era già sul fornello. L’aveva accesa lui, come ogni mattina.

Quando il caffè fu pronto, ne versò una tazza.

Ma non la bevve.

La tenne solo tra le mani, lasciando che il calore le scaldasse i palmi.

Poi la posò sul tavolo.

Davanti al posto vuoto di Olivia, appoggiato su una mensola, scorse il quaderno blu.

Il compagno di avventure di Olivia. Quello che usava per colorare i suoni del mondo, quello che le serviva ad immaginare le sue parole.

La copertina in cartoncino rigido, gli angoli rovinati, l’adesivo con le farfalle ormai sbiadito, segnato dal tempo e dalle piccole mani che lo avevano accarezzato ogni sera.

Anna avrebbe voluto scaraventarlo in un angolo dimenticato dal tempo e invece era lì, immobile, come un simulacro intoccabile.

L’aveva ritrovato due giorni dopo il funerale, sotto il suo letto.

«Ho trovato il quaderno blu, hai visto?»  disse lei a bassa voce. «Non sono riuscita ancora ad aprirlo.»

Matteo annuì lentamente, senza però distogliere lo sguardo dal pavimento.

Le lacrime di Anna arrivarono senza preavviso: non un pianto, non uno sfogo. Due linee sottili che le scesero lungo il viso, come crepe che finalmente decidevano di mostrarsi.

Lui allora girò il viso. Lo fece piano, quasi con cautela, come se avesse paura di romperla solo guardandola. E in quello sguardo ombroso, spento, qualcosa si era già incrinato — forse in lui, forse tra loro, forse nel silenzio che li separava da giorni.

Rimasero così, uno di fronte all’altra, senza sapere più cosa dire.

Una luce delicata continuava ad entrare dalla finestra ma senza riuscire a toccare nulla.

C’era solo polvere in movimento, solo aria che non bastava mai.

Fuori, intanto, la primavera avanzava senza esitazione.

Gli alberi pieni di fiori, i ciliegi esplosi come ogni anno, l’erba alta che tremava al vento: tutto procedeva indifferente, ostinato, come se il mondo non si fosse accorto che il tempo si era ormai fermato in quella casa sopra la collina.

2.

Il giorno del funerale, Anna non aveva pianto.

Le lacrime erano rimaste bloccate in fondo all’anima, troppo in fondo, come se il corpo non sapesse più da dove farle uscire.

Quel giorno aveva smesso anche di piovere.

Il cielo di aprile si era completamente schiarito durante la notte: limpido, innaturale, di un azzurro quasi offensivo per quella giornata.

Come se qualcuno avesse ripulito tutto, lasciando che il sole cadesse dritto sulla collina dove il cimitero osservava il paese dall’alto, lontano dai rumori delle case.

Anna era rimasta seduta tutto il tempo, incatenata alla sua sofferenza, senza pensieri, vagando nella sua anima intenta a ricostruire immagini in modo caotico, come nei sogni: figure dapprima imprecise, indistinte, sfocate. Poi, d’un tratto, nitidissime.

Immagini senza memoria, come quelle della chiesa.

Le sedie allineate sotto la navata centrale, il pavimento consumato, i fiori bianchi – scelti dalla madre non da lei.

La bara era troppo leggera. Lo aveva pensato, guardandola.

Troppo piccola per contenere una vita intera. Troppo chiara per tutto quel buio.

Quel legno candido non somigliava a nessuna delle tonalità che Matteo usava nel suo negozio.

Anna era rimasta immobile, i piedi piantati a terra, le mani fredde sulle ginocchia, gli occhi asciutti.

Durante tutta la cerimonia, aveva avuto addosso gli sguardi di tutti.

Pesanti. Pietosi. Insopportabili.

La gente la guardava come si guarda qualcuno che sta per rompersi.

Aspettavano che crollasse.

Che urlasse.

Che si gettasse, disperata, sulla bara.

Invece lei era rimasta lì, bloccata.

Le lacrime erano rimaste dentro, trattenute da un peso che stringeva sotto le costole, più vicino al cuore che alla gola. Aveva la sensazione di guardare tutto da fuori, come se quella scena appartenesse a qualcun altro.

Povera la madre di quella bimba…

Qualcuno le aveva stretto il braccio – forse sua madre, forse un’amica – ma non ricordava chi.

Ogni voce le arrivava attutita, ogni frase un suono estraneo.

Anche le parole del prete, anche le letture.

Persino il nome di Olivia, pronunciato così tante volte da risultare improvvisamente irriconoscibile.

Come se Olivia non fosse mai stata “Lulù”, la sua bambina, ma solo un’idea. Un ricordo, una reminiscenza.

Accanto a lei, Matteo.

Lui sì, piangeva.

Lo aveva visto piegarsi in avanti all’improvviso, mentre il feretro veniva calato. Le mani sul volto, le spalle scosse. Un pianto senza eleganza, senza difese. Un dolore nudo.

Non aveva mai visto Matteo così.

Non quando erano morti i suoi genitori, né durante le notti insonni della neonatologia, le prime settimane di vita di Lulù.

Mai.

Ora sì. Ora era crollato.

E lei, invece, era di pietra.

Non riusciva a toccarlo, non riusciva a consolarlo.

Dentro avvertiva solo gelo. Come se tutto le fosse stato strappato via, anche le forze più elementari.

Un bambino tra i presenti, aveva fatto cadere un peluche. Lo aveva lasciato lì, sul prato.

Una farfalla bianca si era posata sulla zampa di stoffa, e poi era volata via. Anna l’aveva seguita con lo sguardo.

Fu l’unica cosa che riuscì a focalizzare davvero, quel giorno.

Ciao Lulù…

Poi era arrivato il momento della terra. Il suono sordo della pala, la polvere che saliva. Il sole ancora più caldo.

Qualcuno ripeteva “E’ ingiusto!”, qualcun altro sommessamente le aveva sfiorato la spalla con un “Nessun genitore dovrebbe…”, ma Anna non viveva più nulla di ciò che le accadeva intorno.

Dopo il funerale, una volta rientrata, si era tolta le scarpe e si era accorta di avere i piedi sporchi di fango secco. Sentiva la pelle tirare ma non ricordava di aver camminato scalza. Non ricordava nemmeno di aver camminato sull’erba.

In verità, non ricordava nemmeno di essere tornata a casa.

Ma era lì.

Matteo si era subito rinchiuso nel suo piccolo laboratorio artigianale, ricavato nel garage dietro casa, cercando di allentare quella morsa che gli stringeva lo stomaco con il rumore del legno tra le mani.

Non avevano permesso a nessuno di seguirli. Si erano semplicemente nascosti. Ognuno dove riusciva a trovare l’ossigeno necessario per poter continuare a respirare.

Anna lo sentiva da lontano. Poteva avvertire il lavorio sordo delle assi contro la carta vetrata. Un rumore ritmico, ossessivo, come un mantra. Lo immaginava piegato su una tavola intento come sempre, con le mani graffiate dalle schegge.

Non fischiettava come faceva di solito. Non parlava tra sé e sé, come quando cercava di risolvere un problema di incastro.

Solo quel rumore, insistente. Quasi violento. Come il battito cieco di una colpa che chiedeva redenzione.

Anna ricordava perfettamente com’era all’inizio: attento, presente, quasi premuroso in modo infantile, come se avesse sempre paura di perdersi qualcosa di lei. Le era sempre rimasto accanto senza eccessivo rumore, con una naturalezza che non chiedeva spiegazioni.

Allora bastava poco: una sera qualunque, un sorriso, e la certezza di appartenersi. In quei gesti c’era la loro complicità, un’intesa semplice e leggera.

Attenzioni che all’epoca avevano il sapore della spensieratezza, di un amore che non aveva conosciuto ancora la fatica di sopravvivere.

Spesso non servivano nemmeno parole: bastavano oggetti lasciati sul tavolo, forme levigate con cura, piccoli doni nati dal tempo che decideva di dedicarle.

La sorprendeva sempre con degli intagli delle forme più disparate – animali fantastici, il più delle volte – gli stessi con cui Olivia aveva cominciato a giocare fin da piccolissima. Animali che diventavano protagonisti delle loro favole, e che di volta in volta prendevano il suono delle sue parole.

La sua voce sottile, tremante. La ricordava nella sua stanza prima che prendesse sonno.

Ogni parola era un filo che legava il mondo reale a quello immaginario, come se quegli animali potessero davvero muoversi tra le ombre della cameretta, pronti a vivere nuove avventure ogni volta che Olivia li chiamasse.

In quel momento, invece, era rimasto solo il suono cupo di quei disordinati sentimenti che aveva in fondo all’anima.

Era rientrato in casa solo a tarda sera. Passi pesanti, lo sguardo basso e perso.

Anna lo aveva visto entrare con la mano dietro la nuca – il gesto di sempre, quando non trovava le parole.

“Vado a letto” erano stati gli unici suoni che aveva proferito. Voce roca, impercettibile. Come se avesse risuonato per troppe ore in stanze troppo vuote.

Anna era andata a spegnere la luce rimasta accesa nel laboratorio. Tra i trucioli, aveva trovato una farfalla intagliata.

Senza ali.

Solo il corpo, liscio.

Abbandonata sul piccolo banco da lavoro.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Inciampata per caso nel suo primo libro, il pre-order per questo era solo atteso!💫
    Non ho approcciato al contenuto di quest’opera a cuor leggero per la mia personale esperienza, ma sono riuscita emotivamente a perdermi e a ritrovarmi.
    Consigliato a tutti quelli che hanno desiderio di emozionarsi nel profondo, a chi sperimenta la frustrazione nel non trovare parole giuste a pensieri vivi e dolorosi, a chi prova a fare pace con le assenze che saranno sempre presenti.
    Grazie all’autore Scarpa che ha avuto il coraggio di perdersi con noi.
    A.Q.

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Mario Scarpa
nasce ad Aversa, in provincia di Caserta. Si trasferisce a Roma all’età di diciotto anni per proseguire gli studi e per conseguire nel tempo la laurea in Giurisprudenza, poi il dottorato di ricerca e infine l’abilitazione come avvocato. Nel 2016 si trasferisce a Lecco dove attualmente risiede e dove svolge la propria attività professionale di Segretario comunale. Si occupa anche di formazione in ambito di educazione civica, di cittadinanza attiva e di organizzazione della pubblica amministrazione. Da sempre appassionato di storia e letteratura, è laureando presso la facoltà di Storia dell'Università Statale di Milano. "Facciamo finta" è il suo secondo romanzo.
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