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Fai e poi Aggiusta

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Consegna prevista Ottobre 2026

Questo non è un libro che ti dice cosa fare.
È un libro che ti accompagna a ricordare chi sei.

Tra domande scomode, storie vere e riflessioni nate dall’esperienza, Samantha Trovato intreccia vita, educazione e crescita interiore in un racconto sincero e accessibile, pensato per ragazzi, famiglie e adulti che non vogliono più vivere in automatico.

Qui non troverai risposte preconfezionate, ma uno spazio sicuro in cui fermarti, osservarti e scegliere con più consapevolezza.
Pagina dopo pagina, l’autrice condivide il suo percorso fatto di cambi di direzione, ricerca, cadute e rinascite, mostrando come il coraggio di agire, anche senza avere tutto chiaro, possa diventare la chiave per una vita più autentica.

Con esercizi pratici, domande guidate e spunti di riflessione, questo libro diventa un compagno di viaggio per chi sente che crescere non significa diventare perfetti, ma diventare veri.

Un invito gentile ma potente a fare il primo passo. E poi, se serve, aggiustare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché non voglio più vedere ragazzi crescere cercando di piacere, adattarsi o “funzionare”. Perché io stessa l’ho fatto a lungo. L’ho scritto per loro, ma anche per gli adulti che hanno smesso di ascoltarsi e sentono che qualcosa si è spento. È un libro che rompe il silenzio sulle domande che contano davvero: chi sono, cosa sento, cosa mi rende viva. Un atto di verità, responsabilità e amore. Un invito a smettere di sopravvivere e iniziare a scegliersi. Sempre.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Prefazione

Caro lettore, cara lettrice,

questo non è un libro di risposte. È un libro di domande.

Quelle domande che, forse, hai già dentro e che a volte fanno un po’ paura: Chi sono? Cosa mi rende felice? Che direzione voglio dare alla mia vita?

Io non sono una maestra di vita, né ho tutte le chiavi del benessere. Sono, come te, in cammino. Scrivendo queste pagine non ho cercato di mostrarmi perfetta, ma autentica: con le mie esperienze, le mie cadute, i miei tentativi, i miei “aggiustamenti”. Perché la verità è che non esiste un giorno in cui ci si sveglia avendo capito tutto. E, per fortuna, aggiungerei.

Ho scritto questo libro pensando soprattutto a voi ragazzi e ragazze, che vi trovate spesso a dover crescere in fretta, sommersi di aspettative, giudizi ed etichette. So cosa significa sentirsi fuori posto, o sentire che il mondo si aspetta da te qualcosa che non ti assomiglia.

E so anche quanto sia potente, invece, quando scopri di avere una bussola dentro di te.

Qui troverai alcuni racconti personali, ma non per parlare di me: li troverai perché possano essere specchi e spunti per guardarti meglio. E insieme a loro, troverai esercizi semplici, quasi dei piccoli giochi, per sperimentare ogni giorno un pezzo in più di chi sei.

Ci sono due mantra che hanno accompagnato tutta la mia strada e che ritroverai spesso tra queste pagine:

Fai e poi aggiusta. Perché non serve essere perfetti per iniziare: serve iniziare per crescere.

Lascia andare. Perché non possiamo vivere bene se restiamo attaccati a pesi che non ci appartengono più.

Non voglio insegnarti niente. Voglio solo camminare un pezzo di strada con te, lasciandoti qualche domanda che ti aiuti a cercare le tue risposte.

Perché la vita non è un manuale da imparare a memoria. È un viaggio fatto di sorprese, tentativi, aggiustamenti e scoperte.

Pronto a partire?

Allora cominciamo.

Con affetto,

Samantha

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Capitolo 1 – Chi sono io, davvero?

A quanti di voi è capitato, di guardarsi le mani e pensare: “Ok, ma io… chi sono davvero?”

A me è successo a sette anni.
Sembrava un gioco segreto tra me e… l’altra me.
Mi faceva sentire altrove, come se esistesse un posto invisibile dove potevo rifugiarmi quando la realtà familiare diventava troppo stretta, troppo rumorosa, troppo poco mia.
Osservavo il mio corpo come fosse una tuta: “E se fosse solo un involucro? E chi c’è, allora, qui dentro?”
Piccole domande, grande universo.

A quell’età non sapevo che stavo sfiorando, con la leggerezza dell’infanzia, il mistero più grande: la consapevolezza di esistere oltre ciò che si vede.
Sentivo che dentro di me abitava qualcosa che non potevo spiegare, una specie di presenza silenziosa che osservava insieme a me, che respirava con me, ma non era solo me.
Era come se ci fosse un filo sottile che univa il mio piccolo corpo a qualcosa di vasto, di luminoso, di infinito.
Eppure, quando provavo a raccontarlo, non sempre venivo capita.
A volte le mie parole ricevevano sorrisi tirati, come a dire: “Che fantasia questa bambina… forse dovrebbe solo giocare con le bambole.”

Così imparai a tacere certi pensieri, a custodirli in silenzio, come si fa con i segreti preziosi.
Ma dentro di me sapevo che quel gioco non era fantasia.
Era un richiamo.
Un richiamo dell’anima che, già allora, mi invitava a guardare oltre l’apparenza delle cose e a chiedermi, ancora e ancora: Chi sono io, davvero?

In una famiglia di più figli, dove spesso i ruoli si formano senza che nessuno li scelga davvero, io sentivo che qualcosa in me era diverso. Ciascuno aveva, più o meno consapevolmente, un posto nell’equilibrio generale. E poi c’ero io: curiosa, indipendente, un po’ fuori riga.
Quella sensazione — “non proprio allineata alle aspettative” — mi avrebbe accompagnata spesso: seguire l’istinto anche quando non è la via più comoda.

E poi, senza accorgertene, succede questo: diventi quella che…
Non è una frase precisa. È un tono. Un modo di guardarti. Un “ormai si sa”.
E proprio lì, spesso, avviene la prima identificazione: la nascita di un’etichetta non scritta su un foglio, ma impressa nell’anima… come se fosse parte del tuo DNA simbolico.

È da quel momento che comincia uno dei lavori interiori più complessi della crescita:
capire dove finisce ciò che siamo davvero…
e dove inizia ciò che abbiamo imparato a essere per appartenere.

Molti di voi, forse, si ritroveranno in queste domande:

  • Quale ruolo ho iniziato a interpretare senza volerlo?
  • Quali parti di me ho amplificato… e quali ho messo in silenzio?
  • Cosa mi è stato ripetuto tante volte da diventare, quasi, una verità?

Nelle famiglie i ruoli non vengono scelti: si respirano.
E se li ripetiamo abbastanza a lungo, diventano voce interiore.
E se quella voce non viene riconosciuta… rischia di diventare destino.

Così, a un certo punto, ho provato a spingere quel mio lato esploratore in un angolino dell’anima. Non è sparito (impossibile), ma l’ho tenuto più basso di volume. Intanto, cercavo ciò che mi facesse vibrare anche fuori: teatro, musica, arte. Erano per me come finestre aperte. Mi ricordavano che la vita non è un ruolo: è una ricerca.

E forse, il primo passo della crescita personale è proprio questo:
accorgersi che l’etichetta non coincide con l’anima.
Che “quella che…” non è un’identità, ma soltanto un inizio da cui — volendo — ci si può rialzare e ripartire.

Così, a un certo punto, ho provato a spingere quel mio lato esploratore in un angolino dell’anima. Non è sparito (impossibile), ma l’ho tenuto più basso di volume. Intanto, cercavo ciò che mi facesse vibrare anche fuori: teatro, musica, arte. Avevo bisogno di uno spazio in cui non recitare un ruolo, ma sperimentare chi ero davvero.

Fu in quel tempo che la vita iniziò a parlarmi attraverso le persone.
Perché a volte non servono grandi eventi per cambiare direzione: basta un incontro, uno sguardo che ti vede diversamente, una voce che non ti chiede di essere “giusta”, ma vera.

E lì ho incontrato due persone speciali.

La prima è stata Anna Remonato, la mia insegnante di teatro. L’ho conosciuta a scuola, in prima media, proprio in quel tempo sospeso in cui non sei più una bambina ma non sei ancora grande. È un’età strana: ti senti piena di domande ma con poche risposte, vivi ogni giorno un piccolo cambiamento e, intanto, gli adulti cominciano a dirti che “tra poco dovrai scegliere il tuo futuro”.

Come se fosse facile. Come se fosse chiaro, a dodici anni, chi vuoi essere davvero.

Anna entrava in classe con un’energia diversa da tutti gli altri. Non chiedeva voti, chiedeva verità.
Mi ha insegnato a “stare in scena” come si sta dentro se stessi — a non recitare un personaggio, ma a sentirlo.
Con lei ho capito che il teatro non è solo finzione: è un luogo dove puoi imparare a guardarti dentro senza paura.
Non c’è voto, non c’è giudizio, non c’è “giusto” o “sbagliato”: c’è respiro. C’è spazio. C’è ascolto.

Avere un posto in cui poter essere, anche solo per pochi minuti, è un dono immenso.

Con Anna ho conosciuto la sensazione rara di potermi togliere il vestito del ruolo.
In scena non ero “quella che…”. Non ero definita, non ero stretta in nessuna aspettativa.
E proprio per questo — paradossalmente — mi sentivo più vera che nella vita di tutti i giorni.

Quando qualcuno ti guarda senza giudizio, succede qualcosa di potente:
il giudice interiore, quello che bussa alla porta ogni volta che muovi un passo, resta fuori.
E allora ti accorgi che l’etichetta non è l’unica voce possibile.
Che «lei è quella che…» è solo una frase, non un destino.

In quegli attimi ho capito una cosa preziosa, che ancora oggi porto con me:
esistere non significa interpretare un ruolo, ma permettere all’essere di mostrarsi.

E a volte basta uno sguardo vero, un silenzio che non mette pressione, un palcoscenico piccolo…
per sentire che dentro di te esiste uno spazio molto più grande di quanto pensassi.
Uno spazio libero, che non chiede permesso.
Uno spazio che non giudica — e forse, è proprio lì che inizia la vera crescita.

La seconda persona è stata Mario Costa, il mio professore di musica, un uomo fuori dal comune.
Con lui la musica smetteva di essere teoria o sogno vago: diventava viaggio. Ci portava a spasso dagli anni ’30 a oggi, facendoci creare cori, melodie, armonie impossibili.
Era appassionato, curioso, e soprattutto credeva nei suoi alunni.
“Non smettere di cantare”, mi diceva.
E io ci credevo.

Quando ho sentito quella libertà, anche solo per pochi istanti, ho capito una cosa importante:
a volte non serve cambiare vita per ritrovarsi, basta incontrare qualcuno che ti vede senza giudizio..

Ogni arte parla una lingua diversa, ma tutte fanno la stessa cosa: allargano lo spazio dentro di te.
Il teatro mi ha mostrato che posso esistere oltre i ruoli. La musica, invece, mi avrebbe insegnato ad abitare le emozioni e a lasciarle vibrare.

Se Anna ha aperto una finestra, lui ha spalancato una porta. È stato lui ad assegnarmi – o forse a riconoscere in me – la musica. Con la stessa naturalezza con cui si regala un biglietto di viaggio.

Con il teatro avevo imparato a guardarmi. Con la musica avrei imparato ad ascoltarmi.

Non lo sapevo ancora, ma stavo iniziando un viaggio che avrebbe unito arte, identità e anima.
Un viaggio che, capitolo dopo capitolo, continua ancora oggi… e forse comincia davvero solo adesso.

E poi, come in un battito d’ali, arrivò la terza media. L’anno della scelta.
Quello in cui tutti ti ripetono che “da qui inizia il tuo futuro”, come se bastasse una firma su un modulo per sapere chi sei e dove stai andando.
Hai tredici, forse quattordici anni, e nel giro di pochi mesi tutto cambia: la voce, le amicizie, il corpo, i pensieri.
Ti senti sospesa tra il desiderio di restare bambina e la voglia di capire cosa significhi diventare grande.
E mentre cerchi di orientarti in questo mare di trasformazioni, ti ritrovi a compilare quella famosa domanda: Che scuola vuoi fare?
Come se scegliere un indirizzo fosse scegliere te stessa.
E tu, in realtà, non lo sai. Nessuno lo sa davvero, a quell’età.

In quell’anno così pieno di domande e incertezze, ebb la fortuna di incontrare anche un’altra figura speciale: la prof di religione.
Non era come le altre.
Non si preoccupava di raccontarci la religione come un insieme di regole o dogmi, ma come un linguaggio d’amore.
Ci parlava del rispetto — per se stessi, per gli altri, per la vita — come della forma più alta di fede.
Ci insegnava a guardare il mondo con occhi di luce, non di peccato.
A cercare il bene anche dove sembrava nascosto.
A capire che la spiritualità non era qualcosa da studiare, ma da vivere.

Fu proprio Lei a consegnarci quel biglietto di fine terza media.
La prof dava a ognuno una frase-augurio:
“A te vedo un futuro da grande ingegnere.”
“Tu diventerai medico.”
“Tu invece un’artista.”

E poi arrivò il mio turno. Il mio biglietto diceva:
“Sono una donna, non sono una santa.”

Ricordo perfettamente la sensazione. Un misto di stupore, delusione e smarrimento. Mi sono chiesta subito: Perché proprio a me questa frase?
L’ho letta e riletta, cercando di darle un senso, ma non lo trovavo. Tutti avevano una profezia, io una frase che sembrava un rimprovero. Eppure — non so nemmeno perché — l’ho tenuta.
Non l’ho mai buttata.

E credo che anche per questo quel biglietto, allora così incomprensibile, sia rimasto con me.
Molti anni dopo ho capito che non era un giudizio né una presa in giro.
Era una chiave.
Una di quelle che aprono porte quando sei pronta, quando la vita ti ha insegnato abbastanza da leggere tra le righe.
Quella frase, all’epoca misteriosa, conteneva un messaggio che mi avrebbe accompagnata nel tempo:
un invito ad accettarmi intera, con la mia luce e le mie ombre, a essere umana, autentica, libera.

Ripensandoci oggi, sento che i professori hanno un ruolo quasi magico nella vita dei ragazzi.
Sono come portatori di chiavi: una parola detta nel momento giusto può aprire una porta che nessuno vedeva, e una porta aperta — a tredici anni — può diventare l’inizio di una vita intera.
Per alcuni insegnanti siamo solo un nome sul registro, per altri siamo un mondo che merita ascolto.
Ed è proprio lì che nasce la differenza.

Gli insegnanti possono essere un dono enorme, un’opportunità incredibile. Possono essere luce, svolta, comprensione. Possono mostrarti parti di te che non avevi mai osato guardare.
Ma, a volte, senza volerlo, possono causare anche l’opposto: chiudere anziché aprire, far sentire inadeguati… anziché visti.

Perché gli insegnanti non sono supereroi. Sono esseri umani.
Hanno la loro storia, le loro paure, i loro limiti — e non sempre sono stati accompagnati ad affrontarli.
Per questo non bisogna giudicarli… ma nemmeno identificarsi completamente con loro.
Se ci risuonano, se ci sentiamo visti, se ci sentiamo valorizzati — allora qualcosa si accende.
Ma se non accade, non significa che c’è qualcosa di sbagliato in noi.

L’insegnante può offrirti una direzione, ma la voce che scegli di seguire deve comunque nascere da dentro.
Ascoltali, sì. Impara da loro. Ringraziali, quando puoi.
Ma continua a domandarti: “Questa voce mi nutre o mi spegne?”
“Mi aiuta ad ascoltare chi sono… o solo a funzionare meglio?”

Il vero compito non è diventare ciò che gli altri vedono in te.
È scoprire ciò che tu vedi in te stesso — e avere il coraggio, un giorno, di chiamarlo per nome.

E tornando alla misteriosa  frase della mia insegnante, quel “sono una donna, non sono una santa” tornerà …tornerà nella mia vita….a cadenza fissa, come un sottile filo d’oro che unisce i puntini.

Vorrei che tu capisca una cosa: le domande grandi possono arrivare anche quando sei piccolo. Non vanno spente, vanno custodite. Perché prima o poi tornano, e quando tornano ti guidano.

Da qui in avanti, alla fine di ogni capitolo, troverai una mini-sfida pratica.
Non sono compiti, ma piccole azioni quotidiane per portare nella realtà ciò che hai appena letto.
Perché la consapevolezza serve a poco se resta solo nei pensieri: prende vita solo quando si muove, quando la vivi, quando la provi su di te.
Ogni esercizio sarà un seme — semplice, concreto — da piantare nel tuo giorno.

📜 ESERCIZIO – LA TUA PRIMA CHIAVE
(Ogni viaggio inizia da una domanda)

🕯️ Istruzioni:
Prenditi qualche minuto in silenzio. Respira, chiudi gli occhi e lascia che la mente vada dove vuole.
Cerca una domanda che, da bambino o anche solo qualche tempo fa, ti ha colpito.
Forse qualcuno te l’ha fatta all’improvviso.
Forse l’hai sentita dentro di te, ma l’hai lasciata cadere perché non sapevi cosa rispondere.
Non importa da quanto tempo è lì — se torna alla mente, è perché ha qualcosa da dirti.

🖊️ Scrivila qui sotto:
……………………………………………………………………………………………….
……………………………………………………………………………………………….

💭 Ora rileggila lentamente.
Che effetto ti fa oggi? Ti incuriosisce? Ti spaventa? Ti fa sorridere? Ti commuove?
Scrivi anche questo:
……………………………………………………………………………………………….
……………………………………………………………………………………………….

Quella domanda è la tua prima chiave.
Tienila con te mentre leggi questo libro.
Non cercare subito la risposta: lascia che sia il viaggio, passo dopo passo, a svelarla.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Samantha Trovato
Samantha Trovato ha vissuto molte vite in una sola. Per oltre vent’anni ha lavorato nel turismo, viaggiando nel mondo e costruendo una carriera solida, senza mai smettere di coltivare la musica, sua prima forma di espressione e verità. Cantante e insegnante di canto, ha calcato palchi importanti e collaborato con grandi artisti.
Accanto al fare, però, è sempre rimasta una domanda profonda: chi sono davvero?
Da quella ricerca sono nati progetti, associazioni, percorsi educativi e spirituali. Oggi è fondatrice di Spazio Essere e dell’associazione Luce & Amore, luoghi dedicati alla crescita di ragazzi e famiglie, dove arte, educazione e consapevolezza si intrecciano.
Crede in un’educazione che parta dall’essere, non dalla performance. Il suo mantra è semplice e potente: Fai e poi aggiusta.
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